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mercoledì 20 maggio 2015

"Amnesia" di Barbet Schroeder. Un nuovo processo di Norimberga alla Germania, se non si libera dal nazismo. E un omaggio alla nuova Catalogna

Marthe Keller (Martha) e Max Riemelt (Jo)  
Roberto Silvestri 
Cannes

Senza essere una vittima, bisogna lottare contro i soprusi. Essere fedeli a certi principi base. Al fianco dei ragazzi neri uccisi dalla polizia razzista in Usa, se sei bianco. A fianco degli ebrei in Germania, se sei ariana e hai il fegato.... Lo ha fatto (anche) una donna sola, elegante, che vive in una casa semplice, sul mare, senza elettricità, acqua del pozzo, con stile epicureo. E' tedesca, ma non rientra in Germania da cinque decenni. E non parla più la sua lingua. Ascolta Beerhoven, e legge i poeti e i romanzieri tedeschi, certo. Non è una integralista. Ma...


Il nuovo film di Barbet Schroeder, presentato a Cannes, incomprensibilmente fuori concorso (sarà anche a Locarno), dal titolo Amnesia, non manda telegrammi. Anzi mette in sovrimpressione ideale, piuttosto curiosamente, Brian De Palma, Helke Sander, GrandMaster Flash e Thomas Harlan. Ma, per fare i conti con il nazismo (mai scomparso, anzi) e con la necessità di uscire dall'amnesia che paralizza l'immaginario collettivo tedesco tuttora, perché non lavorare di console? Usare materiali più diversi, esistenziali, teorici, musicali, emozionali, scriverli (con Emilie Bickerton, Peter Steinbach, Susan Hoffman) e montarli. Vediamo come.

Barbet Schroeder
Oltre a essere il ritorno a Ibiza di chi esordì 40 anni fa come regista con il cult movie More, Amnesia si presenta come una love story tradizionale (berlinese incontra berlinese), per quanto inabituale (Martha, violoncellista classica di una certa età si innamora platonicamente, e un po' oltre, di Jo, un dee-jay ventenne, pioniere della house music). Anche perché è una storia d'amore che si sviluppa fuori dalla sessualità ma dentro la sensualità.
Ed è ambientata oltretutto su una costiera mediterranea incontaminata e mozzafiato - Ibiza, o almeno un suo pezzettino più nascosto, è il paradiso degli eterni hippies - dove i tedeschi, summer lovers per eccellenza, sono come pesci nell'acqua.  Solo Luciano Tovoli poteva liberarla, quella parte incantata di costa, dalle luci esotiche e dalle ombre del "sublime più scontato". Ciò che viene glorificata da Tovoli è soprattutto la luce ascetica delle lampade a petrolio. Inoltre l'Hdr (High Dynamic Range) è una tecnica digitale che permette ormai di combinare due esposizioni differenti nello stesso piano: una esposizione per la luce interna, e un'altra per gli esterni, cosa che in un paese come la Spagna, dai colori così forti e violentemente contrastati, è l'ideale.

Ma Amnesia è in realtà introduce il massimo di complessità  sotto il massimo di semplicità. In realtà nasconde, anche questo film, un omaggio alla madre del regista. Tedesca, attrice del teatro berlinese, nonno Hans Prinzhorn, psichiatra tedesco specializzato in arte prodotta dai folli, si è sempre rifiutata di parlare tedesco al figlio. Trasferitasi a Zurigo ha sposato un geologo ginevrino che non parlava tedesco e che per motivi di lavoro in piena guerra è andato a Tehran. Dove lei lo ha raggiunto. E Barbet Schroeder è nato. E Schroeder non parla tedesco. O almeno così dice.

Max Riemelt, Barbet Schroeder, Marthe Keller e Bruno Ganz a Cannes 
Amnesia diventa via via uno psico-thriller dedicato alla Germania che nel 1990 con l'unificazione pensò di aver chiuso i conti con il passato nazista senza mai averli aperti. Come afferma Jean Luc Godard, di cui Barbet Schroeder è stato assistente in "Les Carabiniers", in fondo "è Hitler che ha vinto la guerra. Almeno in Grecia è così". E in Spagna, e in Italia... Ma anche una lenta riappropriazione da parte di Martha della sua germanità negata.

Amnesia è infatti il film più insostenibili e violento visto sulla Croisette, non so a Locarno, anche se non mette in passarella malati terminali, docce al gas di Auschwitz, pulci giganti spellate, le brigate di Murmelstein al lavoro e Tigri Tamil impazzite nelle banlieu. Gli scheletri e i cadaveri ischeletriti ci sono, ma sono lontani, dimenticati nel passato e ben custoditi nella parte più rimossa dell'inconscio collettivo tedesco (e austriaco, ucraino, ceco, polacco, svizzero, italiano, spagnolo franchista, greco....). E poi l'enfasi sui crimini del comunismo, e l'eccitazione che per decenni ha sostenuto e finanziato la "guerra civile" dei neonazi nel mondo, sono stati benvenuti antidoti alla Memoria. Amnesia di decenni, appunto.



