domenica 25 febbraio 2018

Ornette: Made in America. Nei cinema meno pigri d'Italia il capolavoro di Shirley Clarke



Roberto Silvestri

Ornette: Made in America. Non è un documentario. Shirley Clarke (1919-1997) non ha mai fatto documentari. Nè un blockbuster, quel film di studio basato su ciò che i produttori pensano che il pubblico voglia vedere. Ma è un viaggio visionario libertario del terzo tipo....Non mancatelo questa sera lunedì 26 febbraio all'Apollo 11 (o domani alle 19) . Era un gioiello introvabile. Anche perché. Dove certe profezie di Antonin Artaud a proposito del "corpo senza organi" trovano una inquietante verifica lo scopriremo vedendolo.
E quando la pellicola, poi, costò troppo, Shirley Clarke passò al più economico video. Esempio per tutti di come essere una film maker totalmente sincera e inguaribilmente indipendente.

Shirley Clarke e Ornette Coleman 

Dopo l'anteprima milanese a Filmmaker la casa di distribuzione Reading Bloom, fondata nel 2016 da Maria Letizia Gatti inaugura a Roma, all'Apollo 11, lunedì 26 febbraio 2018, e speriamo che la neve non rovini tutto, la distribuzione nelle sale "attive" del nostro circuito di questo bellissimo e ever green film del 1985, a lungo invisibile, ma importante per la storia del jazz radicale e del cinema indipendente newyorkese. E in particolare di una sua feconda ramificazione femminista, che, a stretto contatto con la new dance, con il poderoso movimento di liberazione dei corpi dalla schiavitù puritana, e con l'affermazione dell'assoluta libertà creativa da salvaguardare a tutti i costi, ha sperimentato una estetica, né hollywoodiana né underground, ma neppure di inerte subalternità rispetto  alle esperienze, a volte dogmatiche, del "cinema verità" e della scuola documentaristica di Manhattan (Cassavetes, Leacock, Pennebaker...). "Giri per dodici giorni, poi monti il tutto cercando di evidenziare nelle due ore finali i punti climax. Io no. Teorizzo di non tagliare mai i cosiddetti tempi morti, o le parti considerate noiose. Certo quando si gira in tempo reale, come ha fatto in Portrait of Jason, nel 1967, ho ripreso per quattro ore in tutto, ma le due ore in più erano di stop per problemi tecnici legati ai cambi di pellicola". Siamo giù alla nozione di tempo reale come vero protagonista della fiction, pratica che Chantal Akerman e Alberto Grifi radicalizzeranno più tardi.

Dentro un'opera d'arte al neon, di Rudy Stern 

La realtà non parla mai da sola, di per sé, va riplasmata  e interrogata senza la scorciatoia lineare del ritmo aristotelico (un inizio, una metà, una fine) e senza alcun rispetto per le simbologie dominanti, grazie a un punto di vista perentorio, "sessuato" e critico. La scelta di quel tempo-spazio da interrogare, e non un altro, è già punto di vista politico. Maya Deren l'avrebbe chiamato "montaggio verticale" di un corpo nella storia e di una storia in un corpo. Se no come catturare l'anima profonda delle cose vere, del movimento tempo-spazio, conscio-inconscio? Una differente percezione del vedere che, non a caso, fu ignorata, cancellata, trascurata, disprezzata a lungo. Dalla critica, dalle storie del cinema. Dai festival.

Con William Burroughs 
E' il filo rosso che unisce alcune filmaker innovative dell'immediato secondo dopoguerra, Maya Deren, Yvonne Rainer, Marie Mencken e Mary Ellen Bute che invece va riaperto attraverso Shirley Clarke, cineasta dal tocco magico, adorata sia da Jonas Mekas per la sua coerenza artistica che da Frederick Wiseman per i suo talento visionario.
Uno dei suoi quattro lungometraggi, The Cool World, del 1963, fu appunto prodotto proprio dal grande documentarista. Ma gli altri tre presto li rivedremo, grazie a Reading Bloom, assieme ai suoi corti strepitosi, e sul grande schermo: The Connection (1961), Portrait of Jason (1967) e Ornette: Made in America. In effetti non c'è nicchia o tendenza dentro cui possiamo rinchiudere Shirley Clarke e i suoi lavori, a cominciare dal primo corto teorico, A dance in the Sun (1953) con il ballerino in azione scenica che rompe però il diaframma tra studio, interno, e spazio esterno perché il suo corpo, nella danza diventa altro da sé, vicino al pianoforte o tra le dune e sulla battigia. E Bridges-Go-Round (1958) commissionatole dalla capitale belga per l'esposizione universale, in cui anche i ponti di ferro di Brooklyn imparano a ballare e pezzi di Manhattan in sovrimpressione volano sulla metropoli come se fossero gigantesche astronavi (Spielberg deve averlo visto prima di Incontri ravvicinati del primo tipo). Nel 1959 Skyscaper vince il primo premio alla Mostra di Venezia. E The Connnection nel 1961 il premio della critica a Cannes.  Altro che argomenti tipicamente femminili: riprese a Harlem, set reali, gente vera, drogati di eroina assuefatti all'ultimo stadio. Per non parlare di The Cool World del 1963, che sicuramente è tra i preferiti di Kathryn Bigelow (che l'ha studiata a lungo), arma di combattimento del movimento per i diritti civili degli African American.
Shirley Clarke: in arrivo la sua personale completa


Ornette: Made in America, un titolo tra sarcasmo e oggettività, è il ritratto a tutto tondo di Ornette Coleman, il compositore e strumentista texano che rivoluzionò la storia della musica contemporanea, non solo african-american, aprendo negli anni 50, sul solco di Charlie Parker, la deviazione "free" al jazz, critica al manierismo hard bop e apertura fertile  alle ricerche più sperimentali della musica contemporanea post-weberniana. Nel 1960, assieme a Eric Dolphy, Archie Shepp e Don Cherry, Ornette Coleman organizzò un "Salone degli Esclusi", sul modello dei pittori impressionisti francesi, aprendo quella lunga scia dei contro festival vitali proprio a Newport, e trascinandosi dietro Coltrane, Mingus e Cecil Taylor. Come la Slamdance farò contro il devitalizzato Sundance. Come si dovrebbe fare oggi a Cannes....
La sua teoria musicale, di cui si accenna nel film, l'armolodia, cerca di liberare il brano musicale da qualsiasi centro tonale, e dunque ha legami con la dodecafonia, permettendo progressioni armoniche indipendenti dalle tradizionali alternanze di tensione e riequilibrio. Armonia, movimento dei suoni e melodia hanno la stessa importanza. L'effetto di insieme non è costretto da limitazioni tonali, schemi ritmici o regole armoniche. Piuttosto la nuova dissonanza si basa sulla struttura creata della comprensione inconscia o istintiva dei singoli membri della band che entrano con il loro strumento nello stesso istante, senza alcun ordine preventivo.
Bridges-Go-Round di Shirley Clarke 
Questo bio-film è anomalo non perché utilizza, come altri crito-film (in questo caso il film-saggio è sul jazz) solo autoconfessioni intime dell'alto sassofonista e pluristumentista dal virtuosismo impareggiabile; concerti storici; prove; interviste; materiali di repertorio; analisi critiche; sequenze da home movies; scene ambientate negli anni trenta e ricostruite; documentazioni di reading mozzafiato (il suo amico William Burroughs ci spiega come diventare "dio", tutti noi); chiacchierate con il figlio Denardo, undicenne batterista talentuoso, e già al suo fianco sul palco, tra la perplessità di chi non ama parentopoli; interessanti interventi di colleghi e parenti sulla personalità e sulla musica di Ornette. L'anomalia è di stile, per il continuo inserts di materiale "incongruo" nelle trame d'attacco del film: lo sperimento di musica via satellite che ha collegato musicisti che suonavano al Trade World Center (già, si vedono proprio i grattacieli ridotti in briciole) e strumentisti di Harlem; qualche improvvisazione fuori tema come le riprese di un gruppo di cowboy che promuovono per strada uno spettacolo cittadino; l'artista Rudy Stern, e i suoi lavori geometrici al neon; le sculture di William King prestata dai musei e inserite negli spazi metropolitani più degradati; i titoli di testa del film, molto originali, che utilizzano i display cittadini per le ultime motizie; le immagini corpose di Edward Lachman (che sarà il sofisticato scultore delle luci di Todd Haynes e Todd Solondz); l'inaspettata canzone sui titoli di coda di Mari Okubio ("Friends and Neihbors"); giochi ottici di sovrimpressione, scie di colori, solarizzazioni, decolorizzazioni o ritmica visiva incantata dal drumming e lucidamente dada; il variare dei supporti e della grana visiva, tra calda pellicola e video elettronico, perché il film, cominciato nella metà degli anni 60 grazie alla comune amicizia di Yoko Ono, è stato completato solo nel 1983, quando la città natale di Coleman, Forth Worth, consegnò all'illustre concittadino le chiavi della città e consacrò il 29 settembre "Coleman's Day", in occasione dell' esecuzione di Skies of America, partitura ambiziosa per grande orchestra e jazz combo, la sua formazione elettronica Prime Time, per la precisione, collusione non sempre fluida e volutamente bipolare tra complesso classico d'archi e spigolosa struttura improvvisata.
L'esecuzione di questa opera ci accompagnerà per l'intero film, anche se non mancheranno i flash su alcuni dei grandi concerti di Ornette, con o senza la sua formazione-tipo con Don Cherry, Ed Blackwell, Charlie Haden o David Izenson, a New York, San Francisco, Milano, in Nigeria o a Jajouka in Marocco, mentre i colleghi bianchi George Palmer e George Russell spiegano ai profani alcuni segreti per comprendere quell'ineguagliabile e inconfondibile sound, estraneo a ogni seduzione spettacolare. "Il cuore - spiega Russell - è la più alta forma di intelligenza dei tre mondi. E' la sua tecnologia" (aggiungo ngerei non solo nei tre mondi). E, ricorrendo all'eroe riconosciuto di Coleman, Buckminster Fuller, ci spiegano che la struttura architettonica delle sue composizioni si basa molto sulla teoria delle cupole geodetiche di Fuller. Macrostrutture che sostengono e assorbono qualunque improvvisazione avulsa. In fondo Coleman voleva essere prima di tutto un architetto e poi un neurologo. Ma non avendo i soldi per l'università ha fatto architettura e neurologia attraverso la musica.

