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giovedì 17 dicembre 2015

The Heliocentric World of George Lucas. Guerre Stellari Il risveglio della Forza. La recensione sul Pagina 99 on line


http://www.pagina99.it/2015/12/17/star-wars-7-il-sogno-barocco-di-lucas-colpisce-ancora/






http://www.pagina99.it/2015/12/17/star-wars-7-il-sogno-barocco-di-lucas-colpisce-ancora/




J.J. Abrams


giovedì 10 dicembre 2015

La congiura dei cooperanti. Perfect Day di Fernando Leon de Aranoa








roberto silvestri 




Non troveremo le armonie wagneriane di Kusturica e il sogno della grande Serbia a venire resterà dietro le quinte…. Ma a volte vedere le cose un po’ a distanza fa bene per mettere meglio a fuoco le cose. Il film della settimana è Perfect day, 5 minuti di ovazione alla Quinzaine di Cannes, una screwball comedy, uno svitato dramma di guerra che sputa sarcasmo già dal titolo, girata nell’Andalusia degli spaghetti western trasformata nella Bosnia di venti anni fa. 

il regista de Aranoa
Quattro operatori umanitari internazionali, Mambru, B, Sophie e Katya, più Damir, il traduttore, sul finir del conflitto fratricida devono rimuovere in 24 ore un cadavere da un pozzo. Era un tipaccio da vivo, ora è il corpo ciccione che inquina l’acqua della zona. 

Sembra facile la missione, condotta in una babele di lingue e con un orfanello tra i piedi. Ma imperizia, sfortuna, le regole d’ingaggio Onu e una burocrazia irresponsabile, oltre  a una corda robusta che non si trova da nessuna parte e alle mine disseminate ovunque, trasportano tutto nel grottesco più surreale…

Ridere della guerra e di chi ne approfitta, da Chaplin a Sordi, è già un modo per sovravvivere. In Spagna e a Sarajevo lo sanno bene.  Chissà perché poi alla globalizzazione dall’alto – per via tedesca - faceva comodo chiedere (o imporre) alla Slovenia di approfittare della minacciosa brama di potere di Milosevic per iniziare lo sgretolamento progressivo del paese di Tito e sganciare il povero Kossovo musulmano dall’occidente e la Croazia dalla Serbia. Dividere per comandare? E’ sempre quello il sistema?  

E’ distribuito in Italia dalla benemerita Teodora, come il gemello tragicomico dello scorso anno Pride, Perfect day, settimo film del madrileno Fernando León de Aranoa, 47 anni,  che nel 2002 con Lunedì al sole, sulla disoccupazione nei cantieri navali della Galizia, aveva già evocato l’umorismo operaio di Kenneth Loach, dentro toni più cupi di questo, e vinto il Goya, l’oscar spagnolo.

Qui de Aranoa è all’esordio in lingua inglese (ma farà presto il grande salto: un blockbuster su Escobar, boss cocalero di Medellin) e gli bastano pochi tocchi di agghiacciante serietà per non essere irriverente con i caduti dell’assurdo conflitto che smembrò in quattro anni dal 1991 al 1995 la Jugoslavia in 7 pezzi.
Qualche scena raccapricciante, di case sventrate e donne impiccate, a immagine mentale più che sensazionalistica, viene scodellata, perché stiamo parlando di una viaggio al termine della notte avvenuto a un passo da noi. Anche se ricordiamo che durante i giorni più cruenti arrivavano da Sarajevo assediata buffi short demenziali e davvero punk e controcorrente, deterrente per ogni retoricissimo piagnisteo umanista.

Il pozzo, Mélanie Thierry e Benicio del Toro 
Il cast deve averli visti e ammirati. Così il turbolento e sregolato Tim Robbins (B), in grande forma, in duetto col carismatico e disincantato Benicio del Toro (Mambru) è irresistibile, come Elliot Gould con Donald Sutherland in Mash di Altman. Gli coprono le spalle la nuova arrivata, idealista e caparbia, Mélanie Thierry (Sophie) e la spregiudicata bond girl Olga Kyrylenko (Katya), una ex di Mambru, che ora lo comanda…


La satira dei cooperanti e degli avamposti Onu è mitigata per merito o per colpa del copione, tratto da “Dejarse llover” (lascia che piova), il libro autobiografico di Paula Farias (non tradotto in Italia), un “Medico senza frontiere” di Spagna. Non è la prima volta che dalla Spagna ci arrivano satire sui cooperanti, sui gruppi umanitari e sulle loro disastrose interferenze negli affari grevi del mondo. Deve averne combinate di cotte e di crude Aznar. Eppure le radiazioni di questo film sono benigne. Strano che molta critica italiana, soprattutto giovane non se ne sia accorta. Però in un certo senso il modello a cui si ispira Aranoa è alto. Ambizioso eguagliarlo. Non tanto To be or not to be  o La congiura degli innocenti, con quell’ingombrante cadaverone da nascondere.
Solo il genio comico del servo (di Praga) Slobodan Sijan, il più sottovalutato cineasta d’Europa, che nel suo gioiello dimenticato Chi canta laggiù  aveva anticipato con lo stesso humor nero disfacimento e fine della Jugoslavia, attraverso gli occhi e le armonie di due piccoli zingari (e dieci anni prima della guerra), avrebbe saputo fare di meglio.


