mercoledì 20 giugno 2018

Rivoluzionariamente scorretti. La storia del rapporto cinema e Rom




Quale è il vostro artista del cinema, del calcio e della politica rom/sinti preferito? Antonio Banderas,  Yul Brinner, Elvis Presley, Bob Hoskins, Liana Orfei,  Antonio Banderas, Michael Caine, Adam Ant, Zlatan Ibrahimovic, Gerhardt Mueller (pallone d'oro), Django Reinhardt, Juscelino Kubitìschek (presidente del Brasile e fondatore di Brasilia), Moira Orfei......? 

Antonio Bandera


Roberto Silvestri

Portare i cavalli in città. Mettere caos nell’ordine, affinché l’ordine sia etico, meno rigido, più rispettoso di tutti…Essere fermi e in moto. Nomadi e sedentari a un tempo. Cercare una identità dentro molte identità, e oltre. Andare verso Roma dall’India ma non essere sicuri di voler proprio stare là. Forse vuol dire questo rom?
Il più commuovente, agghiacciante e divertente classico sui rom è Chi canta la in basso? diretto dal Mario Monicelli serbo, l'oggi settantenne Slobodan Sijan, l'odissea di due ragazzi che con i loro strumenti e la loro voce accompagnano in un rocambolesco viaggio verso Belgrado un gruppo di passeggeri croati, montenegrini, bosniaci, sloveni che hanno tutto il tempo di esibire il loro odio e disprezzo reciproco anche se si sta andando tutti insieme verso l'inizio della seconda guerra mondiale (nel film) e verso il tragico processo di sgretolamento nazional-federale del dopo Tito (nella metafora). Ko to tamo peva (Who's That Singing Over There) infatti è del 1980. E i migliori cineasti sono profeti. Vi dò il titolo originale e quello serbo perché tanto in Italia non lo troverete mai. A proposito. Bisogna approfittare del trionfo popolare e critico di Lo chiamavano Jeeg Robot perché Luca Martinelli, co-protagonista cattivo del fantasy demenziale alla Troma, è diventato famosissimo proprio nella parte dello "zingaro".
Luciana Fina, filmmaker italiana a Lisbona ha seguito qualche anno fa, nel 1998, un pellegrinaggio di massa verso il Vaticano, quando papa Woytila li ha radunati, omaggiati e benedetti in occasione della beatificazione di Ceferino Giménez Malla, il primo santo gitano. Occasione per seguire, in viaggio, un gruppo portoghese e accostarsi alla loro spiritualità, fede, tradizioni, arte (quanti gli scultori rom dimenticati dalle storie dell’arte) e cercare di capire un po’ i loro problemi sociali e politici, in patria e all’estero… Quel film, L’udienza, non è mai stato trasmesso in prima serata tv. Anche il Papa è censurato, di tempo in tempo.


Tutto il cinema di Tony Gatlif, il regista prefito di Guy Debord, molte opere di Tonino Zangardi, e i poemi onirici e danzanti di Emil Lotjanu hanno cercato negli anni con continuità di catturare la ricca sostanza umana, altra e nova, materialistica non metafisica, di queste popolazioni che alla schiavitù del lavoro salariato hanno sempre risposto, non senza esitazione… preferirei di no. Un miracolo di insubordinazione fertile nell’ordine del simbolico. Esili, ‘fragili eroi’, come David contro un Golia gigantesco che cancella, deforma, mistifica  una incatturabile alterità. Che ne dite di mettere metà zingari per legge nelle liste elettorali bloccate dei partiti? Maastrich non vuole? La Lega neanche? E allora? Un po’ di affermative action in Italia  sarebbe la salvezza.
In un magnifico frammento elettrico, un lavoro di footage restaurato, rallentato, ricromatizzato e ritoccato nel 2002 con il solito tatto che trasforma le immagini di repertorio in un testo che urla e svela anche le propie didascalie ‘mute’, oltre che gli umori subcutanei di una emulsione, Yervant Gianiakian e Angela Ricci Lucchi mostrano un piccolo gruppo plurifamiliare di zingari sopravvissuti ai forni crematori nazisti che vengono squadrati, osservati con distacco sprezzante dall’aura maligna di una famigliola di borghesi, in ricognizione domenicale  tra i bordi campestri del lago di Como. Il cavallo c’è. Ma. Solo circondato da tutto un gran circo gli sarà permesso l’ ingresso in città (adesso neanche le tigri, i leoni e gli elefanti possono entrare, il loro avvicinarsi sarebbe un pericoloso promemoria per impulsi irreversibili di rivolta).
Gene Tierney, alla maniera gitana
Già. E’ vietato portare i cavalli in città, ci ricorda il britannico Mike Newell, e se li fa salire sulle scale dei condomini di periferia, immagine chagalliana pura, è per dire è cosa che capita solo a Dublino, è roba irlandese, da subumani….Il film è del 1992 e si intitola in originale Tir-na-nog. Ovvio che cineasti anarchici, comunisti e più rivoluzionari ancora (Bellocchio, Soldini, Jancso, Donskoi…); e poi armeni, cantastorie, ebrei, attori (Bob Hoskins e Robert Duvall firmano due gioielli rommisti, La vita maestra, 1988 e Angelo my love, 1983) e donne, le ‘minoranze’ diversamente perseguitate e oppresse, siano state attratte negli anni dall’epopea tragica (ma elegantissima, aurea) gitana. Le culture festose sono sempre odiate dall’ideologia del lavoro “politicamente corretto dallo spirito puritano”.
Eppure cosa sono i registi se non artigiani, lavoratori del dettaglio perfetto, fabbri e falegnami, che incastrano pezzi di legno o di ferro per far funzionare una immagina o una macchina immaginaria che cattura spazio, ritmi e tempo? Gypsies. Così Joseph Losey, La zingara rossa, 1957, Gb); Sally Potter (L’uomo che pianse, 1999, Gb), Marie Claire Pajman (Puoi essere felice, 1994, Olanda), Dorota Kedzierzawska  (Diably Diably, 1991, Polonia), Melitta Tchaicovsky e Pepe Ozan di Jaisamer Ayo! Ovvero Gateway of the Gypsies (Usa 2004)…Un film muto italiano del 1920, di Mario Almirante, Zingari, con Italia Almirante Manzini e Amleto Novelli, melodramma d’amore - lei non vuole l’odioso maschio che il padre gli impone come marito, e non lo prende - ridicolizza anche quel luogo comune rassicurante (l’autoritarismo patriarcale  che sarebbe ‘tipico’ dei gitani perché chi suona beve sempre troppo e picchia la famiglia) che nasconde il disprezzo razzista per l’altro, per il diverso, scaricandogli addosso, in una tipica mossa da transfert, tutti i lati dark della propria cultura, dei propri pregiudizi e dei propri luoghi comuni (oltretutto mai danzanti).
Abbiamo avuto in questi anni in Italia, e ancora si aggira, un super ladro machista, e tronfio di esserlo, come vezzeggiatissimo e votatissimo presidente del consiglio dei ministri ma ladri e machisti restano per antonomasia gli zingari e non i brianzoli e i loro succedanei. Abbiamo un livello preoccupante e crescente di omicidi femminili nel nostro occidente civile ma i trogloditi sessuali per antonomasia sono inguaribilmente i rom (e ora che ci penso anche i musulmani…). Perché poi le loro case senza servizi igienici charming vadano sempre in fiamme è davvero irritante.
Frammenti elettrici, ellittiche esperienze, sono anche ciò che inanella il nostro rapporto privato con rom e sinti conosciuti. L’ammirazione per gli acrobati degli Orfei, i lunghi lanci di Pirlo, i dribbling di Quaresma (nel Porto, e oltre) e i solo alla chitarra di Django Reinhardt. Un parente borseggiato. Una mano letta sinistramente.


