domenica 31 maggio 2020

Clint, 90 anni, 70 film da attore, 41 da regista, l'uomo dai due volti



Non mi piace festeggiare gli anniversari, in genere. Ma i 90 anni di un artista così particolare ed estremamente strano come Clint Eastwood che ho avuto il piacere di conoscere a Roma durante la promozione stampa di Bird, che ancora non aveva vinto il Golden Globe come miglior film dell'anno, e soprattutto un bell’articolo di Samuel Douhaire (*) corredato da foto stupende, mi hanno dato la traccia e la  voglia di ricordare alle giovani generazioni perché non possiamo che essere, anche, eastwoodiani.   

Roberto Silvestri 

Clint il bimbo gigante e papà Clinton 
“Non essere mai là dove ti aspettano”. Sarà questo il suo motto per tutta la vita?
Quando nasce, nella clinica San Francesco di San Francisco, lo chiamano “Sansone”. E’ già un fenomeno. Pesa 5,1 kg. E’ talmente gigantesco che merita il primo articolo di un quotidiano, e non ha che 3 giorni di vita. Sarà meglio stargli alla larga...
E’ il primogenito di Margaret Ruth, 21 anni, sua sorella nascerà 4 anni più tardi, e di Clinton (già), travolto dal grande crak. Da agente di borsa cambia lavoro: operaio in una fabbrica di frigoriferi a Spokane e nei cantieri navali di Oakland, vende fac-simili di gioielli  a San Francisco e  fa il pompiere a Los Angeles. “Non era Furore – dirà più tardi in una intervista -  ma neppure il lusso, era un periodo di merda”.

Infanzia e giovinezza 

con la figlia Allison
Cambia 8 volte scuola tra i 6 e gli 11 anni prima di stabilirsi a Piedmont (Oakland),  ma allo studio mentale preferisce quello motorio, il basket e il jazz, e dall’età di 15 anni (tutto sua nonna) si esibisce nel jazz club. Guida prima dell’età legale e la passione per le automobili (la Mercedes di Papa Luciani sarà sua, dopo quella strana morte e poi le Ferrari, poi i pick up …) non lo abbandonerà mai. Sente Parker allo Shrine Auditorium di Los Angeles. Folgorazione, come sappiamo. Occhi azzurro oceano, auto, ragazze e musica. Si diploma. al liceo tecnico a 18 anni (nel frattempo vive a Los Feliz, Los Angeles). Il suo motto è sbrogliarsela da solo. I piccoli lavoretti, come gli ha insegnato papà: macellaio, operaio in una fabbrica di piatti di carta, maestro di nuoto, pompiere, operaio alla Boeing, siderurgico. Fa il servizio militare a Fort Ord, Monterrey. Addestra i soldati a nuotare, ma non parte in Corea per difendere il mondo occidentale dai comunisti. Prende anche una medaglia al merito come caporale ma rischia la vita in un incidente aereo. L’apparecchio cola a picco. Lui si salva, cade nell’oceano ma nuota fino a riva, per 6 km. Si trasferisce a Los Angeles anche se, in licenza militare aveva scoperto Carmel by the Sea e si era ripromesso di stabilirsi lì un giorno se le cose fossero andate bene. 

Clint teenager, suona ilpiano nei  jazz club

Primo matrimonio

Sposa Maggie Johnson, laureata a Berkeley, conosciuta durante la naja nel 1953. Mentre lavora partecipa a corsi serali di arte drammatica. Per caso si trova negli studi Universal perché un’attrice per la quale ha fatto lavoretti in nero deve pagarlo. Lo notano. Diventa figurante. Fa un corso per apprendista attore pagato 75 dollari, impara a cavalcare e a fare il cascatore. Segue scrupolosamente tutte le lezioni, timido e riservato non perde una parola quando attori di fama, come Tony Curtis, raccontano le loro esperienze. E comincia a curare il fisico, ginnastica, pesi. Fa sport. Divide un appartamento con altri attori. Maggie non è che sia proprio al settimo cielo… Continuerà a fare palestra per tutta la vita. Anche in questo momento, credo. Ottiene il suo primo ruolo, Jennings, non accreditato e non proprio indimenticabile, in un film horror, “La vendetta del mostro”, di Jack Arnold (con lui farà anche Tarantula). E’ l’ assistente di uno scienziato e le sue cinque battute lo fanno passare per un imbecille. Siccome anche le dieci partecipazioni successive non sono indimenticabili, per esempio in “Francis in the Navy” sulle avventure di un mulo parlante, a lui e a un altro attore emergente, Burt Reynolds, l’Universal (perspicace) non rinnova il contratto. E’ il momento degli attori torturati e nevrotici come Monty Clift o James Dean, e un minimalista come Cooper o Stewart è fuori gioco e fuori moda. La sua voce è considerata troppo dolce, il suo pomo d’Adamo troppo sporgente. Il produttore-regista Arthur Lubin aveva sentenziato dopo il suo Francis in the Navy e Lady Godiva: ”Non è capace di parlare, ma è bravissimo a stare lì e a non far niente”. Non è del tutto vero. Il sudista razzista e sadico Keith Williams  che adora sparare agli indiani lo sa fare con grinta perversa in “Urlo di guerra degli Apaches” di jodie Copeland (1958). Ma è la televisione che lo salva. E un corso di teatro che segue  serissimamente in quei mesi. La Cbs lo sceglie per la parte di Rowdy, cowboy idealista e servizievole, in “Rawhide”, un feulletton western che apre nel gennaio del 1959.  Impara molto dal regista Charles Marquis Warren  (la serie durerà durerà 7 anni) anche se definirà il suo personaggio “l’idiota della prateria”. 

Sergio Leone e l'esplosione

Un idiota che attira l’attenzione di Sergio Leone in cerca di un ”tipico eroe mitologico americano”, alto, poco caro e con un atteggiamento disinvolto e convincente. La sua prima scelta è Charles Bronson. Ma gli ha detto di no (anche lui molto perspicace). Clint si sbarazza della sua piccola gloria televisiva e gioca d’azzardo. Lancia i dadi. Vince o perde? Vince. Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più e Il buono il brutto e il cattivo diventano immediatamente dei successi internazionali e dopo un po’ di “sbarramento da panico”, Hollywood come si sa è micragnosamente protezionistica, conquistano perfino i mercati nordamericani.  Leone mostra il vero volto dell’eroe western, sporco, rozzo, mal rasato, violento e subdolo proprio come i suoi nemici cattivi (gli assassini, gli indiani, i messicani, i californios…) . “L’uomo senza nome” è vero che difende gli oppressi, le donne, gli orfani e le vedove. Ma lo fa per denaro.  Con i soldi italiani meritati per chi ha inventato, con Leone, un nuovo genere, il western spaghetti (che per qualche anno salverà l’industria del cinema nazionale in perenne crisi e senza strutture adeguate), contribuendo anche al suo stile quasi “muto”, a una dizione quasi soffiata tra i denti e al sincretismo iconico (il poncho messicano, i jeans Levi slavati, il vecchio cappello da cowboy, il sigaro toscano  e gli stivali da telefilm), Clint compra il ranch dei suoi sogni a Carmel, con una dozzina di ettari di terre coltivate. Viene chiamato da tutte le majors. E nasce il figlio Kyle mentre lui è a Londra per girare un kolossal di guerra, Dove osano le aquile di Brian Hutton (1968) nel ruolo di Shaffer. Fa a gara con Warren Beatty come collezionista di belle donne o meglio diventa una preda maschile appetibile per Inger Stevens (Impiccatelo più in alto), Jo Ann Harris (La notte brava del soldato Jonathan), Jean Seberg (La ballata della città senza nome)… 

