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giovedì 27 aprile 2017

Jonathan Demme, Beloved








Roberto Silvestri

Enzo Ungari mi ha presentato Jonathan Demme alla mostra di Venezia del 1981, credo, dove lo aveva invitato per Una notte ho incontrato un miliardario, un film bellissimo (come poi dimostrò Giuseppe Turroni su Filmcritica) che confermò gli entusiasmi di Renato Venturelli e pochi altri critici che avevano apprezzato la potenza figurativa (più che l'organizzazione del racconto) del precedente thriller hitchcockiano, The last Embrace/Il segno degli Hannah, il primo film di Demme che è giunto a noi, perché non abbiamo mai avuto il piacere, neppure home video, di apprezzare in versione doppiata o sottotitolata i suoi cinque exploitation femministi, dinamitardi (ma pacifisti), black e sessantottini: Caged Heat/Femmine in gabbia 1974, Crazy Mama 1975, Fighting Mad 1976, Citizen Band alias Handle with Care 1977. In quella occasione ricordo il suo tentativo di farmi apprezzare Novecento, che noi critici dell' estrema sinistra di classe (e mi ricordo anche Beniamino Placido, critico radical-democratico) non avevamo per niente amato perché grondante ideologia e conoscenza un po' idealistica della classe contadina. Sbagliando. Forse. Poi l'ho intervistato a Firenze in occasione di una stupenda retrospettiva su Corman e i cormaniani organizzata dal defunto Florence film Festival e ho trovato la factory Corman e Demme (che era con Byrne e Goezman) e Dante, e Howard, Hellman, Cameron, Stephanie Rothman, Amy Jones ... sulla nostra stessa sintonia di "sinistra radicale e festiva" ma non fanatica (come era il manifesto in quegli anni), di comunisti libertari come programma minimo, set e redazioni egualitarie ma non nel senso sterile che gli dà (ancora) il Corriere della Sera. La battaglia culturale da fare era sulla storia e sulla attenta radiografia delle soggettività desideranti che esplodevano (potere nero, gay, lesbian, contadini dei tre mondi...).  Contro le falsità che ci insegnavamo. Per rovesciare le gerarchie simboliche dominanti. Per dare agli altri punti di vista, anticoloniali e anti-neo-coloniali, rispetto e parola. Immagini e budget. Corman diceva: fare film con esplosioni, azione, umorismo e soprattutto donne protagoniste. Era un bel concept antisistemico come si dice oggi. Ancora Hillary non stava sfiorando la Presidenza... E Demme proseguì il progetto passando dal Mito alla Storia, e toccando tutti i nervi scoperti dell'Impero, dalla Reconstruction Era (come leggiamo qui sotto) alla prima guerra mondiale, dalla Mafia alle multinazionali della globalizzazione come nuova forma di fascismo, dalla guerra in Corea allo sfruttamento ripetuto e continuato, vendicativo e psicotico di Haiti, dalla guerra contro l'apartheid sudafricano alle donne in fabbrica durante la seconda guerra mondiale (quel Swing Shift che l'ex amico di Demme Ropbert Towne accettò di firmare e distruggere per volontà di Goldue Hawn che ne fu la produttrice/distruttrice). il tutto facendo e amando i generi popolari e il cinema, che non vuol dire struttura esterna e formale dell' immagine, compiacersi dello stile, ma aver fede in qualcosa di vero e di nuovo: ritmi dei piani, dinamismo e eccitazione visuale, tempi della costruzione, rischio in ogni momento, capacità di abbattere il nemico con la dolce ironia e l'affilato sarcasmo......Così, ora che è morto, ripubblichiamo un po' di recensioni dei film di un cineasta amico e maestro, che ha sempre messo in movimento il cervello, perché dentro un movimento dai mille occhi e cuori, con la passione di una star del rock vitale e effimera (in senso nicoliniano).  E ci ha indicato il bel cinema e il brutto cinema (e come spesso questo era più ricco di fermenti di quello). Molti giovani critici italiani ne hanno fatto oggetto accurato di studio. Uno di loro, Luca Guadagnino ha anche voluto incorporarne la qualità principale. Muoversi. Mobilità. Girare. Non fermarsi ma e non compiacersi della propria abilità e stile.






