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mercoledì 21 febbraio 2018

La nuova bizzarria di Sally Potter, The Party. E Gabriele Muccino che ci consola

Kristin Scott Thomas in The Party di Sally Potter


Roberto Silvestri

Una donna sconvolta, bionda e segnata, apre la porta e sta per sparare con la pistola contro chi sta entrando in casa. Non è andata dal parrucchiere, come si sottolineerà più tardi acidamente. Il controcampo però non ci sarà e non ci farà vedere contro chi è diretto il colpo.
Il film, in bianco e nero, quel bianco e nero anni 60 dai grigi preziosi, alla Chi ha paura di Virginia Woolf?, comincia così. In pochi secondo vediamo un'attrice che ha la rara virtù di farci capire che tutto quel che sta pensando è intelligente e interessante, anche se non sappiamo bene di cosa si tratta. Ci fidiamo di lei ciecamente.... Poi. Flashback. Interno di casa agiata della borghesia intellettuale londinese, piano terra con cortile alberato.  Sapore di kammerspiel. Dialoghi scintillanti e acuminati (merito di Sally Potter, che è più in auge dopo la fortunata serie di Harry Potter, e Walter Donohue). Il flashback durerà tutto il film.


Si torna all'inizio di The party che non vuol dire solo festa, ma anche Partito. Infatti si festeggia con tutti gli amici la nomina a ministro ombra della sanità dell'opposizione laburista di Janet (Kristin Scott Thomas, è lei che sa recitare esibendo i pensieri che ha in testa, mossa da intenzionalità segrete, ma di sicura efficacia). Primo passo di una possibile leadership del partito, la prima Thatcher e la prima May non reazionaria.
Gli amici chi sono? Martha (Cherry Jones) lesbica militante e la sua giovane amante Emily Mortimer (Jinny),  troppo gelosa (anche di un passato lontano) e fragile. April (Patricia Clarkson, la più premiata del cast) che è una americana di estrema sinistra, e i suoi duetti con Janet sono spassosi come potrebbero essere quelli di Vanessa Redgrave con Glenda Jackson, o di Corbyn e Sanders con Hillary, visto che è sempre pronta a sfottere amichevolmente la politicante in ascesa e il suo stesso marito, un barone universitario arguto e saggio di origini tedesche e approdi new age, Gottfried (Bruno Ganz), che a inizio festa fa comunella e beve con il marito di Janet, Bill (Timothy Spall), sempre seduto sulla poltrona, attonito e inquietantemente misterioso, non si sa se pensoso o malatissimo. In attesa della la coppia formata da Tom, un bancario tutto soldi e successo (Cillian Murphy) e dalla moglie, stretta collaboratrice di Janet nel partito. Arriverà Tom da solo. E, stranamente nervosissimo e armato.....


Come sono melodrammatici, se immaginati dai britannici, questi intrighi di famiglia e questi triangoli complicati e perversi che uniscono le persone che si vogliono bene, anzi fin troppo bene, intrecciando sentimenti proibiti con segreti, bugie, messaggini piccanti per sms, condanne a morte stabilite dai medici, pugni proibiti e tradimenti vari. Qui ne avremo un campionario completo ed estremo. E sembra che ci sia lo zampino di Paolo Costella (Perfetti sconosciuti), perché anche qui il tracciato narrativo segnato dai telefonini cellulari è quello che più conta.

Ivano Marescotti, Stefania Sandrelli e tutta la famiglia riunita in A casa tutti bene di Gabriele Muccino

Certo, in un recente film italiano scritto da Paolo Costalla e Gabriele Muccino, A casa tutti bene, che sempre su una festa si concentra (le nozze di platino di una coppia che radunano tutta la famiglia nella loro villa al mare su un'isola, e mai avrebbero dovuto farlo) non mancheranno la scena del pranzo con il vino e i piatti spaiati e i due lasciapassare che confermano la nazionalità del film (c'è sempre un prete e un cane nei nostri film) e tanti bambini che nei film inglesi in genere sono solo un fastidioso impiccio.

