sabato 17 febbraio 2018

Samba Traoré. Il senso di colpa che maledirà Compaoré




di Roberto Silvestri 


SAMBA TRAORE’
Idrissa Ouedraogo, Burkina Faso 1993

Ouagadougou, ai giorni nostri. Samba Traorè, giovane contadino che odia la campagna, e un suo amico d’avventure metropolitane, pistole in pugno, rapinano di notte un distributore di benzina. Il colpo è fortunato solo per Samba. Il compagno viene colpito a morte. Samba fugge al villaggio natio, e sfoggia i contanti.
L’inizio è da thriller Usa, quasi a velocità De Palma. Poi il film si snoda in più calmi quadretti-strips, ora buffi, ora poetici, ora da incubo… Samba, fortunato anche nel gioco d’azzardo (lascia letteralmente in mutande un altro suo amico del cuore, giocatore di strada e marito di un tenero donnone) apre – anzi fa costruire pietra su pietra – un bar, conquista la più bella della zona, la sposa e diventa il buon papà, affettuoso, della figlioletta di lei, divorziata, cui racconta tante belle fiabe. Ma il rimorso (dell’amico morto più che dei soldi sporchi) scava lentamente (soprattutto di notte, nelle ore diaboliche dei sogni) e sbuca sempre più insinuante la perplessità dei suoi ‘amici’: da dove vengono tutti quei soldi? Il terrore di essere arrestato fa precipitare la tragedia. L’ex marito della moglie, percosso per gelosia, giura di vendicarsi. E lo farà… Ma Samba riuscirà a punirsi da solo. Abbandona la moglie partoriente mentre si avvicina all’ospedale della capitale, dove potrebbero accoglierlo le manette. Non si lascia così una donna amata… A quel punto anche i sassi comprendono la sua vera indole. La polizia viene informata e si avvicina. Il padre di Samba, infuriato, brucia le prove, i frutti e i proventi del misfatto. Fuoco purificatore alla Hawks, alla Corman. Samba Traorè è stao il primo film africano sub sahariano lanciato nel nostro paese non in stile apartheid. 
Lo ha scritto, diretto e coprodotto nel 1992, in stupefacente bilico tra tragedia e commedia, farsa e gangster movie, Sankara e Compaorè (i due amici rivoluzionari burkinabè che poi si sfidarono all’Ok Corral; e ha perso il migliore), uno dei più grandi cineasti francofoni viventi, Idrissa Ouedraogo, classe 1954, di Banfora, studi a Parigi e Kiev, il fiore all’occhiello della giovane generazione nera, documentarista, regista di cinema, di teatro (ha messo in scena un fondamentale Toussaint Louverture a Parigi, dedicato al nero che sconfisse le truppe napoleoniche nel 1804 guidando a Haiti la prima rivoluzione proletaria della storia) e di televisione, drammaturgo dalle idee narrative, ritmiche, spazio-temporali e gestuali originali e avvincenti.
Samba Traorè  è il suo quinto lungometraggio (La scelta, Yaaba, Tilai, Karim e Salah) e, dopo il premio a Cartagine ’92, è stato presentato in competizione a Berlino ‘93. Lo stile cinematografico cristallino e ‘senza errori’ di Ouedraogo, mai una parola di troppo, mai una ripresa gratuita, un reticolo scientifico di sguardi, una geometria implacabile, quasi optical-art, di orizzonti e linee verticali, questa volta non addormenta la tensione sperimentale (come successe soltanto a Tilai, il suo unico ‘saggio’ quasi accademico).
Commedia, giallo, avanspettacolo, Shakespeare, politica e dibattito etico sui valori fondamentali della vita si passano il testimone, come a teatro col cambio scena. In una sequenza si finisce, attraverso il passaggio di un pallone da football, con campo/controcampo ardito, all’occhio glaciale del padre di Samba che ha trovato il revolver nella valigetta del figlio (ma chi permette, di nuovo, lo strapotere dei capi villaggio?).

Certo la morale finale potrebbe apparire, a torto, un po’ da parrocchia. Cioè: non si può costruire niente di buono su un gesto di violenza attiva. Cioè: se è malandrino Samba Traorè, perché rapina e mente, per ottenere potere, figuriamoci l’attuale dittatore-presidente burkinabè, Blaise Compaorè, che ha rapinato il potere per conto delle multinazionali. Che poi, in questo caso, è anche il vero responsabile del dramma della moglie di Samba. Dove sono, infatti, i telefoni per chiamare le ambulanze? Dove le strutture ospedaliere periferiche in un paese che è per il 95% agricolo? ‘E’ un film sulla colpa, sul passato che perseguita l’uomo e che sempre riemerge. Il passato torna sempre, implacabile. Ho voluto sviluppare la sensazione di permanente pericolo connessa alle colpe legate al passato: la sanguinosa rapina che aveva portato alla morte del suo complice e amico’, spiega Ouedraogo. E la metafora colpisce infatti di più, come un uppercut, sia lo stomaco dell’attuale president
e che l’assassinato ex presidente Thomas Sankara, reo di essere stato militare, di essere andato al potere con un colpo di stato e secondo Idrissa Oudraogo poco interessante anche quando tentò di inventare, primo e unico presidente ‘settantasettino’, il socialismo ‘in un solo senso’. Quello dell’humor.