Visualizzazione post con etichetta Isabella Ferrari. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Isabella Ferrari. Mostra tutti i post

martedì 20 febbraio 2018

Poesie di combattimento. E' morto Tonino Zangardi, total film-maker



di R.S.

E' morto il 19 febbraio Tonino Zangardi. Un cancro fulminante lo ha ucciso in sole tre settimane. Aveva 60 anni. Come Spielberg aveva iniziato a girare super 8 da giovanissimo. Poi il Centro Sperimentale di Cinematografia.
Antonio Zangardi, fratello dell'attore Marco Zangardi, è stato romanziere, regista, sceneggiatore, montatore, attore e produttore indipendente, ex assistente dei fratelli Taviani sul set di Prato, autore di servizi e programmi televisivi e di due serie, Ricominciare (2000) Zodiaco il libro perduto (2012). Per la maggior parte della critica Zangardi faceva parte della "parte bassa" del cinema italiano, forse perché se ne sbatteva del Reference System, e anche se, sappiamo da Marco Giusti che è proprio li, nelle parti basse non nel Reference System,  che si scatenano le forze immaginarie più feconde.
Il cinema, come la poesia tutta, non è solo cervello e cuore, ma coinvolge zone ancora più basse, regno dell'eros e dell'istinto, quelle che sapeva indicare così bene Allen Ginsberg. Parti basse che erano anche i paria, gli esclusi i sottoposti, i dominati, le maestranze (ai lavoratori tecnico-operai dei film di Nanni Moretti Zangardi ha dedicato un film tv), sempre al centro del suo cinema di combattimento.

Per un celebre critico, invece, nei film di Zangardi: "l'impegno sociale non gode del necessario apporto formale e narrativo". Ma ci sono due tipi di registi. "Quelli che guardano in alto e quelli che guardano in basso", diceva Godard. Zangardi non era certo un "hitcockiano", geometrico nel sapere esattamente cosa osservare, ma piuttosto vicino al metodo Gatlif, Cassavetes o Grifi lasciava che le cose e le persone si guardassero, producendo emozioni impreviste e catturando segreti invisibili perfino al director. Insomma Zangardi, regista involontariamente di nicchia, come ha scritto Antonello Catacchio sul manifesto, è stato un autore di cinema "politico-poetico" e una persona nobile che si è messo progressivamente fuori giro, fuori gioco, fuori schema, diventando estremamente pericoloso per la macchina istituzionale e la ricezione pigra del cinema, tanto che lo incontrammo al Lido di Venezia con la pizza sotto braccio di Un altro giorno, con l'attrice e agguerritissima compagna Antonella Ponziani (in quella occasione regista del corto La nota stonata) e con Nico Cirasola (Da do da) tra i fautori di un controfestival sulfureo, il Salon de refusees, il club degli esclusi, nel 1994.
Antonella Ponziani
Dal 2007 aveva a lungo soggiornato a Mantova dove aveva fondato assieme a Cristian Calabrese e all'imprenditore e attore veronese Vladimir Castellini la Master Film Academy, scuola di recitazione e di scrittura cinematografica. I suoi dieci film: Allullo drom (1993), il mondo gitano della provincia toscana (con Isabella Ferrari e Claudio Bigagli); Un altro giorno ancora (1995), con Valeria Cavalli (fotografia, archeologia e Puglia); L'ultimo mondiale (1999), con Angelo Orlando; Prendimi e portami via (2003), sempre sui rom, con Valeria Golino; Ma l'amore....sì! (2006), con Anna Maria Barbera (eredità e ristorante calabrese); Sandrine nella pioggia (2007), noir con Sara Forestier femme fatale; e poi il corto Friday (2015) con Dino Abbrescia; L'esigenza di unirmi ogni volta con te (2015) con Claudia Gerini e Marco Bocci, tratto dal suo romanzo, e selezionato al festival di Montreal; My Father Jack, con Eleonora Giorgi e Ray Lovelock (2016) e When Nuvolari runs: The Flying Mantuan (2018) con l'italo inglese Brutus Selby nel ruolo del grande asso automobilistico, che uscirà in anteprima a Mantova il 10 aprile prossimo senza la presenza dell'autore.

martedì 26 novembre 2013

Il venditore di medicine di Antonio Morabito. Ritorna il thriller politico

Claudio Santamaria in "Il venditore di medicine"


