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venerdì 28 aprile 2017

Demme. Rachel getting married. Rachel sta per sposarsi


Anne Hathaway (Kym)

Roberto Silvestri 

Facevano come «i morti», e si seppellivano sotto manti di foglie. Poche ore prima del suo ultimo giorno di vita, «la tomba nel bosco» è stato l'ultimo gioco profetico del piccolo Herbie. La sorella più grande, Kym (Anne Hathaway), drogata persa, impasticcata di tutto, solo con Herbie ritrovava un po' di se stessa, ma quel giorno... Quel maledetto ritorno a casa in auto non ci sarebbe più stato. Il piccolo muore affogato, dopo un salto nel vuoto della macchina. Anche Kym resterà metaforicamente sepolta sotto quel manto di foglie, dove giace anche il milite ignoto di Corea, Vietnam, Iraq, Afghanistan, Palestina, New Orleans... 
I sensi di colpa possono essere tombe da cui non si torna mai più indietro. Ma questo è il passato indicibile, è il segreto che non dovevamo neanche rivelare, e che scopriremo molto più avanti nell'arabesque comico horror jazz Rachel Getting Married (Rachele sta per sposarsi) di Jonathan Demme, in gara a Venezia 2008, opera indipendente come li facevano negli anni sessanta e settanta Rafelson e Cassavetes, distribuita Sony, alla cinepresa l'impressionista/espressionista Declan Quinn. 

Un puro distillato di emozioni biodinamiche, un set di amici-compagni-familiari di Demme: poeti (il sino-americano Beau Sia), attori (Anna Deavere Smith), cineasti (Roger Corman e Anisa George), musicisti world (soprattutto iracheni, greci e palestinesi), solisti alla chitarra (suo figlio Brooklyn), sacerdoti rivoluzionari amici delle Pantere nere (come Il cugino Bobby) e coreografie sincretiche (c'è anche una scuola di samba) che danno alle immagini quel senso in più provocato da una calda, infinita jam-session per oltre cento invitati. 

Il film è, in buona sostanza, una parata transculturale spedita al mondo come cartolina di auguri a Obama per vincere le presidenziali che (speriamo) sconvolgeranno il mondo, perché, tra l'altro, danno moto perpetuo alle immagini le armonie e i ritmi di Zafer Tawil e del suo oud, del jazzista Donald Harrison jr., del percussionista arabo d'America Johnny Farraj e del suo «ria», del trombettista iracheno e suonatore di santoor Amir Elsaffar, della vocalist siriana Gaida Hinnawi, decostruttrice del tradizionale «maqam» arabo proprio come Demme decostruisce, per inventare poliritmie più incalzanti, il cinema d'azione psicologico alla hollywoodiana, e del gigante palestinese del buzq, Tareq Abboushi, del pianista greco Dimitrios Mikelis. 
Ma ci saranno anche Neil Young (nello spirito) e Robin Hitchcock, a cui Demme già dedicò un toccante ritratto, e che ricambia. La giamaicana Sister Carol East (suo il Wild Thing versione reggae sui titoli di coda di Qualcosa di travolgente) che esegue Dread Natty Congo, la dj Anita Sarko....e poi si tifa bianco-nero: il cuore della storia è un matrimonio felice tra un uomo d'affari black e una rampolla bianca della media borghesia agiata e liberal dell'east coast. Felice coppia, ma i fantasmi del passato rimangono, e anche tutti i problemi del presente, snocciolati via via attraverso sanguinose allusioni di dialogo o presenze di cast (guerra, torture nelle basi Usa stile Guantanamo, schiavitù del lavoro, la violenza della polizia, Katrina, Haiti...). 
Anche se la coppia si trasferirà per vivere (e non è un caso) proprio nelle ridenti Hawaii, care a Barack. E Kym? Ricoverata in riabilitazione da tossicodipendenza, l'«addicted» che fece Il diavolo veste Prada - durezza negli occhi da Winona Ryder, dolcezza di gesti da Liv Tyler, oscenità linguistiche alla Bukowski - viene dimessa per partecipare al matrimonio della sorella, psicologa laureata, Rachel (Rosemarie DeWitt), con l'obbligo di proseguire una terapia di gruppo. Presenza pesante. 
Come alimentatore di nevrosi e psicosi la famiglia non ha rivali (Family life, di Ken Loach), anche senza quella doppia tragedia alle spalle. Qui comincia davvero il più strano e originale degli home-movie party, quando un suo compagno di sventura e di clausura riabilitativa, un drogato «piromane perso», saluta sferzante Kym (e una sua probabile amante nera): meglio bruciare tutto che trasformarsi in una «automobile-pallottola» killer. 
Da allora, camera a mano, e spesso telecamera digitale, entreremo in un interno (e negli esterni) di famiglia, con giardino, piscina e stanze di sopra dei ricordi e dei segreti, in una villa grondante agiatezza, libri, dolore, humor, sesso rapido, cattiveria, allusioni politiche radical, riti di matrimonio del tutto liberi e inventati, e perfino gioia (alla Frank Capra) di vivere e grinta (alla F.D.Roosevelt) di andare avanti senza paura, rimboccandosi tutti le maniche, nonostante un passato così dark. 

