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sabato 29 aprile 2017

Demme. The Manchurian Candidate


Liev Schreiber


THE MANCHIURIAN CANDIDATE (*)

Usa, 2004

Dare cibo al pensiero. Questo può fare un film. Non cambia il mondo, il cinema, ma può modificare i corto circuiti delle nostre teste. Entri in una sala e ne esci cambiato, anzi migliorato. Invece di schiacciarti su un unico punto di vista ne hai a disposizione - se il film è ben fatto, se è un “time capsule movie”, cioè un film capace di catturare l’essenza di un’epoca - due, tre… Può succedere. Accadeva quando eravamo giovani e vedevamo i film di Robert Aldrich e Don Siegel. 

Jonathan Demme

E accadde al giovane Jonathan Demme che, a 17 anni, era un ragazzotto americano pronto a dare la sua vita alla patria. Entra in un cinema (genitori cinefili e curiosi, per sua fortuna). Vede Lontano dal Vietnam. L’episodio di Alain Resnais lo seduce. Esce. Ha la testa cambiata. Non parteciperà più a nessuna guerra di aggressione. Una settimana dopo, nel 1967, è a Washington, a protestare con il Movimento. Non abbandonerà più quel punto di vista. Direbbe Toni Negri “ha afferrato il metodo per contribuire, con il suo lavoro, a rivoluzionare lo stolto mondo di sfruttamento e di ingiustizia nel quale viviamo”.
E quando la Paramount ha in mente un bel progetto "soldi sicuri" con Denzel Wasgington protagonista di un possente thriller psicologico (che ha avuto grande successo nel passato) e lo chiama, Demme pensa che farà di The Manchurian Candidate  un nuovo Fahrenheit 9/11, cugino del potente documentario di Michael Moore, ma su e per John Kerry. Perché quella elezione può essere cruciale. Lo sarà. Introdurrà anche in Usa (dopo che in Italia ancora nessuno ne ha tratto conseguenze istituzionali)  l’orrore democratico del conflitto di interessi (di livello Armageddon) incontrollato. E ne stiamo pagando tutti le conseguenze…

Meryl Streep
La scena di The Manchurian Candidate nella quale  John Voigt, nella parte del senatore Richards, entra nel suo ufficio con una feroce agenda di guerra, programmato per essere il primo vicepresidente espresso dalle compagnie multinazionali, non può che far urlare lo spettatore mondiale: “Ma lo avete già l’uomo che, al vertice di una mega-corporation e dello stato, fa guerre ovunque ed esclusivamente per questioni di profitti privati!” Corpi di soldati americani in cambio di milioni per gli azionisti. E’ Ok questo? O c’è qualcosa di sbagliato?
Dunque non si tratta per Demme di fare il maquillage a un bel film del passato. Ma di rivoluzionarlo. Intanto. Si passa dalla guerra di Corea e da McCarthy alla prima guerra del Golfo e all’invasione in Iraq. Non c’è più la “minaccia rossa”. Ma un ancor più pericoloso complotto globale.
Il cattivo infatti qui è una multinazionale che si chiama Manchurian Global e non a caso opera (anche i cervelli dei prigionieri americani) non più a Pyongyang ma in Yemen (prima della primavera araba, quando i due Yemen diversamente comunisti erano stati forzosamente unificati e dominati dai wahabiti sauditi).

Denzel Washington
Inoltre. Non si tratta di fare un copia incolla da Frankenheimer. Tutta la parte dedicata alla polemica contro la stampa “libera” che non cerca più i colpevoli di un crimine (la coppia di piccole bombe fatte esplodere nei locali della Manchurian Global come mossa contro-cospirativa) ma riporta direttamente quel che le autorità politiche vogliano che si dica.   Insomma se la struttura è la stessa, cambiano parecchio i fattori, altra è la rabbia che origina il film….anche perché è uscito in America appena in tempo (grazie a due editori che hanno fatto le notti in bianco per chiuderlo in tempo) per appoggiare il partito democratico e poco prima delle elezioni presidenziali che vinse Kerry, ma poi, misteriosamente, vinse invece Bush junior (e Dick Cheney).

Questo perfetto remake (Daniel Payne e Dean Geor
garis firmano il copione) di The Machurian candidate di John Frankenheimer (1962) è firmato da Jonathan Demme in vena di studioso del cinema hollywoodiano (commedia e thriller fantascientifico degli anni 60) e critico di Bush senior e junior. Il complesso militare industriale statunitense oggi è stato sostituito da “corporation multinazionale che moltiplicano le guerre per fare superprofitti”, come disse Demme a David Thompson in una intervista del 2004. Jonathan Demme è capace dunque di riattualizzare e rigenerare un thriller fantascientifico tratto dal romanzo di Richard Condon , e sceneggiato allora da George Axelrod (via di difetti pochi e a me i pregi, tanti) che uscì tra la crisi di Cuba e l’assassinio Kennedy.
Dean Stockwell
Un thriller politico e «fantascientifico» epocale, che è la spiegazione-decostruzione lucida e perfetta dello «stato maggiore politico più pericoloso del dopoguerra», quello formato in quel momento dalla confluenza della Halliburton con il Carlyle Group (cos'è, come funziona e che malefico progetto ha in testa), cavallo di troia della strategia di George Bush padre e figlio (e della gang petrolifera del figlio).  
In gioco questa volta c'era non solo una presidenza degli Stati Uniti, ma forse il futuro dell'umanità gravemente messo in discussione dalla versione neocon di cos'è la civiltà occidentale (e in questo senso l’arrivo di Trump, Putin, Erdogan… al potere ha un solo carattere postivo. Quello di rilanciare la voglia di vedere The Manchiurian Candidate by Demme. Che usciva da un altro remake, bello ma commercialmente disastroso, Sciarada/The Truth about Charlie, il suo omaggio alla nouvelle vague francese.
Per chi non abbia visto il Manchurian candidate di Frankenheimer, ricordiamo che Frank Sinatra era l'integerrimo e «sconvolto» tenente Bennett Marco (qui è Denzel Washington a portare con disinvoltura un cognome italiano fiammante) e Laurence Harvey il sergente Raymond Shaw (qui un Liev Schreiber, altrettanto schizofrenico, elettrizzante e pericoloso, dolce e inquietante), genio di Harvard che una storia d'amore impossibile ha trascinato, volontario, sul fronte coreano per ridimensionare una Corea unificata e comunista (giudicata piuttosto pericolosa strategicamente ed economicamente, e dunque da ridimensionare con le armi e minacciare costantemente di sanzioni).
Vera Farmiga
I soldati fatti prigionieri dai mefistofelici comunisti vengono sottoposti a un trattamento psichiatrico super-pavloviano radicale (con sadiche variazioni orientali). Sono infatti non solo ipnotizzati, ma diventano controllabili a distanza, attraverso le carte da gioco: di particolare pericolosità operativa la «regina di picche».