Nascita di un regista

grazie Don Siegel!
Rientrato negli Stati Uniti ritraduce l’uomo senza nome per il paesaggio storico non solo geografico americano dell’epoca Vietnam, assieme a Ted Post e soprattutto al suo vero maestro in “formulazione d’immagine dinamica”, Don Siegel. L’eroe è sempre chi, accusato a torto di un crimine, si fa giustizia, senza pietà. Ma non c’è nessun culto per la violenza, come nelle parallele apologie dei giustizieri della notte. C’è una consapevolezza così trasparente dei meccanismi profondi che proteggono il mito americano dalla sua così mostruosa verità (genocidio originale dei nativi, imperialismo, razzismo, schiavismo…) che i combattimenti di Clint contro i prepotenti di turno, in genere organizzati in gang o in squadroni della morte, diventano pure astrazioni logiche, come è il teorema Callaham. “La cosa più difficile al mondo è di non fare niente e di farlo meravigliosamente”. 
L’attore decide di restare proprietario della sua carriera, non come è successo a Elvis Presley, non come successe a Buster Keaton, piuttosto imitando Robert Aldrich (che si è comprato addirittura i suoi studi) o Jerry Lewis. Fonda la sua casa di produzione, la Malpaso, il ‘sentiero sbagliato, cattivo’. Passa dietro alla macchina da presa e sviluppa i suoi progetti. Ama soprattutto le storie molto dark, dove i confini del bene e del male si confondono ma lui e il suo pubblico riescono a seguire sempre un filo morale, e a dare alle immagini un senso potente di ciò che è bene e di ciò che è male. Insomma approdano al giudizio (direbbe Kant) pratico”.

Sesta regia, Il terranno dagli occhi di ghiaccio, 1976
“Ne sapevo abbastanza per sviluppare progetti miei e ottenere quello che voglio dagli attori”, dichiarerà al Los Angeles Times. Ha imparato sul set di Rawhide a girare velocemente, a non sprecare un dollaro, a ottimizzare il tempo. La sua opera prima piuttosto autobiografica (il jazz, le donne, la California) Play Mitsty for me (in Italia “Brivido nella notte”) costato pochissimo, meno di un milione di dollari, incasserà 5 volte quella cifra e finisce le riprese con due giorni di anticipo. Come molti altri cineasti indipendenti della sua generazione, il newyorkese Martin Scorsese o Francis Ford Coppola, Clint dividerà i suoi progetti futuri tra piccoli film a rischio e lavori commerciali a budget più alto che faranno felice la WB. Anche il suo personaggio di duro puro viene messo in discussione, sconfina per psicopatologia con il cattivo che affronta, e diventa quasi un suo doppio, muore di tisi, è prepotente a volte, gli amputano la gamba, viene perfino quasi “violentato” da una donna (Sonia Braga in La recluta). 

Perché Callahan non è un fascista

con la prima moglie 
Sconvolge la sua nemica, la critica tipicamente new yorker Pauline Kael, che emette la sentenza:  “Clint non è un attore, quindi è difficile dire che è un cattivo attore”. Si scatenerà contro Eastwood quando Don Siegel lo porta al trionfo con il primo Callagham. “Fascismo. Si glorifica chi si sbarazza della legge per eliminare un criminale seriale... Un film immorale”. Ma Clint risponde. No. E’ moralissimo. Abbiamo vinto la seconda guerra mondiale contro il nazismo. E impiccato i gerarchi di Hitler. Siamo sicuri che sia stato un processo “giusto”? Non è stato un po’ illegale? Ma non abbiamo forse fatto bene? Io mi sono ispirato al principio di Norimberga. Eseguire un ordine immorale, anche se legale, non è mai consentito. Come poliziotto di quel film, se avessi seguito la legge, sarei stato del tutto immorale. Che Callaghan non fosse “lo strumento  perfetto per fare la propaganda in favore di una polizia parallela” lo spiegherà molto bene negli episodi successivi. Intanto il Nouvel Observateur  lo chiama già “nazi” e la rivista Positif nata nel 1952 per difendere il cinema americano impegnato definisce “Impiccalo più in alto” il “Mein Kampf del West”. Persino la rivista “Life”, costretta a registrarne il grande successo al botteghino titola: “La vedette più amata al mondo è – non ridete – Clint Eastwood”. In Magnum Force di Ted Post in faccia ai suoi detrattori, qui descritti come uno squadrone della morte parallelo alla polizia di San Francisco, Callagham dice: “Credo che vi siate sbagliati sul mio conto…”. 16 anni dopo a Cannes Pale rider convincerà anche i più tardi di comprendonio. Individualismo radicale e fascismo sono un ossimoro. 

Ma quando vota sbaglia sempre 

Chi vota democratico può essere più che razzista (ricordate Lincoln?). Clint difficilmente voterebbe democratico, ma quando vota Eisenhower il neoeletto presidente chiude con la guerra in Corea, Nixon apre alla Cina, Reagan “apre” l’Urss…. Voti di scenario. Certo, c’è Trump. Qui emerge tutto l’odio di un americano fisiologicamente “anti monarchico” per lo stato provvidenza, per Roosevelt il “traditore socialisteggiante” e il suo new deal. Eppure per quanto riguarda i temi sociali Clint è per i diritti della donna, per l’aborto e per l’eutanasia e per il controllo nella vendita di armi, combatte il razzismo nei suoi film e in tutte le sue dichiarazioni pubbliche e la sua vita privata ha di che scandalizzare qualunque bigotto conservatore di destra per le sue relazioni extraconiugali mai nascoste (Sondra Locke e Maggie Eastwood, Frances Fisher e Sondra Locke…). Nel 1997 l’attrice Sondra Locke, con la quale avrà una relazione anche artistica dal 1972 al 1984, scriverà un libro sulla sua burrascosa relazione con Eastwood accusandolo di essere un super macho e soprattutto un bel tirchio. Non pagava mai il conto al ristorante per tutti e due. Nel 1986 diventa sindaco per 2 anni di Carmel con il 72,5% dei voti (Norman Mailer, che se ne intendeva, non ha forse scritto che Clint ha un “viso da Presidente”?) per fermare una speculazione edilizia a Carmel by.the-sea, e ottenere una licenza edilizia che impedisca la costruzione sul mare di una serie di tremende villette a schiera che avrebbero deturpato il paesaggio sul mare presso la Missione spagnola del ‘500. Chi adesso si reca sul posto e alloggia al (suo) Mission Ranch si renderà conto di quello che il nostro autore, ecologista, ha salvato. Oltretutto non è un hotel di lusso, i suoi costi sono abbordabili. Ma Clint ha dichiarato (e ormai a 90 anni non si può certo smentire) che “il suo interesse per la politica è iniziato ed è finito a Carmel anche perché per restare un uomo politico si è obbligati a mentire, a perdere l’anima, e io voglio poter dire quel che voglio”. Compreso il fatto “che Obama aveva promesso la chiusura della prigione di Guantanamo e non l’ha fatto”, come ha ricordato in un famoso summit repubblicano, tra l’imbarazzo dei presenti. 

