mercoledì 17 aprile 2019

Attiat El Abnoudi, morta nell’ottobre scorso. Molti festival oggi ricordano la grande documentarista egiziana



Attiat El Abnoudi 


di Roberto Silvestri

Alta, bellezza spigolosa, pelle scura, occhi penetranti. Attiat el Abnoudi era della generazione anni 60. Ha creduto nel sogno egualitario di Nasser. Forse più di Nasser. I libri costavano poco. Si andava all'Opera a prezzi stracciati. Si parlava di socialismo e di giustizia sociale. E il popolo era invitato "ad alzare la testa". Nella sua casa non mancava la foto di Nasser (e della Palestina). 

Attiat ha fatto film poetici sulla vita. Sulla gioia, la lotta e i sogni di chi eredita l’antica saggezza dei “miserabili” per sopravvivere e ha molto da insegnare a tutti.
“La poesia – confessò alla giornalista tedesca Rebecca Hillauer -  è dire cose molto profonde con poche parole. Nei miei film cerco di dire molte cose con una sola inquadratura. Mi piacerebbe che venissero visti più volte, anche perché i miei amici critici dicono che si scoprono sempre cose differenti. Non inganno mai lo spettatore. Non manipolo mai i miei soggetti per interesse personale o estetico. Non giro mai due volte una sequenza. Essere onesti è molto importante. Non ho mai fatto una ripresa falsa”.
Film provocatori, però. Perché descrivere l’Egitto dei subalterni, utilizzando un medium borghese provenendo da una famiglia operaia, è già qualcosa di molto rischioso (ne sa qualcosa Regeni). Quando arrivò Sadat le canzoni sui lavoratori e sui contadini alla radio sparirono. E cinema fu considerato sinonimo di intrattenimento. Divertimento. Star. Gli ideali giovanili di Attiat non sono rimasti più per anni nell'agenda nazionale.  
Ma i suoi occhi, già geneticamente marxisti, avranno captato qualcosa di importante nel risveglio della primavera araba. Senza aver mai voluto costruire “film politici”, ovvero senza mai aggiungere alle immagini obbligatorie interpretazioni: “La gente deve pensare da sola”, affermava.
I suoi film sono affreschi, diari, interviste di donne, soprattutto. Storie di persone magnifiche, ma dimenticate (che della vita è parte attiva), realizzati intessendo, come nessuno mai, la potenza dei linguaggi verbali e non verbali. Con i rumori, le musiche, i colori, i corpi e le immagini sonore e visive di chi è testimone della propria epoca senza avere gli stessi diritti, e soprattutto il diritto a prendere la parola. Anche se i soggetti dei suoi film amano e creano la vita.
E’ un dovere, per un filmmaker dei tre mondi (e non solo) restituirla, questa parola, agli emarginati, analfabeti, a chi non ha accesso alla conoscenza e vive in uno stato di ignoranza permanente. E non è facile, nel paese militarizzato e spionistico di Nasser, Sadat, Moubarak e Al Sisi, così come in molta parte dell’Africa e del mondo arabo, fare la cineasta indipendente, la documentarista sociale e femminista “di profondità”.





Il 5 ottobre 2018 è morta, dopo una lunga malattia, a 79 anni, una delle più profonde, coraggiose e premiate documentariste al mondo, la cineasta egiziana Atiyat (o Atteyyat) Al-Abnoudi. Una delle due madri del documentarismo egiziano assieme a Nabeeah Lofty. Tra i suoi film più celebri, alchimia riuscita di sguardo etnologico, umorismo e passione condivisa, Seas of Thist (1981), gran premio per il documentario all’Acct in Francia; Il ritmo della vita (1988), premiato a Valencia; Year of Maya (1989) Seller and Buyers (1992), premio della critica egiziana; Diary in Exile (1993, girato in video) e gli spot tv Egyptian Heroines (1996).  Con Days of Democracy (venti candidate intervistate nel 1996 in occasione delle elezioni politiche) si apre una fase più aperta alla committenza televisiva o al rapporto con gli organismi umanitarie internazionali. Nel 1998 a El Attiat è stato consegnato il premio alla carriera dall’associazione dei critici egiziani..  Oltre 30 i riconoscimenti internazionali collezionati in tutto il mondo. Permissible Dreams (1983), coproduzione egiziano-tedesca, è stato diffuso da Channel 4 Berlin Television e dalla tv pubblica greca e dei paesi scandinavi. Rhythm of Life (1988),  co-produzione anglo-tedesca, da Channel 4 e ZDS.
Tra i suoi film più recenti Responsable Women (1994); Rawya, ritratto in 15’ di una artista contadina e Girls Still Dream (1995), sulle teenagers egiziane (in un paese dove una ragazza su quattro si sposa prima dei 16 anni); Cairo 1000/Cairo 2000 (2000) e The Nubian Train (2004).