Con John Giordano, il direttore d'orchestra di Skies of America a Worth Worth (29 settembre 1983)


Che l'altro illustre cittadino della città sia stato Curtis King, che aveva trovato la ricchezza a New York e lo introdusse al jazzclub Five Spot, e un astronauta, Alan Bean, non è informazione gratuita, perché secondo Ornette non c'è un sopra e un sotto, un paradiso e un inferno, ma solo un dentro e un fuori. E se l'arte non riesce a spedirci fuori di noi, c'è sempre l'astronautica che può produrre l'estasi. Oppure, in una zona degradata di Harlem, fondare come fece Ornette, un centro multidisciplinare per giovani ragazzi esposti alla criminalità dove si insegna la musica ma anche architettura, scienza, teatro e altre arti. E' stato il suo grande sogno. E ha rimediato, per portarlo avanti, ben due aggressioni a mano armata che potevano finire ancora più tragicamente. L'arte è pericolosissima, come sanno bene a Gaza e nei territori occupati i palestinesi.



William Burroughs (a destra)

"Quello  che davvero mi spinge a suonare è quando sento un singolo schema di pensiero che collocato in un certo ambiente - spiega al figlio a un certo punto -  fa emergere qualcosa che non è la cosa ovvia che fanno tutti" . Frase che completerà così: "Una volta a New Orleans stavo suonando in una chiesa afroamericano di quelle che hanno inevitabilmente il piano scordato e produce note assurde, che non esistono. Ho portato il mio sassofono in quella chiesa e ho suonato come suono di solito come risultati straordinari. Nelle registrazioni di Jajouka in Marocco che Palmer mi aveva portato, ho sentito la stessa qualità ma a un livello molto più alto che in una qualunque esperienza di tipo religioso. Era a un livello creativo altissimo, mentre la religione lavora solo sul livello emotivo. Quando ho sentito quel nastro ho detto a Palmer: voglio suonare in Marocco. Perché sapevo che sarei stato libero di suonare quel che mi passava per la testa e per il cuore, senza preoccuparmi di suonare bene o male, o correttamente."

Ornette e Shirley 
Nel film si sentono alcuni momenti di quel concerto di Jajouka , con 15 percussionisti e 15 suonatori di corno e cento uomini delle tribù vicine che erano scesi dalle colline e dormivano nelle tende. "Dico sempre a Bob Palmer che quando lo sento al clarinetto in quella occasione ho la sensazione che tutti i suoni  di quel momento attraversino il tuo strumento come una intensa palla di fuoco. E' il pezzo più incredibile che abbia mai sentito in vita mia".
Martin William, critico di jazz, spiega che Ornette è il più grande erede di Parker anche perché ha la giusta imboccatura dell'ancia, la stessa di Bird nel periodo più virtuosistico della sua breve carriera, quello finale. Molti hanno imitato Parker, inutilmente. Ma Ornette era inimitabile perché sempre un passo avanti a tutti. Un dio? Già. Ecco come si diventa dio, secondo Burroughs: "Bé. Per dirla in modo semplice facendo bene il proprio lavoro. Così si diventa il dio dei giocolieri e degli acrobati, delle vittorie improbabili, come il cavallo che parte ultimo e vince nel finale, come il pugile suonato che si rialza e vince ko., come il dio dei viaggiatori nello spazio del futuro, che sono pronti a lasciarsi l'intera umanità alle spalle per fare un passo nell'ignoto. Bé ogni uomo è un dio se ne ha i requisiti, non puoi diventare un dio di niente se non puoi farcela, per l'amor di dio, la felicità è un sottoprodotto dello scopo e coloro che cercano la felicità fine a se stessa cercano una vittoria senza guerra, ed è questa la falla di ogni utopia, e sicuramente il Paradiso è una utopia terminale".


Ornette: Made in America  verrà introdotto questa sera da Antonia Tessitore e Pino Saulo di Battiti/Radiotre. Poi sarà a Milano, al Beltrade dal 2 marzo; all'11° festival di cultura e musica jazz di Chiasso (l'11 marzo); al Museo nazionale del cinema di Torino e al Boldini Sounds Jazz di Ferrara il 27 marzo; all'Arsenale di Pisa il 30 aprile. The connection sarà a Ferrara il 17 aprile e poi a Genova, Teatro Altrove e a Chiasso in data da definire. Bridges-Go-Rounds e Brussels Loops con musica dal vivo di Maria Teresa Soldani e Roberto Paci D'Alò al Filmforum di Gorizia il 28 febbraio; a Cinemazero di Pordenone il 2 marzo e all'Arsenale il 17 maggio. Nel listino Reading Bloom (che collabora con Milestone Film, che distribuisce negli Usa i film di Shirley Clarke e Charles Burnett) oltre a Film di Samuel Beckett (con Buster Keaton) e Not-Film di Ross Lipman (che ha restaurato Ombre di John Cassavetes)  si prevede in autunno l'uscita dei film di Charles Burnett e della cosiddetta L.A. Rebellion (Larry Clark, Julie Dash, Haile Gerima, Alle Sharon Larkin, Billy Woodberry) e di Bruce Conner. Per informazioni www.readingboom.com 

mercoledì 21 febbraio 2018

Cammino da solo su strade tremanti. Eric Clapton: Life in 12 Bars



di Roberto Silvestri

La vera storia di Eric Clapton, mani di seta, il vagabondo che non molla mai e non ha paura di attraversare nuove dimensioni. Nato a Ripley, nel Surrey, il 30 marzo 1945, pazzo da sempre per la musica, per le 12 bars della chitarra e per il blues, ha vissuto molto pericolosamente, ai limiti di se stesso. "La chitarra è la mia voce, canto solo quello che non posso eseguire con la chitarra, cioè il contenuto poetico, il testo".
Ma ha imparato, alla fine di una serie competitiva di tragedie, che la vita conta più della musica. Fu Bob Dylan nel 1989 a spedirgli una canzone che canterà in Eric Clapton: in concerto benefit for The Crossroad (1999) - ricorda Giandomenico Curi in I frenetici (il libro fondamentale sul rapporto tra rock e cinema) - con quel verso sconvolgente,  "cammino da solo su strade tremanti".
Vorrei la pelle nera. Chi fa blues rischia sempre la vita. Crossroads, l'incrocio del diavolo, custodito dal maestro di tutti, Robert Johnson, sarà la canzone che porterà sempre con sé con qualunque gruppo e in ogni momento della sua carriera. I bianchi che amano il blues lo fanno a loro rischio e pericolo. Avere presente la carriera di John Landis? Già. C'è Clapton come attore in Blues Brothers 2000 del 1998. E prima Blues Brothers. Ricordate il film che tanto rilanciò la grande musica nera covata nelle parti basse di Chicago? E quella dragon lady di Aretha Franklin?