Il film svelava indirettamente, e forse ingenuamente, quello che il Pentagono stava segretamente producendo nei suoi laboratori segreti (e non in quelli altrui). Anche perché è assai poco convincente che tanti ragazzi arabi oggi decidano di farsi saltare in aria in nome di Allah. E anche il gruppo dirigente nord coreano sembra frutto di esperimenti di laboratorio piuttosto frankensteiniani. Mah. Torniamo al film di Frankenheimer, non prima di aver ricordato che anche Don Siegel farà uno psycho-thriller politico simile nel meraviglioso Telefon…. 

Rilasciati e tornati in patria, allora, i patriotici ragazzi si comportano normalmente, ma in realtà sono burattini nelle mani di Stalin, Kim Il Sung e di Mao: il sergente Shaw, soprattutto, è l'oggetto di una attenzione speciale. Dovrà diventare presidente degli Stati uniti (e così li avrà in pugno). Shaw viene prima di tutto fatto passare per supereroe di guerra, attraverso testimonianze incontrovertibili sul suo coraggio di tutti i sopravvissuti, riceverà la legione d'onore del Congresso, onorificenza che «dal 1913 è stata assegnata solo 17 volte» (saranno 917, nel remake). Scalerà in fretta il vertice del partito democratico e verrà imposto al riluttante establishment «moderato», come candidato alla vice presidenza. Sua madre, Angela Landsbury (comunista cinica, travestita da falco della destra maccartista) non si fermerà di fronte a niente, intrigo, calunnia, ricatto e perfino omicidio, facendo sì che il figlio uccida il suo più pericoloso rivale, troppo «progressista» anzi proprio «comunista e traditore» e perfino la di lui figlia, che Shaw ha sempre amato e che sua madre, incestuosamente gelosa, ha sempre tenuto ben alla larga da lui.

Però il tenente Sinatra, sconvolto da strani incubi a ripetizione che gettano ombre e dubbi sul passato della pattuglia, e sull'efficienza dei metodi pavloviani (sempre un po’ scalcinati), inizia a mettere in discussione la situazione (grazie all'aiuto di Janet Leight, una misteriosa e casuale conoscenza) finché lo stesso Harvey, spaccato a metà tra residui di libertà morale e schiavitù indotta, imbraccia un fucile che dovrebbe (alla Oswald) far fuori il suo partner alla presidenza, punta, ma... Pochi giorni dopo il presidente Kennedy fu davvero assassinato e Sinatra, turbato, ritirò dalle sale il film che aveva prodotto. Rimase davvero traumatizzato, visto che poi passò ai repubblicani...

Ma nel remake di Jonathan Demme non si capisce se siamo alla convenzione democratica o repubblicana. Potrebbe essere una qualunque dei due. I partiti sono molto simili. Hanno lo stesso cerimoniale, una analoga geografia di falchi, moderati e perfino liberal. Quello che cambia tra i due film sono i cattivi, internazionalisti lì, multinazionalisti qui. E il lavaggio del cervello: qui si usa la criobiologia (la tecnica di conservazione di cellule viventi a temperature molto inferiori allo zero) e altre diavolerie biotecnologiche, di cui sono esperti scienziati sudafricani che erano pro-apartheid, dunque pazzi furiosi. Anche se Meryl Streep per attivare suo figlio all'azione - come nei vecchi film Hammer - userà il solito sistema dell'ipnotizzatore che ti chiama per nome e cognome (anche qui rivedere Telefon, perché l’attivazione delle cellule dormienti rosse lì è molto più poetica: si leggono al telefono i versi di Frost e si attiva il militante succube).

Se c'è qualcuno che può legittimamente trovare questo thriller esageratamente macchinoso è solo il pregiudicato Berlusconi e Co. che però, per lavare i cervelli di mezza Italia, ha dovuto 1. Cantare al momento giusto con il pianista giusto nelle feste giuste. 1 bis. Copiare agli americani il manuale di come uccidere il servizio pubblico televisivi. 2. Sposare una donna bella, emiliana e intelligente, ma poi pentirsene. 3 Farsi coprire da altri le sue voragini bancarie. 4 Aderire alla P2. Anche se per questo dovrà aprire un ospedale strano 5. Vincere i campionati di calcio (si può, senza che qualcuno fidato controlli il mega giro di scommesse?) 6 Sperare che la sinistra socialista eleggesse un segretario Psi di destra e poi lo portasse alla presidenza del consiglio per emanare leggi giuste (per lui); 6. Mangiare, digerire e trasformare in m…Retequattro e Mondadori. 7. Beneficiare di qualche strano fatto di cronaca tra Sindona e Calvi. 8. formare un partito, 9. cambiare stalliere e 10. decenni dopo, e dopo processi e condanne e pene addolcite, guidare ancora, e riverito nei tg, la nostra vita politica. ...
Bé, in realtà non è stato poi così semplice. E mi sa che questo film proprio di noi oggi parli. Mostra l'America di dentro. Il candidato della Machurian Global è l'uomo che Oriana Fallaci avrebbe votato subito. Perché erigeva muri e privatizzava gli eserciti per darci sicurezza dentro e fuori la patria e autonomia energetica e supremazia cristiana (i wahabiti non sono islamici, sono solo affaristi).
Certo, rispetto al film kennediano di John Frankenheimer che ci lasciò a bocca aperta, questo è meno bizzarro e «felice».