Horse of Mud (1971) di Attiat El Abnoudi 

Nata il 26 ottobre 1939 nel Delta del Nilo, a Daqhiliya, Atiyat Awad Khalil, dopo il divorzio ha mantenuto il cognome del marito, il grande poeta Abdel-Rahman Al-Abnoudi, adottando la figlia della sua migliore amica (morta in un incidente d'auto) e chiamando chiamato la sua società di produzione Abnoud Film.  Quindici giorni dopo averlo incontrato per la prima volta, erano sposati. "L'ho visto leggere una poesia a casa di un amico, poi l'ho sentito mentre leggeva poesie proletarie alla radio e ho detto: 'Devo sposare quell'uomo". Ha cercato di imitarlo. Film poetici, i suoi. Dicono i critici. 
Era la più piccola delle quattro sorelle ed è stata l’unica dei sette figli a laurearsi, lavorando come impiegata delle ferrovie per pagarsi i costosi libri universitari e le tasse. Nasser aveva aperto le scuole a tutti, ma non tutti potevano permetterselo.
Dopo la tesi in legge al Cairo nel 1963, attrice e aiuto regista teatrale, ha studiato teoria del cinema in Egitto, nel 1972-74,  diplomandosi con il cortometraggio “eretico” Sad Song of Touba, sui performer di strada del Cairo, contorsionisti e mangiatori di fuoco, premio Fipresci a Grenoble (la volevano obbligare a girare il saggio sul terrazzo della scuola, invece si impose e girò un documentario). Presentò quel film in uno dei primi festival di cinema delle donne organizzato, dall’Unesco, a Sain Vincent alla fine degli anni 70. Assieme al primo battaglione di registe donne, da Agnes Varda a Elda Tattoli, da Anna Karina a Mai Zetterling, da Lea Pol a Susan Sontag…  E poi, finalmente, ha studiato anche pratica del cinema a Londra, all’International Film and Television School, per tre anni fino al 1976. Un po’ sconvolta dalla freddezza locale, e non solo a livello climatico, ma di rapporti tra le persone, e da una cultura terrorizzata dal contatto fisico, è entrata nel circolo dei filmmaker radicali africani e West Indies di John Akomfrah e dell’Audio and Video Film Collective, ma non vedeva l’ora di tornarsene a casa, pur avendo ottenuto il permesso di soggiorno.
Il suo primo corto amatoriale di 12’ era stato Horse of Mud, realizzato nel 1971 dopo due anni di lavoro, a partire dalla fine di agosto ‘69, perché le sue eroine, donne che fabbricano mattoni con il fango, dovevano aspettare l’estate successiva perché i loro manufatti si seccano solamente al solleone.
Ha ricevuto, proprio su quel set, la prima lezione morale. Ha chiesto a una ragazzina esile che portava sulla testa 25kg di mattoni di fermarsi un attimo affinché l’operatore le facesse un bel primo piano… “Dopo un minuto ha cominciato a insultarmi, molto pesantemente. La stavo manipolando. Non mi rendevo conto di cosa significasse bilanciare sulla propria testa un peso simile…”.
Però Horse of Mud ha vinto ben 28 premi internazionali (e tra questi Damasco, Grenoble e Mannheim). 
Anche i suoi corti scolastici, di sconvolgente sensibilità, sono andati in giro per festival, anche occidentali e molti sono stati acquistati dalle tv europee:  Jumble sale (1973), Two festivals in Grenoble (1974), Il Sandwich (1975), il medio metraggio London views di 45’ (1976).  In Egitto la tv nazionale non compra film locali, meno che mai li finanzia, e coi documentari non turistici o non di propaganda, neanche a pensarci.
El Abnoudi ha potuto lavorare grazie alle coproduzioni internazionali, alle nuove tecnologie video che hanno abbassato i costi di produzione e nel 2004 perfino lavorando con il Super (L’Etiopia vista dagli egiziani), di 30’.