E poi c’è il lavoro dei cineasti indipendenti e autonomi da pregiudizi, di cui l’opera  di Giovanni Princigalli, antropologo e filmaker, barese che vive non a caso a Montreal, è esemplare. Il metodo di questo documentarista è l’antitesi del marine che arriva sul territorio, lo conquista con la violenza, arraffa quel che c’è da rapinare e torna a casa col bottino. Princigalli, come Michael Apted nel miliare e seriale The up series (il ritratto di giovani inglesi iniziato nel 1970 e proseguito ogni 7 anni…) non solo lavora con calma e prendendosi tutto il tempo necessario, soggiornando a lungo sul territorio assieme ai suoi personaggi e conquistandosi  la loro simpatia, complicità e rispetto, ma resta dalla loro parte nel tempo, seguendone lotte e sogni, vittorie e contraddizioni, persecuzioni e riforme. E così arriva il miracolo. Vi ricordate la prima volta che avete visto la fotografia di Angela Davis? Una bellezza sovrumana, mai visto niente di simile. Uno stile. Una apertura alla fantasia della bellezza finalmente dispiegata. Come si poteva resistere a farsi crescere i capelli così, ad ampolla sferica e riccia? E il gusto camp e glam, da Liberace a Presley a David Bowie che origine ha? Ricordate Moira Orfei al massimo della forma? Ebbene non vediamo l’ora di vedere alla prima sfilata la top model Daniela detta Aida, che oggi ha 24 anni…e viene da un certo campo provvisorio e pericolante alla perfieria di Bari.

Il suo sogno, che ci ha avvinto in Japigia Gagi è come il nostro. Fabbricare e portare stile e bellezza differenti ovunque. A partire da un non-luogo abusivo (baracche di legno e lamiera, servizi igienici improbabili e sullo sfondo palazzacci di periferia, con pericolo imminente di sgombero perché il terreno è privato e se non ci fosse l’aiuto della parrocchia vicina…) che nella metafora però, e anche etimologicamente, e storicamente, deve essere terra davvero speciale: la Puglia. Che prende il nome da Japige, figlio di Dedalo, che la fondò scappando da Creta e la volle regione aperta al diritto di cittadinanza per tutti, un posto da cui non emigrare e non scappare più, dove ogni pogrom e discriminazione basata sul sesso, le opinioni e l’etnia fosse bandita. Visto quel che è successo a Taranto avvelenata dal petrolchimico poteva anche essere il primo esempio di salario di cittadinanza se la Fgci non avesse nel frattempo allentato i riflessi etico-politici dei propri iscritti (come Vendola). Purché si spegnesse l’Ilva ammorbante. Da Japigia gagi (il primo lavoro di Princigalli con la comunità rom di Bari, del 2003) a Quaderni gitati, video e scritti sulla comunità rom rumena di Bari….seguiamo l’evoluzione di alcuni personaggi della comunità - come Dainef detto Artizan, Dorina detta Felicira, Laura detta Isaura che, a 11 anni preferisce la vita presso i semafori, a chiedere l’elemosina, piuttosto che la scuola. Una comunità sempre in stato d’allarme che vive presso la tangenziale nel quartiere Japigia, dopo un lungo viaggio dalla Romania. Sempre sotto lo sguardo appassionato del nostro cineasta nomade, che è stato in continuo contatto con quella piccola moltitudine e soprattutto con i ragazzi, due dodicenni per esempio, di cui si sono seguite le recenti vicissitudini scolastiche e i rapporti conflittuali anche con gli extra comunitari, con i gagi. Un film che ha girato il mondo dei festival. Ed è stato anche a Sulmonacinema Film Festival.


Al festival del cinema indipendente di Sulmona, qualche anno fa, i più fedeli cinefili erano due fidanzati rom giovanissimi, sedici-diciassette anni, che, mano nella mano, seguivano nelle primissime file, con attenzione e interesse, perfino le più spericolate acrobazie visuali di Valie Export e degli akzionisti. Non li abbiamo visti più perché a 18 anni arriva immancabile il foglio di via. Non sono più italiani, per le nostre leggi….
Altri frammenti elettrici.
Una delle ultime indagini sul territorio della allora coppia Paola Pannicelli e Alberto Grifi è stata vidigrifata durante uno sgombero – vigili urbani e polizia dell’Urbe ignari di clonare lo stile Gestapo -  di un campo rom perferico, con Alberto che è preoccupato solo di dare la parola soltanto a chi non l’ha mai avuta e non è mai soggetto ma solo oggetto di reportage aggressivi. Le baracche romane che il compianto sindaco comunista Petroselli si vantava di aver spazzato via per sempre, eccole lì che ritornano dalle parti del Sacro Gra. Niente è irreversibile.
Un gruppo di detenute rom di Rebibbia, chi dentro per borseggio chi per rapina (se non hai i soldi da dare in dote non ti sposi e non è che trovi lavoro facilmente se sei zingara…) partecipano alla realizzazione di un piccolo film d’animazione coordinato da Giulia Merenda – che racconta l’incontro di due donne, una ricchissima e l’altra cameriera haitiana di grand hotel, e i loro rispettivi modelli (alternativi) di charme, stile e tecnica di combattimento -  offrono una miriade di spunti originali, fantasiosi e ricchi di sostanza conoscitiva e arrivano seconde, battute solo dalle rappresentanti Croate, in una competizione culinaria all’aperto, nel cortile del penitenziario, che dimostra la loro eccellenza gastronomica (il documentario, ancora inedito, si intitola  Liberamente). Una brasiliana molto lesbica ci assicura che la qualità del cibo rom, che lei degusta quotidianamente in cella, è molto, molto sopraffina.    
Certo, anche il cinema-cinema, fin dall’epoca di Méliès, l’Emir Kusturica su tutti che, proprio mentre cade il socialismo, nel 1989, con il Tempo dei gitani affida proprio a quell’amalgama di costumi e culture il senso stesso del binomio “libertà&democrazia”, declinata nel rispetto del diverso, fosse anche il più pigro e ozioso, un omaggio entusiasmante… come un invito alla cultura europea a guardare anche a oriente e non solo dentro il proprio ombelico. E perfino Hollywood, terra di nomadi in fuga, qualche brandello di omaggio all’antica e complessa cultura rom ce lo ha trasmesso. Da Marlene Dietrich in Amore di zingara (1947, di Mitchel Leisen) che ci ha spiegato l’ampiezza siderale di un sentimento così maltrattato nella cultura della libera impresa inividuale, della rendite e della tassa di successione a Dorothy Dandridge, Carmen-african-american per Otto Preminger. E poi Lubitsch, Dieterle, Korty…  


Tutto questo pezzetto d’immaginario forma una suite poetica, un canto d'amore per i rom, quel popolo, o meglio quel flusso composito di popoli e caste 'a cui piace divertirsi', venuto dall'India cantando e danzando, lavorando il rame e facendo magie nel 1300-1400 e che non ci ha ancora abbandonato nonostante sia stata ostinatamente vilipeso, maltrattato, perseguitato, discriminato, temuto e quasi sterminato. 10 milioni di cittadini, senza bandiera, leader, confini  (e non così 'nomadi' come ordina lo stereotipo), diventati una parte d'Europa e della sua civiltà, che o è anche gitana e boema, o non è. Ci hanno o no insegnato a 'stare in cammino' sempre, anche quando siamo fermi? Non mancano contraddizioni e scene di lotta di classe tra rom. Un greco esule per qualche tempo in Italia, Carolos Zonars, realizzò nel 1993, un magnifico Oreste a Tor Bella Monaca (Italia 1993), la tragedia greca messa in scena dai membri della tribù più odiata (anche dai rom) tra gli odiati zingari, spintonati verso l’aeroporto di Fiumicino.
Un ultimo importante doppio consiglio per gli acquisti. Infinito edizioni pubblicò, parallelamente alla presentazione in alcune sale d'essai, il film di Massimo D'orzi Adisa o la storia dei mille anni, opera prima del documentarista di Ribelli! (sulla Resistenza raccontata dagli 'ultimi partigiani), girata nel 2004 in Bosnia Erzegovina, nel villaggio di Varda nelle abitazioni di una trentina di rom, piccoli e grandi, donne, vecchi, artisti e allevatori, appena rientrati in patria dopo la guerra. Parlano, discutono, cantano di notte, raccontano leggende, ricordano come con Tito si stava meglio (“Indira Gandhi voleva che tornassi in India, è Tito che non ha voluto”), impartiscono lezioni di vita, igiene e atica, esibiscono la ricchezza (e l'orrore) della loro povertà davanti al fuoco. Il dvd (16 euro) è accompagnato da un libro, presentato da Silvio Soldini, che contiene alcuni contributi sui popoli Rom del critico Fabrizio Grosoli,  dello scrittore bosniaco Predag Matvejrvic, della studiosa Silvia Angrisani e della montatrice del film, Paolo Traverso.