 




mercoledì 9 dicembre 2015

A testa alta. Un altro film francese di recente esportazione, piuttosto malsano. Con Catherine Deneuve


di Roberto Silvestri 

Dal 1980 non ricordiamo un film d'apertura di Cannes così brutto e abietto. Neanche quel polpettone nazionalista di Fort Saganne, tanti anni fa. Con Gerard Depardieu legionario giovane, quello. E questo con l'altra gloria nazionale e leggenda vivente, Catherine Deneuve, nel ruolo di un giudice minorile, sempre con quell'aria distratta, sufficiente, appagata compunta ed “eternamente giovanile.
A testa alta, che era fuori competizione a Cannes e in Italia è uscito senza grande successo qualche settimana fa nelle sale, è diretto anzi riportato all'ordine da una messa in scena squadrata e autoritaria dall'attrice-sceneggiatrice-regista Emmanuelle Bercot (già semiresponsabile di quell'elogio lepenniano alle forze dell'ordine che era Polisse, 2011, regia della amica e complice Maiwenn, che l'ha diretta nel gemello Mon Roi). E comunque si avvale di due attor giovani, il biondo protagonista Malony (Rod Paradot) e la sua amata ragazzina skinhead Tess (Diana Rouxel) che sarà bene tener d'occhio perché sembrano sarcasticamente distaccati dall'atmosfera nella quale sono costretti a muoversi qui e cioé come - si immagina – facciano gli strafattoni adolescenti di oggi. Cinici maleducati arroganti e indemoniati.
La polemica sotterranea del film è contro l'ispirazione giuridica imposta dai rooseveltiani nordamericani nel 1945 alla Francia e nonostante tutte le sei sette riforme del settore postbelliche ancora valida, e che pretende la rieducazione e non la più severa punizione per i delinquenti (e non solo minorenni) che come si sa sono irrecuperabili. I film americani ci dicono che negli Usa quella ispirazione giuridica è stata già tradita (anche in Vizio di forma ce ne siamo accorti, e si era attorno al 68). Cosa aspetta l'Europa a girare pagina e privatizzare le carceri minorili e trasformarle in ditta di correzione severa?
Il nostro protagonista quindicenne-sedicenne guida senza patente e quasi non manda in paradiso il fratellino; si immagina che si faccia di tutto; distrugge macchine; ruba e rapina; lavora più che svogliatamente, altro che art.18; urla a perdifiato sempre; butta un tavolo contro la pancia di una donna incinta di 7 mesi; tenta di picchiare gli educatori, appena possibile; evade dal correzionale più volte (e, non essendo né nero né maghrebino, non verrà rispedito mai in carcere)... Ma è buono dentro, perché invoca sempre, quando è alle strette, la mamma e considera l'aborto il peggiore dei crimini. Ci fossero più schiaffoni paterni in famiglia, e manette più strette, tutto sarebbe risolto, sembra suggerirci la regista. E magari aboliamo anche il divorzio che ha davvero distrutto nel profondo la sacra famiglia... Oltre al matrimonio gay (non mancano battute omofobe di Malony) e alla marjiuana come erba curativa.
Liberation definisce A testa alta un “film sociale sarkoziano”. Di centro destra. Ed è un eufemismo. Si finge di far pubblicità al sistema giudiziario francese e agli sforzi immani e commuoventi di un magistrato (donna) e di un rieducatore dai femminei soprassalti emotivi (e dei carcerieri, mai così ridicolmente sensibili e comprensivi) per riportare, con faticosa abnegazione, ai sommi valori (la compostezza dei gesti, la paternità, l'ideologia del lavoro) un ragazzino francese di colore bianco (truccato e shakerato come fosse Brad Dourif da cucciolo), disadattato e nevrastenico, bisognoso piuttosto di un buon psicologo, perché a disagio perfino nella doom, X, no future e black block generation. Insomma. Una scarica di cattive vibrazioni adrenaliniche, addomesticate da uno sguardo paramilitare preoccupante. Cosa ribolle di malsano dentro la pancia della Francia?

Emmanuel Levinas contro Emmanuelle Bercot. Mon Roi e quel che sta succedendo in Francia oggi dopo il trionfo del Front National




Roberto Silvestri

Dopo il successo parziale del Front National nelle elezioni regionali di Francia, e le copertine dei quotidiani e dei settimanali transalpine che raffiguravano la biondissima Madame Le Pen come una novella Giovanna d’Arco, soldato della cristianità in armi contro pagani, infedeli e eretici, ci si chiede, analizzando un film che è nei nostril cinema in questi giorni, Mon roi,  cosa c’è questa volta dietro una grande donna di destra, che senza il suo uomo dominante non è nulla. Certo. C’è un papà illustre, come mon roi, anche se è stato messo provvisoriamente da parte perché più impresentabile del boss Trump. C’è lo Spirito della Francia cattolica. Ma io credo che ci sia qualcosa di più. Non l’Europa, che è sostantivo femminile e che andrebbe messa in epoché, secondo la signora col tricolore sbandierato.
C’è l’Idealismo come inguaribile mon roi delle nostre destre, dai Salvini agli Orban. C’è l’Io. C’è il solipsismo che di tanto in tanto riemerge a cancellare ogni vizio cosmopolita. C’è l’incapacità di definire l’altro se non alieno, differenze e anche un po’ pericoloso.

Emmanuelle Bercot in Mon Roi di Maiwenn

Secondo il filosofo fenomenologo Emmanuel Levinas, le cui origini ebraiche certo, secondo i Le Pen, compromettono la sua francesità, scriveva che “l’Io non è né soggetto, né amore attraverso i quali tenderebbe all’essere. Il dialogo non riassume la società, perché non include il terzo. La condizione di un io nel mondo non si definisce né con la sua struttura di soggetto – che pensa il mondo come oggetto – né con la sua struttura d’essere che ama scegliendo un essere ma dimenticando gli altri. L’Io si definisce, a differenza che nell’Idealismo, con la giustizia. Il rapporto tra uomini non va da me a te, o da me al mio alter ego, ma passa attraverso gli altri, l’apparizione degli altri. Io=io dono agli altri”. Tradotto in politica non c’è sinistra senza donare agli altri. Lo ha fatto Roosevelt I e II. Kennedy e Obama. Tradotto in cinema è il grande insegnamento etico che, dalla costituzione Americana, quella che punta alla felicità di tutti, è diventata nel cinema l’individualismo democratico, da Frank Capra a Spielberg, Dante, Zemeckis e Landis. Un quartetto composto dai valori che guidano il comportamento non degli europei ma di tutto il mondo anti fascista. Libertà, eguaglianza, fraternità e giustizia. Invece il cinema francese degli ultimi anni sta emanando cattivo odore e pubblicizzando cattivi umori.
Prediamo Mon Roi.  
     
