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giovedì 3 dicembre 2015

Domenica 6 dicembre al Detour di Roma il capolavoro restaurato del cinema latino-americano. Limite di Mario Peixoto, del 1931. Con musiche di Mike Cooper e Alipio Carvalho Neto




roberto silvestri 

Un uomo e due donne misteriosamente naufraghi su una barca a remi in alto mare raccontano attraverso immagini ambigue e metaforiche, sensuali e inquietanti, tra tempeste e ricordi, incubi e fantasie, le loro esperienze interiori più estreme. Una sola delle due donne sopravviverà all’ennesimo, violento uragano…
E’ Limite il film brasiliano girato nel 1930, con Olga Breno, Taciana Rei, Raul Schnoor, dalla trama irraccontabile, ma di potenza fisica e visionaria sorprendente.
Circa due ore di esperimenti psico-ottici, scritti, diretti, montati e anche interpretati da Mario Peixoto, che verrà presentato al Detour di Roma domenica 6 dicembre alle ore 19 denudato delle sue musiche originariamente annesse (di Satie, Strawinski, Debussy, Borodin, Frank, Prokoviev, Ravel) e rivestito con le armonie free style di un duo, il chitarrista e musicista elettronico inglese Mike Cooper e il sassofonista new thing brasiliano Alipio Carvalho Neto. 


Considerato da Sergei Eisenstein “più o meno geniale” e da Pudovkin “espressione di una mentalità nuova, però magistrale”, amato da Welles e Sadoul e dai brasiliani post cinema novo come Walter Salles jr., è certamente uno dei film latinoamericani più atipici, anche se resta, tra gli oggetti mitici, il più longevo. Il festival di Cannes nel maggio scorso ha presentato la copia restaurata dalla fondazione Scorsese.
E i critici di San Paulo lo hanno appena eletto il miglior film della storia brasiliana. 


Ma Limite film d’esordio del diciannovenne Mario Peixoto, e praticamente la sua ultima opera,  e San Paolo, la metropoli del futuro e dell’industria, hanno molto, troppo in comune. Anche se Peixoto  nel 1928 aveva fondato il cineclub Chaplin proprio a Rio de Janeiro, con Octavio de Faria e Plinio Sussekind Rocha che programmava film dell’avanguardia europea e si batteva per un cinema come esperienza puramente visuale, sganciato da ogni servitù letteraria o teatrale e semmai più vicino come arte alle immagini  musicali e pittoriche.


