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domenica 31 maggio 2015

Che muoia Mexico! "Chronic" Di Michel Franco. E "Sicario", ovvero perché uccidere a pagamento le donne forti di Hollywood. Fiesta alla margarita. Ancora da Cannes




Roberto Silvestri

Emily Blunt, la giovane e spaesata agente Fbi di Sicario 
Ancora due film dal concorso di Cannes su cui scrivere. Intanto una pensata teorica su cos’è il realismo estremista, quando non si vuol descrive la realtà, non la si può cambiare con un film ma almeno si vuole creare qualcosa che provochi una ricezione attiva e emozionalmente reale. Parliamo di un esempi odi cinema della prassi, Chronic, del messicano Michel Franco (un talento scoperto da Cinefondation come Nemes, che ha completato tutto il tragitto richiestogli: Quinzaine, Un certain regard, che ha vinto, Panorama di Berlino…).
Tim Roth in Chronic di michel Franco 
Un primo piano implacabile e inquietante su un infermiere specializzato in malati terminali: la fenomenologia del lavoro impossibile, penoso e spesso umiliante di chi, estraneo e spesso straniero, ha a che fare con pazienti che non possono mangiare da soli, non possono cambiarsi d’abito, non possono muoversi, non possono andare in bagno, e spesso neppure parlare, diventando rispetto a quei corpi qualcosa di più di un badante, un doppio, un alter ego, un super angelo custode più vicino, fisicamente e emozionalmente, di chiunque altro, parenti e amici compresi. E’ un’esperienza che crea anche gelosia e conflitti in famiglia.  Il regista e sceneggiatore del film lo sa bene per aver vissuto in prima persona l’agonia della nonna rimasta paralizzata per un ictus e diventata dipendente, completamente, da un’infermiera che ne ha seguito l’epilogo con straordinaria sensibilità.

Insomma siamo in territori ancor più ultrà di Mare dentro di Alejandro Amenabar che affidava al solo ciglio sinistro il peso del racconto, visto che Xavier Bardem  era stato totalmente paralizzato da un icuts. Le immagini di Chronic sono di bellezza cariata e le luci gin tonic livide, come mai ne ho viste di simili, sono dosate da Yves Capé in maniera da impedire  allo spettatore di distrarsi un solo attimo. Sadico, dunque, questo soggetto dal quoziente di difficoltà altino. Ambientato in California, Chronic sposta il ruolo di protagonista dal paziente malato terminale da accompagnare alla morte, all’infermiere specializzato. Ci si aggira così nella zona inquietante tra tecnica specializzata, narcosi obbligatoria, affetto come optional ed eutanasia non sempre evitabile. Il film, che è davvero insostenibile, come Straub per un iperattivo, ha vinto, tra lo stupore di tutti, il premio della giuria per la migliore sceneggiatura. Eppure non sfoggia dialoghi prepotenti né sofisticati, come si usa nelle serie tv, né snodi narrativi rococò e cult, come si usa nelle serie tv, tranne un finale che ti arriva in faccia come un Tir, criticato a torto da molti perché confonde per un puerile escamotage narrativo una liberatoria esperienza fisica traumatica, simile ad altri “happy end” classici che mandano in frantumi il nostro sistema di sicurezza e di prevedibili attese, come il finale, quasi trance, di Apocalipse Now . Anche lo shakeraggio tra attori professionisti e non professionisti è procedimento abusato, ma qui l’attore principale, gigante della immedesimazione psicofisica, non ci risparmia un solo dettaglio deontologico. La via crucis, sua e nostra, è necessaria, perché deve rovesciare, a proposito di realismo drastico, il fatto di sostituire il modello ammirato e studiato da Michel Franco in famiglia.       
Tim Roth in Chronic 
L’infermiera diventa infermiere. Il cambio di sesso chissà se è stato provocato dal carattere fragile, lavoro a parte, del protagonista, oppure dall’epilogo del film che non è punitivo né moralistico, ma avrebbe potuto assumere questa caratteristica.
Il secondo film di cui parlare è Sicario di un nordamericano che va per la maggiore negli uffici di produzione delle major, il canadese francofono Denis Villeneuve, che firma questa volta un estetizzante film di genere (d’azione, un narco-thrille
r) ambientato in Messico, e già acquistato per la distribuzione italiana. Esce in autunno.
Benicio del Toro 
Questo tex-mex movie, zeppo di difetti perché si aiuta con orpelli luministici e iconografici quando maneggia i picchi forti di tutti i luoghi comuni del filone (non furono esenti neppure da solarizzazioni, estetismi gore e cinismi alla moda, Il procuratore di Ridley Scott, 2013, e prima ancora Steven Soderbergh di Traffic), come la solita ricognizione sulla efferata ferocia messicana, ereditata dall’epoca di Pancho Villa, è più che reticente sugli interessi statunitensi nell’area più martoriata del mondo, lo stato di Tamaulipas, nel nord-est, lo stato di di Ciudad de Juarez, ed è un pretenzioso tentativo di fare la satira ai thriller di Kathy Bigelow,  affidando all’attrice Emily Blunt che interpreta  una giovane agente dell’Fbi di nome Kate e al suo make up smunto e pallido il compito di caricaturizzare, fino a renderle inutile, accessorie e inerti, le donne forti delle istituzioni, dall’agente federale Jodie Foster al gioiellino della Cia Jessica Chastain. Roba da mandare in sollucchero Il Foglio. Vecchia e nuova gestione. In realtà lo avevo recensito, quasi stroncato, questo risarcimento immaginario al macho scomparso, proprio nelle giornate febbrili di Cannes 68, subito dopo la prima proiezione per la stampa, ma il computer si è mangiato per sempre un lungo pezzo senza sapermelo restituire. Ingerenza pesante della Dea, la sezione Cia specializzata in mercato della droga? Forse ho scritto cose che non dovevo? Niente di tutto questo. Semplicemente non lo avevo memorizzato in tempo e zac, annichilito dalle divinità dell’Olimpo digitale.
Chronic è invece uno strano arty-movie d’attore/mattatore. Un “one man show”, ma a levare, non ad aggiungere. Set Los Angeles. Tim Roth è David (il figlio di Saul?) e assiste i malati terminali, assegnatigli dall’agenzia, cercando di addolcirne l’agonia. Se ci fosse la possibilità di chiedere ai morti come si è comportato con loro da vivo, rispettandoli giocando con loro permettendogli cose che la famiglia avrebbe proibito, David riceverebbe da tutti il punteggio di dieci con lode. E’ minuzioso, efficace, appassionato soprattutto perché istaura con i pazienti un rapporto più che professionale, intimo. Ma l’esagerato investimento emotivo che mette nel suo lavoro insospettisce tutti. Che ci sia qualcosa di losco? Di morboso e di necrofilo nel suo agire? Sospetti e denunce fioccano.  Come se tutti avessero visto Gerontophilia (2013) di Bruce La Bruce, tra i migliori film gay degli ultimi anni. La cosa sconvolge infatti alcuni parenti del malato che, chissà perché, hanno con il loro padre o figlio o fratello un rapporto più distaccato, impacciato, formale e perfino infastidito. E che non vedono l’ora che l’intruso finisca il suo lavoro troppo ben fatto e si arrivi al funerale liberatorio. Oltretutto anche David, in famiglia, entra in metamorfosi e incorpora gli stessi gesti formali, freddi, maldestri e inefficaci. Il contrario delle sue performance di lavoro. La biopolitica che trasforma la ricca sostanza umano in profitto infatti aliena la nostra vita principale e risucchia tutte le nostre qualità più preziose solo nel lavoro salariato. Forse uno shock, anche esagerato, perfino fatale, può liberarci di questo incantesimo da incantesimo maligno.
Il regista di Chronic Michel Franco 
Nel thriller "intimo", dove le ombre contano almeno quanto le luci, Sicario (con un titolo simile, El Sicario, Gianfranco Rosi ha certamente fatto un film più inquietante e di drastico realismo documentaristico su quel che succede al confine tra Messico e Usa: paradosalmnte il film non è mai uscito in nord America), Kate (l'idealista coriacea e molto fortunata, costretta a fare i conti con il realismo, cioé ad arrendersi, a giocare più sporco del nemico o almeno ad ammirare chi ci riesce) non viene sostituita da un attore uomo, come in realtà avrebbero preteso la produzione, ma diventa lo zimbello del copione (del texano Taylor Sheridan), del rude e misterioso signore delle tenebre Alejandro (il portoricano Benicio Del Toro, ormai messicano honoris causa), del saggio patriottico e feroce agente speciale Matt Graver (Josh Brolin) - per il quale il mondo si divide solo tra i buoni, gli americani del nord, e i cattivi, il resto del mondo non nordamericanizzabile - e degli altri vecchi marpioni della Cia che chissà per quale motivo, se non l’umiliazione, il ritorno a casa delle donne a far la calzetta, vogliono che prenda parte, giovane, inesperta e fragile, e ligia alle regole, alla più rude e confusa e ambigua delle missioni di guerra.
Annientare in terra straniera, e in missione segreta, un feroce boss della droga, questa è la missione segretissima Fbi-Cia-Dea, utilizzando contro quell'imperatore del male un ancora più feroce serial killer messicano, un ex procuratore che vuole distruggere le cosche non perché è il suo lavoro, ma solo perché gli hanno sterminato la famiglia. Grande la lezione etica di Villeneuve! Rodateci Clint. A Roma si usa un’espressione un po’ forte per dire che non è più tollerabile che non si spieghi in un film d’azione sul conflitto di coca e eroina che gli Usa distrussero all’inizio del secolo scorso l’economia allora florida del Messico, inventandosi l’assurdo della marijuana e dell’hascisc come droghe pericolosissime da criminalizzare e proibire, anticamera delle droghe pesanti, etc. Lo ha spiegato in Grass anni fa proprio un cineasta canadese, Ron Mann. C'è una risposta molto semplice a questo groviglio di questioni geopolitiche. La liberalizzazione. Ma non si fa cenno alcuno ai politici e ai giornalisti assassinati perchè portavano avanti questa strategia che tocca interessi economici giganteschi.
Questo è il punto che il film, e molti altri film del genere non spiegano. Con le immagini che pure Villeneuve utilizza da prestidigitatore provetto (tanto che gli daranno da fare il remake di Blade Runner perché (an)estetizza anche troppo qualunque cosa) e da esperto investigatore delle intenzionalità morali degli esseri umani (specialmente wasp o succedanei). Insomma il film finge di porre tutte le domande. Ma in realtà sfrutta solo il quoziente spettacolare regalato dal corpo e dal volto di Benicio del toro che ormai somatizza in se tutto il drug world (non solo grazie a Traffic).   E sì che stanno morendo decine di migliaia di persone lì attorno. Tra droga, sfruttamento schiavistico della manodopera a basso costo nelle fabbriche Usa della globalizzazione, immigrazione clandestina, machismo, corruzione, in un intreccio inestricabile di interessi che coinvolgono corpi separati o riunificati dei servizi segreti messicani e statunitensi, polizie dei due paesi, politici dei due paesi, uomini d'affari dei due paesi. Cambiata la struttura monopolistica e piramidale del traffico (che faceva capo alla gang colombiana di Escobar) e diventata policentrica la criminalità neoliberista (insomma siamo nel dopo Traffic, c'è il cartello super militarizzato del Golfo che combatte contro la gang altrettanto militarizzata dei Zetas, e così via) che ruolo gioca il governo Usa oggi per influenzare, controllare e sfruttare questo groviglio di mercato? Con chi si allea?  Quale il suo disegno strategico? Non c’è niente di questo, solo rullio e becheggio da video gioco. Come quella collezione grottesca a macabra di dozzine di cadaveri appesi nelle intercapedini di una casa-covo a far da tappezzeria spettacolare alla scena d'apertura. Che muoia Mexico!  
Alejandro, il procuratore vendicativo. Benicio del Toro in Sicario 
 
