Si è verificato un errore nel gadget

domenica 12 novembre 2017

Mahraganat per l'Egitto. Sinestesia Cairo '13, il film di Maged el Madhi sulle due rivoluzioni di piazza Tahrir

Maghed el Madhi

La primavera di piazza Tahrir, la prima e la seconda insurrezione di popolo che hanno deposto prima il militare Mubarack e poi il laico Morsi che stava attentando alla Costituzione e ai diritti delle minoranze religiose (capoti) e delle maggioranze sociali (le donne), spingendo verso la sharia. La guerra al terrorismo islamista dell'esercito, fino alla paranoia dei servizi segreti e all'uccisione dello studente italiano, ancora rimasta senza responsabili plausibili. Una nuova (e coraggiosa) generazione di registi mostra sul grande schermo sogni e delusioni di un Paese che sembra ripiombato nell’incubo. Come il cineasta egiziano che vive in Italia da tempo Maged el Madhi e il suo ultimo film, Sinestesia-Cairo ‘13 che dopo 4 anni di difficilissima produzione e post produzione (nonostante il costo quasi zero del film, 22 mila euro) esce finalmente in prima mondiale questa sera, 12 novembre, a Roma, al cinema Savoy 2 nell'ambito del Med Film Festival 2017.
 

ROBERTO SILVESTRI


Il torturatore compie il suo dovere, scrupolosamente, smembrando un giovane sovversivo che lo Stato ha catturato. Intanto i figlioletti del carnefice giocano tranquilli nella stanza accanto. È Brasil, un frammento barocco dal film indignato di Terry Gilliam dedicato nel 1985 ai desaparecidos sudamericani. Una sequenza simile, profeticamente agghiacciante, compare ne L’inverno che passò (El Shetta Elly Fat), un potente film egiziano sulla rivoluzione del 25 gennaio 2011, dal titolo non casuale. Sotto i ferri sapienti dell’ufficiale di polizia al di sopra di ogni sospetto, verrà massacrato questa volta un attivista dei diritti civili, di professione informatico, che non vuole tradire i compagni.
La tragedia, nonostante cellulari, internet e schermi di tutti i tipi che informano in tempo reale sugli abusi polizieschi, è che la moglie del militante scodella nel suo programma tv, mentre l’amato è sotto torchio, la verità ufficiale di al-Sisi: senza leggi speciali e una costituzione autoritaria non si batte il terrorismo.  
Gira i festival internazionali di tutto il mondo questa opera coraggiosa di Ibrahim El Batout, che in perturbante stile heavy metal (in Ain Shamps, nome di un quartiere popolare del Cairo, 2008) aveva già anticipato assieme a Heliopolis e Microfono di Ahmed Abdallah i motivi profondi della insurrezione di piazza che cacciò Mubarak.
Quando i temi che si affrontano sono pericolosi o per decenni addirittura tabù, ecco che si impongono forme nuove di racconto. Il genere più malleabile e incontrollabile è il documentario di profondità, il cosidetto cinema del reale, perché non imbalsama le immagini, come fa la propaganda o il catechismo del realismo doc, infastidito dal dettaglio pazzo che sfugge all'analisi sociologica. Non che qui non ci sia, a monte, una sostanza conoscitiva densa. Non che non si diano risposte. Anzi, le esplicita anche di più, perché di solito il documentarista indipendente narra in prima persona, entra in campo, ci mette la sua faccia, il suo sguardo, le sue orecchie e il suo naso. Se il reale è complesso bisogna sviluppare una appercezione multisensoriale. Il metodo è quello di scompaginare le carte, cambiare le prospettive e i paesaggi. Trovare segni altrimenti decifrabili, sensuali più che visivi solamente, rischiando il nonsense. Come si fa a rendere con parole e immagini le sensazioni di meraviglia per una rivoluzione di strada imprevista o il non sentirsi al sicuro nel Paese riconquistato dall’Esercito che assicura l'ordine e il rispetto della Legge? Bisogna fare ricorso a tutti i sensi quando tutti i sensi sono in pericolo.


