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giovedì 7 dicembre 2017

L'America di Trump vive a "Suburbicon"



mariuccia ciotta

E' uscito nelle sale Suburbicon di George Clooney, passato in concorso alla Mostra di Venezia 2017

Le casette a schiera color pastello di True Stories con tutti gli orrori nascosti della middle-class americana, passano dalla regia stralunata di Davyd Byrne a quella dell'attivista, ai tempi del KKK di ritorno, George Clooney. La figura del bianco perbenista e razzista è convertita in stereotipo, silhouette satirica, qualcosa come i disegni dei grassi capitalisti col cilindro di George Grosz. Ed è un nonsense perciò accusare di manicheismo Suburbicon, luogo della felicità, un'altra “città ideale” come quella in miniatura di Downsizing diretto da Alexander Payne
1959, l'iconografia d'epoca è stampata sulle Cadillac con le pinne e su Julianne Moore, acconciatura ondulata, rossetto sgargiante, gonne a ruota, modello Doris Day. E se la perfezione della donna ideale è deturpata da una sedia a rotelle, ecco la gemella tutta nuova prendere il suo posto. Julianne si sdoppia accanto a Matt Damon, americano medio e irreprensibile, ma...
Non siamo dalle parti del Buio oltre la siepe, anche se gli anni sono gli stessi o quasi, 1960 il romanzo, 1962 il film, perché in Suburbicon c'è il segno dei fratelli Coen, autori della sceneggiatura inedita scritta nel 1986, poco dopo Blood simple, scartata dai produttori e acquistata nel 2005 da Clooney. Il copione, però, non è in sintonia con la presidenza Obama e il film dovrà aspettare il ritorno alla Casa Bianca degli anni Ottanta di Reagan per visualizzare le sagome dei suprematisti bianchi all'assalto di una “casetta bianca”, dove abitano i nuovi inquilini William e Daisy Meyers, african-american elegantissimi, protagonisti reali delle lotte per i diritti civili.
L'assenza dei Coen si fa sentire. Ed è una fortuna. La bandiera dei confederati brucia meglio sui davanzali di Suburbicon nella regia dell'autore di Good Night Good Luck che versa Cocacola su irriverenza autoriale e humour yiddish, e preferisce il pop americano, la commedia politica dichiarata. Suburbicon non ha la pretesa del mondo sofisticato e cinico dei fratelli ma sceglie la comicità spaventosa e grottesca di una storia vera, più vicina all'iconografia del fondatore dei Talking Heads.
Musica hitchcockiana di Alexandre Desplat per il thriller psico-razziale, una moglie e una famiglia black di troppo, e al centro il ragazzino Nicky (Noah Jupe, splendido) che farà amicizia con il coetaneo nero dirimpettaio, in comune un serpentello e il baseball. Dovrà sventare un complotto criminale in famiglia, tra killer, soda caustica, coltelli, strangolamenti, sangue a fiumi. Delitti paralleli dentro e fuori le mura di casa. Presenza indiretta dei Coen nelle vesti di Oscar Isaac, interpretazione da premio, l'attore di A proposito di Davis che qui interpreta un assicuratore sulfureo, capace di sentire l'odore della truffa oltre il profumo dei pancake. La coppia diabolica sogna il paradiso di Aruba, Caraibi, ma la macchina da presa sale e inquadra l'inferno di Suburbicon dove solo due bambini con guantone e palla sopravvivono.


venerdì 24 novembre 2017

Brucia quartiere, brucia. Detroit di Kathryn Bigelow

Kathryn Bigelow sul set di Detroit e con il cappello dei Detroit Tigers 


di Roberto Silvestri 

La democrazia non sempre riesce a nascondere la sua ipocrisia e la sua ferocia vendicativa contro chi vorrebbe renderla sostanziale e non formale. Ma ci vuole qualcuno che abbia il coraggio di sfidarla. Per esempio ritornando al 1967, ai due decenni di fuoco, anni 60 e anni 70, che fermarono sì il massacro vietnamita ma furono anche l’ultima possibilità sprecata da parte dell’Occidente di cambiare anima e maschera. 



Tra i pochi cineasti che questo coraggio c’è l’hanno, e non solo in America, Katheryn Bigelow, invitata in selezione ufficiale alla Festa di Roma qualche settimana fa. 
Con Detroit (girato in Massachussetts, a Boston, Brockton, Dorchester; e a Hamtranck, Michigan, prima che la film commission del Michigan togliesse gli incentivi alla produzione di film) Bigelow ritorna ai tetri misfatti del Motel Algiers.In questi giorni nelle sale di tutta Italia. 
E per chi è disinteressato a tutto quello che ho scritto finora, e ne ha il diritto, consiglio il film perché nell'innesto tra forma blues e deformazione poliritmica be-bop, costruisce un analogon del R&B. Non a caso si parla molto di Motown, del sound di Detroit. Ovvero si passò in quel periodo sessantottino dal lamento immenso all'egemonia possibile (i bianchi compravano i dischi delle Supremes e di Wilson Pickett). Immagini visive pulsanti e coinvolgenti come quelle sonore. Dalla sofferenza alla speranza di cambiamento fatta vinile (o come in questo caso film). Vi ricordate Spike Lee? Fa' la cosa giusta? Perché ai bianchi piace Otis Redding? Ecco la risposta. E' un film sulla vittoria di tutti al termine della sconfitta di qualcuno. Come, meglio di Dunkirk. Solo chi cade può risorgere. 


