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lunedì 16 ottobre 2017

Montgomery Clift, 17 ottobre 1966. Quando muore un anti divo



Su Wikiradio (Radiotre Rai) oggi 17 ottobre 2017, alle ore 14 un ricordo di Montgomery Clift




Roberto Silvestri




Il poeta perduto di Omaha


con Elizabeth Taylor 


Oggi, 17 ottobre di 97 anni fa,
nasceva Montgomery Clift, occhi grigio verdi, capelli neri, il "bellissimo perdente",
l’attore ribelle che iniziò una rivoluzione, anche attoriale, ancora incompiuta.
Giulio Cesare Castello, autore di un fondamentale saggio sul divismo, ne riconosce l’originalità ma vede Monty carente per mancanza di un mordente più netto, di un prestigio fisico più evidente, almeno secondo il gusto e la moda postbellica. Mordente e prestanza (cattiveria si direbbe oggi?) che possedeva invece, oltre a un eccezionale temperamento, il suo successore al box office, Marlon Brando: “Ha il volto di un poeta e il fisico da giocatore di football americano. E’ Clark Gable più Rodolfo Valentino”. Ma per Montgomery Clift il rifiuto di Hollywood e delle sue regole del successo è più viscerale. Istintivo. Totale. Se ne va in Palestina, al culmine della carriera, gettandosi alle spalle un contratto da un milione di dollari, per vivere nei kibbutz e girare per lo stato di Israele, distrutto dalle visite nei campi di concentramento dove era stato assieme al regista Zinnemann durante le riprese in Svizzera di The Search. Il suo primo film in assoluto, del 1939, lo gira poi per la televisione. E' Hay Fever, di Ed Sobol, da un dramma di Noel Coward. Poi. Fa in modo da non dover nemmeno rifiutare mai la statuetta dell’Academy sul palco. Preferisce sfiorarla, con raffinatezza. Riuscire a perderla sempre non è facile. Vincerla sarebbe volgare. Ma per il suo pubblico senza smoking Monty vince sempre.



Vomit, California.

Così infatti intestava le sue lettere da Los Angeles, Edward Montgomery Clift, detto Monty,  durante il periodo d’oro della sua breve carriera di grande attore e strana star di bellezza apollinea e spessore culturale alto,  interiorità inquietante e sostanza problematica.
E si teneva il più lontano possibile da Hollywood. Un “fitgeraldiano perfetto”, come spiegò il critico Enzo Ungari scrivendo di Fango sulle stelle, il pamphlet rooseveltiano di Elia Kazan, un film del 1960 sui fantasmi del passato che tormentano gli uomini incapaci di liberarsene, tema fitzgeraldiano per eccellenza, completato come era da una forte sensibilità anti razzista e ecologista ante litteram.  

Lettore del New Yorker 
Preferiva vivere a Manhattan, Monty, la città della cultura esplosiva, dei teatri off off, dei documentaristi liberi, di John Cassavetes, della scuola di New York del cinema diretto e dell’underground. O magari a Roma con De Sica, dove andò per per girare il poco hollywoodiano Stazione Termini.


“In California bevono caffè solubile e amano stipare le persone in tante piccole piccionaie”.
Lui invece ha un Cimbalino in casa e adora scegliere i soggetti e i registi, sbagliare le parti, sperimentare ruoli nuovi anche a costo di fare fiasco. Gli piace accettare ruoli di opportunista, di infame, di cattivo, di viscido, farsi odiare dal pubblico, ma essere indipendente. Tra i film che ha rifiutato: Viale del tramonto (William Holden), Shane-Il cavaliere della valle solitaria (Alan Ladd), Fronte del porto (Marlon Brando), Moby Dick (Gregory Peck), La gatta sul tetto che scotta (Paul Newman) e La valle dell’Eden (James Dean)….



Eppure, esordendo a Hollywood a 28 anni, conquistò la copertina di Life immediatamente. Giovanissimo aveva fatto pubblicità alle t-shirt Arrows ed era
un modello tutelato dalla celebre agenzia di talenti neworkese “John Robert Powers”. Ma, a differenza di altri enfant prodige meno anti-conformisti della scuderia J.R.Powers, come Carole Landis, Henry Fonda e John Wayne, non puntava a Hollywood. E se ci arrivò fu alle sue condizioni. La sua vita è stata una lotta interiore continua tra il desiderio di vivere conflittualmente e, contemporaneamente, il sentirsi in colpa perché viveva conflittualmente…"Papà, io sembro proprio un ebreo, tutti mi credono un ebreo". E la madre: "Monty, non ci fare questo!" e Lui: "Mamma, sei proprio una bastarda".
La generazione della ribellione rivoluzionaria, nelle università, nei ghetti, nell’esercito, nelle fabbriche di Detroit, vivrà conflittualmente, senza mai più sentirsi in colpa…
Ma gli anni 50 sono un’altra cosa. La pentola a pressione sociale non è ancora scoppiata. Sono quelli i veri anni plumbei. Le donne ricacciate in casa, anzi nelle piccionaie dei burbs, e a pedate (che si vendicano pretendendo cucine automatiche e aizzando i figli a uscire di casa). Maccartismo che spopola. Bomba atomica che penzola sulla testa del mondo. Operai sconfitti dopo il più poderoso ciclo di lotte della storia Usa (1945-1947). Gli omosessuali sono ancora off limits. Lenny Bruce è perseguitato dai processi per oscenità, così Henry Miller, così Allen Ginsberg….Però c’era il bebop, il rock’n’roll, i drive in, i beach movies, i drammi tv non riconciliati, Marilyn che decostruiva le pannose maggiorate senza cervello e turbava, con il suo sesso ben dipinto in faccia… e Monty Clift che il sesso lo nascondeva dentro, dentro, dentro.

