Si è verificato un errore nel gadget

mercoledì 26 aprile 2017

E' morto Jonathan Demme. Lo ricordiamo con la recensione di A Master Builder, 2013, ancora inedito in Italia. E con l'ultimo incontro pubblico a Roma


Jonathan Demme (1944-2017)


Roberto Silvestri

Grande ritorno al cinema, con A Master Buider (Paura di cadere), di Jonathan Demme, dopo tanti lavori tv, documentari musicali e soprattutto una lunga e appassionata ricerca filmata sugli effetti e responsabilità criminali dell’inondazione di New Orleans (che diventeranno presto anche un film a soggetto, Zeitoun, su un cittadino siriano della Luisiana che dopo aver salvato dalle acque molti civili, dopo il disastro, è rimasto vittima di una provocazione poliziesca e rinchiuso per anni innocente come terrorista islamista). E cinque anni dopo Rachel Getting Married.  



Questo film non è teatro filmato. Non è film da camera. Anche se per il 95% ascoltiamo dialoghi. E’ il contrario. Anche se c’entra Ibsen (riscritto, modernizzato per scandalizzare i filologi). Grandissimo cinema che celebra il teatro. “E’ Hitchcock, un dramma con una vena umoristica irresistibile dentro”. Basta accorgersene. Variety (che lo stronca) era distratta…. 


Bravo, invece, Marco Mueller a prenderlo e valorizzarlo come merita (ma perché non in gara?). Polanski, Mackiewicz, Dreyer, proprio esaltati dall’alto coefficiente di difficoltà, l’unità di luogo e di tempo, hanno fatto altrettante scintille. E’ (dico un paradosso) il sequel, altrettanto da brividi, altrettanto politico-poetico, di Eva contro Eva, l’ammirazione che partorisce odio, ma al maschile. Realista e simbolista. E basta una strana carrellata di corridoio per passare da un mondo poetico all’altro, dall’ottocento al duemila, dalla paralisi puritana a quella della super-eccitazione, dal dialogo verosimile tra due persone in conflitto al monologo interiore del protagonista, dell’anti-eroe, con i propri fantasmi.


Il tutto attraverso quei microprocedimenti che maneggiano così bene solo i grandi cineasti, Renoir, Eisenstein, Malle: quel certo modo di far recitare o meglio essere gli attori che si sono scelti - che spezza in due l’incantesimo delle performances, che fa entrare da uno spazio in un altro - appena appena variato e che diventa sottilmente più ‘meccanico’ nei gesti delle mani, nei tic, nelle risate agghiaccianti. “Un attore al cinema non recita con la voce, come a teatro – sosteneva Charles Laughton. Ma solo con le mani”.
O, passando ai movimenti morbidi di macchina, notiamo il veloce carrello dentro un corridoio, che deve essere più lungo possibile, secondo i consigli del grande maestro Corman, perché moltiplica la paura, i segreti, supera porte chiuse pregne di inconscio e preconscio, e sono l’equivalente psicoanalitico delle cantine o delle alti torri….O quegli avvicinamenti di cinepresa, quasi innaturali, sulle due teste parlanti, i talking heads che fino a quel momento si erano tenuti a doverosa, asettica, ibseniana, puritana distanza. E, per pensare alla fotografia, quel certo calore più giallo delle luci, che diventano malate, irrealistiche, da orchidea in serra. E poi quell’improvvisa, biblica statuarità dei personaggi, che la telecamera HD rende inquietante, dorica se non sacra, da interrogatorio di Giudizio Universale, dopo un vorticoso inizio naturalistico, in stile Metodo-Dogma…


Emma Dante ha dovuto creare una frattura scenica più vistosa e elaborata, la strada che diventa sempre più platealmente ampia, per entrare in una dimensione altra, invisibile, ‘ai confini della realtà’. C’è da prendere appunti.  E scenograficamente? La location è perfettamente azzeccata, due edifici a Nyack, stato di New York, il  Gotham’s Pen e il Brush Club, orrori presbiteriani altro che Craftsmen di Pasadina. E poi. Esaltata e esuberante come una vergine di Salem, Lisa Joyce, l’unica attrice che oggi - grazie a Shawn che si fa spalla tanto umile artisticamente quanto il suo personaggio cresce in arroganza e autoreferenzialità - riesce a trasformare una serie di campo-controcampo, dall’interesse visivo zero in un incalzante, inquietante e rapido rovesciamento (psicoemotivo) di fronte, come fossimo dentro un match Real Madrid/Mourinho-Barcellona/Guardiola. E’ l’ennesima scoperta di Jonathan Demme, regista come Cukor delle donne, dopo aver analizzato raptus e incanti segreti di Melanie Griffith, Erica Gavin, Cloris Leachman, Lynn Lowry, Candy Clark, Janet Margolin, Mary Steenburgen, Melanie Griffith, Jodie Foster, Anna Hathaway, Thandie Newton, Oprah Winfrey…    