È quel che prova a fare un giovane cineasta egiziano che vive da anni a Roma, Maged el Madhi, con il suo nuovo lavoro Sinestesia-Cairo ‘13. La libertà assoluta costa, pochi gli aiuti dati dai produttori italiani, anche off off, sordi alla transculturalità. «Trovare i 18 mila euro di budget per girare è stato difficilissimo E me ne servono ancora 4 mila». Ora è al montaggio sonoro del film girato al Cairo tra il 2013 e il 2015. Maged è tornato in piazza Tahir nei giorni della seconda insurrezione, tra giugno e luglio 2013: quella che portò all’arresto di Morsi. Ed è rientrato nei mesi scorsi per capire, anche attraverso interviste a studiosi e gente della strada, com’è l’Egitto del generale al-Sisi, che ha messo sì fuori legge i Fratelli Musulmani, ma sta ritoccando, anche lui in senso autoritario, la Costituzione.
Nel frattempo il turismo è crollato, come l’economia. E, assicura un cammelliere della necropoli di Giza, «la Sfinge piange», perché senza visitatori «non abbiamo i soldi per restaurargli il collo, il più eroso ogni anno dagli agenti climatici. Guadagnavo 800 lire egiziane al giorno, oggi niente». E Morsi? Il primo presidente non militare eletto? Un tassista che lo ha votato è furioso e appoggia il ritorno del movimento in piazza Tahrir. «È un incapace, fa finta di essere un vero musulmano ma in realtà opprime le donne e abbassa i salari». C’è nostalgia di Nasser: «Almeno ci ha dato le pensioni». Già, ma la sua riforma agraria fu una presa per i fondelli... 
Le manifestazioni indette dal partito al potere, e finanziate dal Qatar,  vengono represse. Maghed le riprende a distanza. «Sono rientrato al Cairo due ore prima del coprifuoco. Ho girato in camera car, perché la polizia del Cairo aveva proibito le riprese e per evitare problemi con i manifestanti e i lacrimogeni… Il mio accento egiziano, modificato dal soggiorno italiano, li rendeva diffidenti e, a parte gli amici, tutti mi credevano una spia e la situazione era estremamente tesa. Sono stato fermato dalla polizia due volte mentre riprendevo con il videotelefonino. Mi è andata bene». La psicosi della spia. Qualcosa che ci ricorda Regeni.
La situazione precipita. Nello scontro a fuoco di Kerdasa restano uccisi 50 fratelli musulmani e 11 soldati. Morsi non è più presidente. L’esercito assicura che il suo ruolo sarà solo quello di garante della Costituzione, al di sopra delle parti. Ma la felicità per la fine dell’incubo fondamentalista dura il tempo di una notte di gioia e di fuochi d’artificio. Non sarà più permesso alle bambine di 9 anni di diventare mogli, e la sharia (per ora) non passa, ma il capo dell’opposizione democratica, Baradei, dopo un tentativo di mediazione politica con Morsi lascia il Paese per l’ennesimo esilio. Considera l’arrivo di al-Sisi al potere, nonostante la richiesta di una piazza imbufalita, un colpo di Stato. Quarantuno mila saranno gli arresti successivi, e non tutti di militanti dei Fratelli musulmani. Dodici mila sono tuttora in galera. Amnesty protesta per le condizioni di detenzione e parla di torture. Gli scomparsi negli ultimi due mesi sono 340, scrive il Middle East Monitor. Poi Giulio Regeni.

In una sola immagine Maged el Madhi cerca di sintetizzare il senso del film. Gli uccelli svolazzano liberi nel cielo, ma ecco che vengono minacciati da un gigantesco aereo militare. L’uccellaccio meccanico che, nella metafora, li sovrasta e controlla. Eppure quel segno del cielo è anche di vitalità. Segno, non prodigio: semeion, non teraton, era nel Vangelo secondo Giovanni la parola scelta per dire “miracolo”
Ricominciano le manifestazioni, sempre più represse. «Perché il sangue dei martiri del 25 gennaio vale così poco?», si chiede una donna. Intervengono anche diversi artisti egiziani. Lo scrittore Sonallah Ibrahim, nonostante un sonoro imperfetto (ma diceva Edgar Morin che la tecnica vacillante nel cinema diretto è un senso in più, perché immedesima lo spettatore nella drammaticità di una situazione incandescente) a ribadire l’impronta laica, operaia e giovanile del movimento. Il pittore Mohammed Ablak, che nei suoi quadri multicormatici alla Miyazaki, giustappone le casupole sbilenche del centro storico di una volta alla gentrificazione imposta dalle multinazionali che controllano il paese e il suo esercito. E il musicista (Moustapha Rizk), che guida il ritmo danzante della telecamera curiosa di el Madhi puntata su una popolazione (di 90 milioni) attenta e laboriosa, ironica e coraggiosa. Pronta a esplodere nuovamente.