Ebbene in questo documentario la rivedremo in una registrazione da brividi, dividere lo studio con Eric Patrick Clapp, detto Clapton... Tutto in Black & White: lui entra vestito buffo, tra un hippy e Sun Ra, tutti se la ridono poi suona e tutti ammutoliscono... Non è solo la tecnica che lascia a bocca aperta la band african-american. Ma l' onestà brutale, la straordinaria sincerità del chitarrista, il raccontare di se stesso le cose più intime, senza rete: l'esperienza dolorosa della vita, propria e di una intera generazione, si intreccia e avviluppa alle linee melodiche e trasforma il tutto in una nuvola emozionale commuovente, dark, dolcissima, rabbiosa, rosa. E' il blues no? Come sentire un Buddy Waters, un Buddy Guy, ma wasp.. Blues e jazz e psichedelica. Due sole note, ed è già una storia.
In un'altra bellissima scena di questo film Eric Clapton spiega alcune sue strutture musicali standard, i segreti del mestiere, e sono figure piuttosto veloci e difficili. Poi dice: ed ecco la dimostrazione di come la chitarra possa esprimere violenza, essere strumento di lotta: ma l'ascoltatore non riesce a trovare, nella nuova costruzione melodica, più aggressività di prima. Il motto dei Cream era: lascia stare il messaggio, il testo, pensa solo alla musica. C'è tutto, lì.
Altra scena madre, nel finale, quando arriva il mitico B.B. King: "la persona più nobile che abbia conosciuto è Eric Clapton!"... E poi l'evoluzione del lungo sodalizio artistico e umano con un George Harrison, finalmente liberatosi dei Beatles, l'amicizia con Clapton, durata tutta la vita, nonostante interferenze sentimentali tragiche. E il figlio piccolo che precipita dalla finestra di un grattacielo di Manhattan, come se avesse ereditato nei geni qualche pasticca blu di Acido Lisergico del papà che obbliga al salto nel vuoto.


Che la grande musica inglese del secolo scorso abbia, prima ancora dei newyorkesi e dei californiani, attinto al tesoro blues negli anni 50 è storia nota. Martin Scorsese quando nel 2003 congegnò la sua grande storia del blues a puntate, e Eric Clapton è nel primo episodio, non affidò proprio a un regista inglese, esperto jazzofilo, Mike Figgis, il capitolo sulla  miracolosa contaminazione (o furto?) tra blues e la sua rielaborazione moderna a cura delle Art School del Regno che inventò, attraverso i Beatles e i Rolling Stones, e una serie di club di Liverpool, Birmingahm e Manchester, il rock moderno post presleyano?

Ma questo film (che si avvale delle musiche di raccordo di un compositore argentino, Gustavo Santaolalla) è stato scritto, e con molta cura, raccordando il ricco - e invisibile finora - materiale di repertorio privato dell'artista con una serie di interviste ai superstiti, di cui si predilige l'aspetto fonico più che quello visivo, da Stephen "Scooter" Weintraub e Larry Yelen, già coinvolto nel 2013 nel doc Eric Clapton & Crossroads Guitar Festival di Martyn Atkins (il concerto di beneficienza a cui partecipo anche Dylan per raccogliere i fondi che sarebbero serviti alla costruzione di un centro gratuito, ad Antigua, nei Caraibi, per la disintossicazione dalla droga).



Solo tre giorni il 26, 27 e 28 febbraio in molte città d'Italia Eric Clapton Life in 12 bars è il documentario definivo e autorizzato su uno dei più grandi chitarristi solisti di tutti i tempi. Si va da 461 Oceans Boulevard a Tears in Heaven, dagli Yardbirds (abbandonati quando tentati da miraggi  commerciali) alle cerimonie degli Emmy.
E saranno messi a fuoco tutti periodi della sua vita: da cucciolo (scoprirà chi è sua madre solo ventenne e la madre vera, poi conosciuta, e reazionaria, lo tratterà disumanamente). Le sue passioni ossessive (la collezione dei dischi da studiare con cura, e metabolizzare, come Dylan, come Ornette Coleman). Poi il palco. Lo studio delle sonorità e degli strumenti indiani per ampliare il timbro la velocità e il virtuosismo armonico delle sue esecuzioni.... E soprattutto il fuori palco (gli amori, il sesso, le tragedie, la rinascita... ), proprio come succede in un blockbuster, con l'eroe che vince e sopravvive dopo aver sofferto e rischiato di soccombere. Insomma: Yardbirds, John Mayall, Cream (il trio magico con Ginger Baker alla batteria e Jack Bruce al basso), Delaney & Bonnie & Friens, Steve Winwood, Ben Palmer, Pattie Boyd, Duane Allman, la droga, l'alcool, Layla e la perdita della ragione, le donne, la riabilitazione, i figli, le tragedie più efferate, Lori Del Santo, George Harrison, l'America, B.B.King....


Nella gara tra chitarristi: Jeff Beck, Syd Barrett, Jimi Hendrix, Jimmy Page, Peter Townsend, Avin Lee ovvero tra chi degli anni 60 e 70 più interpretò con maggiore magia i complicati passaggi d'epoca lasciandoci la mappa emozionale della storia vera, che posto occupano Clapton e la sua Fender?
Non era un uomo superdotato naturalmente, come il suo amico Hendrix (che lo considerava "il suo fratello d'Inghilterra più caro"; ma quando muore Clapton non metterà in dubbio neanche per un attimo il verdetto del coroner: suicidio, overdose, e invece in molti hanno ancora seri dubbi e parlano di omicidio Fbi), ma avendo ricopiato con le sue lunghe dita, per anni, tutti i dischi dei grandi bluesmen neri del passato, il Master e la sua bella qualifica di professore, Eric Clapton se l'è proprio conquistata. Anche se Leroi Jones direbbe: ha copiato, e molto bene.
Qui è lui stesso in voice over a raccontarci tutto e a tirare fuori dai cassetti foto e lettere davvero intime, con la collaborazione degli amici più stretti, del suo produttore storico Ahmet Ertegan, dei colleghi e delle sue donne (ma non Lori Del Santo) che illuminano i pezzi più oscuri della sua vita pubblica e privata. E' l'archivio privato di Clapton che viene aperto e socializzato, con backstage mozzafiato dove spuntano Dylan, Jagger, Keith Richards e tutti coloro che in quegli anni seppero trasformare, grazie all'arte, la propria rabbia distruttiva e autodistruttiva in luce.

con la sua fidanzata storica che lascerà per Pattie Boyd

Il film è diretto da Lili Fini Zanuck (produttrice del premio Oscar Driving Miss Daisy 1989, e poi di Cocoon e True Crime), alle prime armi come documentarist dopo Rush e un paio di lavori tva, ed è montato da Cris King e  Pul Monagham. Dura 135' e si avvale di materiali di repertorio e di home movies mozzafiato e sempre in sintonia coi testi, come se fin da piccolo Clapton avesse voluto pianificare una vita di tragedie a ripetizione (se no che blues man è?) e montare il film della sua vita (Valerio Adami approverebbe il metodo, visto il film che ha diretto negli anni 70).
Non solo i fan del grande chitarrista inglese approveranno. Vincitore di 18 Grammy Awards, tre volte inserito nella Rock and Roll Hall of Fame, Clapton ha fatto pure pubblicità per la birra negli inquietanti anni 80, anche se era cresciuto nel disprezzo più profondo e pre-punk per il business musicale tutto. Tanto che da adolescente considerava Paul McCartney e John Lennon "quei coglioni dei Beatles", perché si erano fatti subito mettere il guinzaglio dai discografici che li premevano come limoni.
Ma adesso Clapton è un padre di famiglia ultrasettantenne che ha domato i suoi demoni e vive negli States felice e onorato. Basta coca, Lsd, eroina, alcool: "ma non ho mai pensato di suicidarmi, perché da morto non avrei potuto più bere".