Gli spietati bocciato dalla Mostra di Venezia

Nel 1993 vorrebbe dedicare all’Italia il suo miglior progetto western, “Gli Spietati”, ma la commissione di Gillo Pontecorvo, Irene Bignardi inclusa, boccia il film per la Mostra di Venezia. Noioso, violento …. Clint ci resta molto male, ma si riprende perché per la prima volta vince l’Oscar per il miglior film e la migliore regia dell’anno. L’influenza di Pauline Kael sui nostri critici della sinistra moderata resta fortissima. E sfugge nell’analizzare il film il crepuscolare omaggio a John Ford e l’orrore di una epopea selvaggia dominata dalla violenza e dall’avidità che è all’origine della Nascita di quella nazione. I giovani turchi della new Hollywood, da Spielberg a Lucas, da Scorsese a De Palma, da Coppola a Milius, invece, non lo trattano più da intruso, ma da “diversamente pari” (lui non viene dalle scuole di cinema e dall’illuminazione Godard). Il Los Angeles Times è drasticoi: “si tratta del miglior western dal 1956”. Intanto dopo Kyke e Allison nasce la terza figlia  Francesca, omaggio alla nuova moglie Frances Fisher. Piovono premi e onorificenze da tutto il mondo (prima di tutti la Francia, per merito di Jack Lang) e le cineteche si contendono le sue retrospettive, dove brillano i film seri, come i post western musicali “Bronco Billy” e “Honkytonk Man (Clint aveva già pubblicato un suo long playing country, dal titolo Cowboy Favorite” e ha fatto un incandevole duetto alcoolico con Ray Charles, “Beer to you”), il bio-pic su Charlie Parker “Bird” del 1988  o l’anti razzista e colonialista “Cacciatore bianco cuore nero”, dedicato a John Huston, ma vivono di nuova luce anche i suoi film di genere antico, i polizieschi puri (l’Uomo nel mirino), i western (Lo straniero senza nome, Il texano dagli occhi di ghiaccio), i sentimentali (Breezy), gli avventurosi vettisti (Assassinio sull’Eiger), i militari (La recluta, Gunny). Anche la critica cambia atteggiamento e appoggia perfino i suoi film meno facili e più ostili per ritmo, ambiguità e complessità tematica ai format hollywoodiani, da Mezzanotte nel giardino del bene e del male, per esempio, 1997, a Mystic River, 2003, a Million dollar baby, 2004, che non glielo volevano far fare e che invece ha vinto altri due Oscar pesante, miglior film e migliore regia, e il Golden Globe; fino a Gran Torino, 2008, Invictus (su Mandela, 2009)  e J. Edgar (su Hoover e la Cia, 2011, degno del precedente biopic di Larry Cohen).  Il suo corpo, muscolarmente sempre tenuto al massimo, non ha pudore nel mostrare il segno dei tempi. I Cahiers du Cinema che, godardiani da sempre, non hanno mai smesso di tenergli gli occhi addosso, scrivono: “Quel che si vede soprattutto del viso di Eastwood è la vena sporgente sulla destra della fronte. Lui fa il possibile perché si noti e non si osservi che lei”.  Persino il melodramma tra le sue mani ha un che di inquietante e perverso (ma Sirk a inizio carriera lo aveva diretto nel pirandelliano “Come prima… meglio di prima”, 1956). E al giornalista malizioso che si meraviglia di vederlo senza P38 in mano risponde “Mi è già accaduto di montare in macchina e attraversare tutto il paese e poi capita a chiunque di innamorarsi una volta nella vita… e forse anche più di una volta”. Così nel 1993 ha una nuova storia d’amore con la giornalista Dina Ruiz, 35 anni più giovane di lui. Farà con lei il settimo figlio da 5 donne differenti. Continua a dirigere un film all’anno, in genere un thriller e un film “impegnato”… ad oggi sono 41 (50 le produzioni, spesso documentari sul jazz, come quelli su Monk, Dave Brubeck, Johnny Mercer o sui grandi dimenticati colleghi come Budd Boetticher).   Quando, a proposito di Million Dollar Baby un editorialista lo boccia in quanto “pamphlet gauchiste” lui ricorda, da buddista esperto, di “non detestare niente di più degli opposti estremismi” . 

I film del nuovo millennio

con i due oscar per Million Dollar baby 
Così critica esplicitamente  l’aggressione americana in Iraq del 2003 e in America Sniper quasi glorifica il cecchino siriano che è il protagonista-ombra del film e rende omaggio ai soldati giapponesi morti nella seconda guerra mondiale in Lettere da Iwo Jima e alla Corea, regalando una Ford da collezione a un giovane immigrato asiatico (Gran Torino). Negli ultimi anni gira con ancora più foga instant movie ispirati a piccoli grandi eroi della vita quotidiana, da Sully a Ore 15.17 dal Corriere a Richard Jewell e sembra che come John Huston o Manouel de Oliveira finirà i suoi giorni sul set, fa l’endorsement a Bloomberg pur di non votare Trump, affianca David Lynch (un altro conservatore lucido e dissacrante dell’America di oggi) nella sua "fondazione per la pace mondiale e una educazione fondata sulla coscienza"… insomma sembra perfino comprendere qualcosa di quella cultura hippie che meditava trascendentalmente negli anni in cui non aveva proprio il tempo per comprenderla e per sostenerla. Insomma. "Andare sempre avanti, se no si affonda…" seguendo il motto di papà. E "sorprendere a ogni inquadratura, se no il pubblico di distrae e si annoia". Il motto del figlio servizievole. Di Clint figlio di Clinton.