foto: Randa Shaath

Molti festival internazionali le stanno rendendo omaggio, a cominciare dall’Alexandria Film Festival (AFF) for Mediterranean Countries (nell’ottobre scorso), e nel marzo 2019 dall’Aswan International Women Film Festival.
In questi giorni l’Ismailia International Film Festival for Documentaries and Short Films ha deciso di intitolare l’edizione 2019 “El Abnoudi”. Il Fifal, festival del cinema amatoriale di Kélibia (28 luglio-3 agosto), le dedicherà una grande retrospettiva.  Retrospettive dei suoi lavori sono state anche organizzate dalle cineteche di Amburgo e Bologna, e dai festival di Tempere e Los Angeles. El Abnoudy è stata membro delle giurie internazionali di Manheim, Oberhausen e Kélibia e ha diretto la scuola documentaristica egiziana (incasico aministrativo, non le era possibile insegnare, e si è dimessa...). Ha scritto due libri. Days of Democracy (utilizzando i materiali su donne egiziane e politica raccolti durante la lavorazione del film) e il racconto dei sei mesi di prigione durante i quali il marito e altri 15 intellettuali (Ibrahim Fathi e Salah Eissa) erano stati imprigionati con l'accusa di preparare un'insurrezione maoista. Un libro di memorie esilarante sul grottesco di un regime così terrorizzato dai "banditi rossi" da non immaginare neppure per un momento che tutte le donne di quei sovversivi dovevano essere altrettanto pericolose ....    














foto: Randa Shaath

domenica 17 febbraio 2019

Anna Maria Levi Zimet, sorella di Primo Levi e moglie di Julian Zimet, grande sceneggiatore black listed



A proposito di Matera capitale europea della cultura, dei Sassi, della guerra partigiana, del cinema italiano e hollywoodiano.... 






La sorella minore di Primo Levi, Anna Maria Levi Zimet, combattente partigiana e poi militante del partito d’azione, storica dell'arte e urbanista, tra le prime studiose a voler riqualificare i Sassi di Matera, morta nel 2013, aveva sposato nel 1967 lo sceneggiatore newyorkese comunista Julian Zimet Halevy (che ha lavorato con Nic Ray, Zavattini, Ulmer, Guerra, Siodmak…), vittima del maccartismo e costretto negli anni 50 e 60 a utilizzare vari pseudonimi per lavorare. Come Julian Halevy o come quell' "Herman Schneider" che, affiancato da una "Nina Schneider", ha scritto il bellissimo e atipico western The Naked Down (in Italia Fratelli messicani) del 1954, diretto da Edgar G. Ulmer. La tragedia dei due uomini che amano, riamati, dalla stessa donne. Il film che ha ispirato Francois Truffaut per Jules & Jim…...
Anna Maria Levi Zimat ha lavorato (uncredited)  anche con De Sica (Amanti). Julian Zimet è morto a Roma nel 2017.
 
Anna Maria Levi e Primo Levi 
Questo è il ricordo della comunità ebraica




Anna Maria Levi Zimet




Il 25 giugno 2013 è scomparsa a Roma Anna Maria Levi Zimet, sorella di Primo Levi. Abbiamo scelto di ricordarla attraverso il ritratto di Roberto Terracini (di cui era stata allieva) e le parole di Alessandra Chiappano (purtroppo anche lei prematuramente scomparsa) che le dedica l’ultimo capitolo del libro Voci della Resistenza ebraica italiana (intitolato appunto “Conversazione con Anna Maria Levi”), in cui alterna informazioni biografiche su di lei e parti della sua testimonianza diretta.


con Primo Levi (Anna Maria è a destra) 

Roberto Terracini, Ritratto di Anna Maria Levi, Terracotta, 1940



…Volevo ascoltarla ancora perché Anna Maria è l’unica testimone rimasta ed ha un ruolo in quasi tutti i racconti di questa raccolta. Come sempre c’è stata all’inizio un po’ di ritrosia, ma poi mi ha raccontato tante cose, senza nascondersi.

Anna Maria Levi è nata a Torino il 27 gennaio del 1921. Ha frequentato il liceo d’Azeglio fino all’emanazione delle leggi razziali e ha conseguito la maturità classica presso la Scuola ebraica. Ha potuto frequentare l’Università, laureandosi in Storia dell’Arte, solo alla fine della guerra… Dopo la guerra Anna Maria ha lavorato prima come segretaria del Partito d’Azione nel CNL del Piemonte, poi presso l’Istituto della Resistenza di Torino, collaborando con Giorgio Vaccarino, in seguito per il Movimento di Comunità di Adriano Olivetti, in un centro a Borgo San Paolo diretto da Renato Zorzi, dove si occupava della biblioteca. Dal 1953 si trasferisce a Roma e ha seguito, sempre per conto di Adriano Olivetti, allora presidente dell’istituto di Urbanistica, un progetto di riqualificazione dei Sassi di Matera: l’idea era di costruire una città satellite in cui trasferire i contadini che vivevano nei Sassi insieme alle loro bestie. In questa fase Anna Maria ha vissuto a lungo a Matera, una realtà completamente diversa da quelle a lei note… A Roma Anna Maria ha diretto la rivista “Centro sociale” per conto del CEPAS, scuola fondata da Guido Calogero e ha mantenuto il ruolo di direttore fino al 1980. Si è occupata tuttavia anche di traduzioni, soprattutto di libri d’arte… Nel 1967 si è sposata con Julian Zimet, un ebreo americano dalla complicata storia famigliare, con lui ha viaggiato intensamente e si è fatta buona compagnia. Julian faceva lo sceneggiatore.
 