I film più importanti con Eric Clapton (al cinema le sue presenze e partecipazioni a concerti sono moltissime, Imdb ne conta 187...C'è anche in The Last Waltz di Scorsese, 1978 ed è il predicatore in Tommy, ospite degli Who e di Ken Russell nel 1975 e una produzione, Trouble in Molopolis del 1969, regia di Philippe Mora). Ma da ritrovare assolutamente per le sue performance musicali sono questi:

Cream's Farewell Concert di Tony Palmer (1968), concerto alla Royal Albert Hall di Londra del 26 novembre 1968 (versione 90' e 48'). Non piaceva a Clapton perché il gioco visivo, zoom, riprese incasinate, frenesia televisiva, prenderebbe la meglio sull'attenzione verso la musica. Tra i brani Spoonful, Politician e I'm so glad.

Supershow di John Crome (1970)

Concert for Bangladesh di Saul Swimmer (1972)

Jimi Hendrix di Joe Boyd, John Head, Gary Weis (1973) con Little Richard, Lou Reed, Mick Jagger, Pete Townshend

Eric  Clapton and His Rolling Hotel di Rex Pyle (1980) sul tour tedesco del 1979, e sul treno lussuoso del terzo Reich che trasporta i musicisti, con Muddy Waters, Elton Jones e George Harrison

The Cream  di Paul Justin (1991) con interviste e interventi (come quello di John Mayall sulla scena musicale inglese di quegli anni)

Eric Clapton: in Concert-Benefit for the Crossroads (1999), con Bob Dylan, Sheryl Crow, Mary j.Blige, David Sunburn

La nuova bizzarria di Sally Potter, The Party. E Gabriele Muccino che ci consola

Kristin Scott Thomas in The Party di Sally Potter


Roberto Silvestri

Una donna sconvolta, bionda e segnata, apre la porta e sta per sparare con la pistola contro chi sta entrando in casa. Non è andata dal parrucchiere, come si sottolineerà più tardi acidamente. Il controcampo però non ci sarà e non ci farà vedere contro chi è diretto il colpo.
Il film, in bianco e nero, quel bianco e nero anni 60 dai grigi preziosi, alla Chi ha paura di Virginia Woolf?, comincia così. In pochi secondo vediamo un'attrice che ha la rara virtù di farci capire che tutto quel che sta pensando è intelligente e interessante, anche se non sappiamo bene di cosa si tratta. Ci fidiamo di lei ciecamente.... Poi. Flashback. Interno di casa agiata della borghesia intellettuale londinese, piano terra con cortile alberato.  Sapore di kammerspiel. Dialoghi scintillanti e acuminati (merito di Sally Potter, che è più in auge dopo la fortunata serie di Harry Potter, e Walter Donohue). Il flashback durerà tutto il film.


Si torna all'inizio di The party che non vuol dire solo festa, ma anche Partito. Infatti si festeggia con tutti gli amici la nomina a ministro ombra della sanità dell'opposizione laburista di Janet (Kristin Scott Thomas, è lei che sa recitare esibendo i pensieri che ha in testa, mossa da intenzionalità segrete, ma di sicura efficacia). Primo passo di una possibile leadership del partito, la prima Thatcher e la prima May non reazionaria.
Gli amici chi sono? Martha (Cherry Jones) lesbica militante e la sua giovane amante Emily Mortimer (Jinny),  troppo gelosa (anche di un passato lontano) e fragile. April (Patricia Clarkson, la più premiata del cast) che è una americana di estrema sinistra, e i suoi duetti con Janet sono spassosi come potrebbero essere quelli di Vanessa Redgrave con Glenda Jackson, o di Corbyn e Sanders con Hillary, visto che è sempre pronta a sfottere amichevolmente la politicante in ascesa e il suo stesso marito, un barone universitario arguto e saggio di origini tedesche e approdi new age, Gottfried (Bruno Ganz), che a inizio festa fa comunella e beve con il marito di Janet, Bill (Timothy Spall), sempre seduto sulla poltrona, attonito e inquietantemente misterioso, non si sa se pensoso o malatissimo. In attesa della la coppia formata da Tom, un bancario tutto soldi e successo (Cillian Murphy) e dalla moglie, stretta collaboratrice di Janet nel partito. Arriverà Tom da solo. E, stranamente nervosissimo e armato.....


Come sono melodrammatici, se immaginati dai britannici, questi intrighi di famiglia e questi triangoli complicati e perversi che uniscono le persone che si vogliono bene, anzi fin troppo bene, intrecciando sentimenti proibiti con segreti, bugie, messaggini piccanti per sms, condanne a morte stabilite dai medici, pugni proibiti e tradimenti vari. Qui ne avremo un campionario completo ed estremo. E sembra che ci sia lo zampino di Paolo Costella (Perfetti sconosciuti), perché anche qui il tracciato narrativo segnato dai telefonini cellulari è quello che più conta.

Ivano Marescotti, Stefania Sandrelli e tutta la famiglia riunita in A casa tutti bene di Gabriele Muccino

Certo, in un recente film italiano scritto da Paolo Costalla e Gabriele Muccino, A casa tutti bene, che sempre su una festa si concentra (le nozze di platino di una coppia che radunano tutta la famiglia nella loro villa al mare su un'isola, e mai avrebbero dovuto farlo) non mancheranno la scena del pranzo con il vino e i piatti spaiati e i due lasciapassare che confermano la nazionalità del film (c'è sempre un prete e un cane nei nostri film) e tanti bambini che nei film inglesi in genere sono solo un fastidioso impiccio.

il prete, a destra e l'intera corale
La commedia agra di Muccino sta avendo un grande successo nelle nostre sale anche perché l'intero cast è in grande forma (Accorsi, Favino, Crescentini, Sabrina Impacciatore, Elena Cucci, Claudia Gerini, Ivano Marescotti, Sandra Milo e Stefania Sandrelli perfette come al solito, Massimo Ghini (il malato non immaginario), Valeria Solarino e Gianmarco Tognazzi che deve stare - per contratto? - sempre un po' sopra le righe) come se fosse diretto da Mario Monicelli, e le tragedie che raccontano (generati da passioni incestuose, tradimenti, avidità, grettezza, insensibilità...) gronda sensi di colpa. Tanto che all'uscita tutti gli spettatori, che si riconoscono perfettamente in quelle storie, sono indecisi se andare a confessarsi o a votare per il M5S che promette pulizia e trasparenza obbligatoria. Insomma la tragedia più esplode e più implode. Mai che si parli in questo film altro che di soldi o di sentimenti. La politica è un argomento proibito, basta accennare a un tratto a Berlusconi. E, naturalmente i bambini assumono (colpa di De Sica e di Ladri di biciclette) il ruolo di controllori e giustizieri: nella realtà sono i genitori che ne controllano e ne castrano la sessualità, nel cinema i bimbi si vendicano e guai a sgarrare: ci sono loro a fare i poliziotti dei corpi. Però alla fine tutto torna come prima e, se proprio esplodono rotture defiintive, le pistole non spuntano. E non credo per adesione ai principi di Dogma 95. Muccino ha la mistica della consolazione e ha chiesto a Nicola Piovani di sostenerlo musicalmente con melodie struggenti ma moderate. Deve curare le ferite di tutti. E tutti lo applaudono. Qui a Londra l'umorismo è freddo e nero. Di applausi non si parla.
Sally Potter, una cineasta che è davvero totale, visto che è attrice, musicista, direttore della fotografia, montatrice produttrice, è rimasta, dopo la morte di Derek Jarman, l'enfant terrible del cinema inglese. E questo da quando, a 14 anni, ha fatto il suo primo film in super 8 e nell'83 diresse Gold Diggers  conquistando il pubblico più chic del Lff. Non smette mai di congegnare le storie più bizzarre (da OrlandoLezioni di tango, da Thriller a L'uomo che pianse a Ginger & Rosa)  magari utilizzando dialoghi quasi tutti in pentametri giambici, come Yes, o girate col cellulare e solo in primi piani (Rage).

martedì 20 febbraio 2018

Poesie di combattimento. E' morto Tonino Zangardi, total film-maker



di R.S.