(*) l'articolo saccheggiato e le foto sono tratte dal
volumone "6 mais Le XXI siecle en images" del 2012 

giovedì 21 maggio 2020

Quante stellette a Michel Piccoli?



di Michel Piccoli (*) 

Elogio funebre di Luis Bunuel 







Michel Piccoli in La Via lattea, nel ruolo di De Sade 



Mi dispiace di non essere con voi al fianco di Serge Silberman e di Juan Bunuel. Mi dispiace di essere sollecitato, troppo spesso o forse non abbastanza, a onorare la memoria. di Luis Bunuel.
Odio la morte degli amici.
Quella di Bunuel è strana.
Da parte sua questo è normale. Non morirà mai. 
Siamo dunque condannati a celebrarlo fino alla fine dei tempi. 
Ma che cos'è la fine dei tempi? La morte di Bunuel segna la fine di un tempo? Di un'epoca? No. Egli sarà per sempre un fulmine e un lampo. 
Attraverso la sua vita, attraverso suo incomparabile humour, la sua incomparabile luce, attraverso i suoi film incomparabili, ci illuminerà tutti, i suoi collaboratori, i suoi produttori, i suoi amici e i suoi figli e i suoi spettatori strabiliati e quelli timorosi che non hanno mai osato esserlo. Malgrado tutto questo non gli devo nessun rispetto. Perché? Perché lo sapeva.
Dopo questa mancanza di rispetto ragionata me ne sto zitto ed ecco la conclusione del mio discorso.
Un giorno uno dei nostri amici comuni, il poeta André de Richard, che ammirava, muore. E' d'altronde grazie a lui che diventai amico di Bunuel, questo meticcio grande e superbo (mi tradisco ecco che faccio ancora l'elogio di Luis Bunuel). Dunque questo amico muore. A Bunuel vivo chiedo che parli alla radio del nostro amico morto. E lui mi risponde: "Non parlo mai degli amici morti. Dò loro delle stelle come per i ristoranti: cinque stelle a Sadoul, tre stelle a de Richard".
Rido felice delle parole di Bunuel. E le rispetto. Certo senza rispetto. Quante stelle per don Luis? Si direbbe il titolo di un gioco di società. La società di don Luis è un firmamento.


Da:  L'occhiu anarchico  del cinema. Luis Bunuel (a cura di Valentina Cordelli e Luciano De Giusti) Editrice il Castoro 2001. Pagina 240.

mercoledì 13 maggio 2020

Savelli, la "nostra" casa editrice








di Roberto Silvestri 


Per Giulio Savelli (27 settembre 1941- 12 maggio 2020)

E’ stato il mio primo editore, Savelli. O meglio. E' stato l’editore che per primo ha interpretato la novità culturale anti-establishment dell’Estate Romana di Renato Nicolini.
E ha chiesto alla Cooperativa Massenzio che l’organizzava (prima alla Basilica di Massenzio, poi al Colosseo, poi a Caracalla…) di trasformare in libri effimeri, in libri-gioco, in libri-quiz, sul cinema, sulla cronaca nera, sulla cronaca rosa, sulla televisione, quel doppio gioco dell’immaginario che i megaschermi all’aperto avevano scatenato in termini di desiderio collettivo. Desiderare una città differente attraente e dinamica, dove fosse garantita la libertà di movimento, non solo intellettuale ma ludico o semplicemente fisico (anche prima del Covid 19, come ben sappiamo, non ci si muoveva a Roma) e dove interno ed esterno non fossero separati dalla “linea della povertà”, ma reciprocamente si mischiassero e amalgamassero, proprio come gli spazi “semoventi” di una chiesa barocca, di una facciata borrominiana come di un interno berniniano.
Ma facciamo un salto indietro di 60 anni. Back to the future. 1963…..     


Se Einaudi era l’istituzione culturale centrale e rispettabile, l’equivalente editoriale di Olivetti e di un capitalismo rooseveltiano possibile e consapevole (certo fu un illusione…), Samonà e Savelli, casa editrice romana nata nel 1963 con il boom e le sue disfunzioni tragiche, fu il primo punto di riferimento extraparlamentare della sinistra critica e della controcultura tutta.
Per capirsi in modo cinefilo: se la mega storia del cinema di Georges Sadoul in tanti costosissimi volumi era necessariamente griffata Einaudi, i primi libretti sulfurei sul cinema africano o i fumetti porno che facevano la satira della Hollywood più puritana o i densi saggioni di Pio Baldelli contro il cinema di papà, contro Fellini, Antonioni e Visconti, non potevano che essere “Savelli”.


Molto vicina nello spirito (anche se Savelli era iscritto al Pci) fu la casa editrice romana al neonato Psiup (Partito socialista di unità proletaria) di Basso, Foa, Lussu, Libertini e Ferraris. Il Psiup era la costola di sinistra, ma più che libertaria pluristratificata, a più teste, come l’idra di Lerna, staccatasi dal Psi di Pietro Nenni quando si arrivò al primo governo con la Dc, dunque al riuscito compromesso storico tra componente laica e religiosa dell’arco costituzionale riformista. Era più a sinistra del Pci, il che non era facile da digerire alle Botteghe Oscure.

Samonà e Savelli avrebbe scodellato parallelamente, in piccoli libretti rossi molto vistosi, a basso costo e maneggevoli (facilissimi ci dissero, ad essere presi in prestito) i testi del comunismo eretico e terzomondista, di Trotszy, Castro, Che Guevara, di Socialisme ou Barbarie e dei teorici della IV Internazionale, da Livio Maitan, direttore della rivista “Bandiera Rossa”, a Ernest Mandel, Pierre Frank, Viktor Serge.
Dal punto di vista culturale fu molto importante e scandalosa nel 1964 la pubblicazione di ‘Scrittori e popolo’ dello storico e critico della letteratura anti zdanoviano Alberto Asor Rosa, il professore della Sapienza che svelava il ruolo reazionario di molti romanzieri “impegnati” (a sfruttare le sofferenze dei poveri) e ci metteva definitivamente in guardia dal verismo, dal naturalismo, dal ‘realismo socialista’ e dal populismo, travestimenti del paternalismo cristiano o laico, indifferente all’analisi, interpretazione e soluzione dei nostri più secolari e complessi problemi.