Louis Garrel in Mon Roi
"Tu, tu. Mio tetto, mio tutto, mio re" canta l'idolo pop uruguagio Elli Mederios in questo emblematico film dei nostril tempi. E’ nelle nostre sale, dopo la prima mondiale a Cannes e l’enigmatico trionfo in Costa Azzurra, il film-Eurocanzone Mon Roi, love story diretta da Maiwenn, genere sentimentale, quello che i registi e le registe transalpine sanno maneggiare con maggiore perizia e sfoggio di nuances - ma qui è più che altro idolatria da matrimonio che non ammette sfumature - e che ha permesso alla attrice e regista Emmanuelle Bercot (nonché collaboratrice alla sceneggiatura di Naiwenn in Polisse che fu a Cannes qualche anno fa e fu miracolosamente fu premiato) di aggiudicarsi ex aequo la Palma d’oro per per migliore sposina del festival.  Inspiegabile, anche se un riconoscimento ex aequo. Ma non va confuso (anche se i maligni lo hanno fatto) con il riconoscimento semiserio assegnato al cane di Le mille e una notte di Miguel Gomes, "miglior animale recitante" del festival.
Eppure Bercot, nel ruolo di una donna autodistruttiva, non smania forse a 360°, e con la gola e con la lingua, guaisce perfino, per essere o tornare ad essere "la più fedele adoratrice del maschio latino"?
Questi problemi d’identità sessuale, di riconquista del genere, più che una epidemia misteriosa da suicidio-omicida che colpisce i ventenni d’ambo i sessi, spiegano l’attrazione fatale di uomini molto barbuti verso il califfato molto fascista. E quella di donne inquiete in cerca di una collocazione più precisa, dentro un burka, e al fianco (e un po’ sotto) dei loro uomini tornati, grazie a dio, definitivamente machi padroni.
Mi sa che per la Bercot, in questa commedia deprimente serissima, "Je suis Charlie" vuol dire, approfittando del doppio senso in francese, "io seguo Charlie", vengo sempre dopo di lui... Se sono rotta dentro mi riaggiusto e ne riconquisterò la tenerezza che so nascondersi dentro la scorza del duro... Inquitante davvero se fosse così.
Il film (del genere rimatrimonio, ma per nulla screwball) è un inspiegabile duetto d'amore e odio, un'odissea di liberazione che dura estenuanti 2 ore e più, dopo una relazione decennale complicata da scenografie coi colori pop sparatissimi e oggettistica kitsch sbandierata ovunque, dentro e fuori gli interni domestici.
L'idea centrale è quella che il super macho smetta a un certo punto di esser solo attratto da donne-manichino, sempre tutte uguali e noiose. E a quel punto una donna che sa giocare di contro balzo e mettere nel sacco un paio di battute spiritose e inaspettate (aiutata da un fratello, Louis Garrel, per la prima volta davvero brillante, quasi lubitschiano) che riescano a sorprenderlo, a scoprirne le zone dark, intime e pornografiche del "sentimento", lo farà suo.
Non troppo originale, vero, questa apologia della donna con le palle che sa sottomettersi?


Così lei, Tony, in un night riadesca nel giorno giusto (letto sull'oroscopo?) un lui, Georgio, Vincent Cassel, che già l'aveva fulminata da studentessa-lavoratrice. Ora è un imprenditore farfallone di effimero successo (ristoratore) e, non lo manda a dire, da sempre un impenitente sciupa femmine. Ma la fa tanto ridere.  Tony e Georgio in effetti sembrano nomi scelti per rendere universale il film, e farlo piacere non solo fuori dalla Francia ma anche dalle coppie gay e lesbiche. Georgia on my mind.... Mon Roi Cassel (piacionissimo, che si compiace di farsi vedere, come al solito, dall'epoca di L'odio non riesce mai a portare se stesso in un viaggio schermico avventuroso e inquietante, fuori dall'ammirazione obbligatoria), il disinvoltone, miracolo, se la sposa. E prende tutti in contropiede. Poi il figlio. E le corna. Scandalo, urla, separazione. Forse un ritorno.. Più probabilmente un suicidio (di lei). Il pubblico dice: approfittane! scappa! scappa!