Con Primo Levi a Torre Pellice 

E dopo l’8 settembre cosa è successo?

Dopo l’8 settembre siamo andati tutti ad Amay … Poi ho cominciato a pensare che lassù, con la neve, in inverno per mia madre sarebbe stato troppo difficile. Così ho mandato un uomo, non era un partigiano, ma era stato impiegato di mio padre e l’ha portata in pianura. Primo era contrario: diceva che la mamma là stava bene, che era diventata amica dei padroni della pensione in cui abitavano. In realtà non molto tempo dopo Primo, Luciana e Vanda sono stati arrestati. Erano giovani ed incoscienti, ma eravamo tutti così.


E la tua attività nella Resistenza?

Franco Momigliano mi ha presentato Ada Gobetti ed era lei a dirmi quello che dovevo fare. In genere mi occupavo di trasportare e consegnare la stampa clandestina. Una volta dovevo consegnare della stampa ad Aosta, ma non ho trovato il contatto e ho buttato tutto il carico nel giardinetto della miniera. Mi rendevo conto che rischiavo doppiamente: come clandestina e resistente e come ebrea, ma eravamo tutti un po’ incoscienti allora. Poi dopo l’arresto di Primo e degli altri mi sembrava giusto fare qualcosa: eravamo sicuri che Hitler avrebbe perso la guerra. Dormivo sempre in posti diversi, in particolare ricordo di un appartamento in corso Re Umberto, quasi vicino a casa mia, un rischio enorme perché qualcuno avrebbe potuto riconoscermi e denunciarmi. Faceva freddissimo ed era pieno di scarafaggi. Bisognava stare attentissimi con i portieri che si trasformavano in spie micidiali. Anche mia madre ha dato il suo contributo: una volta visitando Irma Levi Della Torre l’ho trovata per la strada che attaccava manifesti di stampa clandestina per la strada! Era forte!

Con Primo Levi
Qualche avventura particolare?

Una volta avevo la borsa piena di stampa clandestina e la stazione di Borgofranco era circondata e stavano facendo delle perquisizioni. Penso: “Che faccio? Lascio la borsa o no?” Ma poi mi sono accorta che si trattava di soldati non troppo intelligenti che cercavano armi. Così quando è arrivato il mio turno ho detto che i giornali che trasportavo ossia “Il Partigiano Alpino” e “Italia Libera” che erano tutti arrotolati erano carta per mia zia che aveva un negozio…

Mi hanno rubato la bicicletta, che era fondamentale, allora mi sono messa un impermeabile e sono andata davanti ad una fabbrica, alla mattina molto presto, e ho fatto finta di avere una rivoltella in tasca e ho detto ad una donna: “In nome del popolo italiano mi deve dare la bicicletta, mi dia il suo nome e il suo indirizzo così quando finirà la guerra gliela restituirò”. Lei me l’ha data ed io ho mantenuto la parola.

...
 
Charita, Arthur Kennedy in The Naked Down (Fratelli messicani" di Edgar Ulmer (1954)

Come avete saputo dell’arresto di Primo?

L’abbiamo saputo da Bianca Guidetti Serra. Poi dopo la partenza da Fossoli è stato terribile non sapere più nulla. Mi ricordo che una sera ero con mia madre a Borgofranco e i padroni di casa ascoltavano Radio Londra. Mia madre sferruzzava sempre e diceva che Primo avrebbe avuto bisogno di calze di lana, quando fosse tornato. Ad un certo punto alla radio hanno detto: “Sappiamo che nel campo di Auschwitz c’è stato un grande massacro di prigionieri” ed io ho visto che mia madre è impallidita e per un momento ha smesso di sferruzzare.

È stato molto importante per noi ricevere quelle poche cartoline, del loro arrivo l’abbiamo saputo da Bianca.


Anna Maria è stanca. Guarda lontano e sicuramente ci sono altre cose che ricorda, ma che non vuole dire. Mi sorride e mi dice “Sei una incantatrice, mi fai parlare di quello che non voglio…”.