Pasolini (che nel libro non era ignorato) in quegli anni chiamava leader, militanti, simpatizzanti e votanti del Psiup (compreso Asor Rosa:  tutto il 68 italiano, non anarchico, votò Psiup) “stalinisti beat”,  perché pretendevano che gli artisti fossero altrettanto “rivoluzionari” dei politici, incapaci di liberare (come auspicava in quegli anni il Pci di Togliatti) la cultura da ogni legame con la politica. E, conseguentemente, Pasolini criticava le forme più rivoluzionarie dell’epoca: l’astrattismo in pittura, i postdodecafonici in musica e i ‘novissimi’ in letteratura, considerando il Gruppo ’63 di Balestrini e Sanguineti, Luigi Nono e perfino Afro funzionali ai disegni della nuova borghesia neocapitalistica e del proletariato imborghesito, e incapaci di comunicare con i ‘dannati della terra’. Quel che lui cercava era un altro “impegno”. Non avrebbe cambiato idea nemmeno quando divenne direttore responsabile di Lotta Continua.         
Il punto di riferimento romano della cultura antagonista alla metà degli anni 60 (celebri gli happening che vi si svolgevano e coinvolgevano artisti di tutto il mondo in una Capitale allora particolarmente attraente, Grifi e Curran ne aizzarono uno, un altro fu: “Dipingi il tuo poliziotto di giallo”) era la libreria Feltrinelli di via del Babuino, che nella sua vetrina principale scodellava proprio questi libelli rossi esplosivi Samonà e Savelli anche perché nella capitale la componente anti stalinista ed entrista del Pci era stata molto forte, a testimonianza di una egemonia postbellica trotskista, poi epurata nei quadri e nelle idee da Togliatti, dopo il XX congresso kruscioviano del Pcus. Nelle università e nei licei i leader trotskisti erano molto seguiti, come Franco Russo a Lettere e, al Mamiani, o Stefano Poscia (morto molto giovane, a 57 anni nel 2010, dopo assere stato anche molto perseguitato)….

Nel sessantotto, assieme alla milanese Mazzotta, alla veronese Bertani alla barese De Donato e all’emiliana Guaraldi, Samonà e Savelli rappresentò la quinta punta della stella editoriale anti-istituzionale, che assieme alla Feltrinelli di Gian Giacomo tradusse e socializzò i testi più importanti del movimento comunista internazionale non ortodosso, a lungo osteggiati e ‘censurati’. Nel 1969 di  Jacek Kuroń e Karol Modzelewski, uscì Il marxismo polacco all'opposizione, e molto prima di Solidarnosc. Dal 1972 l’Agenda Rossa che scodellò date fondamentali e rimosse dell’insorgenza anti capitalistica mondiale. E nel 1975 Proletari senza rivoluzione in due volumi, contro storia d’Italia di Renzo Del Carria che spero sia presto adottata nelle scuole medie come libro di testo. Giuliana Muscio scrive un saggio sugli sceneggiatori americani e il futuro regista Claver Salizzato sul musical hollywoodiano perché anche se i film delle majors dominano sul mercato mondiale a nessuno è ancora venuto in mente in Italia di studiarli attentamente. Le biblioteche dei militanti e simpatizzanti di Potere Operaio, Il Manifesto, Lotta Continua, Avanguardia Operai e Servire il Popolo (un po’ meno) sono ancora piene di tutti questi preziosi volumi.
Ma intento proprio nel 1968 era uscito dalla società editrice Giuseppe Paolo Samonà ed era entrato Dino Audino (oggi editore specializzato in testi professionali di cinema e teatro, una persona esageratamente parsimoniosa) che avrebbe allineato il cuore della casa editrice piuttosto verso l’area giovanile meno “aristocratica” e elitaria, cioè verso Lotta Continua, la triade controculturale “sesso droga e rock’n’roll”, il primo femminismo, il fronte di liberazione omosessuale, la giovane critica e i narratori “selvaggi”..

La casa editrice cambiò nome, Savelli-La Nuova Sinistra, e iniziò a debordare dalla libellistica politica dogmatico-trotskista verso territori culturali più vasti e politici ancor più radicali. Il fumetto, la canzone popolare, il cinema, Porci con le ali che poi diventa film e trasforma il cantautore Paolo Pietrangeli in regista come suo padre Antonio, e i giovani scrittori della collana “Il pane e le rose”, con le copertine color pastello disegnate dall’artista Pablo Echaurren.  Ecco anche Ombre rosse, rivista nata nel 1967 e diretta da Goffredo Fofi, dove scrivono Rondolino, Tinazzi, Baldelli, Arlorio, Volpi, Gobetti, piuttosto terzomondista e “positifista” che assieme a Filmcritica e Cinema e Film (più spostati verso i Cahiers du cinema) trattano l’aristarchiana Cinema Nuovo come faceva Mario Tronti con Secchia e Scoccimarro. 
  

Sulla rivista mensile che Savelli editava, ‘La Sinistra’, il professore di filosofia Lucio Colletti spiegò come era semplice per tutti fabbricare le bottiglie molotov (molto dopo sarebbe diventato un berlusconiano, dunque rimase coerentemente “devastante”). Savelli così viene espulso finalmente dal PCI. Ma nel 1970 arrivò il suo più grande successo politico-editoriale della sua (e nostra) storia, La strage è di stato (che chiarì definitivamente cosa successe a Milano in piazza Fantana, che Valpreda era innocente e Restivo-Rumor-Andreotti no). Il libro ebbe uno straordinario successo. Nonostante quella Rai e quei mass-media. Ancora non riesco a capire come ha fatto Pietro Valpreda a non essere eletto al parlamento. Prima o poi dal Viminale qualcosa uscirà di certo. In punta di morte, forse qualche usciere …  
                 

mercoledì 15 aprile 2020

Sarah Maldoror, svelò le 'sanguinose atrocità' contro i dannati della terra








Parlatemi dei mendicanti che hanno cappelli grandiosi, e sordidi stracci
(Lautreamont, I Canti di Maldoror)


La giovane Sarah Durados 
La cineasta Sarah Durados, in arte Sarah Maldoror, è morta a 91 anni a Parigi per complicazioni da Coronavirus.
Se n'è andata in punta di piedi, ma ha vissuto da combattente in anni cruenti e esaltanti. Allieva e amica di Franz Fanon, allevata in ambienti rivoluzionari,  si è trovata a combattere un 'epoca speciale. Quando il generale De Gaulle disse "Se volete l'indipendenza prendetevela", un solo stato coraggioso subsahariano, la Guinea di Sekou Tuoré, ha osato farlo, con la strafottenza di Belmondo in Fino all'ultimo respiro. E i francesi, prima di fare le valige, hanno completamente distrutto il paese, strutture e sovrastrutture smantellate. Secondo la scienza esatta coloniale secolare: come sottosviluppare radicalmente un continente e come spogliarlo di tutte le sue risorse umane vegetali e minerali.
Bisognava dunque, come intellettuali rivoluzionari, contribuire a "sviluppare l'etica culturale di un popolo", a decolonizzare il pensiero, a studiare le dimensioni psicologiche e psichiatriche dell'oppressione con il linguaggio cinematografico più fluido e comprensibile possibile, visto l'alto tasso di analfabetismo. Sarah ha dato il suo contributo e adesso è nel Pantheon del primo cinema africano, a fianco dei grandi fondatori, Yussef Chahine, Desire Ecare, Dikongue-.Pipa, Lionel N'Gakane,  Sembene Ousmane, Med Hondo, Mustapha Alessane, Ola Balogun, Oumarou Ganda,  Ababacar Samb-Makharam e il vivo e vegeto Haile Gerima...Il poeta senegalese  Birago Diop, citato nel necrologio di Inoussa Ousseini (ambasciatore del Niger all'Unesco) ci ha spiegato che "Chi muore non è mai partito. Chi se n'è andato non è sotto la terra. Ma è nell'albero che germoglia, nel ruscello che scorre".