le tre vere vittime della brutalita poliesca di Detroit 1967 
Tre giovani e innocenti neri sequestrati, intimiditi, brutalizzati e assassinati da tre poliziotti bianchi e razzisti, di cui due rei confessi,  e uno di questi si chiama Demens, che poi un giudice bianco e razzista e dei magistrati bianchi e razzisti assolveranno da ogni accusa. Aver trovato nel motel due ragazze bianche in stanza con amici african-american aveva mandato ai pazzi i poliziotti del Michigan, perché lo spirito del Kkk non fa danni solo in Alabama e dintorni. Le due ragazze e i nove altri ragazzi neri saranno vittime di torture in quella stessa notte. Ma sopravviveranno. Parleranno e porteranno alla sbarra i tre stupiti piedipiatti. Ma cosa abbiamo fatto di male? Non sono uomini sono niggers.


Nella stanza dell'Algiers Motel 
Dal 23 luglio 1967 la città nera del Midwest era insorta, frustrata dall'odio e dalla separazione razziale dei bianchi, dallo sfruttamento in fabbrica, dai tripli lavori o dalla disoccupazione che colpiva la manodopera più debole, dopo l’arresto ingiustificato di 85 african american che si divertono troppo in un bar senza licenza di alcoolici del ghetto (siamo proprio dalle parti mentali della distruzione in Sudafrica nel 1955 di Sophiatown, il quartiere del divertimento, del jazz e della cultura di Johannesburg). 



Per una settimana l’intera città operaia, ex centro dell’industria automobilistica, organizzata attorno a un nucleo molto forte e politicizzato (la Lega degli operai neri di Detroit) è in pugno agli insorti ma arrivano i carri armati inviati dal presidente democratico Johnson, che nelle piazze di tutto il mondo era chiamato boia, e dal governatore Romney e, con l’esercito, armi in pugno anche la guardia nazionale impone il corpifuoco. 



Entrano nelle case sospette e sparano. Molto sospetta Eloise Spelman, madre di 11 figli, una delle prime vittime, colpita alla nuca. Nel film alle spalle viene colpito un ragazzo che morirà dissanguato e una bambina di 4 anni, scambiata per un cecchino perché spiava dalla finestra. 



Saranno, secondo testimonianze attendibili, più di 80 i giustiziati di quelle giornate (anche se la cifra ufficiale si ferma a 43). Vendetta contro una città che in una settimana di riots si era ripresa, dollaro in più dollaro in meno, ma privatamente, tutto quello che il governo federale gli aveva tolto in spesa pubblica. L’odio per Detroit, per Watts, per Newark e per altre 60 città insorte quasi contemporaneamente quell’estate, resterà imperituro. Basta vedere come è stata ridotta in briciole oggi la ex quarta città degli States, la metropoli della Motowns e delle Supremes, della Grande Musica Nera che esplodeva in tutto il mondo. 


Katheryn Bigelow e lo sceneggiatore Mark Boal

La rivolta è il linguaggio di chi non è ascoltato. La frase è di Martin Luther King e sintetizza bene una parte dello sforzo poetico-politico di Detroit, il nuovo capolavoro sperimentale di Kathryn Bigelow, 65 anni, prima donna a vincere un Oscar per la migliore regia, dedicato alle vittime dei riots di 50 anni fa. Voleva inizialmente fare un film sulla rivolta nel campus di Kent State nel 1970, finita in un bagno di sangue (per lo più bianco) per l’intervento di truppe operative in Vietnam assetate di corpi più facili da massacrare. Progetto fallito, ma un filo rosso collega Kent a Detroit, e anche un filo autobiografico, visto che l’ex artista visiva che dilatava dettagli di Raffaello e di altri maestri rinascimentali, iniziò a fare cinema (spinta da Warhol “è più popolare” e Susan Sontag) proprio in quel frangente politico e con lo stesso spirito combattivo delle coetanee in minigonna. 


L'Algiers Motel 
Attraverso l’anatomia di una traumatica rivolta dal basso, umanizzare un concetto molto astratto (ma sempre più centrale nel nostro quotidiano, basta pensare a quel che sta succedendo nella vicina Barcellona e nel mare Mediterraneo) come il razzismo, non è facile. E senza mai cadere nella retorica e nel sentimentalismo ipocrita. 
Ci ha pensato lo sceneggiatore e giornalista Mark Boal, che scrisse anche Zero Dark Thirthy (un film preso in contropiede, anche nella struttura del racconto, dalla cattura imprevista di Osama Bin Laden) perché si sta concentrando sulla fenomenologia della tortura e rovescia il punto di vista orientalista del Cacciatore. I maestri, anche in questo campo, non sono i raffinati asiatici ma siamo noi rozzi americani. Non temiamo concorrenza. 