Paura di cadere covato per 13 anni prima di arrivare sul palcoscenico e altri tre anni prima di diventare film, si doveva intitolare, alla Malle: Wally and André shoot Ibsen. Un vecchio, ostinato, egoista creativo di provincia, in questo caso un architetto, Halvard Solness (Wallace Shawn), che dopo aver distrutto con avida perfidia il suo maestro Knut Brovik (Andre Gregory), rubandogli tutti i trucchi del mestiere, impedisce al figlio di lui, Ragnar (Jeff Biehl), vero genio innovativo, di mettersi in proprio per non farsi surclassare, è malato ma non demorde. E per bloccare eternamente il suo sottoposto al suo fianco non si esime dal diventare l’amante della segretaria Kaia Fosli (Emily Cass  McDonnell), scialba promessa sposa proprio di Ragnar…A raddoppiare la gelosia di Aline (una cadaverica Julie Hagerty), moglie psicotica e borghesissima di Solness, l’inaspettato arrivo della solare e ambigua Hilda Wangel (Lisa Joyce), la figlia di un amico di famiglia, una bella ventiduenne che Halvard concupì e sedusse dieci anni prima… O comunque, se non lo fece, lo desiderò ardentemente.




L’architetto Solness sta costruendo una nuova casa con alta torre svettante, proprio di fronte alla sua, ed è quasi finita. E deve progettare una villa da costruire nei paraggi che non ha nessuna intenzione di passare a Ragnar, i cui progetti già lo hanno mandato in depressione...Ma difficilmente riuscirà ad arrampicarsi sulla nuova torre, come è consuetudine a lavori finiti. Soffre tremendamente di vertigini…Gli piace arrivare in cima, ma non ha il coraggio di ricordarsi come è arrivato al top. Ha paura di cadere già, di perdere il suo ruolo centrale, macho, tirannico, a casa e fuori.

Nella vita, e soprattutto quando la vita finisce, però, tutti i nodi e gli spettri del passato, anche quelli più colpevoli, vengono al pettine…

“Quando Henryk Ibsen ha scritto Halvard Solness-The Master Builder (Bygmester Solness) nel 1892, allestito poi senza troppo successo critico, mentre il pubblico si scandalizzava per il centrale retrogusto pedofilo, Strindberg era all’apice della carriera, e lui, nonostante i suoi 64 anni, non era ancora pienamente consacrato e covava crescente invidia per il geniale collega…E c’è molto di questo rovello autobiografico in un dramma che è autobiografico anche per gli aspetti psicosessuali più scabrosi.

Amo questo film e ne sono molto fiero. Ma credevo fosse più semplice portare sul grande schermo questo dramma che mi aveva tanto commosso, divertito ed emozionato dal vivo per oltre due ore e che si svolge in un solo appartamento. Invece ho lavorato su questo film oltre tre anni: ciò che ipnotizza sulla scena non è ciò che cattura la macchina da presa.

Abbiamo dovuto ricostruire interamente, io e la mia equipe creativa, Declan Quinn, il direttore della fotografia (anche di Vanja sulla 42esima strada), la costumista Dona Granata, il montatore Timothy Squyres e i musicisti Zafer Tawil, Tom O’Connor e Suzana Peric,
da anni il mio fido ‘orecchio’ sostituto, e rispazializzare il lungo, minuzioso e prezioso lavoro che Andre Gregory, il grande regista teatrale, e il suo drammaturgo e attore principale, Wallace Shawn (che ha ritradotto dal norvegese e modernizzato il testo) avevano magnificamente reso sul palcoscenico, come del resto avevano fatto 32 anni fa con A cena con André, e nel 1994 con Vanja sulla 42esima strada da Checov, poi, entrambi film di Louis Malle.  



Direi che si può descrivere il mio film, che proprio a Malle, morto nel 2005, è dedicato, come un Ibsen all’acido lisergico. Riflettendo poi in questi anni su cos’è che più mi interessa, se il testo o il suo contesto storico-politico, sono giunto alla conclusione che l’aspetto più importante nel fare cinema è la sua dimensione narrativa. Che è piuttosto complicata e stratificata. Perché obbliga a un lavoro di gruppo. Anche i direttori della fotografia, le luci, raccontano storie, anche gli scenografi, i fonici, gli autori delle musiche, i costumisti, gli attori… Ecco il piacere di fare cinema è il piacere di raccontare storie, storie, storie. Ma insieme”.

E’ Jonathan Demme, premio Oscar per il Silenzio degli innocenti, che parla. Il più modesto, simpatico, impegnato e sofisticato dei registi statunitensi insigniti dell’Academy Award, ha incontrato il pubblico nell’ambito del festival di Roma, per presentare in anteprima mondiale il suo nuovo bellissimo lavoro, budget un milione di dollari, titolo Fear of Falling (Paura di cadere), accolto poi trionfalmente, lunedì 11 novembre, in sala Petrassi. Oltre due ore di alto design cinematografico.  