Sarah Maldoror 
Sarah era originaria della Guadalupe francese, ma è specialmente il cinema angolano che le deve molto. La sua vittoria al festival di Cartagine nel 1972, Tanit d'oro per Sambizanga, e l'invito che poi quel poema epico militante ebbe da parte di tutti i festival del mondo, hanno contribuito infatti ad accrescere la solidarietà internazionale verso la lotta di liberazione dell'intera Africa lusofona.

E' un cinema particolare,  quello angolano. Di straordinaria forza emotiva e di qualità grafico-visuale originale e sorprendente. Tra quelli delle ex colonie portoghesi, la Guinea Bissau di Flora Gomes è più moderno, quello mazambicano il più fragile e 'sudista' (tanto che il compianto presidente Samora Machel volle chiamare, per inventarlo, sia Godard che Ruy Guerra), è il cinema più preparato a deformare o perfezionare le ossessioni surrealiste di Manoel de Oliveira, Paulo Rocha o Joao Cesar Monteiro. Pensiamo alle opere dell'immediato dopo guerra di Liberazione, di Rui Duarte (e in particolare a Nelisita, di densità antropologica e ferocia cromatica stupefacente), di Asdrubal Rebelo da Silva, il punk che ci ha lasciato una panoramica della capitale doppiamente scarnificata, dopo Salazar e Breznev, o del raffinato pittore Antonio Ole, che maneggia (gioca con) colori che esseri umani non hanno mai contemplato.

Durante le riprese in Angola nei primi anni 70
Ma prima di tutti loro, c'era questa donna, femminista, nomade e euroafricana. Francese di nascita, antillana di genitori e angolana d'adozione. Fu al fianco dell'avvocatessa Gisèle Halimi e Georges Lapassade, il sociologo anarco-situazionista nel maggio del 68. Era stata già l'assistente di Gillo Pontecorvo in La battaglia di Algeri nel 1966. Jean Genet la definiva "un guerriero" un po' come Raul Ruiz chiamava Michelle Bachelet, la prima donna cilena presidente, "il generale".

Il nome di battaglia che si scelse è il più iconoclasta di tutti, rubato a Lautreamont, non a caso. Perché aveva scelto quel letterato maledetto? Perché anche il suo cinema ribaltava e distruggeva lingua, senso, sintassi, significati e grammatica accademica, sia della tradizione francese che portoghese. Un cinema bastardo, di contaminazioni, creolo, meticcio, antillano anche perché sa urlare con la potenza dell'uragano, sonorità che a noi euroafricani (per ora) mancano. Già. L'immagine sonora è importante quanto quella visiva nel suo cinema. In una intervista del 1996 a Parigi Sarah Maldoror disse: "Un baobab non sarà mai un ciliegio. In Africa non si può avere la stessa concezione europea del tempo, della luce e del suono. Io sono molto sensibile  al rumore africano che non esiste da nessuna altra parte: rispettiamo questo sound!"

Il lungometraggio d'esordio della storia angolana è dunque  di questa oriunda, panafricanista convinta. Sambizanga è stato girato in Congo-Brazeville (coproduttore assieme alla Francia) nel 1972 ed è ispirato al romanzo del leader rivoluzionario angolano José Luandino Vieira, A vida verdaidera de Domingo Xavier, ambientato negli anni 60 all'inizio del conflitto armato. Un film di qualità tecnica superba (gli attori sono tutto non professionisti ma i tecnici sono tutti francesi). E' un po' comecontemporaneamente, l'Iliade e l'Odissea di Luanda. Un road movie d'amore e di guerra.

Sambizanga 
Nata il 9 luglio del 1929 (ma per molti nel 1939) a Condom, Gers, in Francia, da genitori della Guadalupe, Sarah Durados studia a Parigi e fonda una compagnia teatrale, Les Griots, ma al cinema sarà introdotta da Mark Donskoi e Guerassimov a Mosca, negli studi Gorki, nel 1962 dove conosce Sembene Ousmane, anche lui "studente", e soprattutto il poeta e scrittore Mario Pinto de Andrade, fondatore e dirigente del Mpla che è passato alla lotta armata contro le truppe di Caetano, diventa il suo compagno e segue nel suo esilio militante e con il quale avrà due bambine, la seconda nata a Rabat nel 1964. Mosca ha ben addestrato ai fondamentali molti registi africani, anche il maliano Souleymane Cissé e il mauritano Abderramane Sissako, gioielli della seconda e terza generazione.

Prima di Sambizanga Maldoror gira in Algeria il corto in bianco e nero di 20' Monangambee (1969),  da una sceneggiatura di José Luandino Vieira sulla incomprensione totale, anche linguistica, tra colonialisti e colonizzati. Un prigioniero politico angolano chiede alla moglie di portargli un "completo", e la cosa viene segnalata come sospetta e irritante da una guardia che riceve dunque  l'ordine di frustarlo per strappargli invano nomi e segreti della organizzazione armata, ma il prigioniero voleva solo che la moglie gli cucinasse e portasse un piatto completo di pesce e non giacca e pantaloni per scappare...
Realizza poi nel 1970 il suo primo, misterioso lungometraggio che nessuno ha visto, coproduzione tra Algeria e Guinea Bissua, Des fusils pour Banta, alla frontiera tra Guinea Conakri e Guinea Bissau, ispirato da un altro leader carismatico panafricanista, Amilcare Cabral. E' la storia di un militante del Paigc (Partito africano per l'indipendenza della Guinea Bissau e di Capo Verde), convinto della necessità della lotta armata ma che muore prima che i combattimenti abbiano inizio. I film ha avuto non poche difficoltà di uscita perché è stato "sequestrato" ad Algeri per motivi politici. Fu giudicato politicamente "ambiguo". Speriamo che possa essere visionato al più presto. Il regista antillano Mathieu Kleyebe Abonnec  ha girato nel 2011 un documentario di 28' per raccontarci i misteri di questo film (ancora) perduto.