E A forza di essere vento" è un doppio dvd + libretto, di retrogusto anarchico come le canzoni che d’André dedicò ai rom, per un totale di circa due ore e mezza di materiale e una settantina di pagine in cui vengono raccontate e approfondite le persecuzioni sotto i regimi nazista e fascista, con uno sguardo rivolto anche alle condizioni attuali in Italia. 
Il primo dvd si apre con una breve intervento di Moni Ovadia contro il pregiudizio; a questo segue Zigeunerlager, un documentario in cui Marcello Pezzetti, del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, illustra la storia e le condizioni degli Zingari internati nello Zigeunerlager di Auschwitz-Birkenau. Sempre nel primo dvd Porrajmos (una persecuzione dimenticata) è un documentario realizzato da Paolo Poce e da Francesco Scarpelli per l'Opera Nomadi, in cui vengono raccolte le testimonianze di alcuni Rom italiani che hanno vissuto le persecuzioni e le violenze ad opera del regime fascista. A chiusura del primo dvd Hugo, realizzato da Giovanna Boursier, è la testimonianza di Hugo Höllenreimer, un Sinto tedesco internato ad Auschwitz ed usato da Mengele per i suoi esperimenti. 
Nel secondo dvd Senza confini, senza barriere è un'intervista a Moni Ovadia, intervallata da alcune canzoni da lui interpretate in occasione di uno spettacolo del 2005 dal titolo Djelem Djelem, in cui viene fatto un parallelo tra il popolo ebraico e quello zingaro ed in cui viene dato risalto ad alcune delle caratteristiche proprie della cultura Rom. Intervista a Mirko Levak (storia di un Rom sopravvissuto ad Auschwitz), un documentario realizzato da Francesco Scarpelli ed Erika Rossi per l'Opera Nomadi, è la testimonianza sugli orrori dell'internamento e sulla politica di persecuzione attuata dai fascisti e dai nazisti. A chiudere il secondo dvd è la riproposizione di gran parte dello spettacolo Porrajmos. Voci da uno sterminio dimenticato (Rom e Sinti nell'Europa della 2° Guerra Mondiale), un progetto di Maurizio Pagani, con la partecipazione di Giorgio Bezzecchi, Naum Jovanovic e Daniela Di Rocco, in cui Dijana Pavlovic e Claudio V. Migliacca nel ruolo di "voci narranti" riportano alla memoria alcune vicende di uno sterminio dimenticato. 
Infine nelle settantadue pagine del libretto, oltre alla presentazione in cui la redazione di "A" illustra questo progetto, si affiancano gli interessanti interventi di Gloria Arbib, che riflette sul mancato riconoscimento del Porrajmos; di Giovanna Boursier, che ripercorre le vicende della persecuzione zingara con una particolare attenzione al coinvolgimento italiano; di Paolo Finzi, che sottolinea le analogie e le differenze tra Ebrei e Rom uniti dallo stesso destino sotto il regime nazista; di Giorgio Bezzecchi e di Maurizio Pagani, che illustrano le condizioni degli Zingari nell'Italia di oggi; di Paolo Poce, che con la sua macchina fotografica racconta uno sgombero di uno stabile abitato da centinaia di Rom; infine viene pubblicato il testo, scritto da De Andrè insieme ad Ivano Fossati, di Khorakhanè (A forza di essere vento).


Nel 2016 I fratelli e gemelli De Serio, documentaristi e antesignani del cinema del reale, quel movimento di rianimazione e ossigenazione delle immagini che ha perfino influenzato Quo vado di Checco Zalone, questa volta se la prendono con un bel blocco di luoghi comuni e li fanno letteralmente a pezzi.  Ovvero. Gli zingari rubano. Non lavorano. Sono infidi, alieni, sporchi, vivono in condizioni igieniche disastrose. Sono un pericolo per i nostri figli… Portano i cavalli in città e poi li sfruttano nei circhi... Lo sgombero progressivo (e perfino pregressista) del Platz, il cosiddetto campo nomadi più grande d’Europa, effettuato dal comune Pd di Torino tra il 2012 e il 2105, è stato aizzato (con la copertura etica di scandalose condizioni di vita) dai pregiudizi di cui sopra e raccontato dai mass media in questi anni in toni per lo più sensazionalistici, pietistici, giustizialisti o scandalistici. Cosa che deve aver fatto indignare furiosamente i nostri due cineasti che si sono così "nascosti" nella baraccopoli per molti mesi e sono diventati parte della lotta per l'assegnazione di case decenti o per una soluzione razionale del problema. Cosa ricordiamo infatti di normale nel contatto umano e nella comunicazione conoscitiva dei rom, in un oceano di immagini colpevoliste?  Le foto di Tano D'Amico, le canzoni di D'André, Fossati e Moni Ovadia e un pugno di film pittoreschi di Hollywood e militanti dimenticati, isolati, invisibili.
Quando si tratta di sinti e rom, e non solo a Torino, il metodo è cancellare tutto questo questo (per esempio espellerli dalla prima serata tv). Anche se vanno a scuola, lavorano, partecipano ai riti religiosi con il più sacro trasporto e qualcuno è anche cineasta, come Laura Halilovic, si continua a ritenere sacrosanto che un ragazzo nato in Italia e di etnia zingara quando raggiunge la maggiore età, i 18 anni, venga cacciato dal paese con il foglio di via. Altro che lotta al razzismo, transculturalità, meglio cancellare tutto sotto tonnellate di emozioni tossiche. Come si faceva con i baraccati meridionali del Mandrione e del Quadraro, tollerati nelle baracche romane per venti anni prima che arrivasse il primo  sindaco comunista della città eterna, Petroselli, ad assegnarli case decenti. Altro che "perennemente nomadi". E non tutto è oro quel che riluce nell' "Opera nomadi".
Si indica con il dito del giudice e si trasformano, per lo più, le immagini in parole d'ordine, invece di affidarsi allo sguardo libero del cittadino. Si produce un pubblico unanime, compiaciuto della propria indignazione cioè degradazione mentale, invece di spettatori critici e spregiudicati. E, come ci ha insegnato Mafia Capitale, attorno a queste emozioni bel pilotate si fanno maneggi, affari e crimini assai più redditizi di qualche furto con destrezza…


I gemelli Massimiliano e Gianluca De Serio, figli di immigrati a Fiatland, conoscono bene il meccanismo subito da migliaia di meridionali che da 70 anni fanno la ricchezza di Torino e lo combattono dal 1999 con le armi del cinema, una trentina di opere tra corti, video, documentari e installazioni. Nel 2012 hanno fondato, nelle periferie, il Piccolo Cinema, "società di mutuo soccorso cinematografico" dopo aver vinto il premio Don Chiscitte al festival di Locarno con il loro primo lungometraggio a soggetto, Sette opere di misericordia.  Nel 2011 hanno vinto il festival di Torino con Bakroman, una giornata con i ragazzi di strada di Ouagadougou. In questo bellissimo documentario, I ricordi del fiume, leggermente accorciato rispetto alla versione vista alla Mostra di Venezia (è diventato anche una piece teatrale), entrano nelle baracche, nella vita, nei sogni, nelle danze, nelle macerie, nei ricordi e nei giochi degli “ultimi tra gli ultimi”. Per un anno e mezzo i due cineasti sono stati complici e amici di una trentina di rumeni di etnia rom, bambini che vanno a scuola, mamme combattive, nonne argute, ragazze indocili alla tradizione, chi fa l’elemosina nei posti più poveri perché da quelli più ricchi li cacciano, chi torna in Romania per un po', chi si lamenta per l'ingiustizia delle case popolari assegnate con criteri niente affatto trasparenti, chi trova le nuove case assegnate - anche se provvisorie - bellissime, ma mancano i termosifoni e bisognerà portarsi le stufe dalle vecchie baracche, chi aspetta il ritorno del marito dal carcere, chi ammonisce i ragazzini a non rubare perché tanto non conviene… Amici e confidenti tra gli oltre 2000 che in 15 anni hanno fabbricato una baraccopoli di resistenza e mutuo soccorso sul Lungo Stura Lazio, oggi panorama di macerie di legnio e alluminio ancora non ripulito. E chi vinse l’appalto per assegnare agli sfollati case poco abitabili o rimandare indietro rumeni non in regola è indagato in queste settimane dalla magistratura. Mafia Capitale anche a Torino, che capitale fu, anzi insegnò a Firenze e Roma come approfittarne al meglio. 

