lunedì 12 febbraio 2018

Detour. Clint diventa rosselliniano. 15,17 to Paris




di Roberto Silvestri

Tre ragazzi americani tre anni fa fermarono disarmati, su un treno in corsa, un coetaneo stragista all’opera. Poi hanno scritto in un best seller la loro storia. E Clint li ha fatti esordire come attori a raccontarci questa avventura straordinaria e i suoi retroscena. Un instant movie che utilizza e stropiccia sistemi emozionali di ogni tipo (action movie, spiritual movie, racial movie, school movie, road movie, femminist movie, buddy movies, war movie, sex movie, film commission movie…) e perfino materiali di repertorio con tanto di presidente Hollande in campo, e risponde alla domanda che tutti ci poniamo. La domanda non è: come mai in America tutti sono attori nati come Alec Skarlatos, Anthony Sadler e Spencer Stone? Ma: cosa possiamo fare noi cittadini disarmati davanti a un gruppo organizzato, dinamitardo, e presumibilmente disperato di morituri che può massacrare decine e decine di civili ovunque e in qualsiasi momento nel mondo? Dobbiamo armarci tutti, uomini e donne e bambini, come urlano i reazionari collusi con la Beretta? Dobbiamo riempire le strade e le piazze di mercenari pubblici e privati agganciati agli MK17? No. Clint dice no. Il fascismo non si combatte così. Ce lo ha insegnato Franklyn Delano Roosevelt. Nella prima parte del film i tre bambini, che fanno a pezzi assieme alle loro mamme l’ipocrisia e la pericolosità dell’insegnamento cattolico, si interessano solo alla seconda guerra mondiale, studiando strategia militari sul fronte orientale e occidentale, con la stessa grinta e passione di George Lucas davanti alla sua collezione di supereroi Marvel.  Sorprendente questo detour per chi ha sempre preferito i repubblicani, i presidenti forti che non dimentiano l’opzione atomica, e enfatizzato il concetto di individualismo drastico come base della civiltà Usa. Davanti a scenari inediti, però, ci spiega Eastwood, si richiede un salto di ingegno, una deviazione dalla ragione comune e dalla immaginazione solita. Due dei tre amici sono bianchi. L’altro è nero. I due bianchi amano le pistole - l'altro ricorda sarcasticamente che gli african american frequentano poco la caccia -  con la stessa determinazione del protagonista di Gun Crazy, il noir di Joseph H. Lewis del 1950 che raccontava come la passione per le armi, e per saperle usare con grande competenza, non sia solo sintomo di pulsioni autoritarie distruttive, ma a volte garanzia di democrazia, se non deviata dalle maligne (in quel caso) macchinazioni di una femme fatale  o strumentalizzate da dittatori pericolosi. Questo non è sorprendente. Fin dall’epoca dell’ispettore Callaghan, Clint, come Rossellini, ha sempre affermato l’importanza della storia per comprendere meglio le novità che attentano alla convivenza democratica anti razzista e antisessista.  Se la giustizia diventa formale bisogna darle uno scossone sostanziale. Solo chi è in malafede non ha capito che questa radiografia d’America aiuta a capire il mondo che cambia attraverso ipotesi nuove. Dunque che Clint è un cineasta d’avanguardia.

Alec Skarlatos, Anthony Sadler, Spencer Stone 

Nessuno si aspettava, però, un film così. Squilibrante. Strano. Semplicissimo. Può causare irritazione patologica. Oltretutto è vietato in Gran Bretagna ai minori di 15 anni! Gore, sesso, parolacce, una sceneggiatura demenzial-popolare che ha tolto - come faceva Bresson - ogni inutile orpello psicologico alla triade gloriosa (merito di una rookie, e Clint adora i giovani alle prime armi come Dorothy Blyskal). 15,17 to Paris è soprattutto una rilettura storica dei fatti non agiografica e una concezione spirituale della vita che fa infuriare accademie, chiese e tromboni vari. Il cittadino armato può essere utile solo se la società e sana a possiede valori comunitari alti. Questo è il messaggio che infastidisce. Sembra che Clint parli dell’Armata rossa, russa o cinese, o dell’esercito popolare svizzero…

Si è detto invece, in America e qui. Questa trilogia sull’eroismo americano dell’uomo comune avrebbe riesumato alfine lo sciovinismo destrorso del regista. Si sapeva, no? Clint ha sbagliato sempre al voto, da Nixon a McCain a Trump… Ma questa volta, più che davanti a American Sniper e Sully, gli altri pezzi della trilogia seccante sull’eroismo dell’uomo comune - comune poi fino a un certo punto perché sono tutti e tre fortunati e ben addestrati e soprattutto non sono loro ma un altro il primo che disarma il terrorista, altro guizzo destabilizzante della storia - qualcosa ha fatto deragliare l’intelligenza e i nervi degli spettatori, professionali o meno. Tanto che ci viene un sospetto. Per gli anarchici come Clint il voto nullo è proprio come un’estasi erotica. E quali voti sono stati più nulli dei suoi (a favore di baby kisser scacciati o sconfitti o smaniosi di impeachment…)?