I tempi sono cambiati e allora si poteva tirare un sospiro di sollievo sulla fine dell'incubo maccartista e del fascismo fermato nella sua scalata. Ma quando Demme gira grandi aziende, Congresso e Casa bianca sono nelle stesse mani. E si può solo contare su un tenente e su un sergente «traditori». Perché tra compagni d'armi nasce sempre qualcosa di prezioso, quasi di tenero e di eversivo (Rambo docet).


(anche questo, come le altre recensioni dei film di Jonathan Demme sono riscritture di vecchi articoli apparsi sul manifesto. E li dedichiamo, in modo particolare, ai nostri 9 lettori fissi del blog il ciottasilvestri)

venerdì 28 aprile 2017

Demme. The Agronomist



Roberto Silvestri 

L’AGRONOMO
THE AGRONOMIST
Jonathan Demme, Usa, 2003

Haiti, «nuovo territorio» ma non per Jonathan Demme che ha un'antica liaison con l'isola, con i suoi artisti, musicisti e cineasti e con i Dreams of Democracy, sogni di democrazia (titolo di un documentario realizzato con la collaborazione della haitiana newyorkese Patricia Benoit e che Demme ha prodotto nel '87) di un popolo tra i più derubati e sfruttati della terra. «Clinica Estetico», la compagnia di Demme questa volta ci racconta la storia di un suo amico intimo, attivista di Amnesty International e tante altre cose. 

E non è certo un piacere esotico che lo ha portato a Por au Prince. In fondo ci sono più haitiani a Manhattan che nell'isola. E al famoso Haitian Corner Raoul Peck ha dedicato un magnifico film. Inoltre la musica. Dove c'è buona musica (dalla Compas al Ra-Ra al Vaccine fino al pop contemporaneo di un "genio della nostra epoca" come Wyclef Jean e Jerry "Wonder" Duplessis) ecco che spunta Demme. Infine. A chi si arrabbatta per scoprire quale è la ricetta del documentarismo perfetto ecco il contributo di Demme (che ama passare senza soluzione di continuità da una forma di cinema all'altra, e montava Agronomist mentre girava  The truth about Charlie). Mischiare i generi: fiction, non fiction, footage, performance musicali, interviste... cioé drammatizzare il documento e rendere veritiera la finzione. Tutto qua. 


Così Demme racconta di un amico e di un eroe del microfono e della resistenza, Jean Dominique, L'Agronomo. Un racconto in «diretta» dalla stazione radiofonica Radio Haiti Inter, postazione privilegiata dell'attivista politico della sinistra che ha attraversato con passione e intelligenza, dal 1968 al 2000, fino all'esecuzione "misteriosa" fdel suo fondatore, rivoluzioni e repressioni, colpi di stato militari, invasioni, insurrezioni, feste voodoo, tutto scritto sulla facciata dell'edificio smitragliato di colpi d'arma da fuoco. 

Colpi registrati da Jean, soundtrack da mischiare all'allegra sigla dell'emittente, temibile per ogni regime e dove la lingua francese dell'élite - le dieci potenti famiglie che hanno sequestrato economicamente e politicamente l'isola da due secoli - è stata sostituita con il creolo-haitiano dei contadini e degli operai della canna da zucchero, ora poco più di centomila persone, ma nel 1804 il nucleo dell'esercito di schiavi, già proletariamente cosciente e unificato, guidato da Toussaint Louverture che sbriciolò militarmente le truppe coloniali di Napoleone, purificò da ogni sfumatura razzista il concetto rivoluzionario di «uguaglianza, libertà, fraternità», tenne alla larga per qualche anno spagnoli e inglesi, e fondò la prima repubblica «all black» indipendente. 50 anni prima dell'Italia. 

Una storia raccolta dal regista del Silenzio degli innocenti per rendere omaggio a un grande popolo dalla straordinaria cultura e a un amico. E per raccontare di come la democrazia si accendeva ad Haiti e si spegneva a fasi alterne in relazione all'America di Carter e di Clinton o dei cow-boys che precedettero F.D. Roosevelt e dominarono poi gli anni `80, Reagan-Bush, scatenanti i plotoni assassini dei Ton Ton Macute dei loro pupazzi, Papà e «Baby» Doc, i Duvalier. Jean Dominique ha una faccia forte sagomata in un sorriso ruggente, sarebbe un attore perfetto per recitare nella parte di se stesso.

Non a caso Dominique assomiglia, anche come verve e furore, a Jean-Louis Barrault, più che un interprete, una furia umana dalle good vibrations. Il giornalista e attivista di Radio Haiti parla a Jonathan Demme, che lo avvicinò quand'era in esilio a New York, e lo intervitò una ventina di volte, in un intermezzo tra un colpo di stato e l'altro. Quando Carter smise di appoggiare Papà Doc - che forse aveva perduto il contatto con il popolo e l'amore strumentale per il voodoo - i microfoni di Jean ripresero a strillare le news, ma le interferenze si moltiplicarono di anno in anno. Arrivò il figlio del dittatore nero per governare una borghesia creola, più che bianca, e dopo di lui i marines a mettere ordine e poi di nuovo colpo di stato. Radio muta, Jean Dominique in esilio.


La lunga intervista a Demme è frammentata da immagini dell'epoca, ma anche dai primi film di produzione haitiana, che Dominique, fondatore dell'unico cine-club, aveva stimolato: dal mitico documentario di Arnold Antonin (anche intervistato), un pamphlet anti-imperialista del 1973 che tanto piacque a Graham Greene, fino al mediometraggio fiction Anita, di Rassoul Labouchin ('84) che fu scoperto in Occidente dalla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, e a Mais, je suis belle. E il film sale inquietante, pieno di suspence, sostenuto da un colonna sonora incalzante (Demme ha prodotto anche un disco dei Frères Parents negli anni 80), vibrante nelle parole scandite come in un balletto vocale del cronista, innamorato, supporter e poi deluso da Jean-Bertrand Aristide.