Mariuccia Ciotta

Il volto di Claudio Santamaria è un mondo in via d'esplosione, un geroglifico di emozioni e di conflitti nel thriller ad alta tensione, Il venditore di medicine, primo lungometraggio a soggetto (scottante) di Antonio Morabito, applaudito al Festival di Roma e in uscita nelle sale a gennaio.
Se la merce che va per la maggiore di questi tempi è il proprio corpo, la metafora è giusta, il farmaco. L'ultima cosa su cui speculare.
Bruno (Santamaria) è un informatore medico di successo, bella casa, bella moglie, Anna (Evita Ciri), vita “normale” se non fosse per quella luce obliqua (fotografia di Duccio Cimatti) che gli si proietta addosso, su quelle mani nel gesto segreto di “avvelenare” il piatto dell'amata. Flash hitchcockiano, Bruno condisce il cibo di Anna, vogliosa di un figlio, con un surplus di anticoncezionali. Così si presenta lo splendido quarantenne, serial killer d'ordinanza, che per promuovere i campioni della sua azienda farmaceutica, la Zafer, si adegua alla pratica comune di corruttore.

Il film misura minuto per minuto la metamorfosi di Bruno, il passaggio al di là dell'umano, nella sua corsa affannosa per garantirsi lavoro e denaro, l'azienda è in crisi e licenzierà i meno dotati nella forza di persuasione. Molti medici stanno al gioco, non è una novità, si rimpinzano di regali, computer, auto, donne e scampagnate in località amene per “convegni” fasulli. Si chiama “comparaggio”, reato diffuso nell'ambiente sanitario, gioco pericoloso che fa lievitare i prezzi delle medicine e mette a repentaglio la salute dei pazienti.

Evita Ciri e Claudio Santamaria
La regia di Morabito (anche soggetto e sceneggiatura) piomba su Santamaria, lo placca, lo spia nella sua corsa di seduttore che a un certo punto si incrina, avvolto com'è da una aria asfissiante. Bruno si vede in uno specchio distorto, ma va avanti e osa la corruzione di un primario di oncologia, il professor Malinverni, interpretato da un cinico Marco Travaglio, a suo agio nella parte, e si perde nelle stanze bianche degli ospedali (notevole Roberto De Francesco nel ruolo del frustrato dottor Foli).
Perderà il controllo di sé davanti a un vecchio amico morente che si è concesso, per necessità, alla sperimentazione medica, e gli fornirà di nascosto un farmaco off-off. Chi compra e chi vende. Ma sempre più si aprono voragini nella faccia di Santamaria, al suo zenith di attore, nel film (prodotto da Amedeo Pagani) che scarta il documento di denuncia e si fa dramma shakespeariano, intrigo morale, zoom sui complici dell'ordinaria criminalità. Esperimenti in forma di cinema anti-minimalista, che se a volte vacilla nel coniugare affondo sociale con abissi interiori, riesce a liquidare le cianfrusaglie visive e narrative dei format tv.

Antonio Morabito (a sinistra), Isabella Ferrari e Claudio Santamaria al Festival di Roma
Antonio Morabito ha una vocazione speciale a incollare la macchina la presa sui suoi eroi per distillarne l'incanto, come in Che cos'è un Manrico (2012), documentario per modo di dire su un paraplegico destinato a morire, malattia degenerativa, e uno spirito caustico irresistibile. Meglio di Jerry Lewis.


Così Il venditore di medicine cambia strada all'operetta italiana semi-seria, e vira la narrazione verso un tempo sospeso, ossessivo, tutto intorno alla solitudine di Bruno che calpesta i corridoi asettici di cliniche e studi medici. Sguardo allucinato, lo spacciatore di pillole “miracolose” prega, seduce, impone la sua mercanzia in cambio di benefit, “ogni milione di regali, undici milioni di profitti”, è lo slogan dell'azienda, mentre un collega si suicida perché non ha corrotto abbastanza, una capo area (Isabella Ferrari) trema davanti ai capi e urla ai dipendenti. E' horror. Finché ecco il controcorrente, il piccolo medico che rifiuta il sistema, e rompe il cerchio protettivo. Bruno si disgrega in un paesaggio irreale. Ma non sarà la giustizia a demolirlo dentro.