Scusa Anna Maria.

Non ti considero un monumento ma una deliziosa signora che mi ha accolto con amicizia e affetto e di questo ti sono grata.




Alessandra Chiappano,

da “Conversazione con Anna Maria Levi”

in Voci della Resistenza ebraica italiana,

LeChâteau, pp. 171-176




Julian Zimet Halevy 

Lo sceneggiatore Julian Zimet è stato tra le migliaia di cineasti e impiegati degli Studio la cui carriera fu interrotta alla fine degli anni 40 dalla caccia alle streghe. Inserito nella lista dei rossi ha tuttavia continuato a lavorare nel cinema per Gene Autry e Roy Rogers, idoli del western e scrivendo copioni di fantascienza negli anni 50 e 60 e horror-movies negli anni 70. Nato e cresciuto a New York City, Zimet ha studiato al College City nella metà degli anni trenta con il futuro sceneggiatore Bernard Gordon e fu tra i primi a organizzare un circolo del cinema liceale. Dopo studi in arte ha girato un film con Gordon e si è trasferito a Hollywood negli anni 40 lavorando alla Republic Pictures nel dipartimento sceneggiatura come lettore. Il maggiore tra i mini studi, Republic, era specializzata in western e film di genere a basso costo. Zimet iniziò a scrivere soggetti e sceneggiature nel 1941 per Gene Autry con il western Sierra Sue e con lo spy thriller The Devil Pays Off. Dopo 4 anni nell'esercito, perso il posto alla Republic,  lavorò come free lance per Roy Rogers (Helldorado 1946), Alan Ladd nell' "action-adventure thriller" della Paramount Saigon (1948), Gene Autry in The Strawberry Roan (1948), b-movie della Columbia. Nel 1949 fece coppia con Gordon alla Columbia, ma, comunista e amico di comunisti, fu inserito nelle liste nere e non lavorò nella prima metà degli anni 50 se non usando pseudonimi come nel caso di Fratelli messicani. Nel 1955 emigrò in Messico e come Julian Halevy scrisse un romanzo che ebbe un buon successo critico, The Young Lovers, recensito con entusiasmo dal  New York Times e opzionata per il cinema da Samuel Goldwyn jr. , che lo dirigerà anni dopo con Peter Fonda protagonista. Contemporaneamente con Gordon scrisse The Case Against Brooklyn (1958), e per i produttori Samuel Bronston e Philip Yordan Circus World con John Wayne (1964). Tra i film di Zimet degli anni 60 il fantascientifico  Crack in the World (1965), il melodramma di De Sica Amanti (1968), con Faye Dunaway, e Custer of the West (1968) con Robert Shaw. Nei dieci anni successivi ha lavorato nel genere horror con Psychomania (1971), e ancora con Gordon in Pancho Villa (1972) e Horror Express (1972) ritirandosi negli anni 80 e trasferendosi a Roma.



giovedì 14 febbraio 2019

Archivio. Out of the Shadows. Effetto Eastwood





di Roberto Silvestri *


Dalla ostilità e dal rifiuto ottuso (pesa ancora il no della Mostra 1992 a Gli spietati, il film, poi "4 Oscar", che Eastwood aveva dedicato a "Sergio e Don", e un po' all'Italia) all'omaggio pirotecnico di Venezia 2000: 1. la miniretrospettiva (mancano solo gli invisibili Breezy e Assassinio sull'Eiger); 2. un'ovazione già nella pre-preview stampa del Lido di martedì mattina; 3. l'apologia, quasi imbarazzante. 4. Clint Eastwood - Out of the shadows, il documentario di Bruce Ricker in programma oggi raddoppia e triplica "l'effetto Eastwood", cui la Mostra di Alberto Barbera ha affidato l'apertura urlata dell'edizione 57. 
Ora è lui il cineasta numero uno al mondo, il Leone d'oro alla carriera. E' magnifico per chi è abituato a film d'apertura "monstre" e indigesti come Fort Saganne, Vatel o Il quinto elemento, vedere dispiegata la massima potenza di fuoco dei media in un mega festival internazionale di cinema, per Clint Eastwood, 70 anni, il sobrio, anarchico e incosciente decostruttore di Hollywood, che ama fare film come "li farebbero oggi Frank Capra e Howard Hawks, John Huston o Don Siegel".
E' proprio lui, il cineasta che scandalizzò la sinistra ortodossa e la destra anche eterodossa, indossando, in era nixoniana, i panni di Dirty Harry, l'ispettore Callaghan che additava il lato oscuro e paranoico della Legge e dell'Ordine costituito, e in Italia dei tanti commissari Calabresi-Macisti all'opera, da zelanti servitori-martiri della Patria. Gente che non si sognerebbe mai di dire no, come  il poliziotto di San Francisco Callaghan, agli ordini pervenuti dall'alto. L'etica deve precedere la disciplina, secondo l'insegnamento del tribunale antinazista di Norimberga. Era questa la sostanza aurea di Dirty Harry. Mentre i finti giustizieri fotocopiano in peggio i feroci criminali, come leggiamo su tutti i quotidiani in questi giorni di isteria pedofila... 