  

mercoledì 27 maggio 2015

La mia droga si chiama Julien. L'amore come malattia tragica. Il film di Valerie Donzelli, da un progetto di Truffaut



Roberto Silvestri

Aspettando Cannes a Roma 

Dal 10 al 15 giugno 2015 arriverà sugli schermi della capitale una selezione di film presentati al 68° Festival di Cannes, grazie alla XIX edizione di Le Vie del Cinema da Cannes a Roma.
La rassegna verrà proposta dai cinema Alcazar, Intrastevere, Giulio Cesare e Quattro fontane e proporrà oltre 20 titoli, in lingua originale e sottotitoli italiani, tra quelli proiettati sulla croisette nella selezione ufficiale e nella Quinzaine des Réalisateurs.
Per conoscere tutti i titoli bisognerà attendere ancora qualche settimana.
L'iniziativa è organizzata dall'Anec Lazio in collaborazione con l'Assessorato alla Cultura e al Turismo di Roma Capitale, e può contare sulla partnership con la Fondazione Cinema per Roma.
Il prezzo del biglietto sarà di 7 euro intero e 6 ridotto, ed è prevista  una Fidelity card che regala 1 ingresso ogni 5. Non si conosce ancora la lista dei titoli scelti. Pare certa però l'assenza di Le mille e una notte di Miguel Gomes per la durata eccessiva del film (6 ore da sottotitolare...). Chissà se tra i film che vedremo ci sarà uno dei "fiaschi" immeritati della Croisette, l'unico film francese davvero interessante in concorso, Marguerite & Julien di Valérie Donzelli....Il più bello del pokerissimo transalpino. Non è d'accordo con noi Daria Pomponio di Quinlan che lo definisce “cinéma de la brioche, intellettual-pop e a-problematico, che trasfigura una storia scomoda e drammatica in una fiaba educativa per ragazze". Eppure circondati da troppi filmastri reazionari
qualche incursione nel cinema radical-chic (Gus Van Sant, Todd Haynes, Miguel Gomes, Valérie Donzelli) ci voleva......

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Marguerite & Julien da piccoli leggono una fiaba mentre interpretano una fiaba acida
Per far star buoni i ragazzini di un orfanotrofio non basta disporre di un proiettore e fargli rappresentare in playback un vecchio film degli anni 60, parlandoci sopra come al cine-karaoke. Il bimbo e la bimba, con la voce degli amanti adulti, sconcertano. Sconcertava anche Humbert Humbert in Lolita, che, da grande, disseppelliva, da dentro di sé, pulsioni infantili erotiche ormai colpevoli.

Esther Garrel, la sorella di Louis, nel ruolo di una istitutrice di oggi, decide allora di sorprenderli, spaventarli, affascinarli, rapirli. A me gli occhi please, come quando si va in estasi mentre volteggiano i trapezisti al circo o i Kiss ti aggrediscono con furia heavy metal o ci raccontano le fiabe più inquietanti e proibite, prima di dormire.
Con le marionette, con i burattini, con le ombre cinesi e in questo caso con le ombre elettriche del cinema analogico (metà film è girato in 35mm) e con le immagini digitali (usate negli esterni in alta definizione).
Esther diventa l'occhio speculare della regista Valérie Donzelli, nascosta dietro la cinepresa. E racconta addirittura la fiaba di un amore incestuoso finito tragicamente. Vi immaginate la faccia delle associazioni per la tutela della famiglia?

I giovani favolosi Marguerite & Julien da grandi (Anais Demoustier e Jérémie Elkaim
Si sente che c'è dietro questa messa in scena una intera band creativa in trance: luci, costumi, scene e Charlotte Gastaut, consigliere artistico del film, trasformano un fatto di cronaca in leggenda intemporale, né reale né irreale ... Nel film l'incesto non si esalta e non si colpevolizza. E' il sentimento assoluto a conquistare il primo piano, come se la riproduzione analogica e digitale di una forza interiore indistruttibile lo rendesse puro movimento in eterna metamorfosi.Il corpo può non esserci più, è c'è solo l'ombra, "la mummia" di un corpo sullo schermo, eppure qualche cosa vive lì dentro e gli sopravvive.
Il cinema riprende questo moto invisibile. Ed è un po' il senso spiegato dal verso di Walt Whitman che la cineasta aggiungerà nel finale: "Noi torneremo, siamo corteccia, siamo roccia" siamo fiume, siamo pesci. Una capriola nell'evoluzionismo. Oplà e si torna indietro.
Intanto parte un conturbante e sensuale romance, non proprio abituale - da qui la reazione contrariata, a Cannes, del pubblico più conservatore - tratta da un cruento accadimento normanno dei primi anni del XVII secolo, eroticamente e sentimentalmente così estremo da trasformarsi in una tremenda tragedia nera.
Quando parliamo di conservatori non intendiamo reazionari, bigotti, moralisti o contrari ai matrimoni gay, o scandalizzati più che dall'incesto dall' adulterio (che sarà poi il motivo della condanna della coppia di innamorati, perché solo il secondo colpisce al cuore la sacra proprietà dell'uomo sulla donna). Intendo i conservatori al cinema. Quelli turbati perché in questa storia d'amore i due protagonisti, sorella attiva e fratello un po' meno attivo, quasi non si parlano. E la sceneggiatura è scritta proprio da una coppia di innamorati, Valérie Donzelli e il protagnoista, Jérémie Elkaim (e riscritta dalla montatrice Pauline Gaillard non senza momenti di scratch e bruschi salti della scocca). O perché si passa dal technicolor popolare a schermo immenso ("ruffiano" come giustamente ha notato Daria Pomponio su Quinlan) alle tonalità intime e dark, dalle sciabolate rock che irridono la recezione realista (la musica è di Yuksek), all'esperienza sensoriale dell'epidermide da far quasi sfiorare. Insomma il film ci imbarazza perché sembra che si sfogli un libro per bambini con immagini poco adatte ai bambini e che quelle immagini si animano anche troppo.