il quartiere A Ciambra di Gioia Tauro

Infine A Ciambra di Jonas Carpignano.  Che ha vinto a Cannes 2017 il premio della Quinzaine che gli garantirà sovvenzioni alla distribuzione e uscite in Europa nel circuito d’essai. A Ciambra è il romanzo di formazione (e di deformazione) di Pio Amato, rom di 14 anni vissuti nella periferia arida di Gioia Tauro. Nella favela della città marina. Dove si vive tra cumuli di immondizia e pozzanghere di fogna, presso il fiume Perace, perennemente a rischio di avvelenamento irreversibile. Gioia Tauro, tanto per ricordarlo ai giovanissimi, è una località della Calabria che era stata scelta dal governo italiano nei primi anni 70 come sito perfetto per l'istallazione di un polo chimico primario (tipo Ilva di Taranto) che avrebbe dato lavoro e anche tanto inquinamento alla zona. La 'nrangheta disse no. Lo stato abbozzò. Fino ad oggi, Questo è l'ambientino, in parte molto salvaguardato, in parte no, dove si svolge la nostra avventura. 


Pio e la nonna patriarca
Molti minuti di applausi per l'odissea tragica di questo ragazzo perdente, ma non malvagio, debole ma non insensibile, traditore ma non per servilismo di comunità, in occasione della anteprima stampa della opera seconda di Jonas Carpignano (dopo Mediterranea, sulla rivolta nella vicina Rosarno della comunità africana supersfruttata), italiano che ha studiato cinema a New York e ha risolcato i sentieri interrotti di Zavattini e Rossellini. Immagini di Tim Curtin (Re della terra selvaggia), montaggio di Affonso Goncalves (Carol, Paterson). Opera pluralista e cosmopolita quant'altri mai. Ma chi è Pio, presente alla proiezione con tutta la sua tribù, nonna esclusa, ma che non ha voluto rilasciare dichiarazioni? Era stato già il protagonista ombra di un corto, premiato a Cannes anni fa, ed era poi il peperino coinvolto dalla parte giusta nei moti di Rosarno, soggetto dell'opera prima di Carpignano che vinse la Semaine nel 2015 (e ha lanciato un attore magnifico, Koudous Sehion, qui redivivo e di intensità Denzel Washington). Un gioiello di film distribuito ovunque, tranne in Italia. Pio è una forza della natura. Analfabeta, ma all'università della strada, basta osservarne gli occhi, e ammirarne il tempismo, è nell'eccellenza. Questa sì che è meritocrazia (anche se non piace a Renzi). Non abita le baracche di A Ciamba, che prendono fuoco ogni qual volta i carabinieri slegano, a singhiozzo, la canea razzista. Ma, con la numerosa famiglia a sovranità matrilineare, Pio vive nel cemento grigio-soviet della periferia più estrema, quella più adornata di rifuti. E sempre Ciambra è. Uno dei posti più infernali della terra. Eppure Carpignano riesce a dare vita, aria, sostanza, aura e carne anche agli spettri maleodoranti di A Ciambra. Come fa Pedro Costa con le periferie dei dannati di Lisbona. Tanto per prendere le distanze con il populismo estetico che si compiace di gettare sguardi compassionevoli sui derelitti inerti (che già sono nel regno dei cieli) senza fare i conti con la produzione di altra bellezza materiale, sulla terra. Fatta di sentimenti, movimenti, sguardi e gesti. Di relazioni con. Già, almeno, nel cinema italiano, direbbe Carmelo Bene, è più difficile una apparizione di zingari danzanti che l’apparizione (per cretini o meno) della Madonna. Ed ecco le prime avventure nel mondo di Pio, raccontateci come fossimo in uno slum-movie di Fernando Meirelles (ricordate La città di dio? E infatti i brasiliani coproducono): gli amori agognati, i giochi infantili, la sopravvivenza dura, lo slang che più hard non si può, le sigarette (“che non fanno male”), le amicizie avulse con chi gli dà una mano (siano pure marocchini), la famiglia, il primo motorino, le birre, gli errori, il furto in treno (in una delle tante scene neo-irrealiste di un'opera che plasma le ombre e i neri come uno scultore espressionista), il rapporto con i gadjo (gli italiani), quelli della 'ndrangheta, le prime promesse e le prime performances con destrezza alla Robin Hood, l'amicizia con i burkinabé, i ghanesi e le nigeriane dei quartieri accanto, a cui porta un tvcolor per la coppa d'Africa, nell'enclave della vicina Rosarno. E i ghanesi segnano, perché Pio porta, con lo schermo, anche fortuna.


il regista Jonas Carpignano, padre italiano madre delle Barbados
Il fratello Cosimo e il papà sono finiti in galera, e i debiti assommano a 18 mila euro. Equitalia ne pretende metà, per furto di elettricità. L'altra metà spetta al mafioso della zona, che elargisce le briciole del feudo con la tranquillità di chi ha bei protettori in alto. Ed ecco che tocca a Pio prendere il controllo della situazione. Ma la cifra è alta. Non basta saperci fare nel garage e guidare l'auto a tal punto da beffare i caruba, in una magnifica scena alla The Blue Brothers. Si capisce che Carpignano è pesce nell'acqua nella zona proprio come Landis lo è della Chicago drop-out. Ci vive metà dell'anno in questi posti (l'altra metà a New York). Ed ecco che infatti entriamo in pieno clima Main Street (Martin Scorsese è il produttore esecutivo del film), anche senza metropoli a chiarire un po' meglio come il giro della droga, della prostituzione e del furto organizzato siano una perfetta macchina addomesticata e fluidifcante nel grande giro mondiale delle merci. Il pensiero sarà anche unico, ma è mafioso. Se una merce è ferma, è un oggetto senza vita. Se una merce gira di qua e di là, grazie alla destrezza di chi sa delocalizzare meglio ancora di Marchionne, l'intero sistema ne trarrà giovamento, no? Un’auto tristemente posteggiata nel buio non crea reddito. Ma se si ruba, il denaro (del riscatto) gira. Ne sa qualcosa il malcapitato turista piomontese che Pio sa rieducare alla doppia, tripla vita delle merci (e che è nientepopodimeno che Paolo Carpignono, il padre di Jonas, professore di scienza delle comunicazioni alla New School di New York, e tanti anni fa protagonista della guerra di classe in Italia). Proprio da un furto simile, da lui subito, Jonas ha preso lo spunto del film. Se l’auto non fosse mai stata toccata l’arte piangerebbe.  