Il cineasta italo-egiziano ha vinto il festival di Torino nel 2012, con l’opera prima Io non parlo bene, danzo meglio, originale racconto in diretta della moltitudine organizzata e combattente di piazza Tahir e dell’orrendo stato socio-sanitario di un Paese che conta 12 milioni di cittadini, soprattutto giovani, malati di epatite C. Pronti a gettarsi contro i carri armati di al-Sisi da un momento all’altro. A povertà e violenza di stato crescente, corruzione, tangenti, elezioni farsa, acqua e cibo avvelenati, sindacati autonomi cancellati, arte umiliata, fogne pestilenziali, la scuola realista egiziana degli anni Ottanta poteva solo accennare. 
Ma Abdallah, El Batout e cineaste come Kamla Abu Zekri e documentaristi di profondità come Maged el Madhi, sono i gioielli di una generazione di artisti che ha imposto sullo schermo, in stile scandalosamente moderno anche altri argomenti scottanti: aids, ateismo, omosessualità, molestie sessuali, fascismo integralista, mercato degli organi umani e desaparecidos, con la grinta etica e la passione politica dell’amata maestra Attiat el Abnoubi e dell'adorato maestro del cinema arabo moderno, Yussef Chahine. Parlando, proprio come lui, il lessico della strada. Che nel frattempo è cambiato. Graffiti, comics, rap, hard rock hanno dato ritmo e velocità da social media a film in forma di Mahraghanat, la sbeffeggiante moda musicale dei quartieri proletari che sono scesi in piazza, proprio come un secolo prima (nel 1919), e sanno reagire anche questa volta, alla seconda sconfitta.