Il film inizia dalla fine, e poi fa un lungo flashback, con l'incidente di sci che rompe la gamba, malamente a Tony, ricoverata in un centro di riabilitazione dove la ritroveremo nel corso della storia tra le mani sapienti di un fisioterapista. Una paziente in via di guarigione, attorniata da una assistenza di lusso (congratulazioni per il ministero della sanità) e soprattutto da una rosa multiculturale e sorridente di riabilitati, che neanche Benetton.  
Cassel, Maiwenn e Bercot a Cannes 2015
La bionda Bercot, intimamente complice della regista, suo alter ego castano scuro, si è fatta confezionare una partitura rococò (merito anche di Etienne Comar) per sfogare narcisisticamente tutto il suo repertorio di smorfie, gesti di mano e sguardi ululanti, un po' come fa Mag Ryan o Camern Diaz quando producono un film con sé stesse super star.
Il suo personaggio si nasconde dietro il ben dire, ma non riesce mai a catturare una sonorità charming o la postura sexy e impudica di chi sa indagarsi dentro e rappresentare un orginale bersaglio del desiderio. Tony non è una donna problematica a tal punto da giustificare un approccio così  tecnicamente variegato e costantemente sopra le righe. E' una masochista moderata che ha perso la gioia di vivere, da quando il suo uomo, Giorgio l'ha abbandonata, facendole perdere l'equilibrio interno ed esterno. E soprattutto si è fatto pignorare maldestramente un mobile di famiglia a cui teneva profondamente.
Così assistiamo all'ascesa e alla caduta  e alla ricucitura di un personaggio senza essere mai "trascinati dal vento", senza esserne travolti. Piuttosto sfogliamo un saggio da scuola di recitazione. Bercot è manierata nel pianto, nel riso, nell'urlo di disperazione; se la cava così così nei litigi, nella seduzione, nell'amplesso, nell'amore filiale, sfuma lo sbigottimento, accentua la perplessità... come soltanto una professionista da sit-com sa fare, stile Giorgio Albertazzi nella parodia di Carmelo Bene.
Non è, purtroppo, un robot commuovente che cresce tra le mani del dottor Frankenstein. E' Bercot. Al naturale. Rappresenta solo i bordi estremi di un personaggio (non standogli mai "un po' accanto", secondo il saggio metodo brechtiano di Margherità Buy in Mia madre) memorizzato anche nei gesti più improvvisati, sempre conditi con tic e orpelli. Insomma passeggia sullo schermo come su un marciapiede. Diciamola tutta. E' tremendamente, oscenamente disinvolta. O è solo tutta colpa degli anti dolorifici? 


giovedì 3 dicembre 2015

Domenica 6 dicembre al Detour di Roma il capolavoro restaurato del cinema latino-americano. Limite di Mario Peixoto, del 1931. Con musiche di Mike Cooper e Alipio Carvalho Neto




roberto silvestri 

Un uomo e due donne misteriosamente naufraghi su una barca a remi in alto mare raccontano attraverso immagini ambigue e metaforiche, sensuali e inquietanti, tra tempeste e ricordi, incubi e fantasie, le loro esperienze interiori più estreme. Una sola delle due donne sopravviverà all’ennesimo, violento uragano…
E’ Limite il film brasiliano girato nel 1930, con Olga Breno, Taciana Rei, Raul Schnoor, dalla trama irraccontabile, ma di potenza fisica e visionaria sorprendente.
Circa due ore di esperimenti psico-ottici, scritti, diretti, montati e anche interpretati da Mario Peixoto, che verrà presentato al Detour di Roma domenica 6 dicembre alle ore 19 denudato delle sue musiche originariamente annesse (di Satie, Strawinski, Debussy, Borodin, Frank, Prokoviev, Ravel) e rivestito con le armonie free style di un duo, il chitarrista e musicista elettronico inglese Mike Cooper e il sassofonista new thing brasiliano Alipio Carvalho Neto. 


Considerato da Sergei Eisenstein “più o meno geniale” e da Pudovkin “espressione di una mentalità nuova, però magistrale”, amato da Welles e Sadoul e dai brasiliani post cinema novo come Walter Salles jr., è certamente uno dei film latinoamericani più atipici, anche se resta, tra gli oggetti mitici, il più longevo. Il festival di Cannes nel maggio scorso ha presentato la copia restaurata dalla fondazione Scorsese.
E i critici di San Paulo lo hanno appena eletto il miglior film della storia brasiliana. 


Ma Limite film d’esordio del diciannovenne Mario Peixoto, e praticamente la sua ultima opera,  e San Paolo, la metropoli del futuro e dell’industria, hanno molto, troppo in comune. Anche se Peixoto  nel 1928 aveva fondato il cineclub Chaplin proprio a Rio de Janeiro, con Octavio de Faria e Plinio Sussekind Rocha che programmava film dell’avanguardia europea e si batteva per un cinema come esperienza puramente visuale, sganciato da ogni servitù letteraria o teatrale e semmai più vicino come arte alle immagini  musicali e pittoriche.