A 40 anni, dopo l’incidente automobilistico del 12 maggio 1956 che gli ha distrutto la sua fiammante Chevrolet Bel Air e deturpato il bel volto adolescenziale, Montgomery Clift progetta di creare una casa di produzione indipendente, la Kermot, assieme all’amico attore e collega dell’Actors Studio
Kevin McCarthy (testimone dell’incidente, fu lui a allertare Liz Taylor), per esordire come regista, una delle sue grandi aspirazioni, lavorando alla sceneggiatura di un film mai girato, You touched me! da un dramma di Tennessee WilliamsAnche se un suo dramma, Glass Menagerie, scritto nel 1945, divenne un radiodramma nel 1964, interpretato da lui, con Jessica Tandy e Julie Harris. E un documentario sulla resistenza nel sud alla disgregazione sociale e sull'eredità letteraria di un grande scrittore, Willliam Faulkner's Mississippi, con la voce fuori campo di Clift e di Zachary Scott fu programmato nel 1965 e uscì come documentario nelle sale, postumo, nel 1967.
Jack Palance, Jason Robards, E.G. Robinson, Carole Lombard, Ann Margaret, Merle Oberon hanno diviso con lui lo shock di un viso deturpato e chirurgicamente ricostruito.…Ma il corpo intero, la carne invecchiata, oltre al viso rotto, era il suo cruccio perché professionalmente ne limitava gli orizzonti. “Se non posso più interpretare un contadino di sedici anni, ora che ne ho 40, però posso sempre dirigerlo…”.
La Liberty Films di Capra, Wyler e Stevens, la compagnia di Ida Lupino, Howard Duff e Douglas Morrow,  e altre, avevano aperto la strada della produzione indipendente nel 1945. Dentro il sistema delle Majors si possono aprire relativi spazi di autonomia. Conquistare, per il regista, il final cut (sindacalmente neanche Robert Aldrich alla presidenza della Dga, Directors Guild of America, ci riuscirà per l’opposizione degli Studi). Non subire le idiozie del codice di autocensura Hays, o almeno sgretolarlo lentamente. 


Dopo Monty, e anche grazie a lui, che indicò la strada, la new Hollywood alla fine degli anni 60 aprirà varchi (Spielberg, Lucas, Woody Allen, Eastwood…) a costo di qualche compromesso, ma la guerra non è mai stata vinta. Chi comanda il gioco grosso resta l’alta finanza, pochissimo cinefila. O i Weinstein di turno.


Liz Taylor, la sua più cara amica, un amore platonico fortissimo che ha legata lei a lui fin dal loro primo incontro sul set di Un posto al sole,  e lei aveva solo 17 anni, cercò di impedire la sua autodemolizione dentro e fuori il set: “Era l’attore più emotivo che abbia mai conosciuto. Passava ore e ore a concentrarsi. Monty fa della recitazione un atto fisico, ombelicale, cerca di produrre fulmini, una corrente elettrica non sempre benigna che deve passare dal suo corpo agli altri…”. Si dice che i fulmini non provengono affatto dal cielo, ma sono prodotti dalla terra. Siamo noi del sottosuolo che coviamo quelle palle di fuoco, mai schivabili, che ci distruggono. La forza della recitazione implosa e esplosiva, in primissimo piano contro il vigore fisico estroverso e radiante della sorridente e solare star classica, Gary Cooper, Clark Gable o John Wayne che, in piano americano o in campo lungo, scazzottano il cattivo di turno.  Fu quello il passaggio epocale.
Diversamente maschile, a più strati, la recitazione sensuale di Clift, macchina orgonica prepotente, che si avvale anche della forza femminea per tenere a bada la sua debolezza virile, e viceversa. John Wayne ne rimane piuttosto sorpreso, e poi travolto sul set di Fiume rosso, film d’esordio di Monty, anche se esce nelle sale dopo The Search, Odissea tragica di Fred Zinnemann.