sabato 11 novembre 2017

Russiagate. A Good American, un documentario del 2015 di grande attualità



Roberto Silvestri (*)
A Good American è il prequel di Snowden, afferma Oliver Stone che ha diretto il secondo e coprodotto il primo. Un prequel sul marcio che si annida nelle centrali d’intelligence statunitense, e che collega il “tradimento” di Assange e Snowden al caso Echelon – l’indebito, capillare, totalitario spionaggio privato, anticostituzionale, dell’ex presidente G.W. Bush – e ai perversi maneggi delle multinazionali affinché si moltiplichino i conflitti invece di prevenirli, e la presunta (ma pesante, visti i primi rinvii a giudizio) ingerenza russa nell’elezione di Trump. E' un “marcio”, però, che iniziò prima di Trump, quasi mezzo secolo fa…
L’infinita serie cinematografica Rambo, aperta da First Blood nel 1982, fu il contributo psicoterapeutico (a scoppio ritardato) di mezza Hollywood per metabolizzare lo shock nazionale dopo la disfatta nordamericana nel sud-est asiatico. Far credere che le cose non sono andate come sono andate, in fondo, è il compito di chi fa politica, direttamente o indirettamente, tra gioco immaginario e serietà finzionale. 
F for Fake movie, come profetizzò Welles. Il classicismo hollywoodiano d'era rooseveltiana era stato già perfetto nel consolare e aizzare alla speranza e al futuro radioso gli spettatori americani schiacciati dalla grande Depressione, producendo “torte emozionali” di millimetrica efficacia, no? Da Forty Second Street in poi. 
Dunque, dopo la resa di Saigon del 1975 passò subliminalmente nel mondo quella certa rilettura fiabesca e rambesca dei fatti: gli eroici, invincibili soldati Usa del Cacciatore e di Platoon, proletari infangati nella giungla, sempre coraggiosi nel soccorrere i loro commilitoni, avrebbero facilmente annientato un nemico così piccolo e mal armato, senza il tradimento dei burocrati borghesi di Washington, dei soliti politici incollati sulle loro poltrone che misero con le spalle al muro le gerarchie del Pentagono. E senza il “cedimento morale dell’opinione pubblica americana”, infuriata dopo gli oltre 45 mila giovani morti e perché quella non era una guerra, ma una aggressione immotivata se non dalla voracità del complesso militare-industriale.
Un documentario austriaco, A Good American, realizzato da Friedrich Moser nel 2015 per raccontarci come funziona lo spionaggio americano elettronico dei giorni nostri e la NSA, uscito sugli schermi di tutto il mondo in queste settimane, intanto ha il compito di smentire quella falsità. Sarebbe stata proprio l’ottusità militare del generale William C. Westmoreland, comandante in capo delle forze militari nordamericane in Vietnam, convinto di schiacciare facilmente i vietcong per superiorità di mezzi e potenza di fuoco, a provocare quell’immane (e per noi ben meritato) disastro. Pur avvertito dai servizi segreti che nel febbraio del 1968 Ho Chi Minh e Giap avrebbero lanciato l’offensiva del Tet, trovò l’informazione insignificante. E fu un massacro che rovesciò i destini del conflitto.
Quella nota riservata arrivò proprio dal good american William Binney, un matematico geniale che iniziava a lavorare in quei mesi a Fort Meade (Maryland), dove ha sede appunto la NSA, una delle più importanti agenzie di spionaggio Usa (assieme a CIA e FBI, in tutto sono 22), e che avrebbe fatto una fulminante carriera da dirigente prima di dimettersi all’indomani dell’11 settembre. Certo stiamo sempre parlando di spie. Non fidarci è meglio. Per esempio Matt Damon, nel ruolo di un giovane matematico dal talento mozzafiato, in Good Hunting, dice di no proprio alla NSA (o alla Cia) che vorrebbe arruolarlo: “La politica estera nordamericana, al servizio delle multinazionali, è criminale. Perché dovrei aiutarla o esserne complice?”.
Sulla sua sedia a rotelle Bill Binney è arrivato combattivo anche a Roma, nella sede della stampa estera, per raccontarci, al fianco del regista, la sua emblematica e incredibile storia, dal sorprendente succo che negli States solo il periodico radical The Nation ha svelato: non solo l’attacco alle Twin Towers poteva essere sventato, ma per aver messo a punto un sistema digitale poco costoso, il Thin Thread, “rispettoso della privacy di individui e aziende” ed efficace per sventare quella e altre azioni terroristiche, lui e i suoi collaboratori (J. Kirk Wiebe and Edward Loomis) sarebbero stati emarginati e costretti al silenzio o alle dimissioni (con i computer sequestrati, il materiale distrutto e la stessa vita tuttora a rischio), mentre i nuovi famelici dirigenti imposti da Bush (come il generale Michael Hayden, al vertice NSA dal 1999 al 2005, poi promosso capo della CIA, che oggi in pensione maledice Snowden e Trump) trovarono più redditizio farsi finanziare il costosissimo, obsoleto e mai operativo Trailblazer Project. Forse perché nell’attacco (auspicato?) alle Torri gemelle e sulla pelle di quei 3000 morti avrebbero trovato un’occasione formidabile per triplicare i finanziamenti pubblici dell’Agenzia in nome della calamità nazionale. Quando perfino lo spionaggio assume una logica d’azienda c’è da far scandalizzare perfino un patriota come Binney, che ora ripone solo in Trump le sue residue fiducie: “Almeno è fuori dall’establishment”.
Il matematico Bill Binney sulle cui rivelazioni si basa il film di Moser
La NSA, National Security Agency, per gli umoristi la No Such Agency (l’agenzia che non c’è), nata in piena guerra fredda nel 1947 per ordine di Truman, è un organismo che ha il compito di tutelare l’integrità del paese da attacchi di qualunque tipo, attraverso il controllo più ampio possibile delle informazioni mondiali che riguardano gli Stati Uniti d’America, nonché di proteggere e criptare i dati e i messaggi che giornalmente transitano attraverso gli uffici governativi, la Casa Bianca, il Pentagono, le ambasciate, etc. Per fare questo ha il dovere di tradurre messaggi cifrati e registrare tutto tutto, telefonate, telegrammi, lettere, un tempo, ma oggi anche email e cellulari, con ogni mezzo necessario, satelliti spia e hackers inclusi. Compito del personale operativo è inventare algoritmi o sistemi complessi che riescano a selezionare dalla quantità immensa di dati nel più breve tempo possibile solo quelli “sensibili”, utili, pericolosi.
Musiche suggestive, “alla Glass”, tensione di montaggio da thriller, cartoni animati per spiegare le suggestive visioni di Binney (“miliardi di miliardi di comunicazioni da registrare e ordinare? Si può fare!”), impennate da horror quando le interviste ai collaboratori di Binney fanno capire che la gang Hayden ha il sopravvento (e le insostenibili immagini dei corpi volanti dalle Twin Towers in apertura sembrano una ouverture da Requiem) non sono solo una resa alla sensibilità postmoderna. Manca al lavoro – ed è peccato mortale per i critici statunitensi – la parola data al gruppo Hayden. Ma loro si sarebbero rifiutati. Mentre la simulazione fatta da Binney solo dopo il crollo delle torri, utilizzando la procedura Thin Tread, che avrebbe facilmente messo le mani sugli infidi sauditi, è convincente fino a un certo punto, o semipersuasiva, come scrive Variety (soprattutto dopo aver visto Sully non ci si può fidare della freddezza del robot, davanti a tragedie flagranti). Si spera solo che la lunga trafila giudiziaria, vincente finora, provocata dall’ex dirigente patriottico e irriducibile della NSA porti, prima o poi, a una sentenza che ristabilisca un po’ di regole costituzionali aggirate da alcune presidenze a dir poco scorrette. E porti all’incriminazione dei colpevoli e alla riabilitazione di chi, come Snowden oggi o i soldati che fuggirono all’estero per non combattere in Vietnam, si comportò da americano vero. O meglio, come la metà degli americani sanno comportarsi.
A Good American. Il prezzo della sicurezza
regia di Friedrich Moser
Friedrich Moser, il regista 