Ma Clint Eastwood è anche il cowboy anonimo di Rawhide, la piccola comparsa di origini proletarie divenuta super star anche grazie agli italiani che sognavano un 'altro western' (Tessari ha fatto una divertente imitazione di Leone) e che poi, dal 1984 fu riconosciuto (Scorsese spiega perché) anche grande autore, "maestro delle arti e delle lettere", per attestato degli accademici di Francia e poi del British Film Institute. Un uomo timido e gentile che non dice mai sul set "azione" e "cut", ma "proviamo" e "va bene, anzi benissimo", spesso "alla prima".
Sopravvissuto a stento alla Depressione, con una mamma che gli insegnò a adorare Fats Waller, e un certo risentimento mai sopito anti-democratici, Eastwood ha costruito la sua carriera lentamente, passo dopo passo, fino a gestirla da 'autonomo', diventando ancor più dell'amico Brando e del suo mito Cagney, una bomba deflagrante incontrollabile dentro la Hollywood di oggi, che lui sfrutta senza esserne mai sfruttato. 
Il suo occhio anticonformista resta quello di una comparsa, di un "extra", di un elettore onesto, di uno sconfitto dai più furbi, di un dimenticato dalle storie ufficiali, di un oppresso dagli ingiusti, di un "non raccomandato". Chi mai avrebbe potuto girare in pieni anni 80 quella follia chiamata Bronco Billy? Chi mai sarebbe riuscito a convincere la vedova di Charlie Parker a collaborare al progetto Bird, proprio lui, Dirty Harry, il "divo del box-office"? Chi poteva fabbricare poi, in equipe, con Forrest Whitaker, il fido Van Horn e gli altri, uno dei più straordinari e commuoventi inni alla cultura afro-americana, e, somma perfidia, anche un fiasco commerciale? 

Una monografia molto attesa (edita dal Castoro) sta per uscire e ci racconterà questa meravigliosa vita di Clinton Eastwood jr. detto Clint, il Walt Whitman della Wb, il Jack Kerouac del sunbelt, il Jimmy Dean più impassibile di Lester Young, capace di chiudersi, con stile e riservatezza, nella sua "immobilità dinamicissima". 
Come ricorda Don Siegel nell'affettuoso omaggio di Bruce Ricker (finora documentarista jazz, un Count Basie, un Jim Hall, e, per Eastwood, anche produttore del Thelonius Monk): "la cosa che differenzia Clint è l'energia che mette nello stare immobile". Meryl Streep ricorda Clint sul set mentre piange in una scena, nascondersi alle sue stesse cineprese: "al mio pubblico non piace vedermi così", commentava, "caspita come conosce bene il suo pubblico", commenta lei. Lezione cool di Chat Baker. Il dolore senza smancerie. E il critico jazz Nat Hantoff sottolinea la stranezza di quel bianco ragazzone del west che ha saputo capire e incorporare la sostanza del blues, l'urlo della sofferenza dei popoli (i navajos come i vietnamiti in Il texano dagli occhi di ghiaccio), delle classi oppresse anche se wasp (Filo da torcere) o degli innamorati affranti (Bird), coniugando il jazz con il western. I due massimi contributi americani alla storia dell'arte. 

(rielaborazione di un articolo apparso sul manifesto del 30 agosto 2000) 

domenica 10 febbraio 2019

L'ultimo disneyano. E' morto Ron Miller, marito di Diane Disney, erede di Walt alla guida dello Studio di Mickey Mouse




Ron Miller (a sinistra) con la moglie Diane e Walt Disney (a destra)