E' morto il 19 febbraio Tonino Zangardi. Un cancro fulminante lo ha ucciso in sole tre settimane. Aveva 60 anni. Come Spielberg aveva iniziato a girare super 8 da giovanissimo. Poi il Centro Sperimentale di Cinematografia.
Antonio Zangardi, fratello dell'attore Marco Zangardi, è stato romanziere, regista, sceneggiatore, montatore, attore e produttore indipendente, ex assistente dei fratelli Taviani sul set di Prato, autore di servizi e programmi televisivi e di due serie, Ricominciare (2000) Zodiaco il libro perduto (2012). Per la maggior parte della critica Zangardi faceva parte della "parte bassa" del cinema italiano, forse perché se ne sbatteva del Reference System, e anche se, sappiamo da Marco Giusti che è proprio li, nelle parti basse non nel Reference System,  che si scatenano le forze immaginarie più feconde.
Il cinema, come la poesia tutta, non è solo cervello e cuore, ma coinvolge zone ancora più basse, regno dell'eros e dell'istinto, quelle che sapeva indicare così bene Allen Ginsberg. Parti basse che erano anche i paria, gli esclusi i sottoposti, i dominati, le maestranze (ai lavoratori tecnico-operai dei film di Nanni Moretti Zangardi ha dedicato un film tv), sempre al centro del suo cinema di combattimento.

Per un celebre critico, invece, nei film di Zangardi: "l'impegno sociale non gode del necessario apporto formale e narrativo". Ma ci sono due tipi di registi. "Quelli che guardano in alto e quelli che guardano in basso", diceva Godard. Zangardi non era certo un "hitcockiano", geometrico nel sapere esattamente cosa osservare, ma piuttosto vicino al metodo Gatlif, Cassavetes o Grifi lasciava che le cose e le persone si guardassero, producendo emozioni impreviste e catturando segreti invisibili perfino al director. Insomma Zangardi, regista involontariamente di nicchia, come ha scritto Antonello Catacchio sul manifesto, è stato un autore di cinema "politico-poetico" e una persona nobile che si è messo progressivamente fuori giro, fuori gioco, fuori schema, diventando estremamente pericoloso per la macchina istituzionale e la ricezione pigra del cinema, tanto che lo incontrammo al Lido di Venezia con la pizza sotto braccio di Un altro giorno, con l'attrice e agguerritissima compagna Antonella Ponziani (in quella occasione regista del corto La nota stonata) e con Nico Cirasola (Da do da) tra i fautori di un controfestival sulfureo, il Salon de refusees, il club degli esclusi, nel 1994.
Antonella Ponziani
Dal 2007 aveva a lungo soggiornato a Mantova dove aveva fondato assieme a Cristian Calabrese e all'imprenditore e attore veronese Vladimir Castellini la Master Film Academy, scuola di recitazione e di scrittura cinematografica. I suoi dieci film: Allullo drom (1993), il mondo gitano della provincia toscana (con Isabella Ferrari e Claudio Bigagli); Un altro giorno ancora (1995), con Valeria Cavalli (fotografia, archeologia e Puglia); L'ultimo mondiale (1999), con Angelo Orlando; Prendimi e portami via (2003), sempre sui rom, con Valeria Golino; Ma l'amore....sì! (2006), con Anna Maria Barbera (eredità e ristorante calabrese); Sandrine nella pioggia (2007), noir con Sara Forestier femme fatale; e poi il corto Friday (2015) con Dino Abbrescia; L'esigenza di unirmi ogni volta con te (2015) con Claudia Gerini e Marco Bocci, tratto dal suo romanzo, e selezionato al festival di Montreal; My Father Jack, con Eleonora Giorgi e Ray Lovelock (2016) e When Nuvolari runs: The Flying Mantuan (2018) con l'italo inglese Brutus Selby nel ruolo del grande asso automobilistico, che uscirà in anteprima a Mantova il 10 aprile prossimo senza la presenza dell'autore.

domenica 18 febbraio 2018

Il ritorno della Pantera Nera




Roberto Silvestri

Good Vibranium. Bè sì. A volte stampare la leggenda è scrivere, anzi riscrivere la storia. Dell'Africa, questa volta. Che così male si conosce. Le avventure e i combattimenti belli come in un videogame di Black Panther (l'eroe ritorna sugli schermi dopo la sua apparizione nel 2016 in Captain America: Civil War)  hanno la forza dinamica delle fantasie coloniali di Burroughs, Verne e catturano le atmosfere di Brigadoon, ma è come se il tutto fosse stato riscritto dopo una partitella di basket, una visita al museo antropologico di Londra stipato di maschere rituali, un viaggio nelle segrete dei servizi segreti inglesi a trovare il Q di James Bond  (che lo rifornisce di gadget micidiali) e soprattutto dopo un seminario universitario - dipartimento Cultural Studies - che avesse tenuto ben conto delle analisi anticoloniali di C.L.R. James o di Walter Rodney. E in particolare del volume prezioso di quest'ultimo intitolato E l'Africa sottosviluppò l'Africa - Analisi storica e politica del sottosviluppo (1972, mai tradotto in Italia e non si capisce cosa si aspetta).

Il fumetto da cui è tratto il film è nato nel maggio del 1966. Pochi mesi dopo nasce il Black Panther Party

Insomma in questo film si parla di un antico regno scomparso come se fosse vivo e vegeto. Potrebbe essere quello di Opoku Ware (1720-1750), che chiese, inascoltato, agli europei di impiantare in Dahomey officine e distillerie per il popolo Ashanti. E che qui, come uno spettro di Marx, si vendica. Non è un caso che una leggenda racconta che all'origine di quel regno raffinatissimo dal punto di vista artistico ci fosse un re fuoriuscito dal ventre di una ... pantera.

Erik Killmonger (Michael B. Jordan)


Come si sa l'Africa è stata completamente spogliata di materie prime preziosissime per quattro cinque secoli di seguito, fino ad oggi. E' la terra più ricca del mondo.  I saggi cinesi ne sono consapevoli e stanno facendo la figura dei gentiluomini rispetto ai mostri euro-americani di sempre. Lo schiavismo (oltre 10 milioni di giovani rapiti), orrore a parte, ne ha distrutto completamente l'agricoltura e un possibile decollo industriale proprio quando Europa e America crescevano tecnologicamente, sradicando ogni possibilità di mercato africano interno coordinato. Chi fa ricerca? Chi fa innovazione? I giovani. Se i giovani non ci sono più? Nel 1500 alcuni regni dell'interno non ancora aggrediti dai portoghesi e dagli olandesi, fuori dalla portata capitalistica armata, lo stato Yoruba di Oyo, la regione dei grandi laghi, il Ruanda, il Dahomey ("la Sparta nera") e i paesi Zulu erano forze motrici dello sviluppo, con una industria tessile avanzatissima (che il colonialismo distruggerà con le armi), eserciti molto ben organizzati, protocollo diplomatico di livello, un sistema di spionaggio avanzato, artisti finanziati dallo stato... Come nell'Italia del Rinascimento (tipo "L'età di Cosimo de'Medici"), o nella Prussia e nel Giappone tra il '600 e l'800... In più il Dahomey su 15 mila soldati dell'esercito contava ben 5000 amazzoni. Famose per la loro ferocia nel combattimento. Di questo si parla in Black Panther. Anche se la storia inizia nella California del nord verso il 1990. E si avvale di molte stratificazioni "orientaliste" del nostro immaginario. I doc della Riefensthal sul popolo Nuba, i tramonti Marlboro, una sfilata di moda Issey Miyake fotografata da quella maga di Rachel Morrison (vestiti di Ruth Carter), quel bellissimo film di  Herzog sui Wodaabe-I pastori del sole, e i loro corpi merlettati del Sahel...