L'amore ipnotico
L'amore impossibile è il nucleo del melodramma, ma l'amor fou, come malattia, come fatalità, come arma di distruzione di massa, come messa in discussione inattuale, fuori sincrono, dei pilastri basilari dell'ordine sociale, è una vera tragedia.
Quando si racconta a dei bambini un fatto di cronaca così crudo bisogna per tenere alta l'attenzione falsificare qualcosa, deformare un po', rendere il tutto più appassionante. E questa storia è raccontata sia da Esther Garrel che da Valérie Donzelli tenendo ben in mente una frase di Jean Cocteau: "la storia è il vero deformato, la fiaba è il falso incarnato". Il tentativo riuscito di Donzelli è incarnare la leggenda. Trattare le immagini come se fossero tattili, in odorama, in 3d senza occhialetti, come se fossero di fantascienza. In fondo il passato si conosce poco, quasi esattamente come il futuro...Potremmo dire che sì, siamo immersi nel cinema di papà. Solo che i papà sono questa volta Eustache e Truffaut, Rohmer e Rivette.

Anais Demoustier. "Recitare? Che brutta parola" (Daniela Gara)
1603. Marguerite e Julien de Ravalet, sorella e fratello di una ricca famiglia aristocratica, si amano teneramente fin da piccoli. Non possono fare a meno l'una dell'altro, non possono stare lontani, come narciso dal suo specchio d'acqua. Ci provano, ma l'amore che li unisce, e che si fa crescente passione divorante, è più forte di loro. Julen viene mandato a studiare all'estero,  Londra, Roma.. ma quando torna, sebbene cerchi di resistere, cede. Sotto pressione dello zio abate, piuttosto turbato dallo scandaloso comportamento, il padre obbligherà con la forza la figlia a sposare Lefevre (Raoul Fernandez), un agiato borghese violento che vive con la madre (Geraldine Chaplion), a cui lei non si concederà mai. Marguerite decide così di fuggire a cavallo con Julien, aiutati dal fratello e dalla governante, inseguiti  da una polizia, fanatica come mujeddin a caccia di atei. Saranno processati, condannati e decapitati. A Marguerite, morta di dolore sul cadavere di Julien, verrà tagliata la testa da un corpo ormai inerte. Su Wikipedia i particolari della triste storia di questi "Romeo e Giulietta" vittime della propria classe, del proprio ceto, della propria comunità, del proprio stesso sangue. 


"io non guardo se le mie donne hanno tradito, hanno mentito, hanno peccato, se nacquero perverse; purché io sento che esse hanno pianto, hanno sofferto o per mentire o per tradire o per amare...e io mi metto con loro" (Daniela Gara)
Anche se il castello dove l'incandescente odissea ha luogo è proprio quella vero, è a Tourlaville, il film non vuole puntare alla ricostruzione storica filologicamente fedele, non è in costume, o meglio i vestiti di Elizabeth Méhu e le scene di Manu de Chauvigny, non indicano Seicento, ma spaziano tra l'ottocento romantico e il sinistro novecento delle divise militari. Senza dimenticare gli elicotteri che volteggiano  anacronistici, a suggerirci altre prepotenze e soprusi di oggi e le retoriche psicotiche del comunitarismo, dell'appartenenza, delle "nostre radici".

Una fiaba deve essere crudele. Avete presente Biancaneve? Serve per "uccidere", per superare metaforicamente i genitori. Per crescere. E questa fiaba, non pensata per i bambini, serve per far crescere adulti che ancora hanno bisogno di "uccidere" alcuni principi inscalfibili che li paralizzano, liberando i loro set mentali ed emozionali. Perché crescano. Nel mondo ci sono paesi nei quali l'amore omosessuale è proibito e sanzionato perfino con la pena di morte. Nel mondo ci sono nazioni che condannano a morte le adultere, come Marguerite. Ecco perché una cineasta donna, che finora ha raccontato la sua vita in opere anche ispirate a testi teatrali, come La reine des Pommes, La guerre est déclarée, Main dans la Main e Que d'amour, estremizzi ancora di più il Marivaux di Le Jeu de l'amour e de l'hazard (adattato in Que l'amour): toglie i dialoghi per rendere ancor più "colpo di fulmine" inspiegabile con la ragione quell'illuministico esperimento di Arlecchino e Lisette. Perché non si sceglie per amore, ma si è scelti dall'amore che travolge come per fatalità.Se c'è forse un film che dovrebbe essere visto in preparazione di questo è certamente Foudre di Manuela Morgaine e in particlare la quarta parte, tratta dallo stesso lavoro di Marivaux.

L'ipnotizzato. Julien (Jérémie Elkaim)
Marguerite & Julien potrebbe essere infine un'appendice al film sui mostri barocchi di Matteo Garrone, un grand finale, il quarto "racconto dei racconti" d'epoca Basile, se non fosse che qui la donna non accetta affatto il suo ruolo di madre a tutti i costi o di sposa a tutti i costi, non brama la bellezza eterna come Fedora, non aspira a sposare il proprio assassino e non lascia morire tranquillamente i saltimbanchi che le hanno salvato la vita. Ma sbriciola tre tabù sacri e inviolabili. L'incesto, l'adulterio e la subalternità della donna. Roba da essere messa al rogo. Decapitata, per furia, anche se già morta.

Il film, che in un primo momento era pensato come un musical, è tratto da una sceneggiatura scritta nel 1973 (l'anno di nascita di Valérie Donzelli) da Jean Gruault che Francois Truffaut non riuscì mai a realizzare (a differenza delle altre collaborazioni con Gruault, Jules et Jim, Il ragazzo selvaggio, Adele H. e La camera verde)  anche perché era appena uscito Soffio al cuore di Louis Malle, argomento l'adulterio, anche se tra mamma e figlio e non tra fratello e sorella.

martedì 26 maggio 2015

Georgio on my mind. "Mon Roi". Perché non siamo d'accordo con il premio a Emmanuelle Bercot

Emmanuelle Bercot e Vincent Cassel  in "Mon Roi" di Maiwenn
Roberto Silvestri 

dopo Cannes

Per farla finita con Cannes 68, anno 2015, ritorniamo su alcuni film che non abbiamo avuto il tempo di recensire nei giorni del festival. O perché sono particolarmente brutti, come questo di cui scriviamo, o troppo complessi, ed è bene pensarci sopra più a lungo, o perché sono sfuggenti, come quell'oggetto d'arte formato da sole lamette da barba acuminate di La collezionista di Rohmer....Purtroppo per difficoltà indipendenti dalla nostra volontà non siamo riusciti a vedere né i due film diretti dai Garrel, figlio e nipote, Philippe e Louis,  né Desplechin, né Gaspar Noé, né Jaco van Dormael, e neanche il film colombiano che ha vinto la Camera d'or. L'irrazionale palinsesto di Cannes, abitualmente sadico con gli addetti ai lavori, quest'anno era particolarmente mal congegnato.

"Tu, tu. Mio tetto, mio tutto, mio re" canta l'idolo pop uruguagio Elli Mederios. Inizierei proprio dal film-Eurocanzone Mon Roi, love story di Maiwenn, il genere sentimentale è quello che i registi e le registe transalpine sanno maneggiare con maggiore perizia e sfoggio di nuances - ma qui è più che altro idolatria da matrimonio - e che ha permesso alla attrice e regista Emmanuelle Bercot (nonché collaboratrice alla sceneggiatura di Naiwenn in Polisse che fu a Cannes misteriosamente qualche anno fa e miracolosamente premiato) di aggiudicarsi ex aequo il premio per la migliore sposina del festival. Con Vincent Lindon miglior attore maschile (per il film politico di sinistra Le leggi del mercato) la Francia prende tutto e manda giù dal podio il cinema italiano anche nel genere d'impegno civile, suo ex cavallo di battaglia. La giuria ha giudicato evidentemente le sue allegorie fiacche, compiaciute e formaliste. Bisognerà tenere d'cchio questo Alain Attal, il produttore, che ha portato a Cannes anche Les Cowboys (alla Quinzaine)  perché cerca di mixare gusti popolari all'appoggio della critica meno autocritica, e ama gli indipendenti amati da France 2 Cinema che, cioé, sanno fare mercato. E' infatti vero che l'ispirazione sembra quella operaia di Una moglie di Cassavetes capovolta per renderla masticabile al grande pubblico. Ma si sente troppo la puzza del format. E se si mima la struttura del film-jazz è solo a quello da ascensore che ci si aggrappa.

La regista, sceneggiatrice e attrice Maiwenn
 

La palma d'oro a Bercot però resta inspiegabile, anche se ex aequo, ma non si deve assolutamente confonderla con il riconoscimento scherzoso assegnato al cane di Le mille e una notte di Miguel Gomes, "miglior animale recitante" del festival. Eppure Bercot, nel ruolo di una donna autodistruttiva, non smania forse per essere o tornare ad essere "la più fedele adoratrice del maschio latino". Mi sa che per lei "Je suis Charlie" vuol dire "io seguo Charlie", vengo sempre dopo di lui... Se sono rotta dentro mi riaggiusto e ne riconquisterò la tenerezza che so nascondersi dentro la scorza del duro... Inquitante davvero se fosse così.