Né Hitchcock né Wayne


Monty deve essere stato anche l’unico attore a mettere in difficoltà Alfred Hitchcock, che si sente bloccato sul set di Io confesso … “Era Clift  che dirigeva me …non mi era mai capitato” spiegò imbarazzato il regista inglese che non farà mai più un film con lui, neanche Nodo alla gola, che pure è uno dei primi film esplicitamente omosessuali di Hollywood. Farley Granger prenderà il suo posto. Ma Monty è un gay che non può fare il coming out. Il complicato reticolo psicologico della famiglia (sudista e conservatrice del Nebraska) pesa troppo sul suo collo. Un fratello maggiore, una sorella gemella, Roberta, un mamma ossessionata dal pedigree, un padre ex banchiere crollato con la depressione…. Se Monty fa un passo falso, Hollywood lo getterà via. Basta un solo articolo al vetriolo di Hedda Hopper o del settimanale scandalistico Confidential. Ecco perché viene pagato pochissimo, al massimo 130 mila dollari a film. Il potere politico delle star in quel decennio si abbassa notevolmente. Il caso Monroe, con i suoi perenni braccio di ferro con il tycoon Harry Cohn, è altrettanto emblematico. Droga e alcool sono i soli palliativi. E Scientology ancora non c’è, per farsi proteggere da occhi indiscreti.



“Il mio idolo è sempre stato Monty Clift” ammette James Dean, che però ha deciso di fare l’attore, dopo aver visto Marlon Brando in Il mio corpo ti appartiene. Invece Clift non ama troppo Dean: “Recita sempre come se fosse sul lettino di uno psicoanalista”. Sono le stesse critiche che farà, a proposito della trilogia di Jimmy, Samuel Fuller.
Certo l’Actors Studio è una scuola interessante, che Clift frequenta con zelo, basta che il Metodo non diventi però una professione di fede. “Quando recito un ruolo vi metto tutta l’energia e l’emozione possibile. Il mio corpo, però, non sa che sono solo un attore. Quando ci si butta in una scena emotiva l’adrenalina scorre intorno veloce come se si trattasse della vita vera….”

Uno dei suoi spettacoli teatrali giovanili di successo con Lynn Fontaine e Alfred Lunt 



Monty Clift fa teatro per 11 anni sotto le affettuose cure esperte di una coppia di mattatori della scena, Lynn Fontaine e Alfred Lunt, che sarà il suo Pigmalione, oltre che uno dei suoi primi amanti. Sfida clandestina al puritanesimo imperante, soprattutto feroce contro i costumi da antica Grecia. Gore Vidal e l’anglocaliforniano Christian Isherwood furono ancora più sfacciati nell’esibire amanti adolescenti. Comunque
Fontaine e Lunt lo svezzano e conducono per mano sulla scena che conta, l’ off off Broadway.

Il cinema del secondo dopoguerra ha fame di talenti naturali del palcoscenico, proprio come nella Hollywood che dal muto passava al sonoro tra la fine degli anni venti e i primi anni trenta. Deve sostituire il suo intero, ingrigito, parco star (dalle pretese economiche supersoniche, oltretutto) e soprattutto lo stuolo di attori mediocri del periodo bellico, obbligatoriamente affidato a seconde scelte, a ragazzi e ragazze della porta accanto (la generazione Van Johnson, Robert Walker, Guy Madison e l’altro gay in incognito, William Eythe).
I generi cinematografici sono usurati, e, in attesa degli effetti speciali digitali 1977, il vero punto d’attrazione spettacolare saranno i corpi speciali e sexy - anche se emblematici della gioventù bruciata, teddy boys, antisociali, hell’s angels - capaci di performance fisiche (le maggiorate) o psichiche (i ribelli psicotici mai riconciliati) straordinariamente potenti.


Sul set di Fiume rosso John Wayne definisce Clift “quel piccolo bastardo presuntuoso”. E’ irritato dallo stile recitativo interiore e inquietante, fatto di tensione implosa e espressività penetrante. Performance troppo intellettuale e non natural-popolare, priva della spavalderia arrogante, della sicurezza etica sfrontata e della trasparenza egemone del maschio Big Duke….Ma Wayne e il regista Howard Hawks rimarranno basiti quando di fronte ai loro consigli da veterani del set, Monty accetterà di modificare gesti e tempi, assorbendo i loro insegnamenti come una spugna, fino a distruggere ogni manierismo da Metodo e migliorare la sua tecnica con chi di cinema ne sa molto più di lui.  

Bogdy su Monty

Il regista e critico cinematografico Peter Bogdanovich chiamerà Monty Clift, nel suo libro Pieces of time, il poeta perduto di Omaha, il più romantico e commuovente attore della prima generazione di ribelli. Dopo arriveranno Marlon Brando, James Dean e gli altri “spostati”, nevrotici e fuori schema, Anthony Perkins, Jack Nicholson, Martin Sheen e figli, Warren Oates, Harry Dean Stanton, River Phoenix, Heath Ledger, Vincent Gallo…


L’incontro di Bogdanovich con la star sul viale del tramonto avviene nel 1961, quando, accompagnato dalla signora Walter Huston, va a rivedersi in I Confess, dopo aver parcheggiato la sua Rolls Royce, nel tempio del cinema d’essai, il New York Theater. La star ha subito nel frattempo numerosi interventi di chirurgia plastica al viso. Fuma nervosamente, si alza dalla poltrona ripetutamente. Il cinema è gestito da Gene Archer, raffinato cultore di nouvelle vague e vecchi film hollywoodiani dimenticati, un punto di riferimento assoluto per la nuova critica, e che considera I confess il migliore film di Hitch. Bogdy (che fa la programmazione nel cinema) è d’accordo e raggiunge Monty in una galleria laterale della platea. Si presenta.  “Gran bel film, vero? Ti posso mostrare una cosa ?”. Sul librone che raccoglie i giudizi critici del pubblico uno ha appena scritto: Proiettate qualunque cosa con Montgomery Clift!