Pio Amato e Koudous Sehion 
Una drammaturgia fluida, mai ingolfata dall'ansia documentaria, quella di Carpignano, aiutato da interpreti molto ben allenati. Una tranche de vie che non ha difficoltà a immergersi nella ritmica, a forma di rap, di un racconto-fiaba. Dove non mancano i cavalli senza briglia delle saghe irlandesi. Andare sulla strada senza padroni, essere solo padroni di se stessi. Diventare nemici del mondo così come è, ma amici del cosmo. Sarà questo l'obiettivo di Pio. Anche se Pio ancora vacilla e pare scegliere la strada impostagli dalla comunità e da decenni di esperienze. Dunque. Un sequel sembra a questo punto inevitabile. Carpignano ha fatto della serialità un metodo per sconvolgere la fiction dall'interno. E' per  questo che il cinema italiano mainstream fatica a celebrarlo. Si sente un po’ smascherato. E rimpicciolito. E poi, l'argomento!
I gitani. Sono anarchici, on the road, contro il mondo, losers. Preferiscono l'oro ai soldi.... Rubano. O meglio, come si dice in epoca neoliberista, fanno circolare le merci un po' più a lungo del solito.
I razzisti, i nazifascisti, i socialdemocratici, i liberali, i comunisti duri e puri di tutta Europa sono tutti,  esplicitamente o implicitamente, infastiditi a pelle da gitani, sinti, rom o zingari (e magari anche i rumeni tutti, per colpa di Veltroni che in geografia doveva essere una pippa). Non li sanno o non li vogliono comprendere.




giovedì 26 aprile 2018

Wes Anderson, "Io mordo". Tutti nell'Isola dei cani


Il film esce nelle sale italiane il primo maggio

Mariuccia Ciotta

L'”influenza canina” ha influenzato Wes Anderson, a sua volta ispirato da Akira Kurosowa per il suo L'isola dei cani, film d'animazione in stop-motion, il secondo dopo Fantastic Mr.Fox (2009), questa volta ambientato in Giappone. Orso d'argento per la regia alla Berlinale, Isle of Dogs, scritto, diretto, prodotto da Anderson, è una composizione fulminante di segni, un ritratto d'inchiostro di china accompagnato da multi-sonorità che moltiplicano le immagini, a partire dalle voci. Nella versione originale, i cani parlano un inglese forbito grazie ad attori che non temono il facile joke, Bill Murray, Jeff Goldblum, Edward Norton, Scarlett Johansson, Tilda Swinton e Yoko Ono. Mentre Spots, il peloso protagonista, ha il timbro vocale di Liev Schreiber. Eccezione linguistica, l'attore e traduttore Kunichi Nomura, proveniente dal coppoliano Lost in translation e tra gli autori del soggetto, insieme a Roman Coppola.
Formalmente minimalista, è un'opera shakespeariana (Kurosawa insegna) e insieme un dramma politico, violento contro armi atomiche e tirannia Giap e Usa (il film è Pg -13 negli States). Contro l'utilizzo di soldati-robot, qui a quattro zampe, metallici guerrieri dagli occhi rotanti che ricordano la muta bestiale dai collari parlanti di Up (Pixar-Disney) agli ordini di un ex nazista. La “fiaba” comprende un assassinio di stato, la morte per avvelenamento del leader del Partito della Scienza ideatore dell'antidoto all'epidemia canina, e un piano di soluzione finale a base di bombe atomiche. La cronaca a cartoni animati.
Il film è tempestato di piccole, pungenti, disperate avventure, set la Trash Island, un'isola-discarica dove finiscono tutti i “migliori amici dell'uomo” accusati di diffondere un virus letale, segretamente creato in laboratorio per eliminare la specie e smerciare i cani automi. Pulizia etnica. I fotogrammi si inseguono come tavole a fumetti, i cani diritti e impettiti, lontani da Megasaki City, governata da un tiranno amante dei gatti. Siamo in un 2037 molto attuale. Derelitti e criminalizzati, lasciati marcire senza cibo e senza cure, gli espulsi frugano nella spazzatura come i bambini delle periferie del mondo. C'è un cane nero, fiero di essere un vagabondo, disubbidiente agli umani - “io mordo” - e che si scoprirà biondo dopo un buon bagno schiuma, e c'è Spots, il suo ignaro fratello, fedele “guardia del corpo” di Atari Kobayashi, dodicenne pupillo del cattivo governatore, deciso a salvarlo. A bordo di un aeroplano di latta chiamato Junior-Turboprop, Atari si catapulterà sull'isola off-limits. Avrà difficoltà di comunicazione con il branco. Non parla il canino? No, il piccolo samurai non parla inglese. E, da stranieri, bambino e animali si scambieranno emozioni e informazioni per la rivoluzione di Megasaki City.
Il viaggio in fila indiana di Atari e cani alla ricerca di Spots attraversa il film e l'isola, una processione di strambi personaggi alla Buster Keaton, lunari e imperterriti. Il ragazzino ha un ferro conficcato in testa, conseguenza della caduta dall'aereo, impartisce ordini in giapponese e tira fuori dalla sua tuta argentea oggetti di ogni tipo, alla maniera di Harpo Marx. Ma le gag sorridenti finiranno tra inseguimenti, scontri a fuoco, morti e l'assalto al palazzo d'inverno, là dove risiedono i malefici sterminatori di cani, i Ronin, samurai senza padrone, randagi ribelli.
Wes Anderson ritorna nell'incanto di New Penzance, l'isola di Moonrise Kingdom, in fuga dietro una coppia anomala come quella di Atari e Spots, contrastata dagli adulti, poetica e imbambolata. E lo fa con il suo gusto per l'irragionevole e il bizzarro, aiutato dall'animazione a passo uno che dà un effetto inverso all'andamento fluido del film digitale. Anderson vuole i suoi personaggi bidimensionali, rigidi e “burattini” il più possibile, al contrario dei protagonisti di La sposa cadavere di Tim Burton, frutto di tecniche ultra-sofisticate applicate al vecchio metodo della stop-motion (pupazzi fotografati a ogni posa). I cani si muovono invece in uno spazio vuoto, definito da movimenti a scatti comico-disturbanti, secondo la tradizione ceca di Jan Svankmajer.
Narrazione ellittica, primi piani e piani sequenza, Isle of Dogs si discosta dal tocco dark di Nightmare Before Christmas firmato da Henry Selick, che Anderson avrebbe voluto per Fantastic Mister Fox, ma lo scrittore-regista preferì dirigere Coraline e la porta magica, prodotto dalla Laika di Travis Knight, specializzata nel cinema frame by frame. Meglio così. L'isola dei cani è un film d'animazione speciale che risucchia lo spirito dell'innocenza resistente al cinismo e lo infonde nei corpi senza organi, lontani dall'antropomorfismo disneyano, eppure in trasparenza sovrapponibili agli umani, un po' come Pinocchio.

Pubblicato da Alfabeta 2.



martedì 17 aprile 2018

Cratere. Non reale, ma inverosimile plausibile










Roberto Silvestri

Un vero manifesto teorico, forse troppo esplicito e gridato (l'intenzione sembra buona: indicare un sentiero per uscire dalla morsa “verismo, naturalismo, realismo, neo-neo realismo e cinema del reale” che paralizza il nostro immaginario) era stato scelto dalla gang della Settimana della critica per aprire provocatoriamente la sezione di frontiera della Mostra di Venezia. E in questi giorni esce nelle sale italiane questo Ufo, Il cratere. Usiamo in senso affettuoso il termine "Gang" per definire gli esperti raccolti da Giona Nazzaro, come l'avrebbe detto Nagisa Oshima. Ricordate quando il cineasta giapponese mai riconciliato affermava che fare un film è sempre “compiere un atto criminale”? Si riferiva anche a una industria chiusa a riccio intollerante a tutto ciò che la mette in discussione. E non parliano poi di farne la critica. Cosa c'è di più criminale che fiancheggiare un crimine con  una argomentazione retorica (e dunque ingannevole)?    
Il cratere (niente a che fare con il Vesuvio, come sembrerebbe) è opera di coppia, diretta, prodotta e scritta con straordinaria strafottenza narrativa e spettacolare, anche nel rapporto tra finzione e documentario, da Silvia Luzi & Luca Bellino.  


Girata in digitale nei veri luoghi dell'azione (suburbi poveri di Napoli e Senigallia), è la radiografia implacabile, a camera sfacciatamente intrusiva, di un rapporto di coppia estremamente strano. Tra un padre che vende alle fiere pupazzetti in lotteria e la figlia adolescente, talento canoro naturale, una Maria Nazionale in erba, che potrebbe essere la soluzione di ogni problema finanziario ed esistenziale (se non psicotico). Sharon, sempre perseguitata dal padre, come Jerry Lewis in Quel fenomeno di mio figlio, tratta però il suo dono come qualcosa di giocoso non di professionale, vista la sua giovane età. Incide dischi, va in tv, certo, ma qualcosa non funziona ancora. La ragazza è troppo distaccata, non mette tutta se stessa nell'interpretazione, non arriva al cuore delle persone. Bisognerà addestrarla. Si distrae troppo. E allora. Niente amiche. Niente gioco con le palle. Va seguita. Va addirittura controllata con quattro telecamere.... A questo punto dovrà diventare invisibile, proprio come Cratere (che è una costellazione che, propio a causa della sua esagerata luminosità, svanisce alla vista) per sfuggire alla prigione edipica in cui lei e lui sono invischiati...