Emmanuelle Bercot
Il film è un inspiegabile duetto d'amore e odio, un'odissea di liberazione di oltre 2 ore, dopo una relazione decennale complicata da scenografie coi colori pop sparatissimi e oggettistica kitsch sbandierata ovunque, dentro e fuori gli interni domestici. L'idea centrale è quella che il super macho smetta a un certo punto di esser solo attratto da donne-manichino, tutte uguali e noiose. E a quel punto una donna che sa giocare di contro balzo e mettere nel sacco un paio di battute spiritose e inaspettate (aiutata da un fratello, Louis Garrel, per la prima volta davvero brillante, quasi lubitschiano) che riescano a sorprenderlo, a scoprirne le zone dark, intime e pornografiche del "sentimento", lo farà suo. Non troppo originale, vero, questa apologia della donna con le palle che sa sottomettersi?

Così lei, Tony, in un night riadesca nel giorno giusto (letto sull'oroscopo?) un lui, Georgio, Vincent Cassel, che già l'aveva fulminata da studentessa-lavoratrice. Ora è un imprenditore farfallone di effimero successo (ristoratore) e, non lo manda a dire, da sempre un impenitente sciupa femmine. Ma la fa tanto ridere.  Tony e Georgio in effetti sembrano nomi scelti per rendere universale il film, e farlo piacere non solo fuori dalla Francia ma anche dalle coppie gay e lesbiche. Georgia on my mind.... Mon Roi Cassel (che si compiace di farsi vedere, come al solito, dall'epoca di L'odio non riesce mai a portare se stesso in un viaggio schermico avventuroso e inquietante, fuori dall'ammirazione obbligatoria), il disinvoltone, miracolo, se la sposa. E prende tutti in contropiede. Poi il figlio. E le corna. Scandalo, urla, separazione. Forse un ritorno.. Più probabilmente un suicidio (di lei). Il pubblico dice: scappa! scappa!

Il film inizia dalla fine, e poi fa un lungo flashback, con l'incidente di sci che le rompe la gamba, malamente. Fatto sta che Tony viene ricoverata in un centro di riabilitazione dove la ritroveremo nel corso della storia. Una paziente in via di guarigione, attorniata da una assistenza di lusso (congratulazioni per il ministero della sanità) e soprattutto da una rosa multiculturale e sorridente di riabilitati, che neanche Benetton.  

La bionda Bercot, intimamente complice della regista, suo alter ego castano scuro, si è fatta confezionare una partitura rococò (merito anche di Etienne Comar) per sfogare narcisisticamente tutto il suo repertorio di smorfie, gesti di mano e sguardi, un po' come fa Mag Ryan o Camern Diaz quando producono un film con loro stesse super star.
Il suo personaggio si nasconde dietro il ben dire, ma non riesce mai a catturare una sonorità charming o la postura sexy e impudica di chi sa indagarsi dentro e rappresentare un orginale bersaglio del desiderio. Tony non è una donna problematica a tal punto da giustificare un approccio così  tecnicamente variegato e costantemente sopra le righe. E' una masochista moderata che ha perso la gioia di vivere, da quando il suo uomo, Giorgio l'ha abbandonata, facendole perdere l'equilibrio interno ed esterno. E soprattutto si è fatto pignorare un mobile di famiglia a cui teneva profondamente.
Così assistiamo all'ascesa e alla caduta  e alla ricucitura di un personaggio senza essere mai "trascinati dal vento", senza esserne travolti. Piuttosto sfogliamo un saggio da scuola di recitazione. Bercot è manierata nel pianto, nel riso, nell'urlo di disperazione; se la cava così così nei litigi, nella seduzione, nell'amplesso, nell'amore filiale, sfuma lo sbigottimento, accentua la perplessità... come soltanto una professionista da sit-com sa fare, stile Giorgio Albertazzi nella parodia di Carmelo Bene.
Non è, purtroppo, un robot commuovente che cresce tra le mani del dottor Frankenstein. E' Bercot. Al naturale. Rappresenta solo i bordi estremi di un personaggio (non standogli mai "un po' accanto", secondo il saggio metodo brechtiano di Margherità Buy in Mia maadre) memorizzato anche nei gesti più improvvisati, sempre conditi con tic e orpelli. Insomma passeggia sullo schermo come su un marciapiede. Diciamola tutta. E' tremendamente, oscenamente disinvolta. O è tutta colpa degli anti dolorifici? 

Le ceneri di Julian Bees. Primo passo per inventare il grande passato di un amico e maestro

Julian Bees (a destra) e Gregory Corso. Foto di Dario Bellini




"Colui che sempre si sforza e cerca, noi lo possiamo salvare" (Goethe)
La citazione è inserita da Malcolm Lowry in testa a Sotto il vulcano (il romanzo preferito da Julian Bees)




Le ceneri di Julian Bees, via Sant'Angelo, Vetralla (Viterbo) foto di Massimo De Feo

di Roberto Silvestri

Domani mattina, 27 maggio, alle ore 10.15 a Cura di Vetralla provincia di Viterbo, in via Sant'Angelo verranno sparse le ceneri di Julian Bees. Venendo da Roma sulla cassia Bis  bisogna arrivare a Cura di Vetralla subito dopo lo svincolo per Blera si gira a destra in via san Angelo, percorrere la via per 2/3 km fino ad incontrare il passaggio a livello. Dopo il passaggio a livello continuare sulla destra per la Statale 80 per 1km circa, prima del Monastero di San Angelo di Cura di Vetralla ci sono i terreni adibiti dal comune per lo spargimento delle ceneri. Probabilmente all’altezza dei terreni ci sarà una macchina dei vigili urbani. 

Roma come la Parigi di Gertrude Stein. Negli anni 60 e 70, a casa sua, davanti a molte bottiglie di vino rosso (anzi preferibilmente nero, di Sava, secco, 20 gradi circa...) e al tacchino ripieno, specialità della casa, proseguiva la Dolce Vita, fino alle ore piccole di mattina, discussioni senza fine attorno a un tavolo con dieci-dodici commensali, su Carmelo Bene che ha sempre capito tutto; Malcolm Lowry e l'importanza dei marinai nella rivoluzione mondiale; "lavoro intellettuale e classe operaia"; la Raf, intesa come Ulrike Meinhof; la rivista Hara Kiri; la guerra in Palestina; la vitalità crescente della scuola musicale futurista sovietica e di Alexander Mosolov in particolare;  i Weathermen, i film underground, Woodstock (non gli piaceva) e sui film importanti del momento, come Seconds e  L'analista del presidente....In sottofondo dischi di tutti i tipo, da Bruckner ai musical di Busby Berkeley. E quando c'era Teresa soprattutto Perfidia, cantata da Dorothy Lamour. Teresa era una sua sosia. La casa di Julian, senza Julian, ha un posto importante in un mio film super8 del 1973, Angeli catatonici  realizzato come saggio per entrare al Centro Sperimentale epoca Rossellini. Bocciato.

Tra i "frequentatori" di quella casa, l'affitto lo pagava tutto Julian Bees, artisti e rivoluzionari.  Mario Garriba e Olimpia Carlisi. Daniel Cohn Bendit, J-L Godard quando sta con Anne Wiazemsky, Hans Jurgen Krahl, Steve Lacy, Alvin Curran, Alfred Sohn Rethel, Maria Rosa Dalla Costa, Ferruccio Gambino, Gregory Corso, Mauro Gobbini, molti di Pot Op e un gruppo di giovanissimi liceali o teenagers irrequieti (io, Doriano Fasoli, Giancarlo Guastini, Massimiliano Fasoli, Vittorio Rivosecchi, Bruno Restuccia, Tino Giannini, Carlo Di Leo, Francesco Maria Petrone, Eva Czerkl, Ottavio Fatica, Sandra Dal Pozzo...) che non avendo mai una lira trovavamo in casa Bees - lui lavorava -  accoglienza, anime belle e generosità trimalcionesche.  Accanto al letto di Julian, due alte pile di libri che leggeva tutti e contemporaneamente, di storia, romanzi, fisica nucleare e entanglement, teoria del cinema, antipsichiatria e anti-economia, poesia....Mai visto niente di simile.

Julian Bees
Tra gli abitanti di quella "comune-cenacolo", via via, Daniela Boensch, la mamma coreografa di Mjrka (e la ricordo anche come artista di lampade liberty strepitose), e i suoi amici redattori di Konkret, il periodico comunista rivoluzionario tedesco, che avevano portato un numero con, in copertina, i briganti calabresi uccisi dai sabaudi, una foto che sembrava identica ai comunardi nelle bare. E poi il romanista Victor Cavallo, che aveva appena inziato a fare teatro (e se si andava a trovarlo di mattina mentre preprava cose con Memé Perlini o con Nanni-Kustermann, avevi la fortuna di sentirlo duettare con Claudine, come se fosse Leopold Bloom ); il laziale Massimo De Feo, non ancora al manifesto, la giovane e bellissima Teresa Presta (che poi era lei la prima, tra di noi, ad essere fuggita da casa e che me lo aveva presentato), Manrico (che non è riuscitpo a controllarsi come Burroughs) e Roska, la più anarchica delle artiste islandesi, Carletto, il montatore di Grifi, Bocchini, che giocava alle corse dei cavalli e sembrava uscito proprio da un film di Phil Karlson. Mia sorella Silvana. E uno storico merdionale giovanissimo di cui non ricordo il nome che aveva sostenuto in un libro sul Regno delle due Sicilie appena pubblicato che i Sabaudi protezionisti avevano distrutto l'economia meridionale, fiorente sotto il  borbonico e filo inglese liberoscambismo. Di questo era fatto il sessantoto. Di concentrazione, entusiasmo, spirito comunitario capace di fermare il tempo. Sembra oggi.

