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giovedì 10 dicembre 2015

La congiura dei cooperanti. Perfect Day di Fernando Leon de Aranoa








roberto silvestri 




Non troveremo le armonie wagneriane di Kusturica e il sogno della grande Serbia a venire resterà dietro le quinte…. Ma a volte vedere le cose un po’ a distanza fa bene per mettere meglio a fuoco le cose. Il film della settimana è Perfect day, 5 minuti di ovazione alla Quinzaine di Cannes, una screwball comedy, uno svitato dramma di guerra che sputa sarcasmo già dal titolo, girata nell’Andalusia degli spaghetti western trasformata nella Bosnia di venti anni fa. 

il regista de Aranoa
Quattro operatori umanitari internazionali, Mambru, B, Sophie e Katya, più Damir, il traduttore, sul finir del conflitto fratricida devono rimuovere in 24 ore un cadavere da un pozzo. Era un tipaccio da vivo, ora è il corpo ciccione che inquina l’acqua della zona. 

Sembra facile la missione, condotta in una babele di lingue e con un orfanello tra i piedi. Ma imperizia, sfortuna, le regole d’ingaggio Onu e una burocrazia irresponsabile, oltre  a una corda robusta che non si trova da nessuna parte e alle mine disseminate ovunque, trasportano tutto nel grottesco più surreale…

Ridere della guerra e di chi ne approfitta, da Chaplin a Sordi, è già un modo per sovravvivere. In Spagna e a Sarajevo lo sanno bene.  Chissà perché poi alla globalizzazione dall’alto – per via tedesca - faceva comodo chiedere (o imporre) alla Slovenia di approfittare della minacciosa brama di potere di Milosevic per iniziare lo sgretolamento progressivo del paese di Tito e sganciare il povero Kossovo musulmano dall’occidente e la Croazia dalla Serbia. Dividere per comandare? E’ sempre quello il sistema?  

E’ distribuito in Italia dalla benemerita Teodora, come il gemello tragicomico dello scorso anno Pride, Perfect day, settimo film del madrileno Fernando León de Aranoa, 47 anni,  che nel 2002 con Lunedì al sole, sulla disoccupazione nei cantieri navali della Galizia, aveva già evocato l’umorismo operaio di Kenneth Loach, dentro toni più cupi di questo, e vinto il Goya, l’oscar spagnolo.

Qui de Aranoa è all’esordio in lingua inglese (ma farà presto il grande salto: un blockbuster su Escobar, boss cocalero di Medellin) e gli bastano pochi tocchi di agghiacciante serietà per non essere irriverente con i caduti dell’assurdo conflitto che smembrò in quattro anni dal 1991 al 1995 la Jugoslavia in 7 pezzi.
Qualche scena raccapricciante, di case sventrate e donne impiccate, a immagine mentale più che sensazionalistica, viene scodellata, perché stiamo parlando di una viaggio al termine della notte avvenuto a un passo da noi. Anche se ricordiamo che durante i giorni più cruenti arrivavano da Sarajevo assediata buffi short demenziali e davvero punk e controcorrente, deterrente per ogni retoricissimo piagnisteo umanista.

Il pozzo, Mélanie Thierry e Benicio del Toro 
Il cast deve averli visti e ammirati. Così il turbolento e sregolato Tim Robbins (B), in grande forma, in duetto col carismatico e disincantato Benicio del Toro (Mambru) è irresistibile, come Elliot Gould con Donald Sutherland in Mash di Altman. Gli coprono le spalle la nuova arrivata, idealista e caparbia, Mélanie Thierry (Sophie) e la spregiudicata bond girl Olga Kyrylenko (Katya), una ex di Mambru, che ora lo comanda…


La satira dei cooperanti e degli avamposti Onu è mitigata per merito o per colpa del copione, tratto da “Dejarse llover” (lascia che piova), il libro autobiografico di Paula Farias (non tradotto in Italia), un “Medico senza frontiere” di Spagna. Non è la prima volta che dalla Spagna ci arrivano satire sui cooperanti, sui gruppi umanitari e sulle loro disastrose interferenze negli affari grevi del mondo. Deve averne combinate di cotte e di crude Aznar. Eppure le radiazioni di questo film sono benigne. Strano che molta critica italiana, soprattutto giovane non se ne sia accorta. Però in un certo senso il modello a cui si ispira Aranoa è alto. Ambizioso eguagliarlo. Non tanto To be or not to be  o La congiura degli innocenti, con quell’ingombrante cadaverone da nascondere.
Solo il genio comico del servo (di Praga) Slobodan Sijan, il più sottovalutato cineasta d’Europa, che nel suo gioiello dimenticato Chi canta laggiù  aveva anticipato con lo stesso humor nero disfacimento e fine della Jugoslavia, attraverso gli occhi e le armonie di due piccoli zingari (e dieci anni prima della guerra), avrebbe saputo fare di meglio.