Padre e figlia sono gli stessi interpreti, Rosario Caroccia e Sharon Caroccia, indivisibili, inseparabili. Ma in maniera differente dal film, più convenzionale nello sviluppo narrativo, e molto meno perverso, che fu bocciato a Venezia due anni fa ma poi fece indigestione di premi perché le gemelle siamesi erano mozzafiato. 
Già la prima scena di Il cratere, infatti, svela tutto. Sharon, allo specchio, ripassa, ma danzando come fosse in uno show tv, la lezione di italiano e di francese: cos'è il verismo? cos'è il realismo? 
Verga e Flaubert (e Balzac, Zola, Courbet, Grosz, Stroheim, De Sica, Visconti... 
L'oggettività della raffigurazione, il non prendere posizione, da una parte, privilegiando la marginalità, la povertà e l'oppressione (che se non ci fosse bisognerebbe inventarla). Palazzeschi direbbe la "bellezza del derelitto".  E, dall'altra, lo scavo psicologico del personaggio tipico, che ci introduce fin nelle parti più intime della sua interiorità o spiritualità e invita a prendere posizione. E nel fuori campo uno pensa già alla contrapposizione tra tipi sociali, alla lotta di razza e di classe, ai cambiamenti epocali reali, ovvero al cinema “europeo” che gira sempre attorno al concetto di realismo (da Aristarco a Lars Von Treir, passando per Bazin), contrapposto al cinema dei Miti, dei modelli ideali, che, dall'antica Grecia, Hollywood classica ha saputo così bene riciclare in più generi, fino ai Marvel, per affermare, back to the future, alcuni concetti trascendenti, ereditati dalla cristianità, per esempio i valori irrinunciabili ed eterni della libertà (anche di sfruttare) o della sacra proprietà privata (da difendere armi in pugno)..
Che il mondo immaginario dell'arte possa produrre un forte effetto di realtà è l'obiettivo delle numerose tendenze realiste (o che ne subiscono l'egemonia, astrattismo compreso), tutte, contraddittoriamente, tese all'idealità (il rispetto per ciò che si “sfrutta”, la non-manipolazione visiva, la tensione problematica, la serietà oggettiva, il fastidio per l'intrusione degli elementi comici e satirici alla Michael Moore...) per dire qualcosa sulla realtà non solo momentanea (ed ecco il “realismo socialista” e il “realismo poetico”) e non solo “umanistica”. 
Insomma mi pare che Cratere prende di petto sia il cinema della trasparenza, estremizzazione realistica che inneggia al piano sequenza e al “montaggio proibito”, perché trufferebbe il senso di realtà - il cinema del reale in realtà, se è fuori norma, è solo quello nel quale il regista guarda guardarsi, e ci mette lo sguardo, in maniera che lo spettatore possa giudicarne la moralità -  sia quello di chi afferma che il mondo ha la virtù di parlare da sé (il cinema diretto). 
Dunque non siamo solo dentro un labirintico intrigo di editing, ma anche in pieno “regime cristallino”. Se si rompe il tempo cronologico, se non è il movimento senso-motorio che fa andare avanti la storia, ma “situazioni sonore ottiche” esplorano il tempo e lo rendono visibile, ecco apparire il carattere, almeno duplice, del presente, che è sempre passato nel momento in cui sembra “just in time”. L'immagine-cristallo è la metafora di questa coincidenza tra reale e virtuale. Trattare tutto questo con umorismo partenopeo e serietà Farocki è fecondo.


martedì 3 aprile 2018

“Charley Thompson” e il suo cavallo oltre i cancelli del cielo




Il film, passato in concorso a Venezia, esce nelle sale italiane giovedì 5 aprile

Mariuccia Ciotta

L'obiettivo è puntato sulla geografia emozionale dell'attore Charlie Plummer, protagonista del romanzo di Willy Vlautin, ballata di un quindicenne in viaggio reale e interiore da Portland, Oregon, a Laramie, Wyoming, piccola città celebrata da Anthony Mann con James Stewart in sella, mentre qui Charley non sale mai in groppa al suo amato stallone da corsa Lean on Pete. In concorso alla Mostra di Venezia 2017, il film scambia il nome del cavallo (titolo originale) con quello del protagonista, Charley Thompson, una specie di Huckleberry Finn destinato a perdere uno dopo l'altro gli adulti, buoni e cattivi, che lo circondano. Parlerà di sé - madre volubile e assente, padre viveur - solo a un cavallo da corsa destinato al macello in Messico, e rubato a Steve Buscemi, amabile e cinico allenatore, in tandem con la fantina disillusa interpretata da Chloé Sevigny.
Il regista britannico Andrew Haigh ha distillato sensibilità speciali nello scandagliare sentimenti estremi in Weekend e in 45 anni, e qui sprofonda dentro lo sguardo annuvolato del quindicenne, presenza fantasmatica sullo sfondo dei paesaggi americani. Essere soli. Il vagare di Charley senza soldi, senza benzina (Lean on Pete non ce la fa più), affamato vira da “romanzo di formazione” a dimensione esistenziale. Il diritto di sopravvivere, di prendersi quel che ti spetta, scorre nel viaggio alla ricerca di un approdo. L'orfano e il cavallo persi in una dimensione di abbandono, immersi in un'aura di santità. Invisibili a tutti, tanto che sarà facile impadronirsi del necessario. Una mappa rubata in uno store per trovare la strada giusta per il Wyoming, un giro di lavatrice in una casa vuota, quasi fossimo dentro un'ossessione di Kim Ki Duk, una bottiglia d'acqua, un doppio cheesecake... E se Charley sarà spogliato di ogni cosa, sotto la t-shirt mantiene sempre un'altra chance, il riflesso dei campi verdeggianti e del deserto, un percorso attraverso stagioni e stati fino al touch-dawn (era ottimo cornerback del liceo), alla simbolica Public Library, la biblioteca pubblica di Laramie. Qualcuno l'aspetta.
In Charley Thompson soffia il vento di altre praterie e di un altro cinema, l'epopea di Steinbeck tutta nello sguardo del teenager scolpito nel cielo, la linea dell'orizzonte bassa, lo schermo inondato di luce. Accolto con entusiasmo dalla critica internazionale a Venezia (dove Plummer ha vinto la coppa Mastroianni), il film, distribuito dalla Teodora, è tra le uscite imperdibili di questa primavera.




giovedì 22 marzo 2018

Metamorfosi napoletane. E "Le calde notti del Dr. Carelli"




Mariuccia Ciotta

Il divenire altro, l'uscire da sé, la metamorfosi ovidiana che tocca l'umano e il gender nelle trasformazioni di Antonietta De Lillo, regista di Il resto di niente, apripista di un cinema fuori norma, artefice del film partecipato, autrice di una doppietta imperdibile, “Metamorfosi napoletane”, ovvero Il signor Rotpeter (37') e Promessi sposi (20'). I due titoli viaggiano in questi giorni raccolti in un dvd (CG Entertainment) e distribuiti nelle sale italiane. Dal 23 marzo saranno all'Apollo 11 di Roma per una settimana di programmazione, e poi in giro per l'Italia.
Il cortometraggio Promessi sposi (1993) anticipa l'unione oltre i confini del sesso, quel che oggi è legge ieri era uno scandalo, e non solo nella provincia di Napoli dove Antonio e Lina si raccontano, volti emergenti dal buio, seminascosti perfino a se stessi, svelati dalle parole in forma di suspense. Il movimento di comparire e sparire dall'ombra segna i corpi presi nell'atto della mutazione. Quella cicatrice sul braccio di Antonio ci dice di un'altra creatura passata, qualcosa di estraneo e terribile. Si vedrà invece come il “mostro” appartiene alla natura mentre l'artificio è liberatorio. Lui si chiamava Antonia prima che il bisturi affondasse nella carne, prima di abitare il suo vero essere. Solo dopo l'operazione la comunità li accoglie, racconta la coppia, quando i due sessi di ricompongono e sognano di sposarsi in chiesa e di avere figli. Nel sottosuolo mentale di Antonio e Lina, però, forse cova la “perversione” di un amore al di là delle apparenze, e il desiderio del “corpo senza organi” di Artaud. La regia di De Lillo suggerisce piani diversi di interpretazione, una storia di morbosa felicità.