Julian Bees, nonostante la radicalità politica delle sue posizioni teoriche, rimaneva profondamente pratico, empirista, inglese e spiazzante. Il suo "pragmatismo" era salutare per chi veniva allevato a idealismo e Croce. Era indocile soprattutto alle fumisterie filosofiche dei francesi, situazionisti compresi  (Debord, in particolare) forse perché gli era toccato il compito ingrato di rendere lineare e accessible agli anglosassoni il contorto fraseggio marxista-cubista di Toni Negri. Era stato lui a introdurre in Italia gli scritti politico-filosofici (ma anche sul cricket, sul rinascimento italiano, su Shakespeare) di Cyril Lionel Robert James, un agitatore nero di Trinidad che, uscito anche dalla quarta internazionale, si considerava un po' alle origine della nuova sinistra anglo-americana, e una indispensabile guida per comprender meglio l'insorgenza anche culturale dei tre mondi (V.S. Naipul, The Mighty Sparrow e il calypso, alle scaturigini dell'hip hop; Bob Marley...); le rivolte di Berkeley e della Columbia University; le posizioni della Lega degli Operai Neri di Detroit; il perché dell'importanza di Solidarnosc e dell'Anc di Mandela;  e soprattutto come diventare più che comunisti scavalcando il dogmatismo, per quanto raffinato, di Trotsky, dopo aver fatto i conti con quello piuttosto brutale di Stalin... E poi aveva una certa simpatia per la regina Elisabetta. La difese perfino nel 1975, quando osò rimuovere dalla carica di primo ministro il laburista Goug Whitlam, regolarmente eletto in Australia...E non ho mai capito perché.   Però aveva la macchina. Era tra i pochi. Quando venne a trovarmi in campagna nel Salento con Teresa mi fece scoprire Copertino e la sacrestia dove San Giuseppe era solito volare. Tutte le osterie più importanti. E, naturalmente, un pellegrinaggio Carmelo Bene, visto che la casa era a un passo da Campi Salentina.   
   
E’ morto mer­co­ledì 13 mag­gio, a 74 anni, un grande amico. Il giornalista inglese, l'intellettuale "rinascimentale" appassionato e il marxista rivoluzionaria Julian Bees, bello, alto, biondo,  collaboratore e sostenitori da sempre del "manifesto". Il papà di Sebastian e Mjrka. Sul suo passaporto britannico c'era scritto: scrittore.
Era nato a Londra il 23 luglio 1940, ma dai primi anni 60 si era trasferito a Roma, centro culturale pulsante e polo di attrazione magnetica per artisti e intellettuali radicali di tutto il mondo,  tra Pino Pascali, Tano Festa, Carmelo Bene, P. P. Pasolini, Alberto Grifi, Mario Bava, Domenico Guaccero, Antonello Neri, Laura Betti, Sormani, il Filmstudio, Cudicini, Mario Schifano, Losi, Straub-Huillet, De Sisti...., dopo essersi laureato a Oxford in politica, economia e filosofia, aver seguito i corsi di Theodor L. W. Adorno (anche di musica post weberniana) e aver rotto quasi totalmente i rapporti con la sua borghesissima famiglia.
Fu assunto, in epoca Sergio Lepri, all'Ansa, e divenne il principale ideatore della prima redazione in lingua inglese dell'agenzia di stampa, al fianco dell'americano Don Dewey. Nominato capo servizio solo nei primi anni 90 (evidentemente durante gli anni delle stragi quel posto era troppo scottante)  ha diretto l'ufficio internazionale fino al 2000, diffondendo nel mondo, con humour e competenza, la complessa realtà socio-economica italiana, analizzata, nella migliore tradizione anglosassone,  con profondo rispetto dei fatti, rigore "enciclopedico", amore per la parola, anticonformismo e meticolosa correttezza etica. Un vero maestro della scrittura critica. Leggendo i suoi articoli ognuno li re-interpretava con un'ottica di parte. Ma era "una parte" che quel lettore non aveva mai assunto prima....Inarrivabile generosità e ingegno che applicava senza steccati, sia alla politica che all'arte, a Sraffa come a Chinaglia, al ciclismo come al monetarismo, alla serie A come alla serie Z. Nel 2013 aveva tradotto per la manifestolibri i saggi di Dream, and It'll Pass - a Guide to the 55th Venice Biennale, a cura di Arianna Di Genova.


 Avevo 20 anni, i cuori erano acerbi, le gote spesso in fiamme, i capelli riccini ricci e lunghissimi, come le parrucche di re Luigi XIV, ma non permetterò a nessuno di dire che avere 20 anni nel 1970 a Roma, dalle parti di Campo de' Fiori, e in particolare sulla terrazza di Julian, in vicolo delle Grotte, non sia stato eccitante almeno quando vivere e morire a Parigi un secolo esatto prima...
Prendersi la città, tutta e subito, a tempo di free jazz (la colonna sonora del momento è  tra Mario Schiano e I Satelliti di Mario Schifano) era già il passaggio (senza metropolitana) da Cinecittà - dove abitavo con i miei di fronte alla torretta medievale utilizzata da Antonio Pietrangeli nel 1961 per Fantasmi a Roma, con lo spettro del pittore seicentesco Vittorio Gassman che si gira a un certo punto, osserva disgustato proprio il palazzo appena costruito, grigio blu, dove vivevo e si chiedeva sbigottito e sarcastico quale essere umano accetterebbe mai di vivere in loculi simili - nella barocca via dei Chiavari, dove in un indimenticabile primo piano  il professore Michele Cordaro, altro compagno di gigantesca cultura, futuro direttore dell'Istituto centrale di Restauro, già seduto alla destra di Cesare Brandi nell'istituto di storia del'arte della Sapienza, aveva giò allestito un covo sovversivo underground e invisibile per gli sbirri, una cellula sveglissima del gruppo rivoluzionario Viva il Comunismo! che progettava - con Giorgio Barberio Corsetti e Augusto Illuminati - tra le altre cose, come realizzare un "Ultimo tango a Parigi" di estrema sinistra, ma ancor più destabilizzante.  Sesso droga e rock'n'roll era il programma minimo.
Alberto Grifi e Massimo Sarchielli stavano già elaborando il progetto "Anna" a piazza Navona, la sconfitta di "Parco Lambro" non era ancora sancita; i Marat-Sade di Giorgio Braschi, l'ala demenziale del Movimento, anticipavano i Blues Brothers, decostruendo molto prima di Nanni Moretti, le noiose litania e gli slogan (già piddini) di emme elle, bordighisti, trotzkisti, anarchici tradizionalisti. Gianfranco Fiore Donati stava partendo per l'Oman per raccontarci la guerriglia marxista contro un Sultano dell'epoca. Il progetto salta e lui farà Blu Cobalto ma molti anni dopo, con Enrico Ghezzi attore e un cancro miracolosamente sconfitto. 
Avevamo la sensazione di possedere l'intera città. Altro che Nerone. La polizia si teneva alla larga dal cuore storico della capitale, non ancora gentrificato, gli affitti erano politici, non come adesso. Pagavo 5 mila lire al mese nella comune di Trastevere con Filippo Altobelli, Francesco M. Petrone, l'indimenticabile attrice Daniela Gara, Rita Ciotta... e quando veniva a trovarci Carlo Di Leo, il pittore, erano festini con torte afghane sublimi.
La sensazione diffusa era che fosse possibile, anzi era già avvenuta, la rivoluzione in una sola mansarda, o almeno nel teatrino di via Belsiana dove Carmelo Bene ci insegnava che bastava usare la stessa veemenza e grazia visionaria di Syd Barrett per comunicare e giocare con Shakespeare e al Beat 72 quando suonavano Marcello Melis, Steve Lacy e Alvin Curran. Quella di Julian Bees era all' ultimo piano di vicolo delle Grotte.
Era stata una carissima amica del secolo scorso, Teresa Presta, compagna di battaglie al liceo Augusto di Roma, zeppo di piccoli fasci fastidiosi, a presentarmelo. Lei adorava soprattutto due romanzi (che poi abbiamo visto al cinema nelle belle trasposizioni di Autant Lara e Truffaut), se ricordo bene, Il diavolo in corpo, di Raymond Radiguet, morto a venti anni, la storia di un adolescente morso perso  per una giovane signora; e Jules et Jim di Henri-Pierre Roche, scrittore e artista formatosi curiosamente alla "Academie Julian", autore di un romanzo postumo dal titolo Victor e che poi fu accusato di spionaggio, perché raccontava la sua vita e l'amicizia con un "nemico". Jules e Jim era la storia di  "una donna ama contemporaneamente due uomini che lo sanno e sono amici tra di loro". La prima guerra mondiale glieli porta via tutti e due, mentre combattono uno contro l'altro, un francese contro un tedesco. La Grande Guerra rovescierà quel piacere. Lo annientà. Da allora in poi sarà un uomo ad amare (almeno) due donne contemporaneamente, senza che lo sappiano.  