Austria 2015, 104’
(*) già pubblicato su Alfabeta.2

Oliver Stone, il produttore 

venerdì 27 ottobre 2017

L'Orlando furioso incontra Giustizia e Libertà. Alla Festa di Roma "Una questione privata" dei fratelli Taviani


Roberto Silvestri

Liberamente ispirato al romanzo di Beppe Fenoglio intimistico ma resistenziale  Una questione privata (già trascritta per immagini da Trentin e Negrin, per la Rai) Paolo Taviani ha portato in montagna, tra le vacche e le nebbie, Luca Marinelli (mentre Vittorio controllava tutto strettamente da Roma, bloccato in casa dopo un brutto incidente) per girare nelle colline occitane dove Giorgio Bocca e lo stesso Fenoglio combatterono con le brigate di Giustizia e Libertà, quella sorta di “Orlando Furioso che si scontra con i nazi fascisti”, succo, secondo Italo Calvino, del bell’inedito fenogliano incompiuto. Marinelli sa colpire chiunque con la luce radiante dei suoi occhi. E ha tecnica sufficiente per rendere grafici i grovigli interiori di un pazzo scatenato (sopra le righe) o quelli più inquietanti, sotto le righe, come in questo caso. Non è verosimile Marinelli nel cuneese, con il suo sound romanesco. Eppure è vero. 

Paolo, a sinistra e Vittorio Taviani 

E poi basta epica. Fenoglio non voleva raccontare Il ritorno del partigiano Johnny.  Ma, finalmente una storia d’amore. O di quasi amore. Di sentimenti privatissimi ancora allo stato liquido come la pioggia o gassoso come la nebbia che è una eterna presenza del film, ora minacciosa ora rassicurante.
Una gelosia improvvisa, immotivata e incredibilmente fuori luogo, visto il contesto, nasce per caso, incrociando, tra una scaramuccia e un’altra in collina, la villa dove Milton, Marinelli appunto, era stato felice prima di quella guerra (civile e obbligatoria) con Fulvia (Valentina Bellé, di decentrata concentrazione), l'amica di Giorgio (Lorenzo Richelmy), il biondo e bello amico del cuore di Milton, tipo dalla bellezza meno apollinea. Mentre Giorgio è il borghese che non tradisce i suoi principi tra i contadini suoi compagni e dorme nella paglia con il pigiama e dopo essersi cosparso di borotalco. 
E’ stata la ipnotica volontà di piacere e sedurre di Fulvia a introdurlo ai piaceri del corpo danzante, dello swing liberatorio (Over the Rainbow, cantata da Judy Garland, era già l’utopia fatta musica, la prefigurazione di un mondo liberato dalle ossessioni terragne e machiste del sovranismo razzista mussoliniano, una ascesa verso il cielo, oltre l’arcobaleno) e dell’erotismo primordiale, nel mondo della infatuazione adolescenziale fatta di civetteria spartana e triadica, improvvise fughe e inaspettate aperture lascive, presto richiuse. Ricambiata con qualche sua lezione di inglese, perfezionato su testi classici, come Cime tempestose di Emily Bronte. Intanto la musica del film,  di Giuliano Taviani e Carmelo Travia imbastisce variazioni continue del classico di di E.Y. Harburg e Harold Arlen mentre Simone Zampagli si attiene alle direttive di Paolo Taviani e taglia dalle montagne tutte le cime tempestosi. Per non fare immagine turistica.