Il matrimonio, ma questo è il futuro del film, sarà il più bello mai visto, e non parliamo ancora della colonna sonora «live», da immortalare nell'iPod (neanche Robert Altman ne coreografò uno simile, neanche Arthur Penn trovò in Il ristorante di Alice un set così libero, rock, hippy e deliziosamente promiscuo). Però, come fossimo in un faticoso concorso di oratoria, o nelle ultime primarie democratiche, nella famiglia di Kym se ne diranno tutti di tutti i colori. 
Certo, una volta a pancia piena, e grazie alle premure gastronomiche eccessive di papà Paul (il grande Bill Iwin), antinazista al punto di non nominare mai la parola «hamburger» e da usare «nachtmare» invece di «nightmare» per dire incubo, perché, in tedesco, è molto più atroce. Il tutto secondo le istruzioni dettagliate, ma svincolate da ogni «regola classica narrativa» della sceneggiatrice, di alessandrina ricercatezza. 

Che è addirittura la giovane, fantasiosa e perspicace figlia di Sidney Lumet, Jenny. Non mancherà perfino una gara tra padre e genero (Tunde Adebimpe, il cantante dei Tv on the Radio) «a chi riempie meglio e con più stoviglie la lavastoviglie», che vide in lizza, nei ricordi infantili di Jenny, il regista-coreografo Bob Fosse e suo papà. Voleranno gli schiaffi, reali e verbali, perfino tra una rigida madre New England (la divorziata e «irresponsabile» Debra Winger) e sua figlia «l'assassina involontaria», cui sarà bene non prestare mai più un'automobile, come fossimo in una spregiudicata «corale» di Andrè Desplechin. 
Ci saranno concorsi di perfidia anche durante il rituale brindisi agli sposi, carognate psicologiche per strapparsi i posti «migliori» nel tavolo della sposa e per conquistarsi, con il ruolo di damigella d'onore, che potrebbe sfuggire alla fragile Kym, anche il diritto a scegliere il colore del «sari indiano» obbligatorio, affinché non provochi sfacciatamente il destino. Grigio, mai viola. 

Nel Connecticut, lo stato dal sistema fiscale più complicato del mondo, la cui rigidezza puritana fu santificata nel fuoco che bruciò «le vergini di Salem», siamo abituati alla crudeltà incestuosa massima e ai viaggi nel tempo e nello spazio più azzardati: Mark Twain trascinò proprio un giovane del Connecticut alla tavola rotonda di re Artù, affinché imparasse e maneggiasse, contro la vecchia Europa, i fondamenti della politica forgiati nel medioevo. Qui Demme ci consiglia di fare l'operazione opposta. Di portare nel Connecticut, e alla tavola rotonda di un pranzo di nozze, India, Cina, Brasile, Medio Oriente e Europa perché, senza l'aiuto delle più antiche civiltà, gli Stati uniti d'America cadranno nel baratro. 
Demme, che in questi mesi sta lavorando a un documentario su Katrina e su alcune famiglie di New Orleans che tutto hanno perso per colpa del «sistema America», ma che vogliono lottare perché l'America è anche, contraddittoriamente il peggio e il meglio del mondo, nella più tragica delle sue commedie, in questo «bellissimo film casalingo» che già luccica di Leoni d'oro, non rende piacevoli i suoi personaggi, ma vivi, problematici. Siamo talmente immersi nelle vicissitudini di questa famiglia che sembrerà la nostra, che, se ci sarà un attimo di sbandamento onirico, sarà solo nel momento in cui, a festa finita, tutti vanno a dormire. E, un attimo dopo, ci risveglieremo con Kym in lotta con i suoi fantasmi.

e il titolo del manifesto fu:


Il matrimonio? Piace solo col cortocircuito
Un set (molto) altmaniano ricreato dal regista per una storia scritta da Jenny Lumet, che ruota intorno a Kym (Anne Hathaway), uscita da un centro di disintossicazione per recarsi al matrimonio della sorella Rachel (Rosemarie DeWitt). Una splendida tragicommedia, dai toni acidi e surreali, uno spaccato di America pro-Obama nel cuore del Connecticut