domenica 24 maggio 2015

L'uomo che amerete Audiard. Palma d'oro a Dheepan, tra Rambo e Rosi

Valeria Golino premia Hou Hsiao Hsien come migliore regista per "L'assassino"
Roberto Silvestri

Cannes
"I premi? Non servono a niente. Non rendono migliori gli attori e i registi" ha appena dichiarato a Elle Catherine Deneuve. Però Vincent Lindon, accettando commosso la sua palma come interprete maschile di un film politico di sinistra, sui precari che si massacrano a vicenda,  Le leggi del Mercato di Stéphan Brizé, "il primo riconoscimento che ho vinto nella carriera", sembrava davvero rinato.  Già. E chissà quanti premi dovrà infatti conquistare ancora Jacques Audiard per diventare un regista civile interessante. La sua palma d'oro, tra gli applausi (non è più tempo di Pialat, sarebbe stato divertente vedere Gus Van Sant quest'anno sul podio) lascia molto perplessa la critica.
Dheepan (lo ha acquistato la Bim per la distribuzione in Italia), a parte la simpatia a pelle dei due interpreti principali indo-cingalesi,  è un mediocre psico-thriller francese che smuove soprattutto i sensi di colpa e l'assistenzialismo caritatevole dello spettatore. E, non essendoci più "il cinema francese" può permettersi di rubare di qua e di là. Si chiama globalizzazione d'autore. Con retrogusto imprenditoriale. Il ricco mercato indiano fa molta gola... Allora.  Dal cinema civile italiano dell'epoca Rosi si prende l'indignazione: perché la questione dei profughi politici è di grande e struggente attualità. E bisogna pur spezzare qualche lancia in favore del ministero degli interni perché si riconosca che la Francia ne ha già presi troppi di questi profughi politici... Niente quote. Da Ken Loach si cita un po' di umorismo da "dannati della terra", con qualche tocco di femminismo paternalista per non sembrar populisti (ma non mancano sviolinate spiritual-religiose).  Si pizzica poi, nel finale, qualcosa dalla saga hollywoodiana di Rambo - anche se sembrerebbe soprattutto una deviazione onirica - perché quando una macchina di guerra impazzita si rimette in moto, nella giungla metropolitana, sono dolori per tutti. Dheepan come Stallone. Deve molto, inconsciamente, Dheepan, anche alla "sensibilità vincente" del Front National, nuova gestione, perché la descrizione grigiosporca delle periferie avvelenate e abbandonate, in mano non all'ordine repubblicano ma al casino organizzato dalle pericolose e trinariciute gang afro-maghrebine armate di bazooka, è tutta un manifesto politico anti Holland. Dov'è la polizia? Contrasta la droga e i mitra solo uno scrupoloso e servizievole portiere induista, capace di rimettere a posto le luci al neon divelte, l'immondizia disseminata ovunque e l'ascensore divelto, come suggeriva di fare Marc Augé per dare anima ai non luoghi. Eppure perfino dentro l'uomo d'ordine più buono del mondo, il graffitista etico dei suburbi,  può celarsi una indemoniata "cellula dormiente", pronta a tirare fuori gli artigli, come una Tigre Tamil. Insomma il cuore del film inquieterà non poco il contribuente transalpino. E anche il nostro. E nessuno ricorda (neanche questo squisito film civile) che i Tamil furono vittima di un genocidio, sterminati dai buddisti di Colombo senza che l'Occidente dicesse o facesse nulla. Che neppure questo film "palmizzato" ne faccia cenno è scandaloso.
Nel Palmares ci sono anche riconoscimenti condivisibili a film intensi (e riusciti come Mia madre di Moretti):  L'aragosta di Lanthimos, premio della giuria, un grottesco di fantascienza che dà ragione a Godard quando afferma che "Hitler ha vinto la guerra, almeno in Grecia";  e Il figlio di Saul di Nemes, per esempio, gran premio della giuria, da vedere, visto che Teodora lo distribuisce, anche se nel discorso, preso anche lui nel vortice dei "ringraziamenti" ha dimenticato di ringraziare anche "Hitler senza il quale questo film non sarebbe mai stato possibile" (*), ma altri sotto-premi producono come dei "danni collaterali", hanno un retrogusto perfido. Carol di Todd Haynes (che con L'assassino di Hou Hsiao Hsien, consacrato per la migliore regia,  è il film che mi sentirei di consigliare agli amici che apprezzano i film d'azione interiore con più entusiamo) poteva essere premiato almeno per la sceneggiatura. Una maniera elegante per ricordare la "giallista di profondità" Patricia Highsmith, una inquietante "squilibrista" dell'immaginario. Invece Rooney Mara (nella deliziosa parodia lesbica di Audrey Hepburn, degna di quella spontanea e vitale popcorn venus) deve dividere il premio con l'esecuzione, imbarazzante e imbarazzata, di un copione pessimo che espone Emmanuelle Bercot a recitare sempre sopra le righe tranne quando deve urlare di dolore. Responsabile la regista Maiween di Mon roi (uno spot per gli istituti francese di rieducazione degli arti traumatizzati). Invece  Chronic di Michael Franco (Messico) certamente sostenuto da Guillermo del Toro perché è uno dei film più estremi e insostenibili della gara, che applica il metodo nouveau roman ai malati terminali nei loro rapporti con chi li segue fino all'ultimo respiro, è tutto tranne che un film scritto. E, come diceva Godard, è il montaggio che scrive un film, non il copione. Non c'è neanche nei titoli di testa di "Chronic" la dizione: sceneggiatura di... Dunque premiarlo per il copione è stato un vero sgarbo.          

Todd Haynes riceve il premio di Rooney Mara per "Carol"
E il giudizio sul festival? Certo. Non possiamo pretendere un Adieu au language ogni anno. Ma il bilancio di questa Cannes 2015 non è positivo, anche se ci sono stati altri film "monstre" capaci di mettere tutto sotto sopra, come fa Jean Luc Godard. Ai margini della competizione, stipati lì (ora sappiamo meglio perché), siamo stati oggetto di attentati benefici ai nostri set mentali e emotivi. Pensiamo a Le mille e una notte di Miguel Gomes, Cimitero di splendore di Weerasethakul Apichatpong o al quarto Mad Max di George Miller...
Ma. Il festival sta cambiando, nello spirito e nella strategia, proprio come il paesaggio turistico-culinario-sponsoristico della cittadina governata con mano di ferro da David Lisnard (Ump), che ha dichiarato guerra agli "incivili", tolleranza zero per homless e piccola criminalità, più polizia e telecamere dappertutto, ormai diventata una macchina sforna-eventi a ripetizione, un "non luogo", un centro commerciale da aeroporto vip. Lo aveva già compreso, questo destino, di capitale dello spettacolo, il giovane Guy Debord... La suite del Majestic? Costa 39 mila euro a notte. Però un motivo c'è, l'ha firmata Pascale Deprez...e poi dove ospitare i magnati sauditi e cinesi! Ma perché un qualunque hotel con stanze da 100 euro a notte nei giorni del festival alza la tariffa a 700, senza che nessun magistrato indaghi? E la palma d'oro quanto costa? 20 mila euro: è composta da 19 foglie, tante quanti i film in gara. E poi lo sponsor Chopard, il gioielliere che l'ha creata, con tutti i soldi che mette, potrà anche imporre un documentario a sua gloria, sulla Colombia che produce oro equo e sostenibile, e nella Selezione ufficiale, no? Sul film colombiano che ha vinto la Camera d'or non possiamo però ironizzare. Non si riesce mai a vedere sulla Croiesette tutto quel che si vorrebbe....Tra un caffé da 2 euro e venti e un altro (a meno che non si è drogati di nespresso, gratis per gli accreditati).
Il sindaco Lisnard, non a caso, per molti anni ha gestito da manager sarkozyano proprio il cuore della Croisette, tutte le attività del Grand Palais, il bunker, il centro del festival del cinema e di mille altre fiere annuali, di moda, di televisione, di video giochi, etc.... Un edificio che non si vede l'ora che venga raso al suolo per farne uno ancora più gigantesco, e speriamo meno irrazionale, che cementifichi davvero tutta la spiaggia circostante, mandando in orgasmo gli azionisti di maggioranza. Degno insomma della nuovo concorrenza, alla Shanghai o alla Pechino (dove, non a caso, a dirigere è andato Marco Mueller), che esige ambizioni da Spectre... Quelle ci sono. Dall'umile corruzione si passa a quelle grandi, alle speculazioni edilizie, alle urgenze della globalizzazione che vuole una economia di scala crescente ben governata da un unico centro di potere... C'è infatti chi propone, per capire davvero Cannes, un documentario sul F.C. Cannes, la squadra di calcio locale che fu di Zidane e Vieira, che è progressivamente decaduta, dal 1993, dalla massima serie alla serie d e ora è, come il Parma, in situazione semifallimentare, in serie Dh... Non sarà facile dunque per Lisnard assicurare alla sua città e alla natura circostanze la qualifica di "patrimonio mondiale" dell'umanità Unesco. Lo ha chiesto ufficialmente, con tanto di Gilles Jacob nel comitato di sostegno e dell'abate dell'abbazia circense di Saint-Honorat,  il 19 maggio scorso. Le isole Lerins e la Croisette hanno ancora un valore universale eccezionale? Strano che la città del cinema non abbia ancora neanche un multiplex (lo stanno costruendo, 12 schermi, nella zona Bastide-Rouge). Strano che non abbia ancora un museo del cinema. Lo stanno allestendo. Foto e manifesti di cinema. Ma sarà effimero. Dall'11 luglio al 28 agosto, spazio espositivo di 7000 metri quadri  nella hall Riviera del palazzo del cinema. Con Gondry che animerà l'officina dei cineamatori. Ma la Costa Azzurra ha una film commission molto attiva che nel 2014 ha creato un giro di affari di 37 milioni di euro (grazie a 12 lungometraggi, tra i quali una produzione di Luc Besson).
Comunque, avesse vinto la palma Nanni Moretti chi poteva scandalizzarsi? Ma non siamo dispiaciuti per la mancanza nel palmares di cineasti italiani. Anche il più fragile e perturbante tra di loro, e quello più superbo e spavaldo, hanno avuto infatti una accoglienza attenta e insperata di pubblico e di critica. Per non parlare della giovane generazione, quella di Minervini, Carpignano e Fulvio Risuleo...
Siamo dispiaciuti per il declino di un festival, che seguiamo dal 1980, quando si aveva il tempo di discutere dei film, perfino in spiaggia, e di vedere tutto ciò che si desiderava vedere (questa volta una manina sadica ha costruito il palinsesto per impedire di assistere sia alla storica proiezione di un film postumo di de Oliveira che a quella dell'iper-porno di Noé, o l'uno o l'altro...). Cannes sta morendo di troppo successo, e non serve più da indicatore delle tendenze, come scoperta dei nuovi talenti ruspanti soprattutto extraoccidentali o per far nascere progetti non istituzionali, sottoposti a ferrea filiera "cinefondation-corto-lungo d'esordio-competizione-premio", come è successo con Laszlo Nemes e altri registi d'allevamento quest'anno.  Ma attenzione il cinema d'autore non deve irrigidirsi in uno standard, in una "maniera" se no i festival esauriscono la loro funzione sorprendente. A proposito. L'assenza della Troma e delle sue parate è un altro pessimo sintomo di malattia degenerativa.