Ma un accenno casuale della anziana governante della villa, ormai vuota, lo ferisce. Lo turba. E lo getta nella disperazione shakespeariana di Otello (se avesse la sua età e esperienza). La mezza verità, il sapere a metà, e in piena guerra, cancella dalla sua mente ogni altra preoccupazione, obiettivi strategici e tensione militare compresa. Situazione da corte marziale. Ma Giustizia e libertà è più aperta e tollerante delle Brigate Garibaldi. Ne sa qualcosa Pasolini e suo fratello. Forse Giorgio lo ha tradito con Fulvia. O viceversa. Deve conoscere la verità. E c’è solo un modo. Deve assolutamente rapire un repubblichino e scambiarlo con Giorgio, catturato dai fascisti in una zona pericolosa. Perché chi comanda quella brigata nera è un giovane che diventerà decenni dopo un famoso e ammirato attore, regista e direttore di stabili. Ma che in quel momento è un fanatico e famigerato fucilatore di partigiani….Il fatto drammatico è che il fascista catturato è presto cadavere. Inservibile. La tragedia di questa guerra privata con i propri fantasmi è in tre atti. La felicità iniziale dello studente, prima della Resistenza. La pazzia del combattente e… un happy end sorprendente (anche per chi conosce il romanzo) di cui i fratelli Taviani sono specialisti. Nei loro film c’è sempre una grande energia positiva da sprigionare. E cambiamenti sostanziali di stato. Si è qualcosa all’inizio e si è differenti alla fine. E ogni tanto, a dare la chiave segreta di ciascun atto, qualche scena “madre”, una composizione più complessa graficamente e avulsa dal contesto, che contrasta, ironica o surrealista, con la fluidità realistica o quasi realistica dell’azione e del dialogo. Un’arrampicata destabilizzante sull’albero dei tre amici; un prigioniero nero, sadico e criminale di guerra che suona la batteria jazz nello stile più complicato, e soltanto con la bocca; una corsa su un ponte minato che potrebbe essere fatale.      
“Per amore e per essere amati dalle persone che non conosciamo e che forse non conosceremo mai”. Questa è stata la sorprendente risposta dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani a Liberation che nel maggio del 1987 chiese a centinaia cineasti di tutto il mondo Perché fate cinema? Erano già gli anni del riflusso, del disincanto politico e della rivoluzione sconfitta. E i due fratelli pisani che avevano esordito con un documentario sugli eccidi nazifascisti a San Miniato, raccontando poi l’Italia in rivolta sociale e totale degli anni sessanta, con I sovversivi e Sotto il segno dello scorpione, avevano già messo in discussione – secondo l’insegnamento del loro maestro Roberto Rossellini – i procedimenti e le tematiche con i quali si erano liberati della pesante dogmatica neorealista. Dopo i trionfi internazionali di Padre padrone (1977) e di La notte di San Lorenzo (1982), i Taviani iniziarono un periodo di sperimentazione poetico-ermetica, nel quale confluirono i loro amori segreti o palesi, la letteratura (russa soprattutto, Tolstoj in particolare), l’umorismo feroce gogoliano, i film di Dovchenko e John ford, e dunque la centralità del nonno e della campagna, la scienza emozionale di Shakespeare, ovvero riuscire a tenere desta l’attenzione del pubblico secondo dopo secondo con ogni mezzo necessario, musica, dialoghi, immagini, il pensiero motore messo in movimento dalla ricezione. Non sempre i loro esperimenti sono riusciti, ma negli ultimi anni una leggerezza di fraseggio e una sicurezza maggiore hanno domato anche i testi di partenza più difficili, come il Decamerone di Boccaccio, da cui hanno messo in risalto le parti più segrete, il Giulio Cesare shakespeariano realizzato con attori detenuti e La masseria delle allodole, sul genocidio armeno. E questa volta anche per loro basta epica. Volevano raccontare una storia d’amore. Nel loro film più intimo e teorico (parola che detestano). Almeno a giudicare dalla risposta data a Liberation.  Dedicato ai giovanissimi perché siano capaci di fare meglio il salto dal quasi amore all’amore. Dalla quasi gelosia alla non gelosia.  Perché se lo appuntino il consiglio: il destino di ciascuno deve confondersi con il destino di tutti. Stendhal diceva che i romani sono il popolo più felice di tutti perché per essere triste devi avere almeno un minimo di speranza. I Taviani abitano a Roma da sempre. Ma hanno un minimo di speranza toscana. Pasolini, che forse alla fine della sua vita aveva afferrato il segreto della romanità, disperatissimo poco prima di essere ucciso, di fronte alla perplessità anti nichilista dei suoi amici commentò: il vostro ottimismo è ben più tragico del mio pessimismo. 