E’ la prima incursione di Demme, che alterna da sempre il piacere della fiction con quello della non fiction, nel mondo del teatro. E, seguendo il suo istinto, come ha fatto nell’ambito musicale, inseguendo le sue passioni più cinematiche (da David Byrne a Enzo Avitabile, passando per Neil Young – che sta finendo il suo nuovo film – le band rock haitiane tipo Les Freres Parentes, The Pretenders, Bruce Springsteen e Robyn Hitchcock) ha trovato particolarmente cinematico, come d’altronde Louis Malle, il lavoro sulla scena della strana coppia Wally (attore e drammaturgo) e Andre (regista e attore), due leggende newyorkesi del teatro mondiale moderno. ‘Una coppia sposata’ da sempre, dall’epoca di Alice in Wonderland, anche perché - parola di Shawn - Gregory è stato il primo professionista ad allestire un mio lavoro”. E perché, parola di Gregory “ho sempre desiderato lavorare soprattutto sui testi di Ibsen e Shawn”. Affinità cinefila. Gregory, che ha scritto un solo dramma teatrale, The Bone Song) ha recitato anche in una dozzina di film, tra i quali L’ultima tentazione di Cristo di Scorsese. Grande fan di Kubrick, gli spiegò perché Shining era stato per lui un’esperienza straordinaria perché era ‘un documentario sulla mia infanzia”. Al che Kubrick rispose: “Ti sbagli mio caro ragazzo, è un docuemntario sulla mia infanzia”.  Shawn non è stato solo al fianco di Woody Allen in Manhattan. Ma resta indimenticabile in Mi si sono ristretti i ragazzi.  Inoltre. 


Per descrivere La mia cena con Andre, Gregory ripesca Lawrence d’Arabia: “perché ti trascina nel deserto”. Affinità anche politica di Demme con questo binomio scenico. Scritta nel 1974 My Dinner with Andre non era solo una riflessione sull’arte, sulla politica, sulla professione di regista e sulla necessità di rompere con il teatro borghese negli anni furenti del dopo Watergate.  Ma anticipava profeticamente sinistre pratiche ‘democratiche’ degli anni a venire come la tortura e i campi di concentramento, insomma il neoimperialismo all’opera in centro America e in Medio Oriente grazie alla filiera Reagan-Bush-Bush jr. Un teatro insomma non chiuso al mondo, ma aperto alla contestazione della vita e della cronaca sociale.  Shawn e Gregory hanno scelto Demme proprio per questo. Per la sua irrequietezza a sottostare al catechismo hollywoodiano. Perché gira documentari. Perché cerca di mantenere una sua integrità di indipendente. Non a caso nell’incontro romano ha ringraziato il suo maestro Roger Corman. Che, conosciuto sul set di Il barone rosso, di cui curava la pubblicità, dopo avergli schiesto di scrivere un trattamento, lo invitò subito a lavorare a Hollywood e poi spinse per fargli dirigere un film in Filippine (“gliene sono molto grato, perché è l’unica cosa che so fare”). Proprio come capita – è sarcasmo - ai nostri giovani scrittori circondati per tutta la vita da centinaia di Halvard Solness ever green…

Demme ha ricordato che non per il remake di The Manchurian Candidate ha maneggiato un budget di 85 milioni di dollari, e anche se costava meno del passaggio di Bale al Real, si è chiesto se questi soldi non sarebbe meglio spenderli per cose molto più utili (il lungo intervento politico a New Orleans deve averlo fatto infuriare politicamente ancora di più, lui che è sempre stato più a sinistra dei progressive democratic come De Blasio). Soprattutto dopo aver visto cosa si può fare con 100 mila dollari, Napoleon Dynamite un film che l’ha riconciliato con il cinema a costo zero. “Oltretutto non mi chiamano per fare i blockbuster con i super-eroi e non mi piacerebbe sentirmi responsabile di budget così colossali. Anche se non ho niente contro questi film”. Tranne quelli intepretati da Goldie Hawn che mi ha cacciato dal set di A tempo di swing perché il mio copione non metteva troppo in evidenza la sua smania da mattatrice”. Infatti pretese di far riscrivere la sceneggiatura e un prestigioso collega di Demme, Robert Towne, gliela scrisse su misura. Il leccaggio di culo è tra i lavori più pagati a Hollywood Babilonia. 


Demme non ha mancato di ricordare, sollecitato dal pubblico, a proposito di musica (“Sono un grande appassionato di musica e credo che il cinema e la musica si amino, che il cinema riceva e dia qualcosa alla musica e viceversa. La musica, o la sua assenza, può dare un nuovo significato a una scena sia che si tratti di un pezzo originale che alle canzoni di repertorio”) Enzo Avitabile Music Life, il suo documentario presentato a Venezia due anni fa che esce solo in questi giorni nelle sale italiane. E di abbracciare il magnifico musicista napoletano presente (inaspettato) in sala:Il tema del film sono gli strumenti musicali e ciò che succede nella fusione di strumenti diversi e di individualità che suonano contemporaneamente. La contaminazione e la collaborazione delle armonie fa parte anche del cinema e il suo rapporto con la musica è imprescindibile”.