Anche Il signor Rotpeter, presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia 2017, ci presenta una doppia personalità, un docente universitario, fronte bassa, corpo peloso, lessico impeccabile, che, come Jerry Lewis in Le folli notte del dottor Jerryll, si trasforma in un essere affascinante e indefinibile.
La creatura è uscita dalle pagine di un racconto di Kafka, Una relazione per un'Accademia pubblicato su una rivista nel 1917, magicamente cangiante tra natura selvaggia e coscienza di sé, e si è trasferita da Praga a Napoli. Appollaiata su una poltrona o a spasso per il lungomare, l'ex-scimmia, divenuta umanissima, impartisce lezioni sul senso della vita a cominciare dalle gabbie che ci imprigionano anche quando crediamo di essere liberi. Già messa in scena a teatro da Marina Confalone, l'opera si fa monologo grazie all'attrice napoletana (premiata con il Nastro d'argento) che sa mutare in ogni istante linguaggio e posture, intervistata da una voce off, quella di una giornalista invisibile (Aglaia Mora). Grazie al prismatico gioco della videocamera, il signor Rotpeter racconta di come passò dallo stato di scimmia a quella di essere umano, ma senza troppa soddisfazione, e solo perché costretto a trovare “una via d'uscita” quando lo chiusero in gabbia, obbligato a intrattenere i suoi carcerieri, villain ubriaconi, imitando le loro smorfie e tic. Un degrado necessario.
La scimmia filosofa di Kafka tornerà nel '63 ripresa da Pierre Boulle insieme all'idea di una regressione umana, conseguenza di egoismo, sopraffazione del più debole, avidità. De Lillo compone quadri carichi di fascino, moltiplicando i set, interno-esterno, dietro al signor Rotpeter che passeggia in mezzo a bancarelle e turisti, quasi un mister Hyde in pieno sole, tra i giardini di Molosiglio e il bosco di Capodimonte, o nella casa dall'arredo esotico e nell'aula dell'università Federico II dove si dondola con il suo gilè a righe, grugnisce e declama parole alate sul mondo tutto da rifare. Un mondo che offre ai nuovi nati lo zoo, ovvero il “posto fisso”, e in alternativa il Varietà, luogo a rischio dove si finge d'essere qualcun altro. Sempre sognando quell'albero nella foresta e una “via d'uscita” dalla civiltà degli uomini.

Accolto da lunghi applausi al Lido, Il signor Rotpeter è frutto del lavoro di sceneggiatura di Antonietta De Lillo e dello scrittore-regista Marcello Garofalo, che, tra l'altro, ha diretto Marina Confalone nel bellissimo Tre donne morali (2006). Autore del romanzo cult Le calde notti del Dr. Carelli, edito dall'americana Dark Gem Press e disponibile nell'edizione di carta e in e-book, Garofalo affila le parole come armi dell'insolito e del bizzarro. Maestro della metamorfosi, passa dal signor Rotpeter allo Scheletro vivente, protagonista del libro tempestato di citazioni cinefile, già un film, dotato perfino dell'odoroma, una scia di aromi pestilenziali che intrecciano horror e commedia corrosiva alla Troma, popolato com'è dalla Mummia, Dracula e l'Uomo lupo. Il gioco della scrittura oscilla tra il camp e il trash, un po' shakespeariano un po' linguaggio da fumetto, irriverente ed esilarante nei suoi mille personaggi immersi in una New York piovosa. Un'esplosione di creatività senza limiti che evoca il viaggio di Alice nel paese delle meraviglie (Garofalo è un disneyano doc) dove invece del Bianconiglio, dello Stregatto e del Brucaliffo si incontrano le domestiche cinesi Cacatua e Oca Nivale, l'uccello amazzonico Hoatzin e il sosia grasso e baffuto di Wilford Brimley. La versione inglese del romanzo è del traduttore e folksinger Matthew Temple dalla voce calda come le notti del Dr. Carelli, uno zombie tutto ossa, ucciso all'età di 19 anni e tornato in vita per capovolgere la fama del mostro, fare giustizia e provocare una rivoluzione. I disegni di Gianluca Garofalo, prove di una futura graphic-novel, sono fotogrammi dalle luci sciabolanti e malinconiche come lo Scheletro vivente alla ricerca dell'amore.




mercoledì 14 marzo 2018

L'autre Algerie. Ricordo di Mahmoud Zemmouri. Un'intervista di 20 anni fa firmata Marcella Crivellenti



Mahmoud Zemmouri (1946-2017)
Incontro e conosco per caso a una festa il giovane scrittore e giornalista algerino Kamel Daoud a Torino, durante l'ultimo festival del cinema. Ha pubblicato il romanzo Le mie indipendenze per la Nave di Teseo. Infatti è il party per il nuovo crito-film di Elisabetta Sgarbi, L'altrove più vicino: un viaggio in Slovenia. Siamo alla fino di novembre del 2017 e Daoud (che sta lavorano al nuovo lungometraggio di Allouache) mi dà la triste notizia della morte, avvenuta poche settimane prima, di un grande e sottovalutato cineasta algerino, Mahmoud Zemmouri. Lui della tragicommedia degli sradicamenti, duplici e triplici, è stato il cantore massimo, il più bizzarro, sformato e barocco. Nessun organo di stampa italiano, figuriamoci la televisione, ci ha informato. Non è un caso. La cultura araba deve passare per serissima, fanatica, un po' tetra. Al di là del Mediterraneo non c'è posto per gli umoristi e per la satira...

Nato a Boufarik il 2 dicembre del 1946 e morto a Parigi il 4 novembre del 2017, attore, sceneggiatore, regista e produttore Zemmouri da noi è conosciuto dai più attenti cinofili forse solo per aver interpretato in Munich di Steven Spielberg il ruolo dell'anziano commerciante libanese. 
In realtà, in 50 anni di carriera, Zemmouri ha diretto solo 7 magnifici lungometraggi comico-satirici sugli aspetti più seri e inquietanti del mal vivere bear in Francia e del mal mitizzato socialismo algerino, "faro della rivoluzione panafricana e panaraba": Prends 10000 balles et casse-toi (1981); Le folle années de twist (1983), De Hollywood à Tamanrasset (1990), L'honneur de la tribù, dal romanzo di Rachid Mimouni, girato in Kabylia per ragioni di sicurezza; 100% Arabica (1997), Beur Blanc Rouge (2006) e Certifiée Halal (2013). Per la televisione di Algeri ha creato la serie comica Imarat El-Hadj Lakhdar, andata in onda dal 2007 al 2009. 