Tron, Mai gridare al lupo, Il buco nero, Un ragazzo chiamato Tex, Elliott il drago invisibile, Le avventure di Bianca e Bernie, Red e Toby, Taron e la pentola magica, Professore a tutto gas, Un tipo lunatico... Sono solo alcuni dei capolavori di cinema d'animazione, o "live" o a tecnica mista prodotti da Ron Miller, specializzato tra gli anni 60 e 80 nella commedia familiare cool, un po' svitate e sotto traccia, per nulla domestiche. La serie Disneyland è stato il suo gioiello televisivo. 
Touchstone Pictures - ramo Disney dedicato ai  film per adulti - Disney Channel, e Walt Disney Home Video, create tra il 1980 e il 1984, nei 4 anni di presidenza della Walt Disney Productions, furono le sue più feconde intuizioni da manager.  
Inside Out (2015) non dimentica di ringraziarlo per il suo fondamentale contributo alla sperimentazione animata digitale. 
Generoso filantropo ha sostenuto le arti classiche e contemporanee. Lascia alla città di Los Angeles il Red Cat, centro d'arte multimediale che diffonde teatro, jazz, new dance e film underground. E il Walt Disney Concert Hall di Frank Gehry. Tutti concepiti insieme alla moglie Diane Disney.
Infine. Tra i vini più pregiati (e costosi) della Napa Valley non dimenticate la sua etichetta, "Silverado Vineyards": Sauvignon bianco, Chardonnay, Sangiovese, Sangiovese Rosato, Petit Verdot e Merlot, Chardonnay-Sauvignon...tutti prodotti a Yountville, e frutto di metodi di vinificazione ambientalmente corretti, incluso il ripristino delle rive dei fiumi, dei letti del torrente e l'adozione dell'energia solare.
E' morto il 9 febbraio Ronald William Miller, produttore di 73 film per il cinema e per la televisione, marito di Diane Disney, scomparsa nel 2013, e nel consiglio d'amministrazione della Walt Disney Company dal 1978 e al vertice della compagnia dal 1980 al 1984. Genero di Walt Disney che lo ebbe sempre al fianco nelle avventure finali:  Disneyland, Disneyworld e Epcot. E con il quale produsse direttamente (imparando tutto quel che c'era da sapere) Monkey's Uncle (di Robert Stevenson, 1965, mai uscito in Italia) , That Darn Cat! (Fbi Operazione gatto sempre di Stevenson, 1965), Lt. Robin Crusoe, U.S.N (Il comandante Robinson Crosue, di Byron Paul, 1966) e Monkeys, Go Home (Scimmie, tornatevene a casa di Andrew McLaglen, 1967). 
Vinse l'Emmy alla carriera nel 1971 per i tanti programmi televisivi realizzati dal 1954 su Disney e sul più grande parco dell'immaginario al mondo. 
Tra le star che ha lanciato o valorizzato ricordiamo Tom Tryon, Kurt Russell, Suzanne Pleshette, Vic Morrow, Kim Richard, Jim Dale, Ron Howard, Stefanie Powers, Dany Saval, Annette Funicello, Pamela Franklin, Tommy Kirk, Dean Jones, Yvette Mimieux, Deborah Walley, Matt Dillon, Haley Mills, Barbara Harris, Jodie Foster e Jeff Bridges. 
Negli ultimi anni Ron Miller aveva fondato a San Francisco (zona Presidio) con la moglie Diane il Walt Disney Family Museum, di cui è stato presidente del consiglio d'amministrazione, che ho il compito di tramandare lo straordinario contributo artistico e etico di Walt, perenne innovatore e sperimentatore e di contrastare le troppe deformazioni, calunnie, luoghi comuni ed equivoche sovrapposizione con Eisner e Iger e con quel che è stata la Disney Company dopo il 1966 e ancor più dopo il 1984 (data orwellianamente chiave per la mega società). 
Miller è nato nei sobborghi di Los Angeles il 17 aprile 1933, otto mesi prima della sua futura moglie, Diane Marie Disney. Sua madre, Stella (Bennett), lavorava in una fabbrica di dolciumi e il padre, John W. Miller, venditore di pneumatici, era emigrato dal Canada. 