Riportato alla guida di Haiti da Clinton, dopo il colpo di stato del 1993, il primo presidente votato dal popolo, scende a compromessi con i rappresentanti della vecchia dittatura e con i latifondisti contro i contadini, schierati contro l'importazione massiccia di etanolo, che sostituisce la canna da zucchero nelle bevande alcoliche. Finché sarà anche lui ostaggio degli uomini forti del suo partito che decreteranno tre anni fa,il 3 aprile del 2000, l'uccisione di Dominique, mai concepita neppure dai feroci Duvalier. Demme torna nell'isola proprio nel maggio dello stesso anno a intervistare amici e familiari del grande rivoluzionario. Nel film il capo della polizia (il caso ancora non è stato risolto) si chiama Jean Dominique. E il tenente Dessalin, proprio come l'altro grande eroe della riboluzione haitiana del 1804. Però la radio non si è spenta, e oggi è animata con ancora più forza dalla moglie Michèle Montas e dalla famiglia dell'«agronomo» passato alla radio perché rendere ricca l'agricoltura di un paese dalla terra fertilissima è un crimine che le multinazionali puniscono ancor più velocemente e ferocemente.




Demme. La verità su Charlie




Roberto Silvestri 




LA VERITA’ SU CHARLIE
THE TRUTH ABOUT CHARLIE
Jonathan Demme, Usa 2002

Mark Wahlberg e Thandie Newton

«Aridatece Monnezza!». Un pubblico romano confuso e inebriato della propria volgarità, accolse al cinema Savoy, durante in una selva di fischi, urla, frizzi e lazzi, The Truth about Charlie, l'ultimo evidentemente inquietante capolavoro di Jonathan Demme che, dopo un anno di attesa, riceveva il battesimo nero italiano, non in una mostra d'arte, ma, qualche settimana fa, nelle arene gladiatorie del Fantasfestival di Roma. Ora è nelle sale normali, soprattutto in quelle più scomode, introvabili e clandestine... Va scovato e affrontato. Perché 1. Demme è uno yankee in stato d’allarme che si è esposto sempre per la pace. 2. Il film può far male, non per le tonnellate di citazioni che incorpora (Run Lola Run, Go, Suzhou River oltre tutto, se state attenti al montaggio e alla musica), e che non è poco divertente decifrare, ma perché è più che pauroso. Ottima scelta per un festival dell'horror.
Fa vacillare il nostro equilibrio cinefilo.  Forse ha a che fare con l'annichilimento della «legge della viseità» che Guattari e Deleuze avevano scoperto (Mille piani) come centrale e ordinatrice per la figuratività occidentale e cristiana, dal rinascimento prospettico all'astrattismo. Parete bianca e buco nero. Viso e occhi, bocca, orecchie. Perfino nell'adorato Truffaut di La mia droga si chiama Julie Belmondo dice di laghi e colline toccando naso e palpebre di Catherine Deneuve...






Il primissimo piano del divo come organizzazione degli spazi, viseità replicata nelle regole del paesaggio, del sociale. Qui niente divo niente ordine niente paesaggi. Niente visi. Ma insorgenza di corpi. Anti viseità. La cosa turba il pubblico rimbambito dal sempre uguale. Henry Mancini cancellato da una colonna sonora global-ibrida che fa più effetto di un rito new-vudu: Angelique Kidjo, The Soft Boys, i pakindiani Lahsa, Sparklehorse, Gotham Project... Dopo l'estetica cool. 


La commedia-thriller - set magnetico Parigi (Bertolucci, De Palma, Jordan melvillianodi The good thieft...) modello principale Sciarada di Stanley Donen, 1963 (di cui è il remake e il make-up) - racconta il salto nel vuoto di Regina (Thandie Newton), «una donna in pericolo», perseguitata - su un tavolo di montaggio che tortura ogni certezza ritmico-spaziale - da una serie di mostri. Inquietanti figure bugiarde, avide e ambigue: il marito (Charlie), che lei vorrebbe lasciare e che ritrova, dopo una vacanza ai Caraibi, cadavere, e con un passato d'avventuriero dalla quadruplice identità; la poliziotta ruvida (Christine Bisson), i servizi segreti Usa (Tim Robbins), i corpi speciali della «polizia globale» ovvero i criminali della organizzazione segreta «Giustizia duratura». 

Ma tra i loschi e avidi figuri che perseguitano Regina, perché deve nascondere i diamanti per milioni di euro che Charlie agguantò, il più subdolo e pericoloso pare a un certo punto proprio il bel tenebroso Joshua (Mark Wahlberg), nelle cui braccia solide Regina s'è rifugiata d'istinto... Come Cary Grant di Il sospetto... Infatti nel Donen, Grant era Joshua e l'olandesina-irlandese Audrey Hepburn, era Regina. 

Anna Karina
Newton e Wahlberg sono, come bravura, dello stesso livello tecnica, solo che ci sembrano più mostruosi e sopra le righe perché sopportano sulle loro spalle (e criticano) ben 50 anni di performances in più, dallo snodarsi della nouvelle vague (Tirate sul pianista, Anna Karina, Charles Aznavour, Magali Noel, Godard, la tomba di Truffaut su cui Demme scrive «merci», l'hotel Langlois...) a Wong Kar-wai e Twycker...Insomma è giusto che il pubblico in cerca di emozioni «primitive» o primordiali si ecciti in modo particolarmente barbaro e selvaggio prescindendo completamente dall'omaggio che qui Demme fa esplicitamente, platealmente, al cinema francese di rottura degli anni 50. Ciò che non si capisce e non si condivide ha sempre una forza primitiva. 


All' Induno di Roma, nei primi anni 70, fu ferocemente «linciato» dalla sensibile ricezione romana un altro oggetto pericoloso del primo tipo, La mia notte con Maud di Rohmer. Gli spettatori erano inferociti e allibiti, anche lì, perché le loro aspettive, i loro desideri, la loro libidine, erano state completamente beffate. Non sopportavano troppi piaceri dlla carne e dello spirito. Al catechismo gli avevano consigliato moderazione. Esempio di questa libertà totale di fraseggio. Demme incontra furante il casting due attori che adora a prima vista, Simon Abkarian e Magali Noel. Non ci sono parti per loro nella sceneggiatura. Dunque butta nel cesso la sceneggiatura per un po' e li inserisce, un po' alla Tati (di cui vide a 8 anni grazie a genitori cinefili Le vacanze di Monsiuer Hulot). E la misteriosa signora in nero la ricorderemo per un bel po'.
Simon Akarian

Demme. Una volta ho incontrato un miliardario (Melvin and Howard)