L’attore è commosso, e piange, e sbirciando la sua faccia di allora commenta: “E’ dura… molto dura…”.
Clift, secondo Bogdanovich  era il più puro esponente della nuova recitazione introversa, oltre ad essere stato di una bellezza adolescenziale incredibile: “forse è il più sensibile, certamente il più poetico dei nuovi attori”. La prova? I 17 film in carriera, “di cui almeno 13 di altissimo livello” diretti dai migliori: Hawks, Zinnemann, Huston, Hitchcock, George Stevens, Wyler, Kazan…Tre candidature al premio Oscar in 6 anni, Odissea tragica, Un posto al sole, Da qui all’eternità, “e avrebbe dovuto vincere sempre”. Fu amato sia dai teenager che dal pubblico maturo.  “Quattro delle sue performance sono tra le migliori di tutti i tempi, aggiunge Bogdanovich: Fiume rosso 1948; Un posto al sole, 195; Io confesso, 1953; Di qui all’eternità 1953.


Un lord senza fede, scrive invece negli anni 80 Piera De Tassis in Star (un catalogo per una rassegna sul divismo a cura di Giovanna Grignaffini), attratta da quegli “occhi fissi quasi maniacali e dal suo gioco recitativo fragile e trasparente, fatto di brevi increspature e leggeri sommovimenti sul pallore liscio del volto…Il volto - gentile, femminile, un po’ impaurito” -  è il suo campo di battaglia recitativo, non i muscoli possenti ma sarcastici di Brando o il ghigno inossidabile di Dean…. E il volto maschile apollineo viene indagato dalla cinepresa, radiografato per la prima volta con l’attenzione erotica e la passione scientifica che negli anni trenta e quaranta era stata riservata solo a Greta Garbo, Louise Brooks, Gloria Swanson, Marlene Dietrich, Carole Lombard… . Quel volto che è stato l’origine della sua ascesa folgorante sarà anche la causa della disastrosa caduta divistica e umana. Si legge lì dentro qualcosa che non va. Si legge che l’America come scrive Henry Miller è un incubo ad aria condizionata.

l'auto di Montgomery Clift dopo l'incidente 

Già, l’incidente di macchina nel 1956. La frattura della mandibola. Il viso completamente distrutto.
A Hollywood dopo un party da Liz Taylor. Mentre girava con lei, terzo e ultimo duetto, a Natchez, Mississippi, L’albero della vita, film in costume, ambientato durante e dopo la guerra civile, diretto dall’ex comunista pentito, e traditore, Edward Dmytryk. Sarà la stessa amica a raggiungerlo tra le lamiere e a salvargli la vita, perché rischiava di morire soffocato dai suoi denti finiti in gola.
Farà, dopo quella notte terribile - a un solo anno di distanza dalla morte in un crash d’auto di Jimmy Dean - altri 8 film.
Ma l’Albero della vita avrà la caratteristica unica di avere come attore protagonista un uomo dai due volti (mentre sarà affidato a Liz Taylor un ruolo “alla Clift”: la moglie, in preda a una forte depressione che ne mina l’equilibrio psicofisico, è avviata verso la follia del dopo parto).
Quelle otto performance comprendono Improvvisamente l’estate scorsa, Vincitori e vinti, per il quale ottiene la quarta candidatura agli Oscar, ma come attore non protagonista, Gli spostati e Freud di John Huston che apprezzerà come particolarmente giusta quella faccia ricostruita, segno di una personalità complessa e indecifrabile, proprio come quella del padre della psicoanalisi. E scodelleranno la stessa intensità concentrata e una identica integrità dei sentimenti.
Da qui all'eternità
Ma il mistero del suo charme sembra manomesso e la magica perfezione di tono è svanita per sempre. “Come un cantante di ballate popolari che avesse perso la bellezza della sua voce ” scriveva nel 1962 Peter Bogdanovich...A proposito di voci. I doppiatori italiani sono Giuseppe Rinaldi (Fiume rosso, Improvvisamente l’state scorsa, Gli spostati, Fango sulle stelle, Freud); Giulio Panicali (Ereditiera, Posto al sole, Io confesso, Da qui all’eternità, Stazione Termini); Gianfranco Bellini (Vincitori e vinti, Odissea tragica), Nando Gazzolo (I giovani leoni) e Pino Locchi (L’albero della vita).
L'ereditiera, con Olivia de Havilland




Odio per il sistema

Monty Clift è stato un “fuori divo” perfetto, gay quando non era tollerato anzi era innominabile, anti maschilista in un mondo di machi, insopportabile con i giornalisti snob e gli Studi, famigerato per il suo alcolismo drastico, consumatore professionista di droghe di ogni specie e genere, distruttore di contratti capestro con le majors, sempre indipendente nella scelta dei soggetti, dei registi, dei ruoli….