Non credo però che la critica carioca, per esempio, o tropicalista bahiana, sarebbe in disaccordo con quella paulista, questa volta. Anche se il più ambizioso tra i cineasti geniali, anche politicamente, Glauber Rocha, che nella classifica è al secondo posto con Il dio nero e il diavolo biondo, trattò questo film con il disprezzo che riservava ai borghesi imbelli, che lui voleva disarcionare dal potere. “Arte per l’arte”: “Peixoto sarebbe diventato un artista al servizio delle classi dominanti”.
Un altro pioniere del cinema brasiliano invece, Humberto Mauro, contemporaneamente cineasta d’azione e antropologo del profondo, sarebbe invece d’accordo con Amir Labaki e compagni paulisti. Vedeva in Limite qualcosa che a Rocha sfuggiva. Il disinteresse per ogni realtà sociale del Brasile era solo apparente. Certamente Peixoto era nato in un ambiente della borghesia intellettuale, tra poeti e letterati raffinati, e, studente in Europa, si era accostato anche alle arti plastiche più estreme, affascinanti e complesse.
Il copione del film voleva affidarlo in un primo momento al produttore e regista di fama Adhemar Gonzaga, che lo trovò però disinteressante e poco commerciale. Peixoto prese così in prestito una macchina da presa, e con l’autorizzazione di Gonzaga, utilizzò gli studi Cinédia per girare direttamente la prima opera d’avanguardia autonoma del continente sudamericano nelle sue prime decadi di esistenza. 
Il movimento modernista brasiliano degli anni trenta del secolo scorso, di cui Limite è il manifesto nobile e mobile, catturato dal nitrato d’argento, mise a soqquadro la musica, la letteratura, la pittura, la scultura, il teatro, il cinema, la poesia, la politica, il motto di spirito, le regole estetiche, le rigide manie comportamentali, la gerarchia dei sessi e delle classi e la loro messa a fuoco, il marxismo e anche la psicoanalisi. Ma non era un movimento in ritardo rispetto alle avanguardie europee degli anni dieci e venti. Breton, di origine, era addirittura psicoanalista…La punta di colore differente e originale rispetto al dadismo, al surrealismo, al costruttivismo, all’espressionismo e al futurismo era infatti l’antropofagismo,  quella istigazione a divorare insaziabilmente proprio il meglio della cultura coloniale, francese, inglese, portoghese, olandese, russa, italiana ereditata o ancora attiva…da digerire, immagazzinare, metabolizzare e anche espellere ove necessario, secondo le buone abitudini degli indios locali…
Il rapporto modernismo-cinema novo-cinema udigrudi di Bressane e Sganzerla (che rappresentò la fertile continuazione-rottura dei novissimi, al di là di ogni Limite) è ben spiegato infatti da due film del cinema novo del 1969 e del 1981,  l’allegoria Macunaima dal romanzo di Mario de Andrade e la cinebiografia di Oswald de Andrade che è O Homen do Pao Brasil, diretti entrambi da Joaquim Pedro de Andrade (e non c’è nessuna parentela tra i tre de Andrade). Quest’ultimo è dedicato alla celebre Settimana d’arte moderna di San Paolo, e all’inaugurazione del Museo d’Arte Contemporanea che negli anni venti aveva scandalizzato i conservatori e i benpensanti ma consacrato San Paolo non solo capitale industriale dell’America Latina ma anche gioiello culturale inarrivabile.
Per tornare a Limite sono espliciti i debiti di riconoscenza dunque rispetto al clima paulista e rispetto alla tradizione d’avanguardia francese, tedesca e russa. Già Sao Paulo, sinfonia da metropole di Adalberto Kemeny e Rodolfo Rex Lustigg, immigrati ungheresi, nel 1929, si era ispirato, troppo esplicitamente però, al lavoro berlinese futurista-metropolitano di Walter Ruttman. 
Qui invece, Gance e Epstein, per i valori luministici, Vertov e i sovietici (soprattutto nel montaggio ad attrazione multipla) e le atmosfere dark degli espressionisti non solo convivono inspiegabilmente senza litigare, ma il tutto è messo in rigoroso controllo plastico grazie a una concezione spaziale dell’inquadratura che deve molto all’astrattismo fotografico equilibrato di Lazlo Moholy-Nagy.
Il pessimismo esistenziale (che è anche polemica romantica contro la paralisi neocoloniale della borghesia brasiliana asservita ai nuovi padroni yankee) è espresso dalle angolazioni curiose e capricciose della camera, che giocano e fanno la parodia del naturalismo (negli anni trenta alla moda ovunque), dalla cadenza lenta e sobria del montaggio, dal tono sinfonico che culmina nel grandioso movimento finale “maestoso fortissimo” della tempesta. Il film uscì al Cine Capitolio di Rio il 17 maggio del 1931, grazie all’iniziativa del Chaplin club ma poi solo nel circuito culturale, con accoglienza tiepida. 
Ma a Parigi e Londra ebbe un successo enorme, prima che Pixoto togliesse la pellicola dalla circolazione frustrato per la pessima accoglienze delle sue opere successive, Onde a terra acaba e Maré Baixa, realizzate nel 1931, Mario Peixoto abbandonò così definitivamente il cinema. E se non fosse stato per il suo amico Saulo Pereira de Mello, che conservò premurosamente una copia positiva di Limite, il film sarebbe andato perduto per sempre. Restaurato una prima volta nel 1958 e una seconda volta nel 1971, questa opera unica è stata riscoperta dagli storici e dai critici di tutto il mondo e oggi permette di inserire il nome di Peixoto tra i maestri latinoamericani del cinema mondiale.      


venerdì 27 novembre 2015

Daniele Luchetti presenta il suo film inchiesta su Jorge Bergoglio. Ma si tace sulla Guardia di ferro




La croce di ferro del Papa 

comunque si dice bergoghlio, all'argentina...


a sinistra la croce d'oro di papa Ratzinger, e a destra quella di ferro di Francesco  

roberto silvestri 


Agiografia, non agiografia? Santino? Non santino? Ieri è uscito il nuovo attesissimo film di Daniele Luchetti Chiamatemi Francesco. Lasciando non poche perplessità rispetto al progetto di Luchetti di realizzare un film-inchiesta.
E’ proprio la biografia (“veritiera” dicono però in Vaticano) sul gesuita peronista tifoso del San Lorenzo ed ex militante della Guardia di ferro che appena eletto sorprenderà tutti rifiutando la croce dorata e preziosa (preferendole non a caso una croce di vil ferro) e conquisterà i fedeli, collegando il poverello d’Assisi a Mike Bongiorno: “fratelli e sorelle, buonasera!”.
Il primo film su un Papa vivente e ridente come il Dalai Lama (Razzi era morto, L’uomo venuto dal Kremlino e Habemus Papam erano solo film profetici, per non ricordare i documentari su papa Givanni XXIII) è stato “fortemente voluto”, come ha sottolineato Piero Valsecchi, il produttore, da Silvio Berlusconi.
Il regista Daniele Luchetti 
Eppure sono ripetute e continuate le intemperanze anti papiste dei suoi organi di stampa, il Giornale del Foglio e di Libero e dei corrispettivi mezzi di comunicazione di massa televisivi (i tg di Canale 5 Italia1 e Retequattro) che fiancheggiano il terrorismo mediatico dell’estrema destra vaticana e extravaticana, contro la mina vagante dello “scandaloso Jorge” che urla contro il neoliberismo e la disoccupazione dilagante, il maltrattamento delle donne, e a favore dell’accoglienza dei profughi, contro la guerra che non è mai “di civiltà” e i lussi vergognosi dell’1% del mondo, nostalgica del pastore tedesco che li aveva condotti invece pimpanti alla guerra di civiltà contro le altre religioni (inferiori) e a quella contro i laici e i relativisti culturali che come si sa mancano completamente di Spirito. I cattolici insomma si devono rifare velocemente una identità. Anche perché, se no, scompariranno….