Inaugurato male, con un disastroso spot pubblicitario alla giustizia minorile transalpina, imposto dal neo presidente manager Pierre Lescure (l'anno scorso era stato ancora Gilles Jacob, un critico, il garante "artistico") per rendere omaggio al simbolo del cinema francese e sua ex compagna per dieci anni (Catherine Deneuve), proseguito peggio,  tra i malumori dei 40 mila ospiti che ormai hanno bisogno di uno "stadio nuovo" perché il più irrazionale dei bunker è ormai obsoleto, per 40 mila ospiti, e ci sono film che non vengono mai replicati creando notevole irritazione, e lo scodellamento in competizione e ovunque di troppi film francesi stile Canal + (l'ex azienda di Lescure), con tutto l'Olimpo divistico di Francia, serie A e serie B (Depardieu, Huppert, Cassel... Lindon, Emmanuelle Bercot, Meiwaan) bel in vista, è finito molto peggio questo festival 68. E poi ricordarsi di non frequentarlo "mai di domenica". Non troverete più posto....

Inoltre una domanda. Perché uno spettatore francese indignato accreditato come stampa ha urlato alla fine dell'anteprima di Mon Roi: "Nepotismo! Vergognatevi!". L'attuale compagna di Lescure è Emmanuelle Bercot? Maiween? Cassel? Misteri transalpini.

Anche una giuria più qualificata di questa avrebbe comunque avuto difficoltà a mettere in graduatoria i dieci-undici film interessanti di questo cartellone 68. Ma questa qui ha davvero fatto un po' di pasticci. Mancava una guida critica qualificata? Forse.  Siamo arrivati al livello di Berlino d'epoca de Hadeln, quando metà delle proposte erano, come si dice qui, "nul". E i palamers peggio. Non userò infine la cattiveria di Godard che considera i fratelli Coen (e Tarantino) come i portabandiera del "cinema chic". Che per lavarsi la coscienza (e tenere alto il gap industriale tra cinema cinema d'autore americano e resto del mondo) dimostrano di essere colpiti da immagini che siano le più "brutte, sporche e cattive" mai concepibili.   

(*) è vero, è una battuta di cattivissimo gusto, ma adeguata alla serata televisiva, che Sky ha ben tradotto in diretta, metà academy awards, metà spettacolo di varietà del sabato sera, tranne l'incantevole cineballetto cinese, metà predica in chiesa (a parte le bellissime parole di César Augusto Acevedo, il regista colombiano premiato con la Camera d'or per La tierra y la sombre, quando ha dedicato il premio ai contadini, i veri eroi del suo paese). Così mi becco anche io in risposta l'espressione disgustata e enigmatica dei fratelli presidenti di giuria Coen (per tutto il tempo), come se li avessero forzati a emettere quel verdetto.         

Varicella, nascita di un autore, Fulvio Risuleo. E Vincent Lindon

Varicella di Fulvio Risuleo 
Roberto Silvestri

Cannes

UNA VITTORIA DA NON DIMENTICARE. A pochi minuti dai Palmares di Cannes 68, mentre sembra che se la giocheranno per la palma d'oro e succedanei lo statunitense Todd Haynes, l'ungherese Laszlo Nemes, il greco Yorgos Lanthimos, e il francese Jacques Audiard, con Vincent Lindon (per La legge del mercato di Stéphan Brizé) e Cate Blanchett (per Carol) super favoritiu tra gli attori, altro che italiani e cinesi,  si deve ricordare però che, comunque vadano le cose, un film italiano ha vinto il primo premio per i cortometraggi alla Semaine de la Critique, Fulvio Risuleo, con Varicella, che porta a casa il Sony CineAlta Discovery Prize, ovvero il premio del miglior cortometraggio della selezione fatta dai critici francese e da Charles Tesson. Risuleo, con Lievito madre, si era diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia e aveva vinto, ex aequo il terzo premio di Cinefondation nel 2014. Cinefondation è una specie di campionato mondiale dei film-diploma delle scuola di cinema. Cannes fa così allevamento di talenti e accompagna i giovani cineasti quando realizzano il primo lungometraggio (anche Nemes ha fatto questa trafila). I soldi vinti in quella occasione, 3750 euro, sono stati infatti impiegati da Risuleo per Varicella. La storia tragicomica di una mamma che si preoccupa moltissimo perché la varicella presa quando si è piccolissimi non è grave, ma più si diventa grandi più è pericolosa. Bisogna che suo figlio Carlo, che si sta sviluppando preoccupantemente, si ammali al più presto.... La giuria della Semaine che lo ha preferito a opere francesi (due), nordamericane, tedesche, brasiliane, rumene, svedesi e indonesiane, poi è particolarmente interessante perché riunisce cineasti e critici (una abitudine dimenticata da tempo dai grandi festival, perché in questo modo si controlla meglio la politica dei premi): Ronit Elakabez, regista e attore in Viviane; Katell Quillévéré, regista; Peter Suschitzky, direttore della fotografia storico di David Cronenber e anche di Il racconto dei racconti; dal giornalista Boyd van Hoeij e da Andréa Picard che seleziona il film del festival di Toronto. Risuleo sta preparando adesso la sua opera prima, Guarda in alto. Scommettiamo che l'anno prossimo.....
Vincent Lindon 
A proposito di Vincent Lindon, che molti ricorderanno come protagonista di Welcome, distribuito in Italia da Teodora, che raccontava la storia di un istruttore di nuoto che aiutava un "clandestino" braccato dalla polizia ad attraversare la Manica, bisogna ricordare che si tratta un po' del Gian Maria Volonté del cinema francese, l'attore più appassionato politicamente, anche se  questa sorta di Ventura-Gabin ha un lignaggio più prestigioso e riassume su di sé la storia esagonale: Citroen, Bergson, il capitano Dreyfus, lo zio Jerome Lindon che è il fondatore delle edizioni de Minuit,  e papà Raymond Lindon un procuratore che ebbe un ruolo importante nella Liberazione. Nel film La legge del mercato è Thierry un operaio disoccupato costretto per sopravvivere (ha il dovere di nutrirsi e di nutrire la sua famiglia, no?) accetta un ruolo di guardia interna in un supermercato.  Un poliziotto interno.  Insomma un film sui precari che si battono contro altri precari che sono più deboli di lui. Il film potrebbe svolgersi ovunque, in un ufficio, in una multinazionale, in una redazione di giornale... Dovunque il precariato, la pressione e l'odore della delazione che regna, avvelena....
Fulvio Risuleo



venerdì 22 maggio 2015

A Cannes Roberto Minervini con "Louisiana, The Other Side", sulla "parte bassa" dell'America bianca

Mark Kelley in The Other Side di Roberto Minervini
Roberto Silvestri

Cannes

Dal Texas, dopo la trilogia, in viaggio verso la Louisiana di Faulkner (Una lunga estate calda), e di James Franco (che ha rifatto da poco The Sound and The Fury), fino a West Monroe. Già Robert Flaherty indagò molto sulla popolazione che più aveva patito la ferocia della grande Depressione. E' un altro stato del sud profondo, dal passato interessante, con addirittura un demagogo populista, Earl Long, come padre della patria, quasi un “dittatore democratico Usa” che amava scavalcare a sinistra perfino F.D.Roosevelt. Roberto Benigni avrebbe potuto dare interessanti dritte a Minervini, visto che ha girato tutto lo stato in Down By Law (1986) di Jarmush.