“Posso memorizzare una battuta in un secondo quando è valida - affermava -  ma non ci riesco quando la battuta non funziona” (spiegò così gli scontri con i produttori della Universal, sul set di Freud)
Nel 1941 respinge un allettante contratto della Mgm perché lo bloccherebbe professionalmente per 7 anni. Ma nel 1945 anche per merito di una lotta sindacale degli attori del cinema la Corte Suprema annulla la legge che permette agli Studi di obbligare la firma di contratti capestro pluriennali. Così puà accettare, nel 1946, di firmare un’impegnativa di soli 6 mesi per esordire sul grande schermo con Il fiume rosso di Hawks, un western che sgretola il mito della frontiera e del patriarcato. Il suo personaggio lotta con ogni mezzo necessario per svincolarsi dal “padre padrone” putativo, il boss John Wayne, scopre una strada alternativa per trasportare la mandria e arriva ai pugni con lui per strappargli la donna… In cambio perde una a una tutte le sue “idee da laboratorio” . In questo modo, scrive la critica americana Janet Maslin diventa un “elemento sovversivo nello schema, estremamente maschile, del western”.
Poi.


Cinque anni di grande gloria. 4 candidature all’oscar. Però. C’è una strana interruzione nella sua carriera tra il 1953 e il 1956, negli anni più bui del maccartismo e della caccia alle streghe. In questo periodo vuoto fallisce il tentativo di Jerry Wald, produttore della Columbia, di convincere Jack Cohn a realizzare Figli e amanti da Lawrence con Monty nella parte del figlio e Alec Guinnes in quella del padre…Un filmone per il quale il cachet di Clift poteva lievitare esageratamente (e poi il libro era davvero troppo pericoloso per la sensibilità del momento).

con Donna Reed in Da qui all'eternità

I suoi film memorabili infatti fanno vacillare il baricentro dell’immaginario americano… Fiume rosso, e anche Odissea tragica (dramma post bellico ambientato nella Germania in fumo che racconta l’amicizia di un soldato americano e di un cecoslovacco che ha perso la casa e la famiglia. L’ereditiera (è l’opportunista gigolò che punta a sedurre la ricca ereditiera). Un posto al sole (il vagabondo che vuole procacciarsi la ricchezza a tutti i costi, assassinio compreso, anche se sul lago Tahoe non tutto va come crede). E’ la storia di Una tragedia americana di Theodore Dreiser, il romanzo che avrebbe voluto trasformare in film Sergei Eisenstein  e che George Stevens  ha intitolato nel 1951 A place in the sun con Clift nel ruolo dell’operaio George Eastmam  che sogna tutto e subito dopo aver magnetizzato la ricca ereditiera Angela Vickers,  Liz Taylor. Di qui all’eternità (l’ex boxeur soldato di Pearl Harbour che non vorrebbe più combattere dopo aver accecato un avversario ma sarà costretto a vendicare l’amato amico Sinatra, vittima del nonnismo) che secondo Donald Spoto, autore di un libro sulla immagine del maschio nel cinema americano, Camerado, consente a Clift, in un tipico ruolo alla Henry James, di raggiunge il massimo. E poi.  
Io confesso (un prete lotta con la sua coscienza perché un assassinio gli ha confessato un atroce delitto ma lui non può dire nulla…), L’albero della vita (dramma della guerra di secessione), I giovani leoni, tragedia parallela in cui è un soldato vittima dell’ antisemitismo mentre Marlon Brando è un ufficiale nazista disilluso (e si parlò di una love story con Brando sul set). Del 1959 è Improvvisamente l’estate scorsa pietra miliare nello sgretolamente del codice Hays, visto che comprende una scena di orgia omosessuale, e sarà l’ultimo film con Liz. Collaborano alla sceneggiatura Tennesse Williams e Gore Vidal,  lo scandaloso autore del primo romanzo esplicitamente omosessuale, La statua di cera, che ha sconvolto da poco il perbenismo del paese (“non recensirò mai più un libro di gore Vidal! annuncia il recensore del New York Times) , fanno capire come questo dramma in cui Clift ha il ruolo di psichiatra ma in fondo anche quello fuori campo, del gay assassinato, il marito di Liz, sia stato salutare per il riconoscimento della diversità sessuale nel paese.  
Fango sulla luna è invece del suo maestro, Elia Kazan. Qui è un odiato burocrate, un funzionario della Tennessee Valley e sua nonna, Jo Van Fleet lotta perché la sua terra non le venga tolta da superiori, anche se rooseveltiani, interessi superiori; Gli Spostati  del 1961, nei panni di un disilluso cowboy da rodeo che ha una storia con Marilyn appena divorziata, e sul set, tra i due, gigantesche bevute e pere a volontà. Freud, sempre di Huston, e durante le riprese subisce anche una operazione alla cataratta. Infine The Defector del 1966, il suo ultimo film, diretto da Raul Levy, produzione franco tedesca nella quale tutte le devastazioni della sua vita tormentata erano tutte visibili…..