Will Poulter nel ruolo del poliziotto Krauss (a destra)
Bigelow ha lavorato quasi contemporaneamente a un corto in realtà virtuale, The Protectors (sugli elefanti in via di estinzione) e questo Detroit che utilizza in larga parte proprio i ricordi delle vittime delle violenze poliziesche diventa via via un kammerspiele che sbatte lo spettatore dentro la stanza della tortura e lo costringe come in un video gioco a prendere, secondo dopo secondo, posizione. Cosa fare. Cosa dire. Come comportarsi per salvare la pelle. Un piacere terrificante. 


Detroit 1967. Foto d'epoca della repressione 

Ma niente retorica né sentimentalismi. E invece. Si dà la parola, e delle magnifiche luci, a chi di solito non ce l’ha. L’operatore Barry Ackroyd ha la grande idea di utilizzare lenti vintage e agili macchine super digitali, rendendo possibile fotografare nella notte senza parco luci aggiuntive, eppure conservando la patina dell’epoca, intrisa di marroni e colori pastello. Un incrocio temporale riuscito. 



E si permette a chi è schiavo del sottolavoro non pagato a muoversi, finalmente, liberamente. A non avere sempre la faccia appiccicata al muro con le mani in alto in segno di resa. A spiegarsi. A mettere con le mani al muro, per una volta, chi non vuole ascoltare. Chi domina. 



Infatti Bigelow trasforma in immagine qualcosa che nel cinema occidentale è pressoché introvabile: la moltitudine organizzata che attacca l’ordine costituito e lo fa retrocedere è un tabù, sia visuale che culturale. Ottobre, La Corazzata Potemkin, La Comune di Parigi di Peter Watkins, i sovversivi drammi corali di Wakamatsu sugli zengakuren, Parco Lambro, Stefano Savona in piazza Tahrir, i progetti mai concretizzati su Toussaint Louverture, che guidò la prima rivoluzione di schiavi vincenti nella Haiti peggio che giacobina, Quilombo, Nat Turner…. Non molto altro. E non parliamo dei sanculotti, trattati nel 700 non come i veri sconfitti della rivoluzione francese ma peggio degli aristocratici, descritta perfino da Wajda in Danton come una massa informe assetatati teste e di saccheggio. 
John Boyega nel ruolo della guardia privata Melvin Dismukes che cerò di placare le violenze durante il sequestro ma poi fu incriminato per omicidio
Qui niente di tutto questo. I guerrieri della notte che tagliarono in quei giorni non le teste dei poliziotti e dei soldati, ma i circuiti interni del cervello d’America, non si vedono all’opera, coordinando e magicamente concertando gli attacchi, al di là del saccheggio dei negozi del ghetto, ma sappiamo che usarono le più moderne tecniche della guerra di guerriglia urbana. 
Ma Bigelow che fece Point Break è specialista nel visualizzare magicamente soprattutto il punto di rottura (di una mina, di un sommergibile, di una torturatrice della Cia, di una droga allucinogena) e qui fa la collezione di “quando è troppo è troppo”: una città che si solleva perché aggredita e obbligata a farsi sentire. Un poliziotto apparentemente normale come il cop Krauss (Will Poulter) posseduto improvvisamente da un sadismo sessuale da basso erotismo paranazista. Una guardia di sicurezza nera come Melvin Dismukes (John Boyega) che cerca di salvare la vita a più fratelli possibile. Un grande cantante di r&b, Larry Reed (l’attore Algee Smith, grandissimo) vittima della repressione che butta nel cesso la fama, la scrittura agognata e la bella vita perché non vuole essere più lo zimbello strapagato dei discografici e dei consumatori, bianchi o neri, di una bellezza che neanche capiscono e finirà nella chiesa battista a guidare i cori spirituali…. 

Effetto vintage di Barry Ackroyd

Ecco che allora Bigelow (premio Fellini tanto tempo fa) utilizza procedimenti di linguaggio sperimentali per agire clinicamente, quasi chirurgicamente - dopo aver fatto l’anatomia della ribellione - sull’immaginario narcotizzato e terrorizzato dai dannati della terra in rivolta. 
Per esempio lampi espressionisti shocking, capaci di sintetizzare in una sola frase o gesto o comportamento interi volumi di agghiaccianti testimonianze umane. E in Detroit ecco la scena stupenda della performance di Carl, l’attore Jason Mitchell, che riesce a spiegare all’Algiers Motel, cos’è il razzismo in una sola stanza e con la scacciacani in mano: “Quando tu sei nero è come vivere avendo una pistola sempre puntata sulla faccia”. 


Algee Smith nel ruolo di Larry Reed, ex cantante dei Dramatics, il cantante di r&b quasi ucciso dalle botte della polizia 

E’ vero che Carl sarà poi il responsabile (ma molto, molto indiretto) della tragedia che accadrà poco dopo nel Motel, ma come tutti gli artisti vede quel che agli altri sfugge, comprende quel che avviene senza parteciparvi, pagherà in prima persona il suo gesto sovversivo e verrà maltrattato dai suoi stessi amici come un indigesto provocatore. Sembra proprio l’alter ego della cineasta, che non ha mai voluto compiacere tutti perché il suo punto di vista è sempre e comunque parziale, estremo, radicale e indigesto. 
Fa quel che nessuno è invitato più a fare oggi: comprendere il succo delle cose, prescindendo dai singoli fatti di cronaca che sono l’ornamento retorico dei media come lo erano ieri del cinema-verità, inventando invece di sana pianta personaggi di fantasia, o dai dettagli grotteschi o surreali, senza fermarsi alla superficialità di ciò che accadde davvero, eppure più reali del reale. 