Qualche domanda a Paolo Taviani 
L’incontro con Paolo, cordialissimo, avviene nella sua bella casa di Monte Verde, ovattata da libri fantastici e circondata da un piccolo boschetto, anche se siamo a due passi, in discesa ripida, da viale Trastevere. E’ un appartamento al terzo e ultimo piano, con un terrazzo grandissimo che domina uno dei paesaggi più belli della capitale, il Tevere, il gasometro, Testaccio, il Mattatoio. “Abitavamo nei nostri primi anni romani in un piccolo sottoscala, conquistare questa casa, che ho desiderato subito, è stata la realizzazione di un grande sogno.
Lina Nerli Taviani, la moglie costumista, pisana anche lei, che ha lavorato sempre nei loro film (e con Tarkowski e con Moretti) purtroppo ci lascia subito. Lavoro. Forse il nuovo Moretti sul ruolo dell’Italia ai tempi del golpe di Pinochet? E’ misteriosa, forse sì. Sono suoi anche gli abiti di Habemus papam, oltre che di Padre padrone (1977) il loro grande successo mondiale di critica e di pubblico. E alla Festa di Roma, oltre alla anteprima italiana di Una questione privata che è già stato a Toronto, Haifa e Pusan, vedremo un bel documentario di Sergio Naitza proprio sulla lavorazione di quel film e sul ritorno in quei paesaggi completamente mutati. In tutto i fratelli hanno scritto e diretto 19 film, due miniserie tv, due documentari (uno con Ivens), molta pubblicità (per vivere e migliorare il fraseggio, e quando ci si vergognava di farla) e tante trascrizioni letterarie (Pirandello, Tolstoj, Goethe, Shakespeare, Antonia Arslan…).


Anche voi avete dovuto uccidere padri ingombranti come i neorealisti

Il cinema del dopoguerra italiano è grande come il Rinascimento e il Melodramma dell’Ottocento. Rossellini, De Sica, Visconti… Forse, dopo, siamo anche stati bravi a creare dei film importanti. Quelli di Olmi, di Bellocchio, di Bertolucci e, modestamente, La notte di San Lorenzo, che tanto deve a Dovcenko. Ma quel momento creativo resta irripetibile. E ha cambiato la nostra vita…. Il partigiano Johnny, nella prima versione Einaudi del 1968, finisce (misteriosamente) con la stessa frase che in Paisà ha sconvolta la nostra vita e ci ha spinti a fare cinema: “questo accadeva nella primavera del 1945. Dopo due mesi la guerra era finita”.  Si tratta della didascalia finale di Paisà di Rossellini, una cosa immensa, che racchiude tutto il senso della vita. Della relatività della lotta, dell’uomo, della natura indifferente, direbbe Eisenstein. Sui corpi uccisi dei partigiani ecco il non senso di tutto. Una sequenza degna di Caravaggio.     


Rispetto al neorealismo e soprattutto alle sue derive populiste o dogmatiche vi siete battuti per un cinema più soggettivo e dal linguaggio ardito? 
Non ci siamo mai posti il problema del linguaggio. Discutiamo molto in sede di sceneggiatura, litighiamo anche furiosamente. Prima, passeggiando a Villa Doria Pamphili: “basta non ci sto me ne vado”. Come ogni storia d’amore, per il cinema in questo caso. Scrivevamo sceneggiature di ferro alla Pudovkin, che poi alla prova del set si sbriciolavano regolarmente. E cambiavamo sempre molto di quello che avevamo pensato. Come il carrello labirintico che avevamo immaginato per la morte di Cesare e che dopo aver conosciuto gli attori-detenuti abbiamo ridimensionato a semplice camera fissa, una sfida alla forza dell’immagine. Per quanto riguarda i deliri formali ci siamo sfogati abbastanza con la pubblicità, che invece facciamo separatamente. Io mi ricordo 10 caroselli per Ramazzotti nei quali ho utilizzato tutti i generi hollywoodiani, dal western al giallo al comico… Il critico dell’Espresso Enrico Rossetti che co-finanziava Un uomo da bruciare, ci ha detto: ma voi in che stile lo girate? Io e Vittorio ci siamo sentiti deficienti, non ci eravamo mai posti problemi di stile. Vogliamo raccontare una storia come ci viene, risolvendo via via problemi pratici, senza a priori teorici. Siamo nati al cinema con John Ford e Giovanna d’Arco di Rossellini. E una volta Kezich ci ha pizzicati. In Kaos abbiamo rubato involontariamente a Sentieri Selvaggi una scena molto buia con, sullo sfondo, una porta illumata. Ford!  Pensa al coraggio di questo regista americano che fa una scena che finisce in silhouette! Il talento è lavoro, lavoro, lavoro. E non è noioso il lavoro. E’ bello. Avrete delle delusioni. Verranno brutti film, ma costruire delle storie, inventare è fare per me il cinema.