La moda androgina

Monty Clift trasforma in moda un pericoloso modello di uomo, l’androgino. Fa diventare spettacolare, grazie a doti di sensibilità recitative mozzafiato, a una bellezza naturale magnetica e a una sensualità radiante, la personalità fragile e complessata, dagli oscuri dilemmi interiori, dai non risolti problemi edipici ma che rifiuta d’istinto di incorporarsi nel ruolo tradizionale del maschio…..
E, prima di Farley Granger e di James Dean, Monty, sa  scavare nelle personalità contorte e perfino criminali dell’adolescente puro che rifiuta una identità conformista e ipocrita perché punta più in alto. Se gratti il teddy boy, ecco brillare l’anima bella.



Lo studio system e lo star system a colori degli anni 50 finali, in una Hollywood ridimensionata dai nuovi assetti finanziari e dalla subalternità alla televisione, in cambio di pulizia politica interna e di un po’ di kennedismo, può osare di più dal punto di vista dei costumi sessuali e perfino razziali. Marilyn, appunto. Sidney Poitier. Ma anche lo slittamento progressivo dell’amicizia virile precedente che diventa esplicita “voglia di ambiguità”: esplodono talenti esplicitamente gay come Rock Hudson, James Dean, Farley Granger, Vincent Price, Roddy McDowall, Anthony Perkins, George Nader, e prima ancora Maurice Chevalier, Randolph Scott, Cary Grant e Clifton Webb (che era stato espulso nei decenni 20 e 30 dagli Studios perché si era esplicitamente battuto contro l’omofobia di Hollywood) e Monty Clift… Molti di questi attori ruotano nell’orbita  della 20th Century Fox perché il mogul era il meno omofobo (o il più furbo analista dei consumatori), Darryl F. Zanuck.


Certo, la star senza moglie e amante era piuttosto sospetta e il sistema promozionale degli Studi lavorava sodo per normalizzare la propria scuderia e creare matrimoni di comodo o love story finte a manetta, come il presunto legame tra Monty e Terry Moore o tra Monty e Liz Taylor (un po’ come succederà in Italia, ai tempi di Medea con l’amore impossibile tra Pasolini e Maria Callas). Hedda Hopper sapeva la verità e teneva Monty sotto continuo ricatto. Le Major utilizzavano i media scandalistici e la pettegola n.1 di Hollywood per abbassare ogni richiesta troppo esosa delle star o farle fuori definitivamente se troppo scomode.  Insomma per il grande pubblico Clift era eterosessuale e gran seduttore. Anche se tenero ed effeminato cinematograficamente.


Il ribelle la personalità anti sociale e anti puritana appare per la prima come modello maschile positivo nel cinema americano degli anni 50. Il corpo imbavagliato che trova una via per liberarsi nel rock ‘n’roll e nel be bop, o nella scrittura liberata e urlatrice della generazione beat, ne è l’equivalente musicale e letteraria.
Lo shock della seconda guerra mondiale, i morti i feriti e soprattutto una generazione di malati di mente da rimuovere, intossicare o resettare.  L’incubo delle bombe atomiche sganciate e di quelle, apocalittiche, a venire trovano uno sfogo nell’eroe rabbioso, tormentato e alienato, per la prima volta ben analizzato, descritto da Robert Lindner nel famoso saggio dell’epoca Must You Conform?  Il seme della violenza e Gioventù bruciata sono gli esempi più eclatanti di film d’opposizione a quegli anni di piombo e si mettono se non dalla parte delle gang giovanili, dei teppisti di quartiere, da quella di chi cerca di comprendere come quella soggettività desiderante, che non vuole più obbedire agli ordini, né reprimere la propria energia sessuale, ovunque vada indirizzata, possa essere costruttrice di nuova civiltà.  


IIl palazzo di Montgomery Clift

Geografia divistica

A Omaha, Nebraska, dove Mongomery Clift nasce nel 1920 con la gemella Roberta (Hetel), secondogenito di famiglia (il fratello William Brooks jr. Clift ha 18 mesi di più), potete ritrovare la sua casa al 3527 di Harney Street, quartiere della borghese opulenta (anche se il padre, banchiere, fu rovinato economicamente dalla Grande Crisi). A Omaha sono nati almeno 420 cineasti: Marlon Brando, Nick Nolte, Fred Astaire, Alexander Payne, Swoosie Kurt. Oltre al presidente Gerald Ford e a Malcolm X. E a Omaha Henry Fonda, Jane Fonda, Peter Fonda e Dorothy McGuire fondarono il Fonda-McGuire Theater al 6915 di Cass Street. Henry Fonda era nato in Nebraska, ma a Grand Island, però aveva studiato all’Omaha Central High School della città e inziiato a fare teatro. Altri miti del Nebraska sono Robert Taylor, Henry Fonda, Sandy Denis, Harold Lloyd, Darryl Zanuck e il poeta, pittore, jazzista e cineasta sperimentale Weldon Kees.