Roberto Silvestri 



 
MELVIN AND HOWARD
Jonathan Demme – Usa 1980


Paul Le Mat e Jason Robards

Imporsi facilmente su Howard Hugues, il più romantico e
eccentrico dei super capitalisti americani, non riuscì né 
alle donne,  né ai cavalli, né agli aerei,  né agli
imperativi categorici del miliardario “perfetto”. 
Hughes resta un mistero avvolto di leggenda, un marchio, 
Rko, impresso  su tanto buon cinema anni '40 (e anche su 
alcuni esempi beceri di censura): ottanta libri biografici condannati 
all'incompletezza, sia che parlino della sua vita, sia della sua 
morte sia dei suoi rapporti con Orson Welles.
Il “probabile olimpico” del cinema americano,
un trentenne, Jonathan Demme (ex fattoria Corman),
ha rispettato il fascino misterioso e l'atmosfera
leggendaria che avvolgerà per sempre Hughes,
quando ha deciso di accostarsi, per il suo sesto
lungometraggio, a un best-seller che ne racconta
una ‘storia vera’. La causa legale tra un semplice operaio,
Melvin Dummar, e la Hughes Company. Il miliardario
avrebbe lasciato un pezzo d'eredità a quel poveraccio.
Una storia che riguarda più di 180 milioni di
dollari che la corporation non volle mollare e che
il proletario del Nevada rivendicò come suoi (la
sentenza in realtà c'è già stata e il testamento è stato
considerato nullo).


Ma Demme ha trasformato un episodio di cronaca
vera in una ballata sull'America kennediana, ballata
acida, non nostalgica, come una canzone di
Dylan: per sintassi pochi accordi (come un telefilm)
per grammatica parole sdrucite, zeppe di detour, ad
alto tasso evocativo. L'orrendo mito alla Frank Capra
dell'abbraccio, solo americano, tra capitalista
eccentrico e lavoratore buono d'animo, viene messo
a nudo, cotto a lungo, e come arrosto bruciato,
gettato nella spazzatura dei sogni impossibili del
kennedismo. Resta un paesaggio (Nevada, California,
Utah) disperatamente solcato da “uno qualunque”
alla ricerca della sopravvivenza dorata promessa
dai media.
Nel poster Paul Le Mat e Mary Steenburgen
Un paesaggio vero (girato nei luoghi stessi dell'azione)
che Tak Fujimoto ha tutta la capacità di gonfiare
(da capo fotografo) di tutti i segni e le suggestioni
che trasformano la semplice corteccia di un
film americano in un tessuto che illumina occhi,
cuore, memoria, cervello e sesso. Nei primi dieci
minuti del film, chi non ha tempo da perdere avrà
a portata di mano, come computerizzato da una
macchina perfetta, dieci anni di cinema selvaggio e
‘on the road’: l'eroe che sbiadisce nel paesaggio, la furia arrogante  
spettacolare della motocicletta in pazza corsa.
Il ribaltamento del contenitore sul contenuto, del
camion sul camionista. Quando è il dollaro che ti
comanda, come un dio, o ti arrendi (l'hippy) o sei
dio (Hughes), oppure, come Melvin Dummer, ti fai
trascinare recalcitrante, organizzando l'ostruzionismo.
Nel Sud degli anni '60 il kennedismo è un sogno
e una speranza, ma le condizioni di lavoro operaio
sono disperate. Non funzioni? Ti cacciano. Non garantisci
a moglie e figli casa, carta di credito, automobile, tv
motoscafo? Moglie e figlia ti pianteranno.
Melvin una notte salva Howard. Lo raccoglie
svenuto dopo una brutta caduta in moto e lo porta
a Las Vegas. In viaggio Melvin costringe il miliardario,
con la sola forza della simpatia, ad assecondare
i suoi tic: detesti le canzoni? E ti canticchio una mia
composizione (ed è una composizione del vero Melvin Dummar). 
Non vuoi cantare Bye Bye Black bird?
 E io ti lascio a piedi. Il rapporto di forza è a favore
del mezzo, il camion. Ma per questa volta (l'unica
della sua vita) sarà l'operaio Melvin a controllare
la macchina. La colonna sonora trova un posto
per i Rolling. Satisfaction.

A questo punto Demme prende possesso delle
leve di comando del film con l'ironia e l'autorità di
Hitchcock, lo scetticismo di Rafelson e l'amore per
le vibrazioni di Scorsese rendendo vitale e nervoso
un tessuto narrativo trito. Melvin cambia lavoro,
stato, moglie. Ha il tempo per fare l'assenteista al
cementificio, lo stakanovista nella latteria, l'uomo
che passa il tempo a perdere la vita in una pompa
di benzina. Il suo sogno di felicità si schianta, cambiali
invece di American card, sequestri di automobili
invece di yacht. Utah mormonico invece che
Nevada godereccio. Come in Al1 American Boys il 
sogno americano vi viene stritolato. La fortuna non è 
dietro l'angolo. Vincere una corsa ciclistica o maltrattare 
il moloch. Hughes non sarà più sufficiente. 
Demme è di lontana origine tedesca ed è cresciuto in Florida. 
Ha fatto il '68 in Inghilterra poi Roger Corman gli ha fatto fare
gavetta dura insegnandogli a non buttar mai via soldi.
Questo film contro lo strapotere del dollaro è costato
6 milioni di dollari. Ma l'ironia è la virtù preferita
di questo cineasta modesto e affabile che i1
produttore Don Phillips ha scelto dopo la rinuncia
(“troppa paura”, non lo convinceva il cast) di Mike Nichols. 
Ora sta girando un super 8 sulla «No-wave” musicale di New York.
“La musica conta più di tutto negli States oggi. A
svecchiare le cose è stato ed è tuttora il rock. Però i
costruttori di atmosfere e i cineasti che amo di più
sono vostri: Bertolucci, per primo, Olmi,
qualche volta Wertmuller e Giovanni Fago, di cui
ho visto e studiato nelle Filippine 0 cangaceiro, prima di esordire nella regia”.