Nonostante i luoghi comuni, proprio come il Texas, anche la Louisiana ha non poco fascino, che in certi b-movie d'azione prodotti da Roger Corman nell'epoca New World fu catturato. Caldo umidissimo, paludi, crudeltà selvaggia cajun, terra di schiavi (Mandingo, Drum), voodoo e strade pericolose e reazionarie, dalle parti di Morganza. Ne sa qualcosa Easy Rider.  Certo non come il Texas, lo stato più tronfio d'America, mal governato dai Bush e con un numero di condanne a morte di african-american preoccupante e ben sopra la media. A proposito anche il Nebraska ha appena detto no alla sedia elettrica. Ma la capitale del nuovo cinema americano attualmente è più a sud di Los Angeles e Manhattan. E' a Austin, Texas, da lì vengono Linklater e Araki, Rodriguez e Matthew McConaughey...

Anche in Louisiana i poliziotti hanno le mani che prudono e il Kkk, a differenza che in Texas, negli anni 30 e 40, non è stato mai fermato da un ingegnoso magistrato... Grande ricchezza e immensa povertà anche qui, e colpisce perfino i wasp delle zone rurali, e si sta allargando l'area dei poveri bianchi, perché la modernità della globalizzazione e dei subprimes e delle catastrofiche esondazioni che fanno ridere a crepapelle i capitalisti  non guardano in faccia a nessuno (azionisti delle big company esclusi).

Ma come in Dallas Buyers Club anche in Louisiana si sa reagire, con meno rabbia e violenza esplicita, forse, di fronte alle calamità più “naturali” come l'aids, la droga, gli uragani, le truffe delle banche e, ci dice questo film, anche contro l'ingerenza “insopportabile” dello stato federale, dei politicanti di Washington, o peggio, di un presidente che, essendo nero, aizza un razzismo ancora più cupo, fanatico e psicotico.

L'autonomia e la libertà dello stato che fu leader del secessionismo - e non lo dimentica - non si tocca. Esige che i cittadini restino, per esempio, armati giorno e notte, lo garantisce la costituzione, e se passa anche lì, come sta succedendo altrove, una legge per annacquare questo sacrosanto diritto fondativo dell'individualismo americano, la rivolta è certa, si entrerà in una “guerra di liberazione nazionale” infinita.

Intanto laggiù, ai confini tra Texas e Louisiana, ci si addestra e si bersagliano i simboli del potere. Il tragitto è lo stesso di Walter Hill quando nel 1981 ci avvertì del pericolo di quella guardia nazionale (Southern Comfort). Da quel che Minervini scopre le cose stanno peggiorando gravemente. La maschera di Obama non è un piacevole optional carnevalesco. Ma il preferito oggetto del dileggio. I fucini mitragliatori dei suprematisti è lui che cercano.

Le paludi della Louisiana.....
Era in concorso a Cannes Louisiana -The other side nella sezione Un Certain Regard che è da oggi nelle sale italiane (a Roma al Quattro Fontane e all'Alcazar dove questa sera, 28 maggio, alle 20.30, lo presenta il regista in persona Roberto Minervini, cineasta marchigiano che vive da molti anni nel profondo sud e sta dedicando ottimi lavori (documentaristici, misti e non) “di profondità” a questa parte dell'America paese di dio più dimenticata.

Lui non è un filmaker di quelli che planano sul territorio, lo fanno proprio in un batter d'occhio, “sparano” a volontà, non lasciano feriti e tornano a casa con il loro bel bottino di immagini digitali spettacolari. Fa cinema di osservazione che si lascia attraversare dalla nantura e dalla cultura locale. Non shooting autoritario e spettacolare. Niente Louisiana addio. Se c'è un riferimento cinematografica che fa capire il suo metodo e le sue passioni geografiche forse è solo il lavoro etnopoliticomusicale di Les Blank.

Ma sono ultrasuoni quelli che cattura Minervini. Senza la complicità totale delle persone di cui racconta la vita e le opere, non si gira. Non solo. Come molti cineasti della giovane generazione preferisce non interferire. Si lascia guidare, senza giudicare, senza dare risposte. Altro che Emile De Antonio. Finiti i tempi del regista militante. Che incontra i Weather Underground, uomini e donne, in clandestinità, discute con loro, perché ha risposte migliori da dare per guidare il movimento rivoluzionario.

Ma anche qui, a differenza del cinema verità o del cinema diretto, che fanno dell'oggettività un idolo quasi metafisico, perché interferire con il soggetto della storia sembra peccato, Minervini e la sua sceneggiatrice e compagna Denise Ping Lee entrano nelle comunità, risultano simpatici e vengono accettati. Diventano complici e compagni di gioco. Il grande gioco si chiama simulazione verosimile. F for fake. Del falso che prende il reale da dietro e lo rende più concreto e vero.

The other side segue la trilogia texana The passage, Low Tide terminata con Stop the pounding heart (2013) che ebbe grande successo proprio sulla Croisette. Lì si entrava con tatto e umiltà nelle forche caudine di una comunità fondamentalista religiosa. E si precipitava senza happy end in un destino nuziale che imprigionava la giovane protagonista - che pure aveva dato prova di istinti ribelli - per sempre.

Si osservava, sbigottiti e attoniti. E impotenti. Qui il viaggio è dentro l'illegalità, “dall'altra parte”, tra ex veterani fusi di testa e dal fraseggio contraddittorio (“io li capisco i patrioti irakeni”, e sembra di ascoltare Bossi su Milosevic) che si preparano alla guerriglia, spogliarelliste costrette a lavorare anche incinte e col pancione del settimo mese e relitti umani impoveriti dalla crisi che cercano di sopravvivere a sfratti e vessazioni di ogni tipo con piccoli furti e spaccio di eroina, “facendosi” di tutto perché c'è sempre un limite alla degradazione totale e alla mancanza di gioia di vivere.

Gli osservatori-filmaker si trasformano a poco a poco in “cercatori d'oro” esistenziali. L'ingresso totale nell'intimità, anche sessuale, dei due protagonisti, Mark Kelley e Lisa Allen, permette a Minervini, Denise Ping Lee, all'operatore e al fonico di immagazzinare non solo utili informazioni di tipo antropologico e sociologico, ma di trasformare l'oggetto d'affezione in soggetto, i drop out in attori (presumibilmente un po' pagati) e di mettere in scena una veritiera trance de vie, da cui emergono allo stato brado barlumi di “centralità cristiana” della famiglia, brandelli di amore, un pizzico di compassione e legami fraterni indissolubili.

Aspettando che, come in un film di Alberto Grifi, qualcuno dal set prenda in mano il film e glielo strappi di mano. La notizia clamorosa è anche che questa produzione che nei decenni precedenti sarebbe stata considerata troppo trasgressiva per il pubblico da brumirizzare Rai, e che è stata prodotta in soproduzione italo-francese (c'entra anche Dario Zonta) è stata appoggiata da Rai Cinema e da Arte. Una rivoluzione copernicana, speriamo definitiva, resa possibile solo dall'avvicendamento al vertice. Il cinema tolemaico Rai non è stato un granché negli ultimi 20-30 anni.Speriamo molto nell'era Paola Malanga, responsabile degli acquisti Full Rights.


The South and the Fury. La Louisiana è terra di cinema, di televisione (True Detective) e di cultura francofona e culinaria Cajun. Il primo Tarzan, impersonato da Elmo Lincoln, è stato girato proprio qui, nel 1917 presso il delta del fiume Atchafalaya, e una grande statua nello Swamp Gardens lo ricorda ancora. E poi basterebbe nominare Dorothy Lamour (cioé Mary Leta Dorothy Kaumeyer), nata a New Orleans, come gli occhi storti del comico Ben Turpin, Ray Walston o l'ex stella degli Oakland Raiders Carl Weathers o John Larroquette, sempre al fianco di Blake Edwards. E che la testa decapitata di Jayne Mansfield rotolò, dopo l'incidente d'auto, proprio presso i confini del Mississippi, vicino al lago Ponchartrain, tra Biloxi e Slidel. Alcuni importantissimi film sono stati girati da queste parti, nella capitale del jazz i remake di Cat People e di The Blob; Sex, Lies and Videotape, Una strada chiamata desiderio, Cincinnati Kid, Pretty Baby, King Creole, Tightrope, di Clint, Miller's Crossing, dei Coen...  Ma questa volta non sono New Orleans, Abbeville, Winnfield, Burnside (Piano piano dolce Carlotta di Robert Aldrich) o Baton Rouge ad attirare Minervini, ma le zone più abbandonate e periferiche, neanche Natchitoches, famosa per le sue torte di carne (Steel Magnolias, 1989)