Green, il paracadutista Green, veterano del Vietnam, massacrato con più violenza
Come mai dopo 8 anni di Obama il rimosso razzista dell’America bianca è riesploso improvvisamente, trasformando spettri antichi e dimenticati nel presidente più truce della modernità come Trump? Quando Mark Boal parla del progetto Detroit a Bigelow sono passate due settimane dal proscioglimento del poliziotto che ha ucciso Michael Brown nel Missouri. La risposta è Detroit. Li vogliamo catturare questi fantasmi in una sorta di Ghostbuster finalmente riuscito, come il primo? Eccovi serviti. 


Will Poulter
Un film diventa un’esperienza estetica radicale quando è metà documentario e metà teatro. Cioè quando un’idea, una storia, un concetto di partenza (tratto dalla cronaca o di fantasia) diventa forma e forza metamorfica, documenta cioé la trasformazione da flagranza ad astanza, avrebbe detto Cesare Brandi, da realtà (il mondo come crediamo che sia secondo la nostra appercezione) a reale (il mondo come è indipendentemente dal nostro sguardo, ma sempre incapace di esprimere di per sé senso) e da reale a vero (il teatro, che è capace di scoprire con ogni mezzo espressivo necessario la sostanza delle cose, come sono veramente, amplificando le emozioni e rendendo irrealistici i particolari empirici secondari, i dettagli). 
I poliziotti che furono incriminati e assolti per i pestaggi e gli omicidi 
E’ piuttosto raro questo processo, perché di solito avviene il contrario, nel cinema contemporaneo, fanaticamente post ideologico cioè disperatamente passatista: invece di politicizzare l’arte, si estetizza la politica. Come succede in Hostiles ovvero C’era una volta Ford che ha inaugurato la Festa di Roma: il quasi western di Scott Cooper spezza lance in favore di…. indiani saggi e consapevoli, famiglie transculturali, decostruzione del machismo e colleziona citazioni, dal genere principe ma desueto del cinema Usa, più calligrafiche che centrate, aggravando le situazioni con dialoghi anacronistici. Esempio: l’impressionante statua di cera, magnificamente truccata, di Christian Bale, l’attore protagonista nel ruolo del capitano dell’esercito alla fine dell’800, ex spietato sventratore di indiani, ma galantuomo con le donne come John Wayne, pre-esistenzialista e pre-problematico. E’ ossessionato, come se fosse un imputato al processo per l’eccidio di My Lai o a Norimberga, dai sensi di colpa e invece di rivendicare come gesto di civiltà e patriottismo l’unificazione del paese e la sua liberazione dal peso inutile di “selvaggi precapitalisti”, continua a scusarsi: “io ho solo eseguito gli ordini”, anche se non li esegue bene affatto, visto che perde tutti i suoi uomini e quasi tutti gli indiani che doveva scortare in salvo dal New Mexico al Montana secondo gli ordini del presidente Harrison (e neanche li esegue come un capitano dovrebbe: subito e senza discuterli). 
Kathryn Bigelow 
Di fronte a un film che invece le buone intenzioni le lascia ben fuori della porta come Detroit, 50 anni dopo, quei crimini si vedono e si sentono sulla pelle, indelebilmente, non ci si moraleggia sopra. La ferocia assassina cinica americana primordiale, southern e wasp, a proposito di sfruttamento, uso e abuso, schiavistico o meno, dell’esercito industriale di riserva african-american (il prologo animato dell’artista Jacob Lawrence lo ricorda perfettamente in apertura proprio come un altro Lawrence, D.H. viene citato in Hostiles con altrettanta perfidia british anti americana ) diventa un road movie mentale e emozionale, una cicatrice interiore esposta in bella vista, e il film ti inchioda alla sedia, inquietandoti come poche altre opere d’arte quest’anno, più splatter degli splatter, più horror degli horror, più politico di uno Spike Lee e di un Ken Loach. 
E’ infatti facile aprire domande con il cinema del reale. Ma non è facile sopportare le risposte che la regista scodella in questo film. Per esempio. Alla domanda cos’è stato il 68, Detroit risponde bene: qualche mese dopo il luglio del 1967, nell’aprile del 1968, anche i quartieri proletari bianchi di Detroit insorsero contro le divisioni razziali. Fino a quel momento, e non solo nel sud, e nonostante fossero passati 13 anni dalla storica sentenza della Corte Suprema, i neri scendevano ancora rispettosamente dal marciapiede incontrando un bianco e gli dovevano cedere il posto sull’autobus (e non perché, come potremmo pensare, noi bianchi siamo parecchio handicappati nel cervello). Questo è stato il 68. La testa del mondo è stata cambiata. E’ costato molto. E’ vero che la polizia spara ai neri innocenti nei suburbi “pericolosi” come prima. Ma la reazione della società reattiva in Detroit è ben sintetizzata dal personaggio di Julie, la ragazza bianca in minivestito succinto amica di Carl che fa impazzire i piedipiatti suprematisti e machisti (è l’inglese Hannah Murray, attrice del Trono di spade che non sbaglia un movimento, un cenno, una espressione e un urlo) perché è per l'amore promiscuo, la contaminazione interraziale. 