Clift muore a New York il 23 (o 27?) luglio 1966, 46 anni, giovane come altri attori non conformisti (Errol Flynn, Tyrone Power, James Dean), nella sua lussuosa residenza al numero  217 East della 61esima strada: 60 stanze, 6 bagni, un grande giardino. Un palazzo che era appartenuto al preseidente Teddy Roosevelt che l’aveva regalato alla figlia Alice Longworth per il suo matrimonio. Acquistata dai Clint la mansion fu poi venduta dalla gemella Roberta a patto che i nuovi proprietari mettessero una targa in ricordo di Monty: “visse qui dal 1960 al 1966”. Il luogo però divenne meta di una tale venerazione di massa che quella targa fu dapprima nascosta nel giardino di ingresso e poi eliminata del tutto.

Vincitori e vinti 

Gli ultimi anni della vita di Monty sono stati turbati e molto infelici. Qualcuno ha parlato di “sei anni di lentissimo suicidio”. Malato, ipotiroideo, alcolista e tossicodipendente, malato di sesso,  era ossessionato dalla bellezza svanita (come si vede in Il processo di Norimberga dove è una vittima degli esperimenti nazisti di sterilizzazione) e dalla morte dei suoi amici Clark Gable e Marilyn Monroe con i quali aveva girato Gli spostati. Organizzava festivi sempre più pericolosi perché ormai chiamava dalla finestra al piano superiore i passanti più belli. Il fratello e i medici pagarono per lui compagnie maschili più sicure e a tempo pieno per prendersi cura di un uomo che stava spegnendosi.


Il funerale in grande stile fu a cura della celebre agenzia di pompe funebri Frank E. Campbell di Madison Avenue 1076, famosa per le sontuose esequie di Rodolfo Valentino, James Cagney, John Garfield, Joan Crowford e Judy Holliday.

Monty Clift è sepolto a Prospect Park, Brooklyn (dove c’è un walk of fame newyorkese con targhe in onore a Woody Allen, Mel Brooks, Clara Bow, Zero Mostel, Susan Hayword, George Gershwin, Arthur Miller, Mae West, Gene Tierney, Barbara Stanwyck, Neil Simon, Edward Everett Stone…), nel cimitero quacchero perché la madre Sunny Clift era diventata quacchera negli ultimi anni della sua vita. Il monumento funebre lo ha realizzato John Benson, l’autore della statua per John Fitzgerald Kennedy  nel cimitero di Arlington, Virginia.


Hetel "Sunny" Fog Clift, la madre, nella ossessiva ricerca di antenati illustri, pare abbia scoperto un antenato illustrissimo, di cui Clift era nipote. L’eroe unionista della guerra civile Robert Anderson (nato in Nebraska), comandante di Fort Sumter, il primo bombardato dai confederati sudisti quando il Sud Carolina nel 1860 decretà la secessione. Il maggiore Anderson pur essendo proprietario di schiavi, rimase fedela a Washington e agli Stati Uniti d’America.  







domenica 8 ottobre 2017

Il trionfo della "donna odiosa". Giornate del cinema muto di Pordenone



di Mariuccia Ciotta (*) 




"Da quando Donald Trump ha etichettato Hillary Clinton come 'nasty woman' (donna odiosa, ndr), l'espressione è diventata un termine onorifico per qualunque donna” scrive nell'introduzione al catalogo Jay Weissberg, giovane direttore americano delle Giornate del cinema muto di Pordenone, e critico di Variety. L'edizione n. 36 è più che mai dentro il mondo sonoro, e non solo per lo stupendo accompagnamento musicale dei film, ma soprattutto per la sintonia con il presente, a cominciare dall'eco delle guerre nella sezione a cura di Sergio G. Germani dedicata ai documentari sulle imprese coloniali in Libia di Luca Comerio, che mostra fotogrammi piangenti con i mucchi di cadaveri del “nemico arabo” e le “entusiastiche” scorribande dell'esercito italiano, dei feroci ascari eritrei, dello “squadrone bianco” della cavalleria (impegnato, a colori, in una traversata fluviale non poco imbarazzante e perfino umoristica), del genio e dell'artiglieria. Materiali “rimodellati” e restituiti all'attualità, anni fa, da Gianikian/Ricci Lucchi in Dal Polo all'Equatore.

Luca Comerio. Come si trattavano i libici 
E in programma c'è anche il precursore, o l'antagonista, di quel “cinema del reale” oggi al centro dell'interesse cinefilo, quello saggistico-etnografico delle origini, filone Lumière, nelle sezioni “Africa silenziosa in Norvegia” e “Film di viaggio sovietici” che, soprattutto in quest'ultimo caso, lascia molto poco spazio alla flagranza del profilmico o all'autore che guarda, già sostituendolo con l'autore che “si guarda” e alla astrazione concettuale. 