Il giovane T'Challa, che sotto mentite spoglie vive e studia a Oakland, dopo la morte del padre, re di Wakanda, torna in Africa e gli succede al trono, rintuzzando, non senza grandi difficoltà, e grazie a Shuri (Letitia Wright) una sorella genietta come Einstein, congiure e tradimenti. Wakanda (situata a occidente del lago Vittoria, tra Uganda, Ruanda e Tanzania, la parola viene  da una tribù del Kenya, i Kamba) è terra particolarmente inaccessibile, segreta e sacra. Esiste infatti solo lì la madre di tutte le droghe. Una sostanza-sintesi di ogni prelibatezza lisergica concepibile, il vibranium, una kriptonite senza difetti che ha reso il paese, isolato da tutto il mondo, un centro all'avanguardia nelle scienze e nelle tecnologie pacifiche o di difesa, nella moda, nello stile e nell'allevamento dei rinoceronti da combattimento. Anche se, un po' come il Giappone di una volta, è piuttosto appesantito da un certo culto gerarchico e feudale per il sovrano... Ed è dotato di un sistema elettorale primitivo che, come il nostro, permette pericolose derive fascistoidi. Il re è una sorta di Superman piuttosto difficile da abbattere. Non c'è molta speranza per l'opposizione, ma i Lari dovrebbero garantire una certa correttezza etico-costituzionale....


Ogni film d'azione e d'avventura è grande anche per la presenza di un eroe non bacchettone e di un cattivo, un villain, di affascinante ambiguità. Questa volta abbiamo Chadwick Boseman che affronta un Erik Killmonger, scolpito come una furia suprematista nera da Michael B. Jordan (che è un po' il De Niro del regista Coogler, un giovane talento African America). Il suo personaggio è come il nemico storico del Black Panther Party, l'attivista (finanziato dall'Fbi) Ron Karenga. Macho. Tradizionalista. Fanatico del 'potere nero' razzialmente corretto, apparentemente estremista in realtà reazionario. Un seguace/deformatore di Marcus Garvey e della sua filosofia del "ritorno in Africa" interpretata alla Mobutu. Mentre T'Challa non ha bisogno di nascondere le sue fragilità e i suoi problemi, perché un leader davvero consapevole deve captare i segnali di cambiamento nel mondo, non fermare tutto ai suoi voleri. E utilizzare della tradizione solo gli aspetti progressisti, mai quelli che stringono di più le catene ai sudditi.    

T'Challa (Chadwick Boseman) 
Questo è, nello scheletro, Pantera nera, l'inverosimile plausibileovvero, finalmente, la prima avventura di eroi black, uomini e donne, dotati di super poteri. Capaci perfino di rilanciare l'intero magazzino Marvel che stava soffrendo di inguaribile ripetitività e pomposità e di trattare gli agenti segreti della Cia - somma ironia - solo come una servizievole appendice (il loro nemico è un sudafricano bianco, ovviamente simbolo della mostruosità apartheid).
Nollywood a parte, che ha reso mitologici i grandi pionieri della libertà, Nkrumah, Lumumba e Mandela, e prima di loro la condottiera Sarraounia, anche gli African American hanno una lunga tradizione blaxploitation solidificatasi negli anni 70 proprio grazie all'emergenza di forti personalità nere della cultura, dell'arte, della politica, da Rap Brown a Angela Davis, da Martin Luther King a Malcolm X, da Muhammad Alì a Miles Davis, da James Baldwin al Black Panthers Party, che hanno avuto il loro doppio immaginario nei film popolari interpretati da Richard Roundtree, Pam Grier, Fred "The Hammer" Williamson, Jim Brown, Jim Kelly, Ron O'Neal, Melvin e Mario Van Peebles e in personaggi imbattibili e immaginari come Shaft, Superfly, Blacula, Black Caesar, Cleopatra Jones e Coffy.


Si trattava però di detective, vampiri ottocenteschi o uomini e donne particolarmente forti che terrorizzavano perfino la mafia italiana e i narcotrafficanti della triade, o di combattenti antischiavisti come Nat Turner, non di super uomini o di Wonder Women. Finalmente il cinema African American entra nella fantascienza con questo Black Panther, tratto dal fumetto del 1966, nato pochi mesi prima dell'omonima organizzazione politica marxista e maoista che avrebbe tolto il sonno e l'ultimo barlume di comportamento democratico e umano a Edgar J. Hoover.
Ci vorrebbero centinaia di documentari per spiegare, punto per punto, ogni scaturigine storico-mitologica utilizzata nel fumetto Marvel di Stan Lee e Jack Korby e dagli sceneggiatori Ryan Coogler (ricordate il suo Rocky, Creed con Stallone?) e Joe Robert Cole, che hanno trasformato Black Panther nel primo capitolo di una saga che si preannuncia avvincente. A dimostrazione che verosimiglianza, più che verità, e inverosimiglianza fantastica, più che deprimente falsità, sono un ottimo punto di partenza per raccontare come stanno veramente le cose in poco più di due ore.



Next Africa. E' morto Idrissa Ouedraogo, il Samuel Beckett di Ouaga (*)


Idrissa Ouedraogo


Roberto Silvestri

E' morto questa mattina dopo una grave malattia, a soli 64 anni, uno dei cineasti più importanti del mondo, Idrissa Ouedraogo. Erede di Sembene Ousmane e Djibril Diop Mambety, ma anche di Keaton, Tati, De Sica, Ford e Truffaut, il regista burkinabé di La scelta (1986, selezionato alla Semaine de la critique di Cannes), Yaaba (ovvero "Nonna", 1989, premio Fipresci a Cannes) e Tilai (1990), gran premio della giuria di Cannes, era diventato, durante gli anni ottanta dell'esperimento rivoluzionario di Thomas Sankara, il simbolo del "nuovo cinema africano", dinamo radiante di una generazione di film-maker dal design internazionale, consapevole della storia passata e delle sue tragedie ma capace di guardare oltre, competitiva sul mercato dell'immaginario che osava mostrare ciò che non si poteva e doveva raccontare.  Assieme a lui altri esploratori di un'Africa a venire come Safi Faye, John Akomfrah, Jean-Marie Teno, Abderrahmane Sissako, Cheick Oumar Sissoko,  Pierre Yameogo, Mahmoud Ben Mahmoud, Assia Djebar... artisti magrebini e sub-sahariani che non sono solo guardiani di una memoria multiforme e secolare, o fustigatori delle parti più malate di quella cultura e di quelle tradizioni, ma anche seducenti fabbricanti di immagini eccentriche, spregiudicate, libere, contundenti e aperte. Cioè Poetico-politiche. 


Il più impertinente della "banda a parte" era proprio Idrissa Ouedraogo, indocile a considerarsi un "artista-professionista-leggenda-vivente-fabbricante-di-capolavori", piuttosto simile allo sminatore di stereotipi, compreso il solipsismo autorale che disprezza il racconto popolare a comunicativa calda, o l'ecumenismo militarista attorno alle Twin Towers (vedi l'episodio trasgressivo di 11 settembre 2001) ma che, con sensibilità alla Alberto Grifi, mettendosi al servizio dell'energia collettiva, coinvolgendo ragazzi, maestranze, comparse e comunità intere, passava dal lungo al micro film, dallo spot al medio, dal video al doc didattico, dalla serie tv alla web-serie, quando la necessità dello shooting era più urgente di ogni aura commerciale o d'autore, collegata all'obbligo del lungometraggio sontuoso da festival o da box office. 
Nel 1998 mi parlava di Pleurs de femme, violento pamphlet contro le mutilazioni genitali femminili con la foga anti islamista che avrebbe usato il povero Theo Van Gogh se avesse saputo che quella pratica era anche animista e fallocentrica tutta.       