Il nuovo film di Kathryn Bigelow è un mosaico di due ore sull’insurrezione, sulla violenza, l’abuso di potere, la corruzione nella polizia e soprattutto sulle vittime di tutto questo, sui malcapitati che essendo testimoni di fatti importanti e determinanti la civiltà, neanche se ne accorgono, in un primo momento, ma quando attraversano con asprezza, quei fatti, la loro pelle e le loro ossa, allora sì. Detroit è già uscito in dvd nel mondo ma è a Roma per la prima volta in Italia senza essere passato a Venezia, perché i suoi produttori (Annapurna, che è anche alla sua prima distribuzione, finora deludente, e First Light, indipendenti in senso vero, visto la durezza di un film che non risponde mai ai desideri gastronomico-ludici di un algoritmo, come spesso accade) volevano a tutti i costi farlo uscire nelle sale Usa il 23 luglio, perché ormai di sacro sono rimasti solo gli anniversari. La cosa non ha pagato in termini di incasso, l'America vuole rimuovere, anche se il responso dei critici, soprattutto non americani (però a Variety è piaciuto molto) è stato favorevole, anche perché la parte “teatrale” è davvero bella perché insostenibile. Bigelow dopo aver interrogato politicamente la storia recente, la deflagrazione sovietica, la guerra in Iraq e in Afghanistan, il terrorismo islamista, torna alle scaturigini dei nostri guai, a quel 23 luglio 1967, che cattura con la precisione millimetrica di chi conosce i ritmi e gli spazi del cinema d’azione (da buona allieva di Walter Hill) e con le sciabolate ultrarealiste di Jonas Mekas che in The brig (1964) intensifica e rende geometrico e dunque ancora più agghiacciante, il gioco tra dominio e sottomissione in un carcere militare. Insomma qui il Living theatre di Julian Beck incontra davvero Stokely Carmichael e Martin Gluberman.

La regista e lo sceneggiatore


PS Vediamola bene in faccia la brutalità e il razzismo della civiltà occidentale. Che sia contro i neri. Contro gli operai in sciopero. Contro i palestinesi. Contro i catalani che il re o il caudillo proprio non riescono a sopportarlo (e non si tratta solo di leghistico spirito sloveno). Contro gli studenti anti-sistemici. Contro i detenuti in Italia che non contano nulla e che possono essere oggetti di sevizie inaudite tanto chi se ne accorge? Chi protesta? La sorella di Cucchi, però, se ne accorge. Protesta. E vince. Ma prima di vedere condannato in Italia un solo carabiniere colpevole bisognerà aspettare chissà quanto tempo. Il prossimo governo Bersani, ho paura. 
E in questi anni sfacciatamente apocalittici di Trump Grillo Orban Babis e Brexit sarà bene tornare a cose antiche e dimenticate. Tornare al 1917, per esempio, e alla rivoluzione d’ottobre. Lo ha fatto, e bene, il comunista Mario Tronti, di fronte alla platea perplessa dall’arrivo di un marziano nella Camera dei deputati. 
Tornare al 1967. Ma chi lavora su quel frangente è perduto. Il film di Kathryn Bigelow è come il Beloved di Jonathan Demme. Il suo film migliore e più rimosso.  
Tornare al 2001. Lo hanno fatto Vicari, Marco Giusti (Bella ciao) e i magistrati europei. E oggi, sedici anni dopo i fatti della scuola Diaz e di Bolzaneto, l’Europa ha finalmente condannato l’Italia a risarcire le vittime, e a vergognarsi moralmente per quello che hanno fatto i suoi poliziotti. Il tutto, pasolinianamente, per colpa di chi li ha comandati e preparò, nei dettagli, la trappola poliziesca di Genova. Quel Gianfranco Fini (premiato immediatamente presidente della Camera dei Deputati e oggi indagato per concorso in riciclaggio di soldi in nero, il suo colore, d’altra parte) che pontificava poi a reti unificate sul G8, vantandosi di fronte al mondo perché il suo polso (e un indefesso servilismo professionista per i potenti) aveva permesso di mantenere l’ordine pubblico. Con la tortura e il massacro di manifestanti disarmati protetti dal silenzio e dall’omertà dello stato (e neanche più dei suoi corpi separati, come negli anni stragisti e bombaroli che tutti ricordano tranne l’equidistante Napolitano, ma del vice presidente del consiglio di Berlusconi, presente nella sala operativa della Questura di Genova a coprire assassinii ferimenti gravi e torture).  44 imputati e tre ministeri avrebbero dovuto risarcire con dieci milioni di euro (perché di noi contribuenti e non prese dalle loro pensioni? Non si potrebbe vendere quella casa di Montecarlo?) le 150 parti civili. Qualcuno ha visto un soldo?   