 BELOVED



Anche i fantasmi di quelli che sono stati uccisi per tropo amore, tornano dal passato per vendicarsi? Beloved torna negli incubi della madre che l'ha uccisa (o crede di averla uccisa), incapace di rassegnarsi a vederla avviata verso un destino di schiavitù. Ma come ci si può vendicare dell'amore? Il fantasma è indifeso, non connette, parla a stento, e questo rende ancora più terribile la sua condizione e quella di coloro cui appare. (Alessandro Cappabianca)







BELOVED

Jonathan Demme, Usa 1998


Moonlight ha vinto l'oscar nel 2017 solo dopo che la composizione dell'Academy era stata completamente rivista rispettando le quote etniche. Ma tutti i (non molti) film di ambientazione african-american che hanno affondato le radici nella storia, blaxploitation a parte, hanno avuto vita dura negli Usa del secolo scorso, nonostante il successo commerciale, nel 1985, di Il colore viola, un "women film" diretto da Steven Spielberg e ambientato nei primi del 900, tratto dal romanzo di Alice Walker e interpretato tra gli altri dall'icona vivente, super star della tv, Ofrah Winfrey.
Che, guarda caso, tre anni dopo acquista i diritti cinematografici di un altro best seller black ambientato questa volta prima e dopo la guerra di Secessione, prima e dopo la Reconstruction era, quel periodo di 5 anni (1865-1870)  che spazzò via dal sud i piantatori schiavisti e dette per un attimo il potere politico alla piccola borghesia nera...La storia è ambientata in Ohio alla fine della guerra di secessione. E si racconta dei traumi, dei soprusi, degli incubi e dei crimini patiti durante la schiavitù e la segrezione, di un passato che resta spettrale e cancerogeno dentro i corpi e le menti degli ex schiavi, attraverso i fittim, materiali e immateriali rapporti tra una madre (Sethe) e una figlia (Denver), Sue, la nonna defunta ma sempre presente e continuamente evocata, a cui si uniranno presto Paul D e successivamente Beloved, una ragazza che ha enormi problemi psicologici e la cui presenza smuove  inquietanti ricordi....


Beloved di Jonathan Demme, regista per caso, voleva fare il veterinario, è diventato il più coraggioso e consapevole cineasta statunitense (diventando anche per questo molto amico di Bertolucci e Pontecorvo) è tratto dal romanzo a mille dimensioni storico-fantastiche, e premio Pulitzer 1988, della scrittrice african-american Toni Morrison. E' una ghost story, ma anche un western, un melodramma, un kammerspiel, un affresco storico.... "ha dodici livelli narrativi intrecciati e fusi".
La comunità letteraria americana era insorta quando era stato tolto a Morrison il meritato National Book Award, con tanto di petizioni e firme illustri. Il clamore di quella protesta (45 scrittori famosi e accademici prestigiosi si attivarono sul New York Times in quella occasione) arrivò fino a Oslo e così Morrison vinse almeno il Nobel.
Il progetto di Beloved passò tra le mani di diversi sceneggiatori e registi prima che la Buona Vista (Disney) lo affidasse a Demme - che anni prima voleva portare sullo schermo con la Sony il copione di un giovane cineasta african-american, John Singleton, Boy n the hood che lo stesso Singleton riuscì miracolosamente a dirigere per la Columbia - lasciandogli carta bianca (final cut compreso). Demme adorava il libro e la sceneggiatura, che lo aveva commosso (un libro a cui ha voluto rendere omaggio, rispettandolo completamente senza nessuna variazione, neppure quelle visualmente più giustificabili e "spettacolari") ed era attratto dalla possibilità di cimentarsi in due generi, l'horror e il western, che amava particolarmente. Dopo il successo di Filadelfia (nel frattempo Demme che nel frattempo aveva prodotto alcuni film come il black Devil in a blue dress e realizzato due "performance film",  con Neil Young e Hitchcock) fu scelto da Wiinfrey perché chi meglio di lui poteve superare lo sbarramento mediatico di un progetto esplicitamente "difficile", serio, impegnato e disturbante, nonostante la presenza, di attori straordinari e adorati (come in Filadelfia Tom Hanks)?

