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mercoledì 9 dicembre 2015

A testa alta. Un altro film francese di recente esportazione, piuttosto malsano. Con Catherine Deneuve


di Roberto Silvestri 

Dal 1980 non ricordiamo un film d'apertura di Cannes così brutto e abietto. Neanche quel polpettone nazionalista di Fort Saganne, tanti anni fa. Con Gerard Depardieu legionario giovane, quello. E questo con l'altra gloria nazionale e leggenda vivente, Catherine Deneuve, nel ruolo di un giudice minorile, sempre con quell'aria distratta, sufficiente, appagata compunta ed “eternamente giovanile.
A testa alta, che era fuori competizione a Cannes e in Italia è uscito senza grande successo qualche settimana fa nelle sale, è diretto anzi riportato all'ordine da una messa in scena squadrata e autoritaria dall'attrice-sceneggiatrice-regista Emmanuelle Bercot (già semiresponsabile di quell'elogio lepenniano alle forze dell'ordine che era Polisse, 2011, regia della amica e complice Maiwenn, che l'ha diretta nel gemello Mon Roi). E comunque si avvale di due attor giovani, il biondo protagonista Malony (Rod Paradot) e la sua amata ragazzina skinhead Tess (Diana Rouxel) che sarà bene tener d'occhio perché sembrano sarcasticamente distaccati dall'atmosfera nella quale sono costretti a muoversi qui e cioé come - si immagina – facciano gli strafattoni adolescenti di oggi. Cinici maleducati arroganti e indemoniati.
La polemica sotterranea del film è contro l'ispirazione giuridica imposta dai rooseveltiani nordamericani nel 1945 alla Francia e nonostante tutte le sei sette riforme del settore postbelliche ancora valida, e che pretende la rieducazione e non la più severa punizione per i delinquenti (e non solo minorenni) che come si sa sono irrecuperabili. I film americani ci dicono che negli Usa quella ispirazione giuridica è stata già tradita (anche in Vizio di forma ce ne siamo accorti, e si era attorno al 68). Cosa aspetta l'Europa a girare pagina e privatizzare le carceri minorili e trasformarle in ditta di correzione severa?
Il nostro protagonista quindicenne-sedicenne guida senza patente e quasi non manda in paradiso il fratellino; si immagina che si faccia di tutto; distrugge macchine; ruba e rapina; lavora più che svogliatamente, altro che art.18; urla a perdifiato sempre; butta un tavolo contro la pancia di una donna incinta di 7 mesi; tenta di picchiare gli educatori, appena possibile; evade dal correzionale più volte (e, non essendo né nero né maghrebino, non verrà rispedito mai in carcere)... Ma è buono dentro, perché invoca sempre, quando è alle strette, la mamma e considera l'aborto il peggiore dei crimini. Ci fossero più schiaffoni paterni in famiglia, e manette più strette, tutto sarebbe risolto, sembra suggerirci la regista. E magari aboliamo anche il divorzio che ha davvero distrutto nel profondo la sacra famiglia... Oltre al matrimonio gay (non mancano battute omofobe di Malony) e alla marjiuana come erba curativa.
Liberation definisce A testa alta un “film sociale sarkoziano”. Di centro destra. Ed è un eufemismo. Si finge di far pubblicità al sistema giudiziario francese e agli sforzi immani e commuoventi di un magistrato (donna) e di un rieducatore dai femminei soprassalti emotivi (e dei carcerieri, mai così ridicolmente sensibili e comprensivi) per riportare, con faticosa abnegazione, ai sommi valori (la compostezza dei gesti, la paternità, l'ideologia del lavoro) un ragazzino francese di colore bianco (truccato e shakerato come fosse Brad Dourif da cucciolo), disadattato e nevrastenico, bisognoso piuttosto di un buon psicologo, perché a disagio perfino nella doom, X, no future e black block generation. Insomma. Una scarica di cattive vibrazioni adrenaliniche, addomesticate da uno sguardo paramilitare preoccupante. Cosa ribolle di malsano dentro la pancia della Francia?