giovedì 23 novembre 2017

Terroristi in Italia??



da Julian Bees (*)



Alcuni documenti del SISDE resi pubblici recentemente rivelano che, dopo le affermazioni del Presidente del Consiglio, secondo cui la civiltà occidentale è superiore a quella islamica, Bin Laden diede ordine di organizzare un attentato aereo in Italia. Due terroristi, provenienti da un Paese del Medio Oriente, arrivarono a Napoli con la ferma determinazione di eseguire "il castigo di Allah per gli infedeli italiani".
Ecco la storia e l'itinerario dei due terroristi una volta giunti nel Nostro Paese:

Domenica ore 23:47:
Arrivano all'aeroporto internazionale di Napoli, via aerea dalla Turchia; escono dall'aeroporto dopo otto ore perché gli hanno perso le valigie. La società di gestione dell'aeroporto non si assume la responsabilità della perdita ed un impiegato consiglia ai terroristi di provare a ripassare il giorno dopo: chissà, con un po' di fortuna...!
Prendono un taxi.
Il taxista (abusivo) li guarda dallo specchietto retrovisore; e vedendo che sono stranieri, li passeggia per tutta la città.
Durata: un'ora e mezza. Dal momento che non proferiscono lamentela, neanche dopo che il tassametro raggiunge i 190,00 Euro, decide di fare il colpo gobbo: arrivato alla rotonda di Villaricca, si ferma e fa salire un complice.
Dopo averli derubati dei soldi e coperti di mazzate, li abbandonano esanimi nel Rione 167.

Lunedì ore15:45:
Arrivano all'aeroporto di Capodichino con la ferma intenzione di dirottare un aereo per farlo cadere sulle torri dell'Enel del centro direzionale. I piloti ALITALIA sono in sciopero; stessa cosa per i controllori di volo. L'unico aereo disponibile che c'è in pista è uno della MARADONA AIR con destinazione Sassari ed ha 18 ore di ritardo... gli impiegati ed i passeggeri sono accampati nelle sale d'attesa... intonano canti popolari... gridano slogan contro il governo ed i piloti! Arrivano i celerini... cominciano a dare manganellate a destra e a manca, contro tutti... si accaniscono in particolar modo sui due arabi.

Lunedì 22:07:
A questo punto, i terroristi discutono se farlo oppure no... non sanno più se, distruggere Napoli è un atto terroristico o un'opera di carità.

Lunedì 23:30:
Morti di fame, decidono di mangiare qualcosa al ristorante dell'aeroporto. Ordinano panino con la frittata ed impepata di cozze.

Martedì 04:35:
In preda ad una Salmonellosi fulminante causata dalla frittata, finiscono all'ospedale San Gennaro, dopo aver aspettato tutta la notte nel corridoio del pronto soccorso. La cosa non sarebbe durata più di un paio di giorni, se non fosse subentrato un sospetto di colera dovuto alle cozze.

Domenica 17:20:
Dopo dodici giorni escono dall'ospedale e si trovano nelle vicinanze dello stadio San Paolo. Il Napoli ha perso in casa con il neo-promosso Palermo, per 3-0 con due rigori assegnati alla squadra siciliana dall'arbitro Concettino Riina da Corleone. Una banda di ultras della "MASSERIA CARDONE", vedendo i due arabi scuri di carnagione, li scambia per tifosi del Palermo e gli rifila un'altra caterva di legnate. Il Capo degli ultras è un tale "Ciccio o' ricchione" che abusa sessualmente di loro.

Domenica 19:45:
Finalmente, gli ultras se ne vanno.
I due terroristi decidono di ubriacarsi (una volta nella vita, anche se è peccato!).
In una bettola della zona portuale gli rifilano del vino adulterato con metanolo e i due rientrano al San Gennaro per l' intossicazione.
Gli viene anche riscontrata la sieropositività all'HIV (Ciccio non perdona!).

Martedì 23:42:
I due terroristi fuggono dall'Italia in zattera con direzione Libia, cagando per tutto il percorso, semi-orbi per il metanolo ingerito e con una dozzina di infezioni e il virus HIV. Giurano su Allah che non tenteranno mai più nulla contro il nostro amato Paese; gli attentati preferiscono farli negli Stati Uniti !!