Elisa Andrade, Maria in "Sambizanga" 

Sambizanga (che è il nome di un quartiere popolare di Luanda) racconta in 105', attraverso l'odissea di una moglie spoliticizzata che lentamente comprende cosa sta accadendo e passa all'azione, le atrocità della repressione portoghese e le origini dell'insurrezione, dopo quattro secoli di colonialismo, razzismo, massacri, rapina, sopraffazioni di ogni tipo.
Ma è anche una storia d'amore individuale che diventa a poco a poco collettiva, amore per il proprio uomo, per il proprio paese e per la libertà.
Non è metaforico che si inneggi nel film alla nascita (siamo nei primi anni 60) dell'Mpla, il Movimento popolare di liberazione dell'Angola, l'organizzazione politica sostenuta dall'Urss e da Cuba che otterrà l'indipendenza dopo la rivoluzione dei garofani e guiderà il paese fino ad oggi, non senza contraddizioni e lunghi scontri fratricidi con il Fnla filocinese di Holden Roberto e soprattutto con l'Unita di Jonas Savimbi che sarà sostenuto dagli Stati Uniti e perfino dal Sudafrica razzista sconfitto militarmente sul campo dalle truppe cubane guidate da Ochoa (successivamente fucilato da Castro come trafficante di droga). Mah. Anzi proprio il leader amato del Mpla, il poeta oltre che fine uomo politico, Agostinho Neto, è l'autore delle parole della canzone che fa da filo conduttore al film.

Sambizanga vince il Tanit d'oro al festival di Cartagine, ma non senza polemiche perché c'è chi rimprovera al film l'esagerato tono romanzesco e un uso ben studiato di sentimentalismo e estetismo, emozioni politicamente scorrette all'epoca, visto che l'apartheid non è ancora stato smantellato, la Fiat aiuta i portoghesi e Pretoria a bombardare i guerriglieri, Mandela è sempre dentro e chi dovrebbe stare zitto per incompetenza palese in questioni estetiche si appropria prepotentemente della parola.

Infatti la critica african-american appoggia incondizionatamente il film, perché l'immagine dei neri è completamente ribaltata rispetto agli stereotipi euro-hollywoodiani: "I pianti di queste donne, l'affetto che le lega, il loro lutto e il loro dolore, nella loro immediatezza, continuano a ossessionarmi".
E una critica italiana, che è stata la prima studiosa del cinema africano lusofono, Anna Maria Gallone, che poi dirigerà il festival del cinema africano di Milano, scriverà, notando il tono brechtiano della scena clou: "Il film contiene momenti di estrema efficacia: basti citare la sequenza della festa popolare, durante la quale  la morte del protagonista non viene vissuta come momento di lutto, ma come esempio di coraggio per incitare  i compagni a proseguire la lotta. Quando il film è stato proiettato in Angola, totale è stata l'identificazione del pubblico nelle vicende trattate tanto che l'interprete del ruolo del poliziotto della famigerata Pide, la polizia segreta, riconosciuto dai passanti, ha rischiato di essere linciato nelle strade di Luanda".
  
Sarah Maldoror, fase televisiva
L'on the road tragico, da un villaggio all'altro, da un carcere all'altro, è quello di Maria, giovane moglie e madre di un figlio piccolo perennemente sulla schiena, alla ricerca di Domingo - il marito  operaio arrestato dai portoghesi per attività politica, torturato  e martire, perché preferisce morire piuttosto che tradire i compagni -  che non riuscirà più a trovarlo vivo ma da ingenua e ignara scopre cosa vuol dire libertà e si sposa con la lotta di popolo. Nel lungo e triste tragitto ha scoperto la solidarietà delle altre donne e una parte di mondo sconosciuta, insospettabile, attraente, invincibile. Si può essere molto di più di sposa e madre.

Assieme alla cineasta senegalese Safy Faye, Sarah Maldoror è stata tra le pioniere del cinema africano e ha accompagnato la lotta di liberazione dei popoli africani (anche quello del Sahel) girando documentari anche in Francia sul razzismo contro i lavoratori immigrati (Un dessert pour Constance del 1981 e Le racisme au quotidien, 1983).  Molto impressionante anche il lavoro sui manicomi sovietici degli anni trenta L'hopital de Leningrad (1982).

E, proprio come Safy Faye, ha avuto non poca difficoltà a lavorare negli anni 70. Sarah Maldoror in particolare ha subito la scomparsa di tutti i grandi leader panafricani (Nkrumah, Lumumba, Sanbkara...) ed è stata sopraffatta dalla burocratizzazione e purtroppo anche dal tradimento degli ideali delle 'democrazie popolari socialiste'. Non è più riuscita a girare un lungometraggio. Il progettato film tratto da Roi Christophe di Aimé Cesaire è saltato.  Così negli ultimi anni ha lavorato molto per la televisione francese, realizzando ritratti d'autore sullo scrittore haitiano René Depestre, Mirò (1981), la cantante haitiana Toto Bissainthe (1982), il fotografo Robert Doisneau (1983), il poeta e scrittore panafricanista della Martinica Aime Césaire (1988), lo stilista Emmanuel Ungaro (1988), Louis Aragon (1988), il poeta della Guyana Léon Gontran Damas (1995),

sabato 11 aprile 2020

E' morto a 96 anni Joseph Tusiani, il poeta italoamericano raccontato nel 2012 dal Sabrina Digregorio




E' morto oggi, a 96 anni, lo scrittore, antichista, dantista e poeta americano di origine pugliese Joseph Tusiani, il primo scrittore statunitense a vincere il prestigioso premio britannico Greenwood oltre a numerosi riconoscimenti internazionali. Docente universitario, romanziere, drammaturgo, traduttore, saggista, nel 1960 intervistò Martin Luther King per Nigrizia e fu un attento esegeta della letteratura african-american. Tra i suoi lavori più importanti la trilogia autobiografica, Collected poems (1983-2004), If Gold Shuld Rust (dramma in versi). Tra le ultime pubblicazioni di Tusiani - che viveva a New York dal 1947, prima nel Bronx, sulla 188th street, all'angolo di Lorillard Avenue e in Tomlinson Avenue poi a Manhattan - "Poesie per un anno" (2014-2019), 'La gloria del momento' (poesie in lingua spagnola pubblicate a cura di Antonio Motta e Cosma Siani dal centro di documentarione Leonardo Sciascia di San Marco in Lamis) e il romanzo giovanile "La daunia brucia". 