il prete, a destra e l'intera corale
La commedia agra di Muccino sta avendo un grande successo nelle nostre sale anche perché l'intero cast è in grande forma (Accorsi, Favino, Crescentini, Sabrina Impacciatore, Elena Cucci, Claudia Gerini, Ivano Marescotti, Sandra Milo e Stefania Sandrelli perfette come al solito, Massimo Ghini (il malato non immaginario), Valeria Solarino e Gianmarco Tognazzi che deve stare - per contratto? - sempre un po' sopra le righe) come se fosse diretto da Mario Monicelli, e le tragedie che raccontano (generati da passioni incestuose, tradimenti, avidità, grettezza, insensibilità...) gronda sensi di colpa. Tanto che all'uscita tutti gli spettatori, che si riconoscono perfettamente in quelle storie, sono indecisi se andare a confessarsi o a votare per il M5S che promette pulizia e trasparenza obbligatoria. Insomma la tragedia più esplode e più implode. Mai che si parli in questo film altro che di soldi o di sentimenti. La politica è un argomento proibito, basta accennare a un tratto a Berlusconi. E, naturalmente i bambini assumono (colpa di De Sica e di Ladri di biciclette) il ruolo di controllori e giustizieri: nella realtà sono i genitori che ne controllano e ne castrano la sessualità, nel cinema i bimbi si vendicano e guai a sgarrare: ci sono loro a fare i poliziotti dei corpi. Però alla fine tutto torna come prima e, se proprio esplodono rotture defiintive, le pistole non spuntano. E non credo per adesione ai principi di Dogma 95. Muccino ha la mistica della consolazione e ha chiesto a Nicola Piovani di sostenerlo musicalmente con melodie struggenti ma moderate. Deve curare le ferite di tutti. E tutti lo applaudono. Qui a Londra l'umorismo è freddo e nero. Di applausi non si parla.
Sally Potter, una cineasta che è davvero totale, visto che è attrice, musicista, direttore della fotografia, montatrice produttrice, è rimasta, dopo la morte di Derek Jarman, l'enfant terrible del cinema inglese. E questo da quando, a 14 anni, ha fatto il suo primo film in super 8 e nell'83 diresse Gold Diggers  conquistando il pubblico più chic del Lff. Non smette mai di congegnare le storie più bizzarre (da OrlandoLezioni di tango, da Thriller a L'uomo che pianse a Ginger & Rosa)  magari utilizzando dialoghi quasi tutti in pentametri giambici, come Yes, o girate col cellulare e solo in primi piani (Rage).

martedì 27 gennaio 2015

Turner di Mike Leigh. Perché il mio "punto di vista" non è un'opinione. Incontro al vertice sul tema della luce