(*) Il 10 ottobre 2004 l'amico Julian Bees, giornalista inglese che ha lavorato per anni in Italia (era nella redazione esteri dell'Ansa) ed è morto nel 2015, mi ha mandato questo messaggio-racconto-soggetto per film satirico, in posta elettronica. Forse spiegando con l'arma del grottesco perché finora nessun attentato terroristico ha avuto l'Italia come bersagio. Più autoterroristici di così non si può. Sconosciuto l'autore del testo 
Julian Bees

domenica 12 novembre 2017

Mahraganat per l'Egitto. Sinestesia Cairo '13, il film di Maged el Madhi sulle due rivoluzioni di piazza Tahrir


Maghed el Madhi

La primavera di piazza Tahrir, la prima e la seconda insurrezione di popolo che hanno deposto prima il militare Mubarack e poi il laico Morsi che stava attentando alla Costituzione e ai diritti delle minoranze religiose (capoti) e delle maggioranze sociali (le donne), spingendo verso la sharia. La guerra al terrorismo islamista dell'esercito, fino alla paranoia dei servizi segreti e all'uccisione dello studente italiano, ancora rimasta senza responsabili plausibili. Una nuova (e coraggiosa) generazione di registi mostra sul grande schermo sogni e delusioni di un Paese che sembra ripiombato nell’incubo. Come il cineasta egiziano che vive in Italia da tempo Maged el Madhi e il suo ultimo film, Sinestesia-Cairo ‘13 che dopo 4 anni di difficilissima produzione e post produzione (nonostante il costo quasi zero del film, 22 mila euro) esce finalmente in prima mondiale questa sera, 12 novembre, a Roma, al cinema Savoy 2 nell'ambito del Med Film Festival 2017.
 

ROBERTO SILVESTRI


Il torturatore compie il suo dovere, scrupolosamente, smembrando un giovane sovversivo che lo Stato ha catturato. Intanto i figlioletti del carnefice giocano tranquilli nella stanza accanto. È Brasil, un frammento barocco dal film indignato di Terry Gilliam dedicato nel 1985 ai desaparecidos sudamericani. Una sequenza simile, profeticamente agghiacciante, compare ne L’inverno che passò (El Shetta Elly Fat), un potente film egiziano sulla rivoluzione del 25 gennaio 2011, dal titolo non casuale. Sotto i ferri sapienti dell’ufficiale di polizia al di sopra di ogni sospetto, verrà massacrato questa volta un attivista dei diritti civili, di professione informatico, che non vuole tradire i compagni.
La tragedia, nonostante cellulari, internet e schermi di tutti i tipi che informano in tempo reale sugli abusi polizieschi, è che la moglie del militante scodella nel suo programma tv, mentre l’amato è sotto torchio, la verità ufficiale di al-Sisi: senza leggi speciali e una costituzione autoritaria non si batte il terrorismo.  
Gira i festival internazionali di tutto il mondo questa opera coraggiosa di Ibrahim El Batout, che in perturbante stile heavy metal (in Ain Shamps, nome di un quartiere popolare del Cairo, 2008) aveva già anticipato assieme a Heliopolis e Microfono di Ahmed Abdallah i motivi profondi della insurrezione di piazza che cacciò Mubarak.
Quando i temi che si affrontano sono pericolosi o per decenni addirittura tabù, ecco che si impongono forme nuove di racconto. Il genere più malleabile e incontrollabile è il documentario di profondità, il cosidetto cinema del reale, perché non imbalsama le immagini, come fa la propaganda o il catechismo del realismo doc, infastidito dal dettaglio pazzo che sfugge all'analisi sociologica. Non che qui non ci sia, a monte, una sostanza conoscitiva densa. Non che non si diano risposte. Anzi, le esplicita anche di più, perché di solito il documentarista indipendente narra in prima persona, entra in campo, ci mette la sua faccia, il suo sguardo, le sue orecchie e il suo naso. Se il reale è complesso bisogna sviluppare una appercezione multisensoriale. Il metodo è quello di scompaginare le carte, cambiare le prospettive e i paesaggi. Trovare segni altrimenti decifrabili, sensuali più che visivi solamente, rischiando il nonsense. Come si fa a rendere con parole e immagini le sensazioni di meraviglia per una rivoluzione di strada imprevista o il non sentirsi al sicuro nel Paese riconquistato dall’Esercito che assicura l'ordine e il rispetto della Legge? Bisogna fare ricorso a tutti i sensi quando tutti i sensi sono in pericolo.