“Una questione privata” è il vostro “Jules et Jim”?

No. Il triangolo d’amore, fin dai tempi di re Artù ha prodotto racconti, a volte orrendi e a volte straordinari. E’ la storia dell’uomo. Ma noi siamo molto lontani da Jules et Jim. Anche se è un film per cui abbiamo ammirazione e rispetto, noi siamo sempre stati più vicino ai russi che ai francesi. Io, mia moglie Lina Nerli Taviani e Vittorio abbiamo sul comodino Guerra e Pace.  E anche Kurosawa. Nei Sette Samurai abbiamo scovato una sequenza tratta proprio da quel romanzo di Tolstoj. Glielo abbiamo detto, quando lo abbiamo conosciuto a Roma. E lui zitto. Ci ha guardato e poi si è messo a parlare con gli altri. Dopo qualche minuto ci ha però confessato: peut-etre. Eisenstein e soprattutto Dovchenko contano molto per noi. Nella Notte di San Lorenzo, senza rendercene conto ne abbiamo copiato una sequenza. Ma non ti dico quale.


Anche in “Jules et Jim” l’erotismo è a tre, e anche qui uno degli amici muore.

E’ vero. Quando Milton cerca Giorgio per sapere la verità, non gli basta la mezza verità, lo vuole anche liberare. Lo ama in un certo senso. Qui c’è una contraddizione. Conoscere la verità, annientare per gelosia e salvare per amore.  Per cui c’è quest’incrocio di sentimenti che abbiamo assecondato. Ma non è sicuro che Giorgio morirà. Anche se la storia ci dice che il comandante dei repubblichini, lì, in quel  momento, era un giovane biondo futuro attore e regista di successo.


I fascisti non vengono rappresentati con troppa benevolenza? A parte il matto sadico che suona la batteria con la bocca…
Nel romanzo Fenoglio scrive soltanto:” lassù c’è uno fissato con il jazz…” Una riga. E invece noi facendo i provini abbiamo scoperto che sapeva suonare la batteria meravigliosamente con la bocca come se fosse la cosa che sapesse fare meglio nella vita…. è straordinario e la scena è molto importante, l’abbiamo tenuta molto a lungo per togliere realismo al film . E’ un assurdo quello che sta accadendo e abbiamo accentuato l'irrealismo della cosa allacciando un vero brano vero di jazz composto per l’occasione che si sovrappone ai suoi rumori. E devo dire che quella sequenza l’abbiamo molto amata. 
Non mi ricordo invece se la scena del fucilatore che manda davanti al plotone d’esecuzione un suo giovanissimo conoscente contadino, non senza rimorso apparenti, ci sia nel romanzo. Questo atteggiamneto fa parte un po’ della conquista del concetto di guerra civile di Pavone, già contenuta in La notte di san Lorenzo. Sentivamo che i fascisti, che noi chiamiamo continuamente scarafaggi nel film, e sono orrendi, ammazzano i bambini, dovevano anche essere descritti anche come vittime della situazione. E c’è dunque questo momento di quasi umanità … Però nei fatti lui fa fucilare il ragazzo, ha un momento scoramento perché lo conosce e conosce i suoi familiari. Nella vita è così, io li ho visti a san Miniato i fascisti  che non volevano prendere i figli di amici l’abbiamo vissute queste cose e quindi lui ha questo momento  di incertezza e di dolore. Ma passa.



Il disco che i tre amici amano alla follia, "Over the rainbow" c’è nel romanzo?

Si, certo comincia così il romanzo. Fulvia dice “l’ho già ascoltato 28 volte”. I dischi arrivavano dall’America prima della guerra. Comunque è nella storia di Fenoglio che in queste cose è precisissimo. Noi abbiamo trovato proprio il disco d’epoca. E abbiamo lavorato nella colonna sonora sulla variazione di quella canzone. Il tema è quello, scomposto, rimaneggiato, frantumato e rielaborato da Giuliano Taviani. Certo quando la ascolto come sigla del Radio Taxi la “migliore canzone del XX secolo”, è proprio deprimente e mi fa incavolare a morte.

Perché non avete voluto presentare una questione privata al festival di Venezia?

Tranne l’Oscar, abbiamo vinto tutto, e da molto tempo presentiamo i nostri film solo fuori concorso. Se a Berlino abbiamo gareggiato (e vinto) con  Cesare deve morire, è perché lo dovevamo ai detenuti che hanno lavorato nel film. Ma oggi preferiamo lasciare spazio ai cineasti più giovani.