Roberto Silvestri 

Inattuali, controccorente e incompresi dalla loro epoca Pasolini, Turner e Leopardi sono al centro dell'attenzione in questa vitale fase della ricerca cinematografica più approfondita. Abel Ferrara ha voluto far parlare addirittura in inglese il primo, visto che il nostro poeta fu l'indecifrabile profeta del sessantotto morente, anzi assassinato. E Martone ha estremizzato la sua diversità fisica, come fosse il gobbo di Notre Dame, per visualizzarne l'alterità interiore totale, neo antica, nel paesaggio contemporaneo di un'Italia incapace biologicamente di 'crescita'. Di paesaggi contemporanei si occupò, scavalcando la velocità della luce, l'occhio prensile del pittore inglese. E da allora le 'vedute' non sono stati più le stesse.  
Mike Leigh sul set
Mike Leigh, che vinse il festival di Cannes nel 1996 con Segreti e Bugie, incontra e racconta nel suo terzo film in costume, Mr. Turner, in originale, Turner in italiano e in Usa, la vita e le vicende pubbliche, artistiche e private del grande artista ottocentesco, precursore della rivoluzione impressionista. 
Successo critico strepitoso in patria, dopo il concorso sulla Croisette nel 2014, finalmente arriva nelle sale italiane questo film summa dell'eccellenza britannica che gli esperti di Cannes giudicarono evidentemente più innovativo, sorprendente e riuscito dell'altra escursione profonda nei chiaroscuri del romantisimo europeo del XIX secolo,  Il giovane favoloso di Martone. Il fatto è che Cannes ha un debito di riconoscenza verso un cineasta che ha sempre ben ripagato i cinque inviti in concorso. Turner ha vinto a Cannes il premio per il migliore attore (a Timothy Spall) e per il miglior contributo tecnico artistico (a direttore della fotografia Dick Pope). E  ha conquisto quattro nomination all'Oscar 2015: Dick Pope (fotografia), Jacqueline Durran (costumi), Gary Yershon (musiche originali) e Suzie Davies e Charlotte Watts (desing produttivo).
Troupe e cast a Cannes
Nonostante la sontuosa scenografica, la raffinatezza dei costumi e la filologia accurata nelle acconciature, però, Mr. Turner non è il tipico biopic d'alta rigatteria poggiata sull'ovvio narrativo. Si tratta invece, citando le parole stesse del cineasta, di “una distillazione drammatica”. Alchimia, non agiografia, né gelido rigore documentaristico. L'opposto di uno sceneggiato televisivo che modera, smussa e annacqua l'aneddoto. Anche se il suo autore proviene dal ricco vivaio della Bbc qui si sente l'urlo e il grugnito anacronistico del performer punk che è altro dal mondo in cui vive... 
Girato in digitale e in piena indipendenza produttiva, Mr.Turner è un film bello e discutibile. Una incursione, questa sì documentaristica, sulla vibrazione della pennellata è il suo cuore formale. E sul colore, ma dal punto di vista del processo ottico, non della piacevolezza cromatico. Cioé veniamo condotti dalla telecamera sulla soglia di percezione del colore. Un film tutto fiamme e acqua, sole e mare. Nel loro stato solido, liquido, gassoso. Dall'impasto ecco uscire il concetto di "luce problematica" che tanto appassionò lo sguardo turneriano. E che i bigotti arroganti e ignoranti dell'epoca considerarono orripilante “crosta da miope”. 
Leigh racconta, in due ore e mezza - ma passano veloci perché il film è dinamico come un Jackson Pollock in azione - gli ultimi 25 anni di vita del grande pittore romantico inglese (1775-1851), precursore dell'impressionismo, dell'astrattismo e dell'informale. Cioé di tutti quei tentativi di rendere percettibile il tempo arabescato della luce. 
Turner infatti, il compulsivo e onnifago “pittore della luce”, è artista cinematografico per eccellenza. Sia per le sue ricerche luministiche, da pioniere (sarà attratto irresistibilmente dal dagherrotipo e dalla scienza collegate al magnetismo dei colori). Sia per una biografia on the road e poco raccomandabile: due case (una segreta, a Margate, sul Tamigi); molti viaggi (il film inizia tra le nebbie olandesi); curiosità necrofile da fotoreporter; una moglie abbandonata e i figli e i nipoti trascurati; una governante più che devota; qualche visita, non solo professionale, nei bordelli; l'adorazione per i marinari e l'ossessione per il più marinaio di tutti, l'ammiraglio Orazio Nelson; la continua lotta contro il conformismo dell'ambiente artistico ufficiale; un padre adorato, suo assistente 'colorista', la cui morte lo getterà nella disperazione più nera; il trattamento sprezzante per i colleghi, soprattutto neo-gotici; alcuni esperimenti da antesignano della 'body art', come farsi legare all'albero maestro di una nave per analizzare una tempesta oceanica 'dal di dentro'; la passione fou per Mrs. Booth, locandiera sul mare, donna di una “bellezza intensa”, straordinaria, che allieterà i suoi ultimi anni di vita... 
Il direttore della fotografia, Dick Pope, ha lavorato sodo per restituirne spirito e look dell'epoca senza sembrare ridicolo e la sua soluzione principale, immergere tutto in uno spazio fiammingo geometrico, alla Vermeer, o nella “luce tenebrosa” di Goya, ci è sembrata, più che un motto di spirito, o una scelta estetizzante, un metodo fecondo per illuminare un personaggio del passato mettendolo in doppia prospettiva storica. Diceva il critico d'arte (e di quell'epoca) Ruskin che il “restauro” è un crimine, la “peggiore delle distruzioni perché accompagnata dalla falsa descrizione della cosa che abbiamo distrutto”. E così come una architettura in macerie ha più verità di una ricostruzione “come se fosse l'originale”, così la biografia cinematografica per non essere un falso artistico o un falso storico, non deve cancellare ogni traccia del passaggio dell’opera d’arte nel tempo. E dunque Leigh può sfogare tutta la sua indole espressionista senza disturbare il suo oggetto d'analisi.