Il popolo della foresta di Alexander Litvinov
Abbiamo compiuto infatti con Alexander Litvinov (specialista in film polizieschi azeri) un viaggio impertinente ma etnogeografico nella Siberia del popolo Udege, argomento del film non fiction Lesniye Liudi (Urss 1928), ovvero Il Popolo della foresta, proprio lì dove Dersu Uzula ci condurrà decenni dopo negli Ussuri in compagnia di Akira Kurosawa. E sembra di penetrare, anche grazie alla complicità di un esploratore, topografo, geografo come Vladimir Arsenyev (che proprio attraverso Dersu, fu introdotto in quella comunità) nella vita e nelle opere di una tribù nativa simile a quelle della non lontana America. E come quelle cancellata nei suoi tratti migliori. Costruzione sostenibile delle canoe, caccia e pesca non chimica, tende ecosostenibili, comunismo da caccia, sciamani e droghe e estasi di ogni tipo, grande scienza della natura e dei suoi segreti più intimi, ma anche pericolose arretratezze scolastico-sanitare saranno cancellate in nome di una più egualitaria forma di progresso agricolo-sedentario e del socialismo da costruire in un solo paese (e il regista ci fa capire, un po' alla Kropotkin, il principe anarchico che fu geografo negli stessi luoghi, che i paesi dell'Urss sfortunatamente per Stalin sono molti più di uno) che non valorizzerà anzi smorzerà l'energia dal basso dei popoli insorti.

Anne Fougez 
In fatto di flagranza storica, però, a catalizzare l'attenzione sono le Nasty Women, le ragazze cattive degli anni Dieci, parenti strette delle Funny Girl, declinate in tre programmi di corti targati Usa e Francia, ma dilaganti fuori sezione e in presenza di notevoli star italiane come Anna Fougez, tarantina, che dietro i magnifici abiti fruscianti (realizzati da lei stessa) nasconde l'innocenza ruvida di una pastorella in Fiore selvaggio di Gustavo Serena, 1921, unico titolo sopravvissuto della sua ampia filmografia e del quale è anche sceneggiatrice. 

La diva tarantina Anne Fougez 
E ancora un'altra diva del muto dall'Italia, Leda Gys, quasi gemella di Clara Bow, bruna elettrica e monellesca in La trappola di Eugenio Perego, 1922, dove si traveste da gladiatore, da pellerossa e da sciantosa per vendicarsi di una capricciosa prima donna, e mette in scena una grandiosa burla a danno delle suore di un collegio in cui è intrappolata. La bionda longilinea Fougez e la bruna esplosiva Gys, che sarà moglie del produttore Gustavo Lombardo (suo figlio Goffredo fonderà la Titanus) e prima ancora amante di Trilussa, testimoniano la sorprendente modernità delle protagoniste del nostro cinema anni Venti, la loro centralità di sguardo, la fluidità gender difficile da ritrovare sugli schermi di oggi.

Anna Fougez in "Fiore selvaggio"
Da includere nelle “nasty” allegre anche la Louise Brooks degli esordi a Hollywood in un film ritrovato in parte, 23', dallo storico e presidente del Silent Film Festival, Robert Byrne, Now we're in the air di Frank R. Strayer, 1927, farsa bellica, prima guerra mondiale con Wallace Beery, dove l'attrice del Kansas ha già lo stile della futura Lulu, capelli alla maschietta, pelle bianca e abito nero da ballerina, solo che qui, nella sua breve apparizione, assomiglia a una fatina splendente caduta tra una squadra di rudi aviatori e non la seduttrice mortale di Pabst.

Leda Gys 
E' “cattiva”, sempre come complimento, Pola Negri, che sarà femme fatale hollywoodiana (lei era polacca), in La tessera gialla, girato in Germania nel 1918 da Victor Janson e Eugen Illés. Cupo e stupefacente documento della Varsavia ancora occupata dai tedeschi, prima guerra mondiale, sul set che diventerà il temibile Ghetto da cancellare. E poi a San Pietroburgo, dentro l'antisemitismo della Russia zarista che non consentiva agli ebrei di alloggiare in città, a meno che, succede al personaggio di Pola Negri, non si richiedesse la “tessera gialla”, marchio delle donne di malaffare, parente della stella gialla nazista. Così lei inganna, scambia l'identità con una morta, tenta il suicidio e si finge un'altra per accedere all'università, che la premierà, come studentessa di medicina modello.
Tutt'altro ritmo per l'impertinente bellezza bionda Ruth Dwyer di The Reckless Age di Harry Pollard, 1924, dove nelle vesti di un'ereditiera innesta una commedia degli equivoci esilarante, con un falso duca, interpretato da William Audtin, sosia di John Waters.

Pola Negri in Carmen 
Per tornare alle autentiche Nasty Women del programma, ecco la numero uno francese, Léontine, che cambia nome a seconda del paese dove viene esportata con le sue 21 slapstick comedy travolgenti (molte delle quali purtroppo perdute). La peste adolescente è insaccata in abiti a quadretti tipici delle brave ragazze alla Mary Pickford, anche se lei è una fabbrica di scherzi disastrosi, un pericolo pubblico capace di allagare appartamenti, dare fuoco a tendaggi, distruggere negozi di vasellame, e far ruzzolare folle di inseguitori con la sua tecnica della corda tesa. Léontine è certo più vicino a certe Funny Girl americane che sfidavano le comiche di Mack Sennett o alle acrobazie di Harold Lloyd. Donne che nella loro frenesia distruttiva ancora non fanno paura agli uomini perché collocate in un'età pre-adolescenziale, oppure semplicemente buffe e goffe. Gli anni Quaranta, però, preparano il dopo Nasty Women. Le Dark Lady. E avranno la pistola.

The Reckless Age con Ruth Dwyer 




* pubblicato su Alfabeta.2