L'attore argentino Sergio Hernandez interpreta Papa Francesco dal 2005 al 2013

Un ambientino anti-Francesco composito, popolato da principi neri, vescovi di Ferrara (città e ex direttore del Foglio), teologi reazionari, probabili candidati sindaci di Milano, sentinelle in piedi, picchiatori, manifestanti anti Gender, sindaci eletti (!?) di Venezia e difensori di padre Lefevre e dei metodi di educazione approfondita collaudata nei secoli, altro che pedofilia! E perfino i ciellini più integralisti. Ma anche formato da certi gruppi femministi della differenza che trovavano più eco nelle encicliche filosoficamente dense di Benedetto XVI, e qualche stravagante libero pensatore di estrema sinistra, che giustamente diffida del populismo ed è sempre in difficoltà quando un soldato intelligente di Ignazio de Loyola spiazza tutti perché sembra occupare l’intero settore etico dello schieramento di sinistra…. 
Tutti gli altri, tranne questi ultimi, sono nostalgici di quando il compianto giornalista Mario Cervi poteva tranquillamente scrivere i suoi pezzi di appoggio razzista a Pretoria senza che la magistratura e l’ordine dei giornalisti intervenisse. E cercano disperatamente chi sia oggi il miglior allievo spirituale del nunzio apostolico presso Videla, Pio Laghi (quello che copriva la guerra sporca e affermava che i desaparecidos erano in realtà scomparsi ma presto torneranno) e di cui nel film, caritatevolmente, si tace. A volte i comunisti si combattono in un modo e a volte i comunisti si combattono in un altro.

Papa Francesco in una posa da Stan Laurel
A tutti costoro il film di Luchetti non piacerà. E troppo descamisado. Ma tanto non sono queste le persone che affollano i multiplex.
Ebbene, nonostante Papa Francesco sia ancora considerato dai suoi fidi alleati, Fratelli d’Italia e Forza Nuova soprattutto, “peggio di un comunista bastardo” (perché ormai non contano più nulla)il più celebre dei nostri pregiudicati e il meno infastidito dei nostri monopolisti ha intuito il grosso affare. E a proposito di Cl la "Guardia di ferro" è nato come gruppo di estrema sinistra peronista ma poi la sua evoluzione lo ha portato al centro, in polemica con le posizioni dei Montoneros e dell'eservito rivoluzionario trotskista argentino e infine nelle vicinanze di Comunione e Liberazione e della parte più cattolica di Solidarnosc. Nessuno dei suoi militanti è stato toccato dalla dittatura Videla. Da qui le note polemiche.

Un film e una serie tv di di 200 minuti su Bergoghlio (così si pronuncia in Argentina, e dovrebbe avere voce in capitolo) che smentisca le brutte voci su una presunta collusione durante la feroce dittatura militare tra lui e Videla, smantellando punto per punto le calunnie uscite a suo tempo sui due gesuiti abbandonati ai seviziatori, potrebbe essere uno strumento di propaganda fide redditizio.


I sondaggi parlano chiaro. Il Papa povero piace moltissimo. E' un sommo comunicatore. Così Berlusconi è stato felice di “sborsare di tasca sua” i 15 milioni di dollari del budget (in fondo medio basso, ma non per l’Italia). Si sarà identificato. Un lavoro lungo di riprese, 15 settimane. Una uscita italiana in 700 copie. L’arrivo in tv tra un anno e mezzo come vuole la legge. E la prevendita di un prodotto senza alcuna super star internazionale in ben 40 paesi.  Sono state impegnato le due grandi corazzate del suo impero cinematografico, la casa di distribuzione Medusa e la casa di produzione Taodue Film di Giorgio Grignaffini che ha tratto dalla sceneggiatura il romanzo della vita di Bergoglio (così si pronuncia nel film) a 17 euro, Mondadori edizione (ma potrebbe sembrare un libro Rizzoli).  Senza dimenticare che la versione lunga televisiva in 4 puntate di 50 minuti l’una non dovrebbe umiliare il buon lavoro di sintesi di Mirco e Francesco Garrone, i montatori, che sono riusciti a nascondere bene buchi e raccordi nella versione dimezzata per le sale, di 98’.
Inoltre non prendendo posizione sui due anni di pontificato che stanno sconvolgendo dal 2013 riti e miti della chiesa cattolica, oltre che l’attico di Bertone e l’intero gruppo dirigente d’epoca Ior, completamente fatto fuori da sua eminenza, ma limitandosi alla biografia precedente, soprattutto argentina, il film non potrà infastidire nessun credente, per quanto di destra sia. Ci sono in questo pontificato, anche azioni contraddittorie, comunque. Enzerberger non sarebbe troppo d'accordo sulla santificazione di preti e suore vittime della guerra civile spagnola perché nel suo libro su Durruti ci spiega che più che preti e suore costoro erano caudillos locali che tiranneggiavano da decenni i contadini sfruttandoli, trascinandoli alla fame e imprigionandoli. Già. Un caso di vendetta proletaria magari discutibilke, ma la santificazione sembra davvero esagerata. La riforma agraria. I socialisti nazionalisti sono famosi per prometterla sempre e non attuarla mai. Si analizzino le politiche di Peron e Nasser e i loro rapporti in sostanza privilegiati con i latifondisti. Dunque un po' di diffidenza per i peronisti e i giustizialisti di qualunque sponda è bene continuare ad averla. Anche qui, diffidare di chi ha il culto astratto della gente, dei sondaggi, di ciò che i "cittadini vogliono davvero" e di ciò che "ai cittadini interessa" e aizza alla galera chiunque solo perché dispone di macchine del fango efficienti, magistrati amici e mass-media... 