“Film commerciale – ricordava Renoir a Rossellini – non vuol dire ricerca del profitto a tutti i costi, coi mezzucci e l’uso di algoritmi dello statisticamente corretto, ma imporre un’estetica”. A una certa età ridicolizzare quell’estetica omogeneizzante (per esempio quella ben ricalcata da Greengrass in un blockbuster simile, ma esageratamente leccato e adorato, United 93) deve essere diventato la piacevole missione di Clint. Che ha fatto dunque il suo primo (si spera di molti) film testamento, molto autobiografico. E’ anche lui l’uomo qualunque che viene dal nord California (Sacramento come San Francisco), ha dei principi morali che entrano in rotta di collisione con le autorità religiose (in questo caso cattoliche, a giudicare da quel poster del cuore di Gesù, molto ottuse), che si impone una disciplina fisica e psichica durissima ma non per non essere un loser ma perché vuol diventare una persona degna di rispetto, utile agli altri (tutto il contrario di chi smania per il successo personale ai danni di tutti, si ascolti la più blasfema delle preghiere notturne, in epoca scientology, di Spencer Stone) e poi viene sradicato dai suoi amici di infanzia per colpa dei bigotti, e ha la fortuna di trovare in Europa (e proprio nell’odiatissima, dagli Usa, per anni, Francia) fama e Legione d’onore… Non basta l’individuo degno di rispetto e tecnicamente preparato. Deve essere attorniato da istituzioni integre. Maestri affascianti, addestratori militari efficienti. Che sanno come salvare la vita a un ferito. Uno stato sociale di cui si fa un elogio che proprio non ci aspettavamo. Rooseveltiano. 
 

Il film è andato di traverso così anche nel middle e tra i rednecks che di stato non vogliono sentir parlare. E poi. I bravi ragazzi non dicono parolacce, non fumano canne, non si sbronzano e non frequentano la “Roma più perversa” o i club olandesi alla Kechiche (in due minuti tutto Mektoub my love canto uno e due). Quella tirata berlinese contro gli americani, infine, che pretendono sempre di aver salvato il mondo, e perfino dall’immonda bestia, mentre sono stati i comunisti e pure russi a distruggere Berlino e Hitler, ha fatto uscire dalle sale metà pubblico statunitense infuriato.
Insomma. Eastwood, a destra e a sinistra, questa volta avrebbe proprio dato i numeri.
A 87 anni compiuti, questi 94 minuti (record di sintesi) girati al volo come se in un instant movie della New World di Corman, sarebbero noiosi, banali, turistici, cartolineschi. Personaggi senza spessore psicologico, permeati da religiosità equivoca, non fosse per le scene d’azione finali, quando il montatore, il direttore della fotografia e il musicista prenderebbero il sopravvento rispetto al regista canuto e lo immobilizzano. Colpa, ovvio, anche di una donna, della sua sceneggiatrice, dilettante, che ne sa di macha possanza, addirittura ex producer, che ne sa di dinamismo adrenalinico? E poi, a chiudere con questo capolavoro di cinema illuminista-irrazionale, come lo avrebbe chiamato senza affetto Cesare Cases, Ore 15,17: attacco al treno, o meglio, in originale, Alle 15.17 verso Parigi, è pieno di numeri.  Ben quattro numeri già nel titolo. Il primo è fortunato, l’altro annuncia disgrazia. E poi la data, 21 agosto 2015. Siamo già nei territori della Cabala. Apparirà poi, su sfondo biancorosso, un grande 25 - la Legge, la parola di Dio, il giorno del sacrificio - che infatti è anche il numero di maglia di Thomas Mueller, il centravanti (e anche centrocampista!) magico del Bayern Monaco e della nazionale tedesca (un nome, oltretutto, Robert Swan Mueller, diventato l’incubo di Trump).

Ma per tutto il film si continuerà a insistere sui numeri e sulla loro fondamentale importanza, scientifica non magica, per comprendere qualunque cosa. Arte della guerra compresa. 
87 anni, 36 regie,  Eastwood la sa lunga, ha esperienza, non si fa intrappolare dal già fatto o dallo stile e migliora i classici. Adesso maneggia davvero alla perfezione la saggezza visiva di Don Siegel e si avvicina perfino agli europei. Come Eisenstein fabbrica un film come “campo di guerra”. Ma non si indicano le cose vere se non si attraversano le verosimili. Gelato, colazione da Gritti, ostelli per studenti, ballo, sballo, selfie e torre Eiffel sembrano banalità turistiche degne di Woody Allen a Roma. Già. Lo sono. Verosimiglianze molto plausibili quando si tratta di vederle alla luce dell’obiettivo terroristico.  
Come Rossellini. Non ripetersi mai. Non affidare il film ai plasticosi clichés ritmici (qui la poliritmia è proprioi free jazz, come scrive Giulia D’Agnolo Vallan). Afferrare il protagonista e farlo passare nei tentacolari labirinti dal destino al quale non sempre ci si può opporre (e qui i fan del libero arbitrio si inalberano). Certo, anche alternare attori professionisti con non attori presi dalla strada.  Certo anche voler spiegare i punti essenziali della storia di un paese a forza di sembrare indifferenti al versante “spettacolare”. Ripartire dalla seconda guerra mondiale, la guerra giusta, per vedere come affrontare quest’altra guerra, talmente inedita ma apparentemente infinita che ci obbliga a percorrere altre opzioni oltre a quelle militari. Che ne dite di cambiare un modello economico finanziario così disastrosamente imperiale? diceva Rossellini e oggi Clint.

Come Brecht. Non si può dire che questi “attori” abbiamo problemi a indicare quel che i veri protagonsti dell’azione abbiano fatto, senza sforzi interiori per immedesimarsi nei ruoli. Come quel treno alla Dario Argento, di questo che tra i suoi thriller è il più horror.