Una donna incinta muore perché l'ospedale non è a portata di mano. E' Poko, il suo film d'esordio (ma il dolore nel volto della donna sarà una cifra costante del suo cinema, fino a Samba Traoré e La colére des dieux (2003). In Samba Traoré (1992) l'africano in fuga torna al villaggio natio (invece che prendere il barcone) non per passassimo nostalgico ma per desiderio di western alla Anthony Mann, come ha scritto l'acuto critico Giuseppe Gariazzo, spinto da una differente passione per il mistero e per l'enigma. Tornare all'Africa antica è un cortocircuito per creare la Nuova Altra Africa. 
I suoi nemici? Il buon senso e la codardia dell'uomo medio che per opportunismo favorisce i tiranni e i borghesi venduti allo straniero. E poi. L'escissione. La violenza alle donne. L'Aids, che non viene accuratamente combattuto dai governi africani. Invece. Gli ubriaconi, i fuori casta, i non allineati, le bambine che piantano grane o alberi di "mango", gli artigiani che insistono a tessere il cotone burkinabé, i cavalli da western nei suoi film sono, come in Hawks, gli esseri viventi d'affezione. 

Tilai 
Idrissa Ouedraogo, genia di contadini Mossi, lingua Moré, alto, occhi giganteschi da faraone, cinefilo impenitente, era il narratore più ossessionato dalla miseria e dalla grandezza della vita, spossessata, in Africa, da secoli, e con dolo, del naturale accesso alle tecnologie e al Mercato. Avrebbe molto amato Black Panther. Era anche il cineasta capace di maneggiare e intrecciare con più semplicità psicologie, generi e sentimenti complessi, sempre arricchiti da sottile umorismo e drastico femminismo, dall'ambizione "glocal" e costantemente dalla parte delle "idee nuove" (a costo di diffidare, come lo storico Ki Zerbo,  perfino di Sankara, che era "sempre un militare, anche se panafricanista e antiimperialista"). La modernità di fraseggio era comune alla sua generazione, quella dei Nanni Moretti e degli Aki Kaurismaki. Il suo era un grande cinema dell'azione interiore.
Djibril Diop Mambety gli aveva reso omaggio commuovente in Parlons Gran-Mére (1989), making off di Yaaba il film girato in un non luogo e in un fuori tempo che glorificava gli outsider, i ragazzi indisciplinati Bila e Napoko che si alleano con "la strega" Yaaba (l'attrice Fatimata Santo) e ci indicano la miseria delle tradizioni tribali in mano a una casta che peggio di Previti & co. Erano gli anni in cui Sankara detronizzava a favore delle donne il potere dei capivillaggio, strappandogli perfino il controllo delle antiche maschere rituali. Gesto che poi pagherà personalmente. Ma di irreversibile lucidità.


Studi in Francia (Idhec) e in Urss, Mosca e Kiev, molti documentari in lingua moré (non cederà mai al ricatto francofono) frutto dei suoi primi studi cinematografici a Ouaga, all'Inafec, e una certa pratica sul campo dei set, dal punto di vista della produzione, prima di realizzare come director una serie di lungometraggi (spesso girati dal punto di vista dei più deboli e drop out, bambini, bambine non iniziati o anziane emarginate come streghe) hanno reso Ouedraogo celebre nel mondo dei festival e nei paesi dal sistema televisivo più maturi e consapevoli del nostro (Scandinavia, Germania, Gran Bretagna e Francia). Non ci fosse stato Fuori Orario non avremmo mai conosciuto questo poeta dalla secchezza espressiva così inquietante, beckettiano perché felice, al di là dell'angoscia esistenziale e delle sue incrostazioni. I lunghi piani fissi e i lenti "travellings" che caratterizzano il suo stile essenziale e privo di orpelli e di "africanerie" ci hanno lasciato a bocca aperta perché sapevano cogliere la bellezza di un paesaggio, naturale o umano, senza retorica o autocompiacimento o orgoglio folk. Negli ultimi anni Idrissa si era dedicato, rossellinianamente, solo alla televisione e alla rete, riprendendo con la sua casa di produzione, Le Film de la Plainé, quel filone didattico, ambientato che fosse nell'amato-odiato Sahel della irreversbile desertificazione o nella metropoli tentacolare, che aveva contraddistinto i suoi esordi documentaristici: Poko (1981) e Pourquoi? (un uomo sogna di uccidere la moglie); Les écuelle Les funérailles du Larle Naba (1983); Ouagadougou, Ouaga deux roues (il traffico cittadino) e Issa le tesserand, Tenga, tutti realizzati prima di diplomarsi, nel 1985 all'Idhec.  Da due decenni era pronto un copione storico dedicato alla lotta anticoloniale dell'Impero Mossi (l'ultimo a cadere in tutta l'Africa occidentale) contro l'aggressione francese, inglese e tedesca del 1896, Bokary Koutou, che era il suo Sarraounia, concepito però "non come un film essenzialmente storico o pedagogico o peggio dogmatico. Ma un film aperto a tutti i pubblici, di qualunque paese e nazionalità. Il rigore della messa in scena dovrebbe permettermi di raggiungere questo obiettivo". Nonostante un aiuto finanziario del governo francese nel 1999 Idrissa Ouedraogo non è riuscito mai a girarlo. E presumibilmente sarà un giovane cineasta a riprendere il progetto che doveva essere pronto, secondo i desideri di Ouedraogo, in occasione del cinquantesimo Fespaco, nel febbraio 2019 per permettere a un cineasta burkinabé di conquistare il primo premio, l'Etalon de Yennanga. La prima scena del film, come scrive il quotidiano burkinabé Aujourd'hui, mostra militari bianchi attaccare un villaggio, metterlo a ferro e fuoco e ucciderne tutti gli uomini.

***

Idrissa Ouedraogo: "Prima che africano mi sento un uomo, come tutti gli altri, cittadino del mondo. Abito soprattutto in Europa perché vi ho frequentato la scuola, lavorato, cercato contatti per poter girare i miei film. Quando mi sarà possibile resterò in Africa. Penso tuttavia che sia finito per gli africani il momento sia dei vittimismi che delle rivendicazioni. Conserviamo certo la memoria delle sofferenze vissute dalla nostra gente, ma in questo mondo diventato così piccolo, in cui viviamo gomito a gomito con tutti gli altri popoli, possiamo esistere anche senza gridarla. (....) 
Sono convinto di poter beneficiare di conoscenze che vengono dall'Occidente senza per questo accettare necessariamente una forma di neocolonialismo. Abbiamo tutto da guadagnare in questa scelta che aiuta a disperdere di meno la nostra energia di creatori. Credo che il pubblico - e anche quello africano - abbia diritto a un buon suono, a immagini nitide, ben illuminate, ben montate. E' finito il tempo dei nostri balbettii e anche quello di sfruttare l'indulgenza paternalistica del nord nei confronti della nostra fragilità tecnica. Dobbiamo smettere di rassegnarci alla categoria B; è ora di produrre del cinema commerciabile il cui valore non si limiti all'originalità della storia raccontata".