Ma. "Non c’è stato neanche bisogno di essere aiutati dal Vaticano. Perché tutta la storia vera, pubblica e politica, su Bergoglio  si può leggere tranquillamente su Wikipedia”. Luchetti insomma ci tiene a precisare che il suo “film inchiesta”, difficile da mettere in piedi perché non ne trovava un baricentro narrativo plausibile, poi scovato nel motivo psicologico della “preoccupazione”, vuole radiografare più la personalità intima e spirituale del futuro Papa che la cronaca della sua ascesa politico-pastorale che scandisce comunque: piccolo chimico peronista di sinistra che a vent’anni abbandona amore e lavoro e diventa sacerdote poi è promosso insegnante di letteratura nella Santa Fé di Birri (chissà se si sono conosciuti) e diventa amico del "radicale" antiperonista per eccellenza Borges (ma questa parte c’è solo nel film tv), poi è curiosamente appesantito di responsabilità come Padre Provinciale dei Gesuiti per l’Argentina, e continua a mantenere rapporti stretti con la sua organizzazione di origine, di ispirazione estremista rivoluzionaria ma che intanto si è spostata un po' al centro ed è diventata anti Montoneros (la Guardia di ferro, appunto), come si intuisce nella scena del consiglio d’amministrazione del mega-seminario in crisi economica, che lui raddrizza facendosi aiutare proprio da tre civili non ben indentificati nel film, ebbene sono propio loro, militanti della Guardia di ferro. E poi Bergoglio vede impotente assassinare amici, comunisti, rivoluzionari di altro tipo e gesuiti radicali senza poter far altro che “minimizzare al massimo le perdite”, costringendosi perfino a dir messa a Videla e famiglia pur di intercedere per i progionieri, aiutando alcuni profughi dal Cile a mettersi in salvo e organizzando un bel traffico di passaporti falsi etc… fino alla fine della dittatura, per proseguire in un molto piu’ umile il suo apostolato tra le baracche  delle periferie e delle favela, sopraffatte dal potere e dalla gentrificazione, anche in epoca Menem, fino al soglio pontificio che accetta con un grande sorriso. Nonna Rosa gli aveva insegnato a non andare mai d'accordo con i "santi tristi". 
 