E', come si diceva un tempo, un film politico Amnesia. Fa i conti con il nazismo, in costume e attuale. Quello comune, dell'uomo qualunque. Di chi era stata, durante la seconda guerra mondiale, l'ultima ruota del carro del terzo Reich, un riservista che ha eseguito ordini piovuti dall'alto. Perché è comodo affidare la propria coscienza morale allo spirito della Nazione. E allo spirito della Nazione come si fa a dire di no? Il film stana, insegue e cattura la banalità del male fino ad oggi, passando dal lifting di Adenauer a quello di Merkel. Come se lo spirito del processo di Norimberga non dovesse e potesse estinguersi prima di esaurire la sua incompita missione.

Lo fa in forma indiretta, come ogni film poetico deve fare, utilizzando metodi e procedimenti insospettabili e obliqui. Intanto il godardiano "adieu au langage", perché solo usando la lingua inglese dei vincitori, come a Norimberga, i tedeschi potranno confessare le loro colpe. Heimat senza quella lingua è un'altra Heimat.


E poi il loup, quella tecnica da dee-jay che permette di intrecciare e adornar di ghirlande acustiche similari,  dei suoni di lunghezza variabile che si ripetono di continuo, anche all'infinito.
Bruno Ganz - nel film, ex soldatino responsabile della morte di alcune sue prigioniere ebree, ma ha sempre raccontato al figlio (che non sa) e alla moglie (che ben sa) un'altra versione di quella storia, con variabili che non osavano intaccarne il suo nucleo vero - sarà sottoposto a interrogatorio serrato, in inglese, e da una tedesca non ebrea, la violoncellista che non suona più dal 1945, sulla sua esperienza di soldato della Wehrmacht. Altro che forza di difesa. 

Bruno Ganz è il padre del dee-jay Jo. E la sua versione è stata sempre un loop di falsità verosimili. "Le mie tre amiche ebree. Ho cercato di salvarle. Poi sono arrivati i comunisti e ne hanno fatto scempio. No. ho assistitio impotente alla loro esecuzione, da parte della Gestapo... non potevo farci niente...". E simili. Grazie agli strumenti dell'elettronica pop Jo, il dee-jay, saprà però smascherare papà. Con il pitch control si velocizza e rallenta un brano, musicale e no. Con la jog lo si fa andare molto lentamente, con una precisione estrema. Con il cue evidenzi l'inizio del ritornello. Con il filter alzi gli alti e rimuovi i bassi e con il key control modifichi la tonalità di un sintagma fonico.... Come una macchina della verità, la console elettronica....alla fine ti costringe a parlare tedesco. E la confessione arriva. Come quella di Eichman davanti al tribunale di Tel Aviv.


Nel 1981 Brian De Palma in Blow-out insegnò anche ai profani cos'è il cinema sonoro, e come riesce a raddoppiare l'immagine schermica, attivando le orecchie, e rendendole complici di un'altra narrazione possibile, asincronica rispetto al romanzo, all'opera lirica o al teatro. Un ex poliziotto (John Travolta), diventato tecnico del suono, si lancia in esperimenti radicali, registrando i suoni dei boschi e della notte, degli uccelli lontani e delle foglie al vento e, lavorando a fondo su una sua registrazione, e "scorticandola viva" per via tecnologica (abbassando e alzando toni e volumi, trattando i suoni come cartoons) scoprirà le prove di un delitto che era passato per un semplice incidente.  Così farà Jo. Ma anche Marthe. Insieme ascoltano lo stesso uccello cantare nella notte (il grido del gufo). E in una composizione di Jo per Marthe quel grido riappare, e li unisce più che eroticamente.

Nel 1992 la cineasta tedesca Helke Sander fu premiata a Berlino per un impressionante documentario, basato su materiali di repertorio e su centinaia di interviste, che provava attraverso testimonianze dirette gli stupri di massa commessi nel 1945 sulle donne tedesche dalle truppe alleate, e in particolare dall'Armata rossa, che per prima arrivò nella capitale del Reichstag abbandonata completamente dagli uomini.
Nella discoteca "Amnesia"

BerFreier und Befreite/I liberatori si prendono certe libertà  torna sull'immensa tragedia rimossa del nazismo. Approfittando dell'unificazione delle due Germanie, finalmente si poteva mettere a fuoco e ingigantire altro. Abusando di altre atrocità si poteva in qualche modo bilanciare, o almeno attenuare, i sepolti sensi di colpa di una nazione che aveva per prima ottimizzato e reso pratica burocratica lo sterminio di una parte sostanziale di sé. La vendetta sommaria che prende il posto della giustizia popolare, del tribunale della verità e della riconciliazione, è "boera" non zulu  (casi analoghi? Le foibe titine o l'uccisione da parte dei Khmer Rossi dell'intera popolazione di Phnom Phen, colpevole di essere scampata per alto tradimento a 5 anni di bombardamenti americani hanno sminuito i crimini fascisti in Croazia e quelli di Nixon). 
Quel film di Helke Sander, esponente di primo piano del Nuovo Cinema Tedesco, fu trasmesso dalle tv pubbliche della Germania riunificata e per un anno girò nelle sale tedesche dell'est e dell'ovest. Ecco cos' hanno in comune Blow out e BerFreier und Befreite. Anche perché nel film Joe e Martha comunicano molto di più con la musica, i suoni, i loup che con le parole. Adieu au langage.
   