Antologia

Roberto Silvestri 

KINI & ADAMS 

Idrissa Ouedraogo Burkina Faso 1997

Attraverso una storia buffa, inanellata di barzellette, si può disegnare una parabola triste sul continente nero, ambientata nell'Africa Australe, libera ma non del tutto, e inondata di sonorità jazz (di Wally Badarou, a metà tra il romanticismo di Keith Jarret e le policromie di Half Dollar Brand-Abdullah Ibrahim). Kini & Adams fu a Cannes '97 ed è un prodotto neo-mayor, Polygram. Kini & Adams sono anche i nomi dei protagonisti del film scritto e diretto dal burkinabé Idrissa Ouedraogo, classe 1954, al settimo lungometraggio. Il cantore della lotta tra le idee nuove e le idee vecchie nella brousse, cambia tutto, esce dall'"incantesimo Sankara", sospende le sue fiabe morali. Lascia i villaggi natii nella radura aggrediti dalla siccità, abbandona il "peul" e il "bambara", diventa un narratore-griot più complesso e sciolto (come Nanni Moretti, Ouedraogo adorava il dialogo surreale e poetico, un po' da comics intellettuale, da Linus e Charlie Brown di Schultz) e parte per il sud, tra gli zulu e i xhosa del dopo apartheid, rendendo omaggio alla lingua, l'inglese, che dissolse l'"afrikaans". E si mette un po' più in discussione, nell'intimo, nascondendo dietro un melò operaio quella che è una storia personale. Kini & Adams sono soci, ma soprattutto amici, e hanno un sogno in comune, lasciare il povero villaggio, meglio sarebbe chiamarla la loro arida "no man's land" come ce ne sono ancora troppe laggiù, andare nella città dalle mille occasioni e, soprattutto, scappar "via col vento" con quel ferrovecchio a quattro ruote che stanno ricostruendo da mesi, acquistando i ricambio di qua e di là, non senza problemi e ostruzionismi. Improvvisamente si riapre la cava di pietra nei paraggi, una possibilità di salario inaspettata per i nostri amici, ma quando tutto sembrerebbe mettersi per il verso giusto la strana coppia, che si vuol bene e anche di più, litiga a morte. Più Kini fa il capetto nel cantiere, più l'amicizia con Adams va in mille pezzi. Kini, felicemente sposato con bimba, e Adams, più irresponsabile e sfortunato in amore, arriveranno alla deflagrazione finale dei sentimenti e delle passioni, complicata da equivoci, ubriachezza, pugni, gelosie, furti, dinamite, amore gay serio e incoffessabile, pettegolezi cruenti e ancora peggio. Finiamo con una delle tante barzellette del film, raccontata da Kini a Adams: "Dio incontra un poveraccio e gli promette: 'ti darò ciò che vuoi, con una sola clausola, al tuo migliore amico darò il doppio'. Il poveraccio rimugina: se chiedo 10 mila rand ne darà 20 mila al mio amico...mmmmm! Se chiedo dieci asini il mio amico ne avrà 20...ah! ho trovato: "Dio, prendimi un occhio". 

Idrissa Ouedraogo premiato al festival di Cartagine da Mohamed Challouf (a sinistra) 
(*) è un vizio inguaribile della critica europea paragonare a un occidentale un geniale artista africano. Ho anche io questo vizio. Nessuno è perfetto. Ma Idrissa, a sentire il critico burkinabé Clement Tapsoba, non era per niente popolare in Africa, e comunque molto meno dei commedianti, come Henry Duparc. Il suo stile è moderno, il racconto per immagini mai lineare, o classico. Potrebbe essere questo racconto, ma potrebbe anche essere un altro racconto....Volevo sottolineare nel paragone con Beckett un procedimento paradossalmente simile, a proposito della descrizione del disastro "africano", della contemplazione delle macerie, dell'inferno. Ma,  parafrasando Raymond Federman, allievo del grande scrittore irlandese, tutta l'opera di Idrissa Ouedraogo "non si presenta forse come la ricerca di qualche cosa che non esiste o che esiste a nostra insaputa?" Non si tratta dell'allegria dei senza speranza di cui parla Stendhal a proposito dei romani (che Pasolini ha così bene compreso)? Ma nell'universo di Idrissa "tutto è possibile perché sa inventare una realtà seconda che è la parodia del mondo degli uomini, all'interno del quale si riduce a uno stesso denominatore ogni nozione di felicità e infelicità".

sabato 17 febbraio 2018

Samba Traoré. Il senso di colpa che maledirà Compaoré




di Roberto Silvestri 


SAMBA TRAORE’
Idrissa Ouedraogo, Burkina Faso 1993

Ouagadougou, ai giorni nostri. Samba Traorè, giovane contadino che odia la campagna, e un suo amico d’avventure metropolitane, pistole in pugno, rapinano di notte un distributore di benzina. Il colpo è fortunato solo per Samba. Il compagno viene colpito a morte. Samba fugge al villaggio natio, e sfoggia i contanti.
L’inizio è da thriller Usa, quasi a velocità De Palma. Poi il film si snoda in più calmi quadretti-strips, ora buffi, ora poetici, ora da incubo… Samba, fortunato anche nel gioco d’azzardo (lascia letteralmente in mutande un altro suo amico del cuore, giocatore di strada e marito di un tenero donnone) apre – anzi fa costruire pietra su pietra – un bar, conquista la più bella della zona, la sposa e diventa il buon papà, affettuoso, della figlioletta di lei, divorziata, cui racconta tante belle fiabe. Ma il rimorso (dell’amico morto più che dei soldi sporchi) scava lentamente (soprattutto di notte, nelle ore diaboliche dei sogni) e sbuca sempre più insinuante la perplessità dei suoi ‘amici’: da dove vengono tutti quei soldi? Il terrore di essere arrestato fa precipitare la tragedia. L’ex marito della moglie, percosso per gelosia, giura di vendicarsi. E lo farà… Ma Samba riuscirà a punirsi da solo. Abbandona la moglie partoriente mentre si avvicina all’ospedale della capitale, dove potrebbero accoglierlo le manette. Non si lascia così una donna amata… A quel punto anche i sassi comprendono la sua vera indole. La polizia viene informata e si avvicina. Il padre di Samba, infuriato, brucia le prove, i frutti e i proventi del misfatto. Fuoco purificatore alla Hawks, alla Corman. Samba Traorè è stao il primo film africano sub sahariano lanciato nel nostro paese non in stile apartheid. 
Lo ha scritto, diretto e coprodotto nel 1992, in stupefacente bilico tra tragedia e commedia, farsa e gangster movie, Sankara e Compaorè (i due amici rivoluzionari burkinabè che poi si sfidarono all’Ok Corral; e ha perso il migliore), uno dei più grandi cineasti francofoni viventi, Idrissa Ouedraogo, classe 1954, di Banfora, studi a Parigi e Kiev, il fiore all’occhiello della giovane generazione nera, documentarista, regista di cinema, di teatro (ha messo in scena un fondamentale Toussaint Louverture a Parigi, dedicato al nero che sconfisse le truppe napoleoniche nel 1804 guidando a Haiti la prima rivoluzione proletaria della storia) e di televisione, drammaturgo dalle idee narrative, ritmiche, spazio-temporali e gestuali originali e avvincenti.
Samba Traorè  è il suo quinto lungometraggio (La scelta, Yaaba, Tilai, Karim e Salah) e, dopo il premio a Cartagine ’92, è stato presentato in competizione a Berlino ‘93. Lo stile cinematografico cristallino e ‘senza errori’ di Ouedraogo, mai una parola di troppo, mai una ripresa gratuita, un reticolo scientifico di sguardi, una geometria implacabile, quasi optical-art, di orizzonti e linee verticali, questa volta non addormenta la tensione sperimentale (come successe soltanto a Tilai, il suo unico ‘saggio’ quasi accademico).
Commedia, giallo, avanspettacolo, Shakespeare, politica e dibattito etico sui valori fondamentali della vita si passano il testimone, come a teatro col cambio scena. In una sequenza si finisce, attraverso il passaggio di un pallone da football, con campo/controcampo ardito, all’occhio glaciale del padre di Samba che ha trovato il revolver nella valigetta del figlio (ma chi permette, di nuovo, lo strapotere dei capi villaggio?).

Certo la morale finale potrebbe apparire, a torto, un po’ da parrocchia. Cioè: non si può costruire niente di buono su un gesto di violenza attiva. Cioè: se è malandrino Samba Traorè, perché rapina e mente, per ottenere potere, figuriamoci l’attuale dittatore-presidente burkinabè, Blaise Compaorè, che ha rapinato il potere per conto delle multinazionali. Che poi, in questo caso, è anche il vero responsabile del dramma della moglie di Samba. Dove sono, infatti, i telefoni per chiamare le ambulanze? Dove le strutture ospedaliere periferiche in un paese che è per il 95% agricolo? ‘E’ un film sulla colpa, sul passato che perseguita l’uomo e che sempre riemerge. Il passato torna sempre, implacabile. Ho voluto sviluppare la sensazione di permanente pericolo connessa alle colpe legate al passato: la sanguinosa rapina che aveva portato alla morte del suo complice e amico’, spiega Ouedraogo. E la metafora colpisce infatti di più, come un uppercut, sia lo stomaco dell’attuale president
e che l’assassinato ex presidente Thomas Sankara, reo di essere stato militare, di essere andato al potere con un colpo di stato e secondo Idrissa Oudraogo poco interessante anche quando tentò di inventare, primo e unico presidente ‘settantasettino’, il socialismo ‘in un solo senso’. Quello dell’humor.