Demme. Rachel getting married. Rachel sta per sposarsi


Anne Hathaway (Kym)

Roberto Silvestri 

Facevano come «i morti», e si seppellivano sotto manti di foglie. Poche ore prima del suo ultimo giorno di vita, «la tomba nel bosco» è stato l'ultimo gioco profetico del piccolo Herbie. La sorella più grande, Kym (Anne Hathaway), drogata persa, impasticcata di tutto, solo con Herbie ritrovava un po' di se stessa, ma quel giorno... Quel maledetto ritorno a casa in auto non ci sarebbe più stato. Il piccolo muore affogato, dopo un salto nel vuoto della macchina. Anche Kym resterà metaforicamente sepolta sotto quel manto di foglie, dove giace anche il milite ignoto di Corea, Vietnam, Iraq, Afghanistan, Palestina, New Orleans... 
I sensi di colpa possono essere tombe da cui non si torna mai più indietro. Ma questo è il passato indicibile, è il segreto che non dovevamo neanche rivelare, e che scopriremo molto più avanti nell'arabesque comico horror jazz Rachel Getting Married (Rachele sta per sposarsi) di Jonathan Demme, in gara a Venezia 2008, opera indipendente come li facevano negli anni sessanta e settanta Rafelson e Cassavetes, distribuita Sony, alla cinepresa l'impressionista/espressionista Declan Quinn. 

Un puro distillato di emozioni biodinamiche, un set di amici-compagni-familiari di Demme: poeti (il sino-americano Beau Sia), attori (Anna Deavere Smith), cineasti (Roger Corman e Anisa George), musicisti world (soprattutto iracheni, greci e palestinesi), solisti alla chitarra (suo figlio Brooklyn), sacerdoti rivoluzionari amici delle Pantere nere (come Il cugino Bobby) e coreografie sincretiche (c'è anche una scuola di samba) che danno alle immagini quel senso in più provocato da una calda, infinita jam-session per oltre cento invitati. 

Il film è, in buona sostanza, una parata transculturale spedita al mondo come cartolina di auguri a Obama per vincere le presidenziali che (speriamo) sconvolgeranno il mondo, perché, tra l'altro, danno moto perpetuo alle immagini le armonie e i ritmi di Zafer Tawil e del suo oud, del jazzista Donald Harrison jr., del percussionista arabo d'America Johnny Farraj e del suo «ria», del trombettista iracheno e suonatore di santoor Amir Elsaffar, della vocalist siriana Gaida Hinnawi, decostruttrice del tradizionale «maqam» arabo proprio come Demme decostruisce, per inventare poliritmie più incalzanti, il cinema d'azione psicologico alla hollywoodiana, e del gigante palestinese del buzq, Tareq Abboushi, del pianista greco Dimitrios Mikelis. 
Ma ci saranno anche Neil Young (nello spirito) e Robin Hitchcock, a cui Demme già dedicò un toccante ritratto, e che ricambia. La giamaicana Sister Carol East (suo il Wild Thing versione reggae sui titoli di coda di Qualcosa di travolgente) che esegue Dread Natty Congo, la dj Anita Sarko....e poi si tifa bianco-nero: il cuore della storia è un matrimonio felice tra un uomo d'affari black e una rampolla bianca della media borghesia agiata e liberal dell'east coast. Felice coppia, ma i fantasmi del passato rimangono, e anche tutti i problemi del presente, snocciolati via via attraverso sanguinose allusioni di dialogo o presenze di cast (guerra, torture nelle basi Usa stile Guantanamo, schiavitù del lavoro, la violenza della polizia, Katrina, Haiti...). 
Anche se la coppia si trasferirà per vivere (e non è un caso) proprio nelle ridenti Hawaii, care a Barack. E Kym? Ricoverata in riabilitazione da tossicodipendenza, l'«addicted» che fece Il diavolo veste Prada - durezza negli occhi da Winona Ryder, dolcezza di gesti da Liv Tyler, oscenità linguistiche alla Bukowski - viene dimessa per partecipare al matrimonio della sorella, psicologa laureata, Rachel (Rosemarie DeWitt), con l'obbligo di proseguire una terapia di gruppo. Presenza pesante. 
Come alimentatore di nevrosi e psicosi la famiglia non ha rivali (Family life, di Ken Loach), anche senza quella doppia tragedia alle spalle. Qui comincia davvero il più strano e originale degli home-movie party, quando un suo compagno di sventura e di clausura riabilitativa, un drogato «piromane perso», saluta sferzante Kym (e una sua probabile amante nera): meglio bruciare tutto che trasformarsi in una «automobile-pallottola» killer. 
Da allora, camera a mano, e spesso telecamera digitale, entreremo in un interno (e negli esterni) di famiglia, con giardino, piscina e stanze di sopra dei ricordi e dei segreti, in una villa grondante agiatezza, libri, dolore, humor, sesso rapido, cattiveria, allusioni politiche radical, riti di matrimonio del tutto liberi e inventati, e perfino gioia (alla Frank Capra) di vivere e grinta (alla F.D.Roosevelt) di andare avanti senza paura, rimboccandosi tutti le maniche, nonostante un passato così dark. 

Il matrimonio, ma questo è il futuro del film, sarà il più bello mai visto, e non parliamo ancora della colonna sonora «live», da immortalare nell'iPod (neanche Robert Altman ne coreografò uno simile, neanche Arthur Penn trovò in Il ristorante di Alice un set così libero, rock, hippy e deliziosamente promiscuo). Però, come fossimo in un faticoso concorso di oratoria, o nelle ultime primarie democratiche, nella famiglia di Kym se ne diranno tutti di tutti i colori. 
Certo, una volta a pancia piena, e grazie alle premure gastronomiche eccessive di papà Paul (il grande Bill Iwin), antinazista al punto di non nominare mai la parola «hamburger» e da usare «nachtmare» invece di «nightmare» per dire incubo, perché, in tedesco, è molto più atroce. Il tutto secondo le istruzioni dettagliate, ma svincolate da ogni «regola classica narrativa» della sceneggiatrice, di alessandrina ricercatezza. 

