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venerdì 28 aprile 2017

Demme. Una volta ho incontrato un miliardario (Melvin and Howard)




Roberto Silvestri 



 
MELVIN AND HOWARD
Jonathan Demme – Usa 1980


Paul Le Mat e Jason Robards

Imporsi facilmente su Howard Hugues, il più romantico e
eccentrico dei super capitalisti americani, non riuscì né 
alle donne,  né ai cavalli, né agli aerei,  né agli
imperativi categorici del miliardario “perfetto”. 
Hughes resta un mistero avvolto di leggenda, un marchio, 
Rko, impresso  su tanto buon cinema anni '40 (e anche su 
alcuni esempi beceri di censura): ottanta libri biografici condannati 
all'incompletezza, sia che parlino della sua vita, sia della sua 
morte sia dei suoi rapporti con Orson Welles.
Il “probabile olimpico” del cinema americano,
un trentenne, Jonathan Demme (ex fattoria Corman),
ha rispettato il fascino misterioso e l'atmosfera
leggendaria che avvolgerà per sempre Hughes,
quando ha deciso di accostarsi, per il suo sesto
lungometraggio, a un best-seller che ne racconta
una ‘storia vera’. La causa legale tra un semplice operaio,
Melvin Dummar, e la Hughes Company. Il miliardario
avrebbe lasciato un pezzo d'eredità a quel poveraccio.
Una storia che riguarda più di 180 milioni di
dollari che la corporation non volle mollare e che
il proletario del Nevada rivendicò come suoi (la
sentenza in realtà c'è già stata e il testamento è stato
considerato nullo).


Ma Demme ha trasformato un episodio di cronaca
vera in una ballata sull'America kennediana, ballata
acida, non nostalgica, come una canzone di
Dylan: per sintassi pochi accordi (come un telefilm)
per grammatica parole sdrucite, zeppe di detour, ad
alto tasso evocativo. L'orrendo mito alla Frank Capra
dell'abbraccio, solo americano, tra capitalista
eccentrico e lavoratore buono d'animo, viene messo
a nudo, cotto a lungo, e come arrosto bruciato,
gettato nella spazzatura dei sogni impossibili del
kennedismo. Resta un paesaggio (Nevada, California,
Utah) disperatamente solcato da “uno qualunque”
alla ricerca della sopravvivenza dorata promessa
dai media.
Nel poster Paul Le Mat e Mary Steenburgen
Un paesaggio vero (girato nei luoghi stessi dell'azione)
che Tak Fujimoto ha tutta la capacità di gonfiare
(da capo fotografo) di tutti i segni e le suggestioni
che trasformano la semplice corteccia di un
film americano in un tessuto che illumina occhi,
cuore, memoria, cervello e sesso. Nei primi dieci
minuti del film, chi non ha tempo da perdere avrà
a portata di mano, come computerizzato da una
macchina perfetta, dieci anni di cinema selvaggio e
‘on the road’: l'eroe che sbiadisce nel paesaggio, la furia arrogante  
spettacolare della motocicletta in pazza corsa.
Il ribaltamento del contenitore sul contenuto, del
camion sul camionista. Quando è il dollaro che ti
comanda, come un dio, o ti arrendi (l'hippy) o sei
dio (Hughes), oppure, come Melvin Dummer, ti fai
trascinare recalcitrante, organizzando l'ostruzionismo.
Nel Sud degli anni '60 il kennedismo è un sogno
e una speranza, ma le condizioni di lavoro operaio
sono disperate. Non funzioni? Ti cacciano. Non garantisci
a moglie e figli casa, carta di credito, automobile, tv
motoscafo? Moglie e figlia ti pianteranno.
Melvin una notte salva Howard. Lo raccoglie
svenuto dopo una brutta caduta in moto e lo porta
a Las Vegas. In viaggio Melvin costringe il miliardario,
con la sola forza della simpatia, ad assecondare
i suoi tic: detesti le canzoni? E ti canticchio una mia
composizione (ed è una composizione del vero Melvin Dummar). 
Non vuoi cantare Bye Bye Black bird?
 E io ti lascio a piedi. Il rapporto di forza è a favore
del mezzo, il camion. Ma per questa volta (l'unica
della sua vita) sarà l'operaio Melvin a controllare
la macchina. La colonna sonora trova un posto
per i Rolling. Satisfaction.

A questo punto Demme prende possesso delle
leve di comando del film con l'ironia e l'autorità di
Hitchcock, lo scetticismo di Rafelson e l'amore per
le vibrazioni di Scorsese rendendo vitale e nervoso
un tessuto narrativo trito. Melvin cambia lavoro,
stato, moglie. Ha il tempo per fare l'assenteista al
cementificio, lo stakanovista nella latteria, l'uomo
che passa il tempo a perdere la vita in una pompa
di benzina. Il suo sogno di felicità si schianta, cambiali
invece di American card, sequestri di automobili
invece di yacht. Utah mormonico invece che
Nevada godereccio. Come in Al1 American Boys il 
sogno americano vi viene stritolato. La fortuna non è 
dietro l'angolo. Vincere una corsa ciclistica o maltrattare 
il moloch. Hughes non sarà più sufficiente. 
Demme è di lontana origine tedesca ed è cresciuto in Florida. 
Ha fatto il '68 in Inghilterra poi Roger Corman gli ha fatto fare
gavetta dura insegnandogli a non buttar mai via soldi.
Questo film contro lo strapotere del dollaro è costato
6 milioni di dollari. Ma l'ironia è la virtù preferita
di questo cineasta modesto e affabile che i1
produttore Don Phillips ha scelto dopo la rinuncia
(“troppa paura”, non lo convinceva il cast) di Mike Nichols. 
Ora sta girando un super 8 sulla «No-wave” musicale di New York.
“La musica conta più di tutto negli States oggi. A
svecchiare le cose è stato ed è tuttora il rock. Però i
costruttori di atmosfere e i cineasti che amo di più
sono vostri: Bertolucci, per primo, Olmi,
qualche volta Wertmuller e Giovanni Fago, di cui
ho visto e studiato nelle Filippine 0 cangaceiro, prima di esordire nella regia”.