Troppo demenziale, impuro e "diretto" (il titolo di un suo film mai girato era: Come diventare francesi in Nove settimane e mezzo) il suo cinema per la componente asessuata dei cinephiles parigini e troppo audace e irriverente per la casta al potere del Fln, il partito che ha retto sempre il paese dall'anno (1962) della sofferta indipendenza, vacillando solo dopo la vittoria elettorale degli integralisti. Zemmouri è stato così perseguitato, contrastato, ignorato, censurato e perfino fisicamente inseguito dal Fis che in piena guerra civile gli incendiava i set, da essere costretto per molti anni a vivere facendo il ristoratore. Dal 1968 si era infatti trasferito principalmente a Parigi, dove ha studiato cinema per conto suo, né come cinespettatore folle né come allievo Idhec, e ha lavorato inizialmente come assistente di Ali Ghanem, utilizzando poi strutture di post produzione francesi per montare i suoi film, quasi tutti girati in Algeria. Né algerino del tutto nè francese completamente integrato, Zemmouri ha ribaltato contro entrambe le parti malate di quelle tradizioni culturali (araba, musulmana, contadina agraria o cristiana, occidentale, industriale) i suoi affilati strali comici. Anche per sdrammatizzare la sua "doppia" esclusione. I  francesi infatti hanno amato Zemmouri soprattutto per Rachid, il corpulento personaggio di Tchao Pantin, commedia di successo diretta da Claude Berri nel 1983. Mentre noi lo abbiamo scoperto grazie alla Mostra di Venezia del 1983, quando Rondi selezionò un formidabile Gli anni folli del twist che raccontava non senza sarcasmo, rispetto alla retorica resistenziale delle repubbliche popolari e democratiche le disavventure (autobiografiche) di due sottoproletari ventenni di Boufarik, con camicie sgargianti e occhiali scuri da Blues Brothers. I due amici, per loro fortuna esageratamente americanizzati, e dunque indocili all'utopia "socialista" del Fln, diventavano corpo critico rock di chi, dopo la guerra, le sofferenze, le torture, gli eccidi, riconsegnava tutto il potere economico e politico  alle solite grandi famiglie potenti (e alla burocrazia di partito), e già cominciava a complottare con l'estremismo islamista per reprimere, fin dall'infanzia e dalla famiglia, affinché non insorgessero troppo, masse sempre più impoverite alle prese con i problemi di tutti i  giorni, casa, cibo, salute, scuola, divertimento...  Mahmoud Zemmouri dichiarò nel 1994 all' Humanité:  "il fondamentalismo non risale al 1988, è nato il 1 ° novembre 1954, con lo scoppio della rivoluzione algerina. L'Islam è stato il cemento dei combattenti. Il giornale dell' Fln si chiamava El Moujahid, la lotta era la jihad. L'articolo 2 della Costituzione afferma che l'Islam è la religione di stato. Il presidente Chadli ha autorizzato la partecipazione alle elezioni del Fis, un Frankenstein che si è poi rivoltato contro il suo creatore. Quello che in Francia è successo con la Le Pen. ..Nel mio film L'onore della tribù racconto che funzionari ignoranti e inesperti del Fin hanno imposto ai contadini una modernizzazione scriteriata che ha distrutto i nostri villaggi. I film osé e fuori norma di Zemmouri piacciono in Occidente solo la componente della critica meno ipnotizzabile dall'esotismo e dall'orientalismo.  Negli Anni folli del twist una scena di tortura, con il prigioniero immerso sadicamente con tutta la testa nel secchio d'acqua, viene ribaltata in burlesque d'alto contenuto simbolico, perché il povero contadino atavicamente assetato, quell'acqua finalmente se la beve proprio tutta, lasciando i carnefici di stucco. Prends 10 000 balles et cass-toi, che ironizza sul ritorno a casa di una famiglia irreversibilmente francesizzata, è premiato a Cannes. Le commedie sull'ipocrisia criminale degli integralisti (che predicano male e razzolano malissimo) girano per il mondo festivaliero in tutti gli anni 90. E il musical 100% Arabica (girato nelle periferie parigine a maggioranza beur) torna a Venezia dove Marcella Crivellenti lo intervista e, 20 anni dopo, ci regala i suoi preziosi appunti. (r.s.)


Il cineasta algerino Mahmoud Zemmouri 




di Marcella Crivellenti

100% arabica è la pellicola presentata in anteprima mondiale dal regista e sceneggiatore algerino Mahmud Zemmouri nella Sezione Mezzogiorno di Venezia 1997 (*) 


E' un film strano per noi, ancora poco avvezzi a misurarci con le banlieu, come invece a Parigi. Che film è, spiegato ad un italiano? 

Dovrei chiederlo io a te che lo hai visto… 

…Sono indecisa se dire che il suo film parli di progresso o di tolleranza… 

(sorride) È un film che racconta la periferia parigina, stipata di personaggi assai simili a quelli interpretati da Khaled e Cheb Mami. Sono quartieri estesissimi, quasi delle piccole città, come 100% Arabica. E sono delle isole, pensando allo sviluppo di Parigi, spesso ignorate completamente dalla popolazione cittadina. Sono messe lì. Distanti.  

... Emarginate 

Tanti algerini e nord africani vivono nella pericolo o - se vuoi - al limite delle loro esistenze, in questi quartieri dove passato e presente, tradizione (che spesso è rafforzata dal senso di lontananza che l’immigrazione porta con sé) e nuovi costumi, creano un multiculturalismo non sempre pacifico, equilibrato come saremmo portati a dire. Ho scelto il tema della musica per raccontare questo contrasto in seno ad una stessa comunità, perché la musica rappresenta al meglio i processi di sintesi, tra vecchio e nuovo. Pensa all’impiego di strumenti antichi, come oud e tabla nella musica rai. Diventa più facile mettere gli uni contro gli altri, usando, con ipocrisia, le ragioni della tradizione, se ci pensi. A volte questa mescolanza, insieme alla assimilazione di nuove abitudini, è quasi esplosiva. È il provare ad immaginare un equilibrio tra ciò che porti e ciò che trovi, ma pure tra la tua identità e quella del tuo popolo originario - diremmo la tradizione - e ancora tra te e il mondo, inteso come insieme di individui che lo popolano. Il progresso, però, passa da una consapevolezza: che certi processi di rinnovamento che accompagnano la società sono inarrestabili. 

Allora è un film sulla democrazia? 

Come le idee, che a volte arrivano da molto lontano, anche le parole e i concetti possono nascere da etimologie diverse. Per esempio democrazia per gli occidentali deriva dal greco, per la nostra tradizione arabo-musulmana da i Daiamuna Karasi, i seggi occupati dai saggi (1). C’è uno schema del concetto, che è lo stesso che anima la democrazia greca. Certo, poi dovremmo distinguere tra musulmani e arabi. Che vengono assommati come fossero un unico genere, ma parliamo di diversità enormi. Senza considerare l’apporto delle frange laiche che animano le comunità. Non puoi però generalizzare, nè parlare di un solo mondo arabo: la varietà di storia, tradizioni, posizioni politiche, governi succedutisi, diversità concettuali (soprattutto in tema di potere) è immensa. Tuttavia qualcosa che rimanda alla poca libertà e alla sua mancanza ha a che fare spesso con forme di integralismo religioso e la cultura di una comunità e di un territorio. 

Se una comunità è ricca, è più facile vivere in democrazia?  

Io penso che la libertà sia il primo punto a favore del vivere in democrazia. Vuol dire principalmente essere e poter rispondere di sé stessi. Essere noi stessi, la nostra possibilità. Ma vivere liberi vuole poter dire anche vivere senza l’assillo della mancanza, che poi ti porta - specie in contesti degradati - a odiare chi ha di più. Ed è un tema di propaganda di facile impiego, che può essere amplificato e distorto, come pure la modernità accusata spesso di essere decadenza dei costumi e serbatoio di corruzione.


(*) In quella edizione della Mostra 1997, diretta da Felice Laudadio, sono stati selezionati, nella sezione Mezzogiorno: 100% Arabica  con Khaled e Cheb Mami di Mahmoud Zemmouri (Algeria / Francia)Bent familia di Nouri Bouzid con Leila Nassim (Tunisia); Cinque giorni di tempesta di Francesco Calogero con Roberto De Francesco, Amanda Sandrelli e Chiara Caselli (Italia); The locusts di John Patrick Kelley con Kate Capshaw e Ashley Judd (Usa); Go for Gold di Lucian Segura con Lars Rudolph e Maria de Medeiros (Germania, Spagna, Francia); Im namen der unschuld (In nome dell'innocenza) di Andreas Kelinert con Barbara Sukowa (Germania); Kokkuri di Zeze Takeshi con Ayumi Yamatsu (Giappone); The civil second war di Joe Dante con Beau Bridges, Joanna Cassidy e James Coburn (Usa); True love and chaos di Stavros Andonis Efthymiou con Naveen Andrews e Miranda Otto (Australia).


(1) Si tratta di una espressione sarcastica popolare contro la casta e la dittatura. Letteralmente, in arabo, la frase significa: "Abituati (daiamuna) al potere (karasi)".