Che è addirittura la giovane, fantasiosa e perspicace figlia di Sidney Lumet, Jenny. Non mancherà perfino una gara tra padre e genero (Tunde Adebimpe, il cantante dei Tv on the Radio) «a chi riempie meglio e con più stoviglie la lavastoviglie», che vide in lizza, nei ricordi infantili di Jenny, il regista-coreografo Bob Fosse e suo papà. Voleranno gli schiaffi, reali e verbali, perfino tra una rigida madre New England (la divorziata e «irresponsabile» Debra Winger) e sua figlia «l'assassina involontaria», cui sarà bene non prestare mai più un'automobile, come fossimo in una spregiudicata «corale» di Andrè Desplechin. 
Ci saranno concorsi di perfidia anche durante il rituale brindisi agli sposi, carognate psicologiche per strapparsi i posti «migliori» nel tavolo della sposa e per conquistarsi, con il ruolo di damigella d'onore, che potrebbe sfuggire alla fragile Kym, anche il diritto a scegliere il colore del «sari indiano» obbligatorio, affinché non provochi sfacciatamente il destino. Grigio, mai viola. 

Nel Connecticut, lo stato dal sistema fiscale più complicato del mondo, la cui rigidezza puritana fu santificata nel fuoco che bruciò «le vergini di Salem», siamo abituati alla crudeltà incestuosa massima e ai viaggi nel tempo e nello spazio più azzardati: Mark Twain trascinò proprio un giovane del Connecticut alla tavola rotonda di re Artù, affinché imparasse e maneggiasse, contro la vecchia Europa, i fondamenti della politica forgiati nel medioevo. Qui Demme ci consiglia di fare l'operazione opposta. Di portare nel Connecticut, e alla tavola rotonda di un pranzo di nozze, India, Cina, Brasile, Medio Oriente e Europa perché, senza l'aiuto delle più antiche civiltà, gli Stati uniti d'America cadranno nel baratro. 
Demme, che in questi mesi sta lavorando a un documentario su Katrina e su alcune famiglie di New Orleans che tutto hanno perso per colpa del «sistema America», ma che vogliono lottare perché l'America è anche, contraddittoriamente il peggio e il meglio del mondo, nella più tragica delle sue commedie, in questo «bellissimo film casalingo» che già luccica di Leoni d'oro, non rende piacevoli i suoi personaggi, ma vivi, problematici. Siamo talmente immersi nelle vicissitudini di questa famiglia che sembrerà la nostra, che, se ci sarà un attimo di sbandamento onirico, sarà solo nel momento in cui, a festa finita, tutti vanno a dormire. E, un attimo dopo, ci risveglieremo con Kym in lotta con i suoi fantasmi.

e il titolo del manifesto fu:


Il matrimonio? Piace solo col cortocircuito
Un set (molto) altmaniano ricreato dal regista per una storia scritta da Jenny Lumet, che ruota intorno a Kym (Anne Hathaway), uscita da un centro di disintossicazione per recarsi al matrimonio della sorella Rachel (Rosemarie DeWitt). Una splendida tragicommedia, dai toni acidi e surreali, uno spaccato di America pro-Obama nel cuore del Connecticut


Demme. Il silenzio degli innocenti










Roberto Silvestri 

Attenti alle immagini. Sono criminali. Pericolose. Vogliono farvi credere con evidenza qualcosa e per provocare un senso più alto di realtà attirano l'anima agli occhi e vi rendono ciechi. Ma sono le immagini, non altro, a creare il desiderio. 



Attenti al montaggi. E' lì che si consuma il trucco delle tre carte: si segue il veloce correre degli eventi, si ritiene di averne capito il senso e si sbaglia tutto, inevitabilmente. 


Attenti alla tecnologia. Ai meravigliosi sistemi di puntamento elettronici con laser incorporato per vedere (magari verde) e colpire nel buio: più si vede meno si vede. Ma è lì il mito del desiderio soddisfatto.  



Attenti al ritmo puro, senza soste, ai tempi asettici, senza frange e senza soste (improduttive). Non sempre vi si scorgerà l'emergere dell'uomo nuovo cibernetico, anzi più spesso riscopriremo i nostri corpi vecchi massacrati da ritmi di lavoro sempre più scassa ossa. Pronti al crimine. 
Attenti a tutto ciò. Ma è questo il nostro immaginario, il mondo, di fuori e di dentro, in cui viviamo e lottiamo, e dunque da osservare bene negli occhi. Da non evitare fuggendo. 

Jonathan Demme e il ... mostro 
Nel Silenzio degli innocenti il più interessante cineasta d'America di oggi, Jonathan Demme, di tutto questo tratta. Del declino non del cinema classico o anticlassico di genere. Ma dei meccanismi fondamentali, tempo e spazio, del credere e sentire americano, e poi globale, codificato tra Griffith e Hitchcock, tra Spielberg a Lynch. 
Attrezzature culturali dominanti e vincenti, ma non per questo omogenee, imbattibili, senza crepe, senza crisi. Un tempo i critici aspiravano a diventare cineasti. Oggi, qualche cineasta è il miglior critico delle immagini, oltre che dello stato di cose esistenti. Non solo Wenders, Demme, Dante, Godard e John Waters, ma anche chi il mestiere di critico cinematografico non lo ha mai esercitato, da Landis a De Palma. 


L'autore del finish produttivo conclusivo di questo film, una delle più profonde meditazioni viventi sullo stato (pessimo) delle cose oggi, è proprio l'ex critico (ma di rock) Jonathan Demme, nato a Rockville Centre, stato di New York, nel 1944, svezzato a Miami e tornato a Manhattan, Soho, che in Il silenzio degli innocenti (saggio sul cinema contemporaneo e spietato editoriale contro la perversione dominante nella politica nordamericana dell'inconscio), ha coordinato la messa in scena del terzo romanzo di successo di Thomas Harris (Mondadori L. 30 mila), la cui visualità suggestiva è già provata dai precedenti best seller trasformati in ottimi film: Black Sunday da John Frankenheimer (1976) e Manhunter da Michael Mann (1986).

Charles Napier fatto fesso da Hannibal the Cannibal 
Come si vede al centro della sua opera è la figura dell'assassino seriale d'epoca televisiva, non più il vittoriano e aristocratico mostro di Dusseldorf, simbolo e sintomo della società dello spettacolo e dei traumatizzanti mutamenti sessuali, posteriori al primo conflitto mondiale. Qui il gioco si fa mediologico, è l'individuo contro tutti, spinto da complesse psicopatologie di origini politiche, esistenziali e sessuali (in Black Sunday erano spietati terroristi statunitensi filopalestinesi: il film fu proibito nel Nicaragua sandinista.. .) come risposta arcaica, rituale, tragica a un potere che si ritiene devastante e arcaico, rituale, tragico e non meno sanguinario. 