Non credo però che la critica carioca, per esempio, o tropicalista bahiana, sarebbe in disaccordo con quella paulista, questa volta. Anche se il più ambizioso tra i cineasti geniali, anche politicamente, Glauber Rocha, che nella classifica è al secondo posto con Il dio nero e il diavolo biondo, trattò questo film con il disprezzo che riservava ai borghesi imbelli, che lui voleva disarcionare dal potere. “Arte per l’arte”: “Peixoto sarebbe diventato un artista al servizio delle classi dominanti”.
Un altro pioniere del cinema brasiliano invece, Humberto Mauro, contemporaneamente cineasta d’azione e antropologo del profondo, sarebbe invece d’accordo con Amir Labaki e compagni paulisti. Vedeva in Limite qualcosa che a Rocha sfuggiva. Il disinteresse per ogni realtà sociale del Brasile era solo apparente. Certamente Peixoto era nato in un ambiente della borghesia intellettuale, tra poeti e letterati raffinati, e, studente in Europa, si era accostato anche alle arti plastiche più estreme, affascinanti e complesse.
Il copione del film voleva affidarlo in un primo momento al produttore e regista di fama Adhemar Gonzaga, che lo trovò però disinteressante e poco commerciale. Peixoto prese così in prestito una macchina da presa, e con l’autorizzazione di Gonzaga, utilizzò gli studi Cinédia per girare direttamente la prima opera d’avanguardia autonoma del continente sudamericano nelle sue prime decadi di esistenza. 
Il movimento modernista brasiliano degli anni trenta del secolo scorso, di cui Limite è il manifesto nobile e mobile, catturato dal nitrato d’argento, mise a soqquadro la musica, la letteratura, la pittura, la scultura, il teatro, il cinema, la poesia, la politica, il motto di spirito, le regole estetiche, le rigide manie comportamentali, la gerarchia dei sessi e delle classi e la loro messa a fuoco, il marxismo e anche la psicoanalisi. Ma non era un movimento in ritardo rispetto alle avanguardie europee degli anni dieci e venti. Breton, di origine, era addirittura psicoanalista…La punta di colore differente e originale rispetto al dadismo, al surrealismo, al costruttivismo, all’espressionismo e al futurismo era infatti l’antropofagismo,  quella istigazione a divorare insaziabilmente proprio il meglio della cultura coloniale, francese, inglese, portoghese, olandese, russa, italiana ereditata o ancora attiva…da digerire, immagazzinare, metabolizzare e anche espellere ove necessario, secondo le buone abitudini degli indios locali…
Il rapporto modernismo-cinema novo-cinema udigrudi di Bressane e Sganzerla (che rappresentò la fertile continuazione-rottura dei novissimi, al di là di ogni Limite) è ben spiegato infatti da due film del cinema novo del 1969 e del 1981,  l’allegoria Macunaima dal romanzo di Mario de Andrade e la cinebiografia di Oswald de Andrade che è O Homen do Pao Brasil, diretti entrambi da Joaquim Pedro de Andrade (e non c’è nessuna parentela tra i tre de Andrade). Quest’ultimo è dedicato alla celebre Settimana d’arte moderna di San Paolo, e all’inaugurazione del Museo d’Arte Contemporanea che negli anni venti aveva scandalizzato i conservatori e i benpensanti ma consacrato San Paolo non solo capitale industriale dell’America Latina ma anche gioiello culturale inarrivabile.
Per tornare a Limite sono espliciti i debiti di riconoscenza dunque rispetto al clima paulista e rispetto alla tradizione d’avanguardia francese, tedesca e russa. Già Sao Paulo, sinfonia da metropole di Adalberto Kemeny e Rodolfo Rex Lustigg, immigrati ungheresi, nel 1929, si era ispirato, troppo esplicitamente però, al lavoro berlinese futurista-metropolitano di Walter Ruttman. 
Qui invece, Gance e Epstein, per i valori luministici, Vertov e i sovietici (soprattutto nel montaggio ad attrazione multipla) e le atmosfere dark degli espressionisti non solo convivono inspiegabilmente senza litigare, ma il tutto è messo in rigoroso controllo plastico grazie a una concezione spaziale dell’inquadratura che deve molto all’astrattismo fotografico equilibrato di Lazlo Moholy-Nagy.
Il pessimismo esistenziale (che è anche polemica romantica contro la paralisi neocoloniale della borghesia brasiliana asservita ai nuovi padroni yankee) è espresso dalle angolazioni curiose e capricciose della camera, che giocano e fanno la parodia del naturalismo (negli anni trenta alla moda ovunque), dalla cadenza lenta e sobria del montaggio, dal tono sinfonico che culmina nel grandioso movimento finale “maestoso fortissimo” della tempesta. Il film uscì al Cine Capitolio di Rio il 17 maggio del 1931, grazie all’iniziativa del Chaplin club ma poi solo nel circuito culturale, con accoglienza tiepida. 
Ma a Parigi e Londra ebbe un successo enorme, prima che Pixoto togliesse la pellicola dalla circolazione frustrato per la pessima accoglienze delle sue opere successive, Onde a terra acaba e Maré Baixa, realizzate nel 1931, Mario Peixoto abbandonò così definitivamente il cinema. E se non fosse stato per il suo amico Saulo Pereira de Mello, che conservò premurosamente una copia positiva di Limite, il film sarebbe andato perduto per sempre. Restaurato una prima volta nel 1958 e una seconda volta nel 1971, questa opera unica è stata riscoperta dagli storici e dai critici di tutto il mondo e oggi permette di inserire il nome di Peixoto tra i maestri latinoamericani del cinema mondiale.