Atleta, alto 1.93, studente universitario, conobbe nel 1954 la studentessa ventenne Diane Disney, che lo aveva ammirato in campo nello stadio dell'Usc (University of Souther California). Si sposarono nella chiesa episcopale di Santa Barbara il 9 maggio 1954. Miller, diventato giocatore professionista, è stato tight end dei Los Angeles Rams in sette partite del campionato 1956 della National Football League. Ma ha interrotto la carriera dopo un brutto incidente di gioco e su pressione di Walt Disney che gli propose di lavorare per lui ("non voglio diventare presto padre dei tuoi figli"...). 
I suoi rapporti con il mondo dello sport sono rimasti comunque sempre strettissimi. Praticava equitazione, sci alpino, caccia,  pesca a mosca e golf. Possedeva un ranch e allevava animali vicino a Montrose, in Colorado. E molti suoi successi cinematografici sono d'ambiente e argomento sportivo: The Monkey's Uncle di Rpobert Stevenson del ’65; Snowball Express, in Italia Pistaaa... Arriva il gatto delle nevi di Norman Tokar del 1972; Ride a Wild Pony, ovvero Nato per correre, 1975, di Don Chaffey; Gus, in Italia Uno strano campione di football, 1976, diretto da Vincent McEveety;  Herbie al Rally di Montecarlo di Vincent McEveety, 1977.
"Sono davvero molto orgoglioso di essere stato un atleta professionista. Penso che lo sport insegni a essere competitivi, ad accettare le sfide impossibili e a vedere meglio le cose, anche se il football è molto cambiato negli ultimi anni", dichiarò nel 1984. 
Ron miller e Roy Disney jr.
Miller lavorò alla Walt Disney Productions, nel piccolo laboratorio sperimentale WED che stava progettando Disneyland, prima e dopo il servizio militare nell'esercito. Secondo assistente alla regia di Robert Stevenson per Zanna gialla(1957) viene presto promosso a più alte responsabilità produttive, fino a dirigere dei programmi lead-in della popolare serie tv settimanale presentata da Walt in persona. I lead-in sono pensati per il grande pubblico come traino per programmi  lead-out, a maggiore rischio audience. Nel 1958 sfiora la carriera di attore perché potrebbe sostituire Clint Walker, protagonista del telefilm Cheyenne della Warner Bros, chiamato da Bill Orr, genero di Jack Warner. Ma l'imprevisto ritorno di Walker chiuse quel capitolo artistico ma aprì quello di produttore aggiunto anche per la televisione (serie Zorro). Dopo Bon Voyage e Moon Pilot,  del 1962 di James Neilson, Son of Flubber (Professore a tutto gas, 1963), Summer Magic (Magia d'estate, 1963, ancora di Neilson e soprattutto Fbi Operazione gatto (That Dan Cat) di Stevenson furono grandi successi internazionali.  Così, dal 1968, con Never a Dull Moment (L'incredibile furto di Mr. Girasole, 1968, regia Jerry Paris) è promosso produttore unico, toccando nei 12 anni di executive producer il vertice creativo con Pete's Dragon (Elliot il drago invisibile di Don Chaffey 1977), Tron di Steven Lisberger (1982),  Escape to Witch Mountain  (Incredibile viaggio verso l'ignoto, di John Hough, 1975) e The Black Cauldron (Taron e la pentola magica, 1985)


Molto simile caratterialmente a Walt, Miller come CEO della Disney fu un coraggioso innovatore, sperimentando la prima animazione al computer nonostante gli altissimi costi, Tron (1982); finanziando Tim Burton, giovane talento formato alla CalArts, l'università trans-artistica della Disney, per i corti d'esordio, Vincent (1982) e Frankenweenie (1984) e pianificando alcuni progetti futuristici, tra i quali Who Framed Roger Rabbitche dirigerà solo nel 1988  Robert Zemeckis. 
Ma gli azionisti più avidi scalpitavano per profitti immediati e non per quelli a venire. Una congiura di palazzo guidata nel 1984 dal membro della famiglia Disney Roy E. Disney (figlio del fratello di Walt Disney, Roy), Stanley Gold, e dall'azionista Sid Bass spodestano Miller in favore di un trio di manager esterni ed estranei alla cultura Disney ma non a quella finanziaria: Michael Eisner (che sarà presto lo sciagurato zar), Frank Wells e Jeffrey Katzenberg (che fonderà più tardi la rivale Dreamworks). Di quella congiura, Ron Miller ci parlò in un incontro a Bologna, in occasione del Biograph Film Festival, e confermò il ruolo svolto da Roy Disney jr. che in seguito si pentì di averlo estromesso a beneficio di Eisner, interessato solo al profitto, dilapidatore dell'eredità disneyana e "deformatole" della prima Disneyland californiana, ad Anaheim. 

Il Museo Disney di San Francisco

Così nel 1984, Ron Miller e Diane si trasferirono a San Francisco e nella Napa Valley, dove restaurarono una villa all'interno della tenuta del Silverado Vineyards, acquistata nel 1981.
Ron Miller, che lascia sette figli, era gentile, sensibile, creativo, l'unico degno di sostituire Walt Disney al vertice della compagnia, con cui Diane ha rotto i rapporti per fondare la Walt Disney Family Company.  La sua scomparsa segna la fine di un'epoca, l'età d'oro del papà di Mickey Mouse.