Clarice Sterling (Jodie Foster, la migliore donna con la pistola degli ultimi anni, figlia di un poli- ziotto qualunque ucciso nel compimento del proprio dovere, recluta Fbi, colta, laureata, rampante e politicizzata (Demme aggiunge al romanzo una sua indagine privata sulle deviazioni anti black panther e non solo de1l'Fbi durante l'epoca Hoover), viene inviata nel manicomio criminale dove è internato a vita il dottor Hannibal Lecter (Anthony Hopkins), psichiatra illustre ma dalle pericolosissime tendenze cannibalesche. 


Se tra i due scatterà un minimo di comunicazione il capo di Clarice, Jack Crawford (Scott Glenn) spera di ricavarne elementi preziosi per indagare su un mostro, denominato dai massmedia Buffalo Bill che uccide donne solo dai fianchi larghi perché sono più facili da scuoiare. 
I duetti Foster-Hopkins sono da sballo per Clarice che, rispetto al viscido e sadico direttore del manicomio Frederick Chilton fa un figurone e che viene conquistata dalla sensibilità e perspicacia (addirittura olfattiva) del suo sensuale e pericolosissimo antagonista (con tanto di museruola regolamentare). Fino ad aprirsi come non mai. Riuscirà a decifrare quale, tra gli ex pazienti di Lecter, è l'uomo che abbandona un rarissimo insetto, la  farfalla-sfinge a testa di morto, su ogni sua vittima?


Quella farfalla notturna e asiatica (così chiamata perché reca l'immagine di un teschio umano alla base delle ali), simboleggia il disperato e frustrato anelito dell'assassino a diventare donna: e l'efferato killer, con le pelli scuoiate delle vittime, sta cucendosi un meraviglioso vestito da donna che più da donna non si può... Il cerchio si stringe. Ma, per scoprire dove è il covo del mostro, braccato paral- lelamente anche dal suo capo, messo sull'attenti solo perché l'ultima rapita è la figlia di una senatrice, Clarice dovrà fare di testa sua, agendo come Callaghan, senza rete e protezione istituzionale. 
E anche Jonathan Demme, cui non è più sufficiente la lezione di Griffith. Che ha ben assimilato e che ha imparato via via a distorcere con melodia e armonia punk.


Osservate infatti la perizia a orologeria del suo montaggio parallelo incalzante. Ebbene il «finish» è del tutto scombussolato e ferocemente sarcastico rispetto alla mitologia del bel finale che tutti esigono: dal generale Schwarzkopf  (gli occhiali a raggi X che penetrano il buio sono proprietà dei cattivi, ma non sempre funzionano), a Hitchcock (che odierebbe il finale depravato ed eretico di Demme), da Spielberg (l'umorismo di Demme, e la sua ossessione per insetti e pecore, è ben più sferzante e umile) a Lynch che Demme non cita mai perché è del tutto incapace di orpellismi. 
Dunque Demme ha incrociato per la prima volta lo psico-thriller (questo è il genere prediletto da Harris, ai confini dell'horror e spesso, al di là di esso), dopo un apprendistato nella factory di Roger Corman (delizioso qui nel cammeo del direttore delI'Fbi) e una dozzina di film disomogeni per budget, senso e genere: dal movie teenagers d'azione, sesso, umorismo (e «femminismo») della New World, metà e fine anni '70, al saggio su Hitchcock Il segno degli Hannah ('79), dai documentari concettuali o performer-movie Stop Making Sense sui Talking Heads ('84) e Swimming to Cambodia ('87) sul Benigni Usa, Spalding Grey (tra l'altro Demme adora Benigni, si è commosso perfino vedendo il trailer di La vita è bella), alle commedie Orion-fine anni '80, trionfo della contaminazione psicoetnica, dell'irrisione ai ruoli sessuali stabiliti e ai propri set mentali, sempre in stato d'allarme.


Un po' a sé resta nella filmografia il documentario politico in video Haiti Dreams of Democracy, concentrato più sulla ricchezza culturale, musicale e linguistica dell'isola che piagnisteo sulla passione e morte di un popolo super-oppresso, anche perché girato aspettando Aristide (con cui farà i conti più tardi in The Agronomist). Da quel video provengono proprio i musicisti haitiani Les Freres Parents, che con una loro canzone chiudono questo Silence of the Lambs,  e che sono una band indipendente non sponsorizzata né controllata dalle majors discografiche (come Demme non è mai stato controllato da nessuna major).


Visto che il cinema preferito di Demme è quello di Bertolucci (e della nouvelle vague francese, Truffaut soprattutto), e che negli Usa cominciare da Novecento proprio non è concesso, con molta umiltà e passo dopo passo Demme è diventato uno dei 100 cineasti che contano, un regista che incassa molto (anche se poi lavora pressocché gratis e da militante per Channel 4 o la Pbs), che sta oggi rendendo davvero difficile la vita ai colossi hollywoodiani di genere (nessun film da Oscar, neppure Coppola o Balla coi lupi ha la stessa forza devastante l'immaginario di Silenzio degli innocente), e che si accosta alla politica e alle problematiche profonde d'America (e non solo) con gli occhi e il cuore obliqui richiesti dal tempo e dal consumo: niente prediche, niente saccenza, niente vi dico io cosa dire, pensare e in cosa credere. Ma occhi e nervi e cuore molto aperti. Le sue "variazioni Goldberg" (ascoltare il soundtrack) come quello di Glenn Gould respirano di umano. Dieci anni fa gli riuscì il colpo di realizzare una ballata acida sul kennedismo (Melvin & Howard) ma con Reagan il rapporto tra «cinema e politica cadde sempre più nelle mani del diparti- mento di stato. Non a caso dovette abbandonare la regia di Swing Shift, per le insopportabili bizze di Goldie Hawn ma anche perché trattava un argomento scottante (l'insorgenza del proletariato fem- minile alla fine del I1 conflitto mondiale, apice dello scontro di classe negli States): gli riscrissero il copione (colpevole il mai pago arrivista Robert Towne). Ecco perché Demme è anche uno dei cineasti più schierati nel movimento anti apartheid oggi.