La colonna sonora, poi, affidata alle sonorità più postdodecafoniche che minimaliste di Gary Yershom, ha il compito di spiegarci che, come la pittura è una poesia senza parole, così la musica è un cinema, un flusso spaziale dinamico, 'senza immagini'. Bisogna avere due occhi per apprezzare dunque il film, un “occhio solare” e un “occhio musicale”.
Mr. Turner è il terzo film in costume, dopo Popsy Turvy e Vera Drake, del cineasta settantunenne di Manchester, esplosivo durante il decennio nero di Thatcher per i suoi acidi impasti cromatici e concettuali antiliberisti, così come pieno di sarcasmo e furia è qui a fiancheggiare, quasi diventandone un sorta di esecutore testamentario o di alias, il più grande paesaggista inglese, interpretato con l'incisività burbera di un Charles Laughton perennemente bofonchiante, sputacchiante e meditabondo da Timothy Spall, abituale collega d'avventura e così affezionato a Leigh da aver studiato pittura per due anni e da portare, scritta negli occhi, la sua “impossibilità ad essere Turner”.


J.M.W. Turner, dalla vita privata eccentrica e nomade, membro dell'Accademia Regia ma odiato a corte e sbeffeggiato dal popolo per il metodo pittorico avulso (l'uso di coloranti e additivi non ortodossi, anzi culinari), lo stile avveniristico, le forme inquietanti e la luce 'irrealistica' delle sue vedute, adorato dalla critica più sensibile (John Ruskin, che forse è il punto debole del film, mi pare troppo schematicamente delineato) e impermeabile ad ogni seduzione di mercato (lasciò tutte le sue opere allo stato affinché tutti ne potessero godere, e gratis), fu l'implacabile e drastico nemico dell'iconografia vittoriana e critico del capitalismo, 'perverso' disumano e alienante, almeno come lo descriveva l'esperto Adam Smith in quegli anni: famelico di guerre di conquista, truffe salariali e schiavi (La Ricchezza delle Nazioni, libro V, cap. 1). 

Ma è soprattutto il suo quotidiano lavoro artistico, rappresentato come se fosse all'opera uno scienziato, tutt'altro che pazzo, o un carpentiere navale, a rendere questo film interessante quanto il Van Gogh di Minnelli o il Salvator Rosa di Blasetti. Ecco arrivare con il suo taccuino Tomothy Spall “col demonio che ogni mattina mi porta nello studio con tutte le speranze che per ora rimangono solamente tali”...in mezzo a un mondo di “money-making mob”, una plebe che fa soldi. E solo a quello aspira. Come avrebbe commentato, altezzoso, Ruskin.
Il progetto Mr. Turner ha ben venti anni ma la realizzazione è stata possibile soltanto quando Leigh è riuscito a raccogliere i 13.5 milioni di dollari sufficienti, anche se ha dovuto eliminare dalle riprese il viaggio a Venezia, dopo la morte della sua produttrice storica, Simon Channing Williams. Peccato sulla questione delle “soglie di visibilità” l'incursione lagunare sarebbe stata chiarificatrice. E avremmo compreso meglio la rivoluzione di Turner che spinge la pittura, seguendo il Trattato della luce di Goethe, a liberarsi dalla rappresentazione convenzionale delle forme dell' "esterno", studiando otticamente il bagliore (parallelamente a Caspar David Friedrich...), la torbidezza, la nebulosa atmosferica della nebbia, l'abisso dell'oscurità...