Il cast è infatti composito, tra superstar come Oprah Winfrey (nel ruolo di Sethe, la protagonista) e Danny Glover (che è Paul D), superattrici come Thandie Newton (Beloved), che l'amico di Demme Bertolucci volle poi per L'assedio), Beah Richards (Baby Sugs), Kimberly Elise (Denver), Lisa Gay Hamilton (la giovane Sethe), Albert Hall (Stamp Paid). E ci sono anche Jason Robards e Charles Napier (l'attore feticcio di Russ Meyer) in cameo. 
Il film, del '98, è stato piuttosto rimosso in America e poco diffuso. Ma non è, come sembra, un film "in costume sullo schiavismo", insomma un Radici più sofisticato che un manipolo di radical bianchi (Richard Lagravenese co-sceneggiatore, Gary Goetzman coproduttore, Rachel Portman musicista) o quasi gialli (Tak Fujimoto, alle luci) hanno reso digeribile. 
Ma un'opera insostenibile, angosciosa come uno dei primi film femministi di Chantal Ackerman, spettrale come la scena clou di Poltergeist, splatter come un H.G. Lewis, feroce e dolcemente vudu come se il regista avesse radici faraoniche o haitiane. 
E che è probabilmente la prima risposta sensata a Nascita di una nazione, il capolavoro razzista di Griffith che finora non era mai stato eguagliato e superato, per potenza estetica, profondità politica e scienza narrative, da alcun collega nordamericano (Oscar Micheaux escuso, ma lui era black). Lì si visualizzava, attoniti, la pericolosità della "Reconstruction era", quei 5 anni che videro i neri americani, dopo la guerra civile, al potere politico negli stati del sud, fatto così traumatico per l’inconscio collettivo dei bianchi ex padroni da spiegare (ma non giustificare) la nascita del Klu Klux Klan. E Griffith tentava di rimettere il mondo rovesciato al suo posto, costretto dall'immaginario consolatorio a inventare patetiche mistificazioni storiche, montaggi paralleli, leggi sperimentali della suspence, segnaletiche sessuali irreversibili che ancora smuovono l'inconscio dei poliziotti più disarmati e dei nipotini di Indro Montanelli dentro beceri luoghi comuni e pregiudizi. Avete presente le scene dei neo senatori neri rissosi volgari mostruosi probabili stupratori bestiali?  Se si è costretti allo sterotipo gratuito lo sconvolgimento psicopatologico è di livello preoccupante.
Inconsciamente, involontariamente, tutta quella fatica registica, provocata da un pizzico di perdita di potere, però, era il primo grande elogio al potere nero. Demme prosegue su quella strada e spiega la forza della minoranza oppressa parlandoci di Sethe, schiava fuggita in Ohio nel 1873, portandosi dentro casa, sotto forma di spirito né maligno né benigno, tutto il passato di dolore, tortura, linciaggi, impiccagioni, stupri che le donne nere hanno subito (e in più due figlie e un amico) e anche introiettato. La nazione nata, non sarà da allora mai più sicura. Ma inquieta, irrisolta, nevrotica, disorientata, spettrale...E agli storici perfino ai più acuti e profondi dà un contributo cinematografico prezioso, non sempre utilizzato a dovere. Parla infatti di Reconstruction Era finalmente anche dal punto di vista della eroica auto-ricostruzione psicologica ed emozionale da parte degli african american (truffati perchè quei 40 acri e un mulo promessi mica gliel'hanno dato). Un processo che dura tutt'ora e che è straordinario, eroico e tormentato dagli spettri proprio come il romanzo di Toni Morrison.