È quel che prova a fare un giovane cineasta egiziano che vive da anni a Roma, Maged el Madhi, con il suo nuovo lavoro Sinestesia-Cairo ‘13. La libertà assoluta costa, pochi gli aiuti dati dai produttori italiani, anche off off, sordi alla transculturalità. «Trovare i 18 mila euro di budget per girare è stato difficilissimo E me ne servono ancora 4 mila». Ora è al montaggio sonoro del film girato al Cairo tra il 2013 e il 2015. Maged è tornato in piazza Tahir nei giorni della seconda insurrezione, tra giugno e luglio 2013: quella che portò all’arresto di Morsi. Ed è rientrato nei mesi scorsi per capire, anche attraverso interviste a studiosi e gente della strada, com’è l’Egitto del generale al-Sisi, che ha messo sì fuori legge i Fratelli Musulmani, ma sta ritoccando, anche lui in senso autoritario, la Costituzione.
Nel frattempo il turismo è crollato, come l’economia. E, assicura un cammelliere della necropoli di Giza, «la Sfinge piange», perché senza visitatori «non abbiamo i soldi per restaurargli il collo, il più eroso ogni anno dagli agenti climatici. Guadagnavo 800 lire egiziane al giorno, oggi niente». E Morsi? Il primo presidente non militare eletto? Un tassista che lo ha votato è furioso e appoggia il ritorno del movimento in piazza Tahrir. «È un incapace, fa finta di essere un vero musulmano ma in realtà opprime le donne e abbassa i salari». C’è nostalgia di Nasser: «Almeno ci ha dato le pensioni». Già, ma la sua riforma agraria fu una presa per i fondelli... 
Le manifestazioni indette dal partito al potere, e finanziate dal Qatar,  vengono represse. Maghed le riprende a distanza. «Sono rientrato al Cairo due ore prima del coprifuoco. Ho girato in camera car, perché la polizia del Cairo aveva proibito le riprese e per evitare problemi con i manifestanti e i lacrimogeni… Il mio accento egiziano, modificato dal soggiorno italiano, li rendeva diffidenti e, a parte gli amici, tutti mi credevano una spia e la situazione era estremamente tesa. Sono stato fermato dalla polizia due volte mentre riprendevo con il videotelefonino. Mi è andata bene». La psicosi della spia. Qualcosa che ci ricorda Regeni.
La situazione precipita. Nello scontro a fuoco di Kerdasa restano uccisi 50 fratelli musulmani e 11 soldati. Morsi non è più presidente. L’esercito assicura che il suo ruolo sarà solo quello di garante della Costituzione, al di sopra delle parti. Ma la felicità per la fine dell’incubo fondamentalista dura il tempo di una notte di gioia e di fuochi d’artificio. Non sarà più permesso alle bambine di 9 anni di diventare mogli, e la sharia (per ora) non passa, ma il capo dell’opposizione democratica, Baradei, dopo un tentativo di mediazione politica con Morsi lascia il Paese per l’ennesimo esilio. Considera l’arrivo di al-Sisi al potere, nonostante la richiesta di una piazza imbufalita, un colpo di Stato. Quarantuno mila saranno gli arresti successivi, e non tutti di militanti dei Fratelli musulmani. Dodici mila sono tuttora in galera. Amnesty protesta per le condizioni di detenzione e parla di torture. Gli scomparsi negli ultimi due mesi sono 340, scrive il Middle East Monitor. Poi Giulio Regeni.

In una sola immagine Maged el Madhi cerca di sintetizzare il senso del film. Gli uccelli svolazzano liberi nel cielo, ma ecco che vengono minacciati da un gigantesco aereo militare. L’uccellaccio meccanico che, nella metafora, li sovrasta e controlla. Eppure quel segno del cielo è anche di vitalità. Segno, non prodigio: semeion, non teraton, era nel Vangelo secondo Giovanni la parola scelta per dire “miracolo”
Ricominciano le manifestazioni, sempre più represse. «Perché il sangue dei martiri del 25 gennaio vale così poco?», si chiede una donna. Intervengono anche diversi artisti egiziani. Lo scrittore Sonallah Ibrahim, nonostante un sonoro imperfetto (ma diceva Edgar Morin che la tecnica vacillante nel cinema diretto è un senso in più, perché immedesima lo spettatore nella drammaticità di una situazione incandescente) a ribadire l’impronta laica, operaia e giovanile del movimento. Il pittore Mohammed Ablak, che nei suoi quadri multicormatici alla Miyazaki, giustappone le casupole sbilenche del centro storico di una volta alla gentrificazione imposta dalle multinazionali che controllano il paese e il suo esercito. E il musicista (Moustapha Rizk), che guida il ritmo danzante della telecamera curiosa di el Madhi puntata su una popolazione (di 90 milioni) attenta e laboriosa, ironica e coraggiosa. Pronta a esplodere nuovamente.

Il cineasta italo-egiziano ha vinto il festival di Torino nel 2012, con l’opera prima Io non parlo bene, danzo meglio, originale racconto in diretta della moltitudine organizzata e combattente di piazza Tahir e dell’orrendo stato socio-sanitario di un Paese che conta 12 milioni di cittadini, soprattutto giovani, malati di epatite C. Pronti a gettarsi contro i carri armati di al-Sisi da un momento all’altro. A povertà e violenza di stato crescente, corruzione, tangenti, elezioni farsa, acqua e cibo avvelenati, sindacati autonomi cancellati, arte umiliata, fogne pestilenziali, la scuola realista egiziana degli anni Ottanta poteva solo accennare. 
Ma Abdallah, El Batout e cineaste come Kamla Abu Zekri e documentaristi di profondità come Maged el Madhi, sono i gioielli di una generazione di artisti che ha imposto sullo schermo, in stile scandalosamente moderno anche altri argomenti scottanti: aids, ateismo, omosessualità, molestie sessuali, fascismo integralista, mercato degli organi umani e desaparecidos, con la grinta etica e la passione politica dell’amata maestra Attiat el Abnoubi e dell'adorato maestro del cinema arabo moderno, Yussef Chahine. Parlando, proprio come lui, il lessico della strada. Che nel frattempo è cambiato. Graffiti, comics, rap, hard rock hanno dato ritmo e velocità da social media a film in forma di Mahraghanat, la sbeffeggiante moda musicale dei quartieri proletari che sono scesi in piazza, proprio come un secolo prima (nel 1919), e sanno reagire anche questa volta, alla seconda sconfitta.