Un libro dedicato alla Guardia di ferro argentina 

Mesi e mesi di sopralluoghi, per Luchetti, l’ascolto confidenziale di prelati, seminaristi, amici di infanzia e parenti, le testimonianze raccolte ovunque di tanti “nemici di Bergoglio” che gli rimproverano ancora comportamenti più che scorretti durante le persecuzioni neo-naziste, convincono il regista e sceneggiatore, giustamente, a scrivere un copione contro la lotta armata senza se e senza ma che non sembri però l’opera di un pio turista italiano di passaggio o di un brutale marine che si impadronisce di un territorio sconosciuto per far propaganda. “Per questo ho chiesto aiuto a uno sceneggiatore argentino, Martin Salinas “. Che ha lavorato con Cuaron e ha scritto Nicotina, El embruyo e Gaby. Da reference system.  
Dalla conferenza stampa (anche in collegamento con Milano) di qualche giorno fa si è scoperto che Luchetti non è diventato credente durante le riprese, “ma adesso credo di più in chi crede”. Che si è trattato di una "missione impossibile" per il produttore Pietro Valsecchi anche all'interno di una carriera che pure ha sfornato un Ambrosoli e un Borsellino. E, continua Valsecchi "il film sarà proiettato in Vaticano con platea a inviti di 7000 poveri e bisognosi". Che il regista si è più che altro ispirato a The Queen e a quel tipo di cinema inglese sulla storia, “asciutto, che va al cuore delle cose” e che però un po' apologetico, poco sottilmente, lo è sempre. 
Allora il problema è proprio il cuore delle cose. L’interiorità di Bergoglio. Con i suoi scatti nervosi da generale gesuita capace di mandare al diavolo una suora peggio che un fascista una donna. Con i suoi difetti e errori e gesti sempre così ben misurati. Per esempio il papa - dicono gli intimissimi - non alza le mani al cielo in modo plateale, e fa colazione mangiando in piedi frettolosamente una banana. Qui invece si fa la zuppetta nel caffèlatte, in attesa del conclave. Non c’è piedistallo. Non c’è apologia. Non c'è culto della personalità. Bene. 
Ma se il film è un film inchiesta non ci siamo. Il vero nodo interiore della biografia di papa Bergoglio è il suo rapporto politico con il movimento da cui è nato e che continua tutt'oggi. Il suo peronismo, versione Guardia di ferro. Certo. Il nome è orrendo. E’ quello della organizzazione fascistissima rumena di Codreanu. Ma si tratta di una pura omonimia, anche se inquietante. In realtà il gruppo è stato fondato nel 1961 dal gallego Alejandro Alvarez, come organizzazione giovanile del Comando Superior Peronista, ala sinistra del movimento e per lo più agì nella clandestinità. Dopo il breve ritorno in patria, dall’esilio nella Spagna franchista durato 18 anni, dell’ex leader nazional-socialista, tra il 1973 e il 1974, si assistette però a una imprevista sterzata a destra della sua politica già funestamente nazional-socialista anche se orgogliosamente anti- americana. Peron tra l’altro appoggia il golpe di Pinochet stupendo gli anti americani e spinge sempre più l’ala sinistra del movimento, i Montoneros (un gruppo di ispirazione cristiana) all’opposizione e nelle braccia della lotta armata di difesa, contro i primi gruppi fascisti organizzati (la tripla A, per esempio, Allenaza Anticomunista Argentina). Gruppo paramilitare protetto dai poteri forti della marina dell'aviazione e dell'esercito (e collegato pure alla estrema destra giustizialista dell'ambiguo “stregone” José Lopez Rega), responsabile tra l’altro del massacro di Elzeida, dove una bomba in aeroporto uccise 13 persone e ne ferì circa 400 mentre Peron rientrava in patria. 
Dopo l’assassinio nel 1973 del sindacalista peronista "burocrate" Rucci, a lungo osteggiato dai Montoneros, e prima ancora in polemica con l’esecuzione nel 1970 del generale Aramburu, responsabile del golpe anti Peron del ’55,  la Guardia di ferro polemizza sempre più duramente con le posizioni favorevoli alla resistenza armata, si sposta verso il centro e assume una più forte connotazione religiosa, giungendo nella sua ultima fase ad avere rapporti stabili, per iniziativa di Alvarez con Comunione e Liberazione (ma anche Jaca book aveva una sinistra) e con Solidarnosc (idem), anche grazie all’intermediazione di Rocco Buttilione e di Jorge Bergoglio. Il gruppo si scioglie nel 1974, dopo la morte di Peron, ma cambia nome, resta coeso e appoggia Isabelita fino al colpo di stato del 1976. Durante la dittatura i dirigenti della Guardia di ferro sono salvati grazie a buoni rapporti con i vertici della Marina militare e anche alla capacità diplomatica, alla Richelieu, di Bergoglio. Come vediamo nel film.
Insomma il duello all'ultimo sangue fu tra due linee interne al paese e anche interne ai gesuiti, tra chi era vicino alla teologia della liberazione e a Camilo Torres e chi era con Bergoglio. Anche se nel film non si dà mai la parola alle posizioni. Per esempio a quelle di José Miguez Bonino, il prete protestante che stava pericolosamente intaccando, a favore dei protestanti, il monte fedeli cristiano....O a Marcella Althaus-Reid (l'importantissima teologa queer). C'è molta attenzione, giustamente, alla strategia promozionale della chiesa cattolica, specialità gesuitica. E in un interessante duetto viene rimproverato da un superiore a Bergoglio il suo desiderio di evangelizzare il Giappone. "E' vero che i cattolici giapponesi sono scesi in poco tempo da un milione a mezzo milione, ma tu sei più utile qui perché li faresti scendere a 50 mila". Aveva ancora bisogno di crescere, gesuiticamente. Ma i due gesuiti di estrema sinistra che lo combattono (e che verranno espulsi dall'ordine e dunque subito imprigionati e torturati) appaiono nel film i soliti giocondi utopisti idealisti votati alla morte certa che non vogliono lasciare la loro favela anche se armi e mitra furoreggiano. Il che non fu. 
Quello scontro divide in due ancora la società argentina, l'1% di potenti di Baires e il 99% di argentini sotto comando, e i neoliberisti, come il neopresidente pericolosissimo Macri ne approfittano di tanto in tanto per dare duri colpi ai ceti più indifesi. Tanto che peronismo e giustizialismo ormai sembrano solo sinonimo di Argentina. Una parola che ha perso ogni connotazione di classe.
Bergoglio che arriverà all’Arcivescovado dopo aver operato molto in favore dei militanti perseguitati di sinistra durante la dittatura, come si vede nel film (tra questi “Tito” Bacman, l'unico militante della Guardia di ferro fastidioso perché amico di molti montoners) mantenne poi sempre relazioni strette con il suo movimento, diffondendo anche in ambienti vaticani il pensiero della filosofa peronista e “guardista” Amelia Podetti  che distanziandosi dalla razionalità illuminista prospetta l’unità della fede e della ragione, contestando quest’ultima come unica categoria nella costruzione della conoscenza  (cfr la lettera enciclica di Papa Giovanni Paolo II “ Fides et Ratio” ). Bé, certo, un po' di intuizione e di amore per la ricerca ci vuole. Basterebbe leggere Dialettica dell'Illuminismo di Adorno.
Insomma un film inchiesta serio avrebbe avuto bisogno di spiegare di più quella spaccatura in seno al peronismo. E soprattutto analizzare se le posizioni di destra e di centro moderato (lo è mai? a me sembra estremista il "centro moderato") del movimento abbiamo favorito l’avvento della dittatura militare e della “guerra sporca anti sovversiva” ben più della trappola tesa dai settori oligopolistici e filoamericani di Buenos Aires e chiamata resistenza armata Montonerso o Erp (l'organizzazione armata clandestina comunista-trotzkista).  

Una rete di nodi storici ancora da sciogliere. Ecco la “preoccupazione” come chiave del mosaico di Luchetti. Preoccupazione che per esempio in America Latina il film possa non incassare un centesimo. Non a caso molta parte magico- irrazionale del film è dedicata a un santino che il gesuita Bergoglio distribuisce qua e là ai bisognosi di ultra-conforto (per esempio agli occupanti di una baraccopoli del centro di Buenos Aires che secondo il film verrà salvata da Bergoglio, mentre secondo la storia verrà immediatamente rasa al suolo e offerta in dono alle grande compagnie palazzinare appena Bergoglio uscirà dalla inquadratura). Segnamoci il nome di questa preziosa immagine sacra. Può essere utile. E' il santino della madonna dei nodi. Una Maria Santissima che scioglie i nodi si può ammirare anche in un dipinto del 1700 ad Asburgo, in Germania. Vestita di rosso è concentrata sul compito che le è assegnato: sciogliere i nodi grossi e piccoli di un nastro bianco aggrovigliato offertole dal fastidioso angelo di sinistra. Ma ecco che lei scodella il nastro, ormai libero e liscio, all'angelo di destra. La Madonna sta serena.