Ripubblico qui sotto un articolo uscito sul manifesto il 26 marzo del 2012, in occasione della presentazione alla stampa romana - quando il compianto cinema Trevi era vispo e vegeto - del documentario di 84' a lui dedicato da Sabrina Digregorio, Finding Joseph Tusiani - The poet of two lands. Ha collaborato alla sceneggiatura Fabio Pagani.  Le musiche sono di Katia e Marielle Labeque e di roberto Fiore (che con Andreas Pizzo ha curato il suono in diretta). Il montaggio è di Giorgia Costantino.
I legami con la cultura italiana nel mondo e dunque con la cultura del mondo in Italia, si rafforzerebbero e i rapporti con la nostra emigrazione secolare (e con il recente e prezioso flusso  di immigrati) sarebbero più fecondi e rispettosi se film magnifici come questo venissero trasmessi dalla televisione pubblica, così ricca di canali tematici spesso sprecati, invece di subire un'oculatissima pratica di disinteresse e annientamento. E' la cultura la prima tecnica di difesa, che ci permette, in certe occasioni, di non abbassare a non abbassare la guardia. Contro la corruzione, la mafia o la pandemia. E ricordiamo che proprio ieri nel paese nativo di Tusiani, San Marco in Lamis, parte della cittadinanza ha sfidato papa e stato, affollando pericolosamente una chiesa per il rito pasquale, in piena peste Covid19. Avessero sentito le parole di un loro connazionale colto e sensibile, invece che gli improperi quotidiani di politici spoetizzanti, forse non avrebbero neanche concepito un gesto così oscurantista, clericale e criminale. 
Sabrina Di Gregorio ha successivamente realizzato un altro film-ritratto-autoritratto Full circle- The Kostabi Story (2012), sempre tenendosi nella zone di confini tra fiction e non fiction, e coinvolgendo nel racconto sull'artista più inguaribilmente tardopop, critici internazionali e star della controcultura come Suzanne Vega, Michel Gondry e un davvero inedito Ornette Coleman.




di Roberto Silvestri



Qualche giorno fa è stato presentato a Roma, nella sala Trevi della Cineteca Nazionale, Finding Joseph Tusiani - The poet of two lands, un film di Sabrina Digregorio realizzato nel 2011. La giovane cineasta pugliese ha usato un procedimento spiazzante per rendere omaggio, con finezza, a un prestigioso poeta americano - originario di San Marco in Lamis (Foggia) dove nacque nel 1924 - ma non conosciuto come merita, anzi vero «buco nero» della nostra cultura. 
Scrittore di lingua inglese, latina, spagnola, italiana, ha pubblicato anche sette raccolte di poesie in dialetto del Gargano. E' autore di due romanzi ed è traduttore dei classici italiani del medioevo, del rinascimento, del barocco, del Risorgimento e della contemporaneità.
Professore emerito al Lehamn College di New York, primo «americano» a vincere il Greenwood Prize della Poetry Society d'Inghilterra, Joseph Tusiani è un intellettuale «impegnato» che spiega come questo aggettivo sia stato piuttosto frainteso in Europa.  Non vuol dire «essere di parte». Ma essere «parte di». 
Figlio di una sarta e di un calzolaio (che conobbe nel Bronx giù adulto, a 24 anni), Maria e Michele Pisone, testimone attivo del new deal rooseveltiano, Tusiani fece parte di quel gigantesco movimento proletario, anche migrante, che dal 1861 a oggi, ha costruito la potenza economico culturale Usa anche opponendosi, con ogni mezzo necessario, ai disegni e ai crimini, alle intimidazioni e allo sfruttamento dei conglomerati industriali che sottosviluppano il mondo approfittando di ogni tipo di crisi, economica ma anche pandemica, per mangiare i pesci più piccoli e accrescere i profitti.  
Arturo Giovannitti
Così scopriamo che Tusiani era diventato amico di Arturo Giovannitti, il leader sindacale nel 1912 salvato a furor di popolo da una provocazione tipo Sofri che rischiava di portarlo sulla sedia elettrica ma anche poeta meraviglioso (ricordiamo il suo saggio La poesia inglese di Arturo Giovannitti, «La Parola del Popolo», Special issue, Nov.-Dic.1978) e un attore della Hollywood 'muta'. Che Tusiani usò uno pseudonimo per sfuggire alle purghe maccartiste negli anni 50 e scrivere su riviste letterarie «comuniste». Che Tusiani trovò in una donna (come Giovannitti e Tresca in Elisabeth Garley Flynn) la sua mentore: era la poetessa e traduttrice Francesca Vinciguerra, alias Frances Winwar, che disciplinò il suo talento e tolse le briglia alle sue emozioni ...
Insomma come raccontare questo omaggio originale al compaesano Tusiani, l'autore del lungo poema The Return, scritto dopo il suo primo ritorno nel paese dove era nato e si era laureato in lettere (a Napoli nel 1947)?

Sabrina Digregorio

Il genere è un classico, il «documentario biografico». Lo standard vorrebbe una impostata voce fuori campo, più didascalie esplicative, uso di materiale di repertorio, meglio se raro, per fare «tessuto musicale d'epoca», e alcune poesie declamate da professionisti. Niente di tutto questo. 
Sabrina Digregorio (già autrice di due documentari, Melfi e In bilico-Voci narranti e di un film d'animazione in 3D, Il paese della quiete), mette in scena piuttosto un ammaliante «road movie» della memoria e nella storia, in forma di intervista - intima più che bio-bibliografica - tra lo scrittore e l'attrice Daiana Giorgi (nei panni di una studiosa di letteratura) che si snoda dalla agiata casa anni quaranta di Manhattan  di Tusiani, East 72nd street, alle viuzze-quinta teatrale del paese natio, sfiorando le idee-forza della sua poetica, lo sradicamento, la lotta, l'amore, il lavoro, la voce, il montaggio indocile tra «le due terre», la seduzione...
Un dialogo «obliquo» che non si permette le facili semplificazioni del «post hoc ergo propter hoc»: non è il dolore dell'emigrazione, la follia della guerra, l'orrore del razzismo, l'autolesionismo del sessismo, a causare, a provocare la costruzione del «verso indignato», ma è il pulsante materiale extra semiotico al lavoro, il gioco asimmetrico tra razionalità e irrazionalità, Pasolini avrebbe detto tra "ideologia del pensiero e ideologia della forma", qualcosa insomma che sfugge alla pedanteria del ragioniere: allo spettatore il compito di unire i tanti tasselli, ora che una ricca cultura dell'immagine lo ha dotato di un «know how» degno di un pittore cubista o espressionista. Tutt'al più qualche suggestione sonora per aiutarlo, dall'epopea agra di West Side Story ai primi collage postmodern di Erik Satie. E una serie di interventi affidati a esperti e critici non accademici, da furio Colombo a Richard Pena, da Derek Bowen a Gertrude Bocchimuzzo.
Tusiano è il «Simbolo di una emigrazione rara e alta, che si conosce poco e non si celebra mai» ha ricordato Furio Colombo, introducendo la proiezione di un film a cui ha collaborato, visto che lo conobbe nei 20 anni di permanenza americana, anche da direttore dell'istituto culturale italiano di New York e, senza troppo aiuto da parte della sinistra light e hard, di ri-tessitore dei rapporti con «l'altra Italia», quella una e bina. Emigrazione «rara e alta», come hanno confermato i rappresentanti della Regione Puglia e dei «pugliesi nel mondo» alludendo anche ai disoccupati e ai senza mestiere che hanno fatto l'America: «Saranno sempre le babucce di velluto a discendere le scale della storia, mentre le scarpe di legno le risaliranno». Parola di Voltaire.