La stessa casa di Amnesia in "More" 
Tra le proiezioni speciali di Cannes, e quelle sinistramente a "seance" unica, non si può proprio oggi, con Podemos vincente alle elezioni di Barcellona, oltretutto non parlare di Amnesia, anche perché il film è ambientato, all'inizio degli anni 90, poco dopo la caduta del muro di Berlino, in Catalogna, ed è parlato anche in lingua catalana, oltre che in inglese e, controvoglia, in tedesco. "Ovvio che tifo Barcellona, oltre che Servette. Barcellona è la Catalogna rivoluzionaria" (sempre J.L.Godard). E tra i film iconoclasi di Schreoder, da vedere e rivedere, ricordiamo anche La Vallee (1972, sui Pink Floyd post Barrett), Idi Amin Dada (1974), Maitresse (1975), Koko le gorille (1977), Barfly (1987), La vierge des tueurs (2001) e L'avvocato del terrore (2007) su Jacques Vergès, che difese rivoluzionari e nazisti, presidenti africani molto equivoci e terroristi palestinesi, fu amico di Carlos e Pol Pot...
Amnesia è stato diretto, con calma furia, da quel cineasta di frontiera, unico e spregiudicato, che è Barbet Schroeder , svizzero, nato a Tehran il 26 agosto del 1941 che nel 1969 esordì nel lungometraggio con la sinfonia hippie e lisergica More.
Non solo il set è lo stesso di allora, ma ritroviamo, affittata da Martha, e purtroppo spero solo nel film ormai in vendita, l'identica casetta bianca, a picco sul mare, circondata da una fitta vegetazione, dove lo studente Stefan - dopo un giro in autostop che lo aveva portato a Parigi e alla conoscenza di Charlie, simpatico lestofante, innamoratosi (colpo di fulmine) di Estelle -  toccherà il nirvana, raggiungendola.

Si trova nella parte dell'isola meno distrutta dalla speculazione edilizia, cosa che, già all'epoca di Walter Benjamin, era costata all'ex  luogo incantato del Mediterraneo la perdita della denominazione doc "paradiso in terra". Allora fuga, evasione, rivoluzione, "sesso, canne e Pink Floyd" a tutto spiano. Oggi una strana meditazione su cosa vuol dire perdere la memoria quando è tutto un popolo a rimuovere il proprio buio passato.  L'Italia dovrebbe affrontarlo ugualmente questo passato dark, fascista e coloniale, piuttosto abietto. Non lo fa.


La stessa casa di More anche in Amnesia 
More (come Psycho-out), che è statao proiettato a Cannes nella sezione Cine Classic in copia restaurata, resta tra i pochi film che consigliamo ai giovani di oggi per comprendere in profondità il "quotidiano" dell'epoca "contestazione generale", visto che tutti oggi lo considerano violento settario maschilista primo di umorismo e ideologico (esattamente le cose contro cui ci battevamo). Allora la musica (pensiamo a Syd Barrett) rompeva barriere culturali ferree, liberava spazi sonori, ampliava non solo le possibilità ritmiche, sovrapponeva linee melodiche e tonalità, ma utilizzava altri "modi" anche orientali per immaginare più entusiasmanti libertà collettive  e lanciarsi in avanti, in profondità inesplorate. E comunque i Pink Floyd erano perfettamente in sintonia con il libanese rosso (o verde?), l'acido azzurro e l'afghano nero.
Mismy Farmer negli stessi panorami di Amnesia
Ma i tempi sono cambiati e nel dopo caduta di Berlino solo la pulsione techno impera, un altro spazio psicosonoro a battuta semplice e ripetitiva (auto-narcosi come programma minimo?  Apertura di una fessura esistenziale diversamente ludica, anche se apparentemente esigua?) viene scoperto come deriva, esodo, visto che è finita ogni ansia di cambiamento rivoluzionario della società e della quotidianità. E l'estasi è diventata una pasticchetta, o un fanatismo religioso, non una pratica collettiva di rovesciamento dei comportamenti alienati.

Dunque quella villa isolata è abitata da Martha, una signora tedesca e ariana (Marthe Keller, meravigliosa anche quando è truccata, capovolgendo Fedora, da nonnetta) che vive tutta sola da 50 anni, ex violoncellista, che si rifuta di suonare e di tornare a Berlino, dove dovrebbe rientrare almeno per risolvere questioni legate a una casa in eredità da vendere. Il suo maestro di musica e amante, ebreo, Alex, è stato catturato, torturato e ucciso nei lager nazisti nel 1944. Ma ancora prima, dal 1936, Marthe aveva ripudiato il suo paese, perché un giorno sedicenne e liceale, non aveva più trovato la sua amica di banco. "Proibito agli ebrei". Da quel momento,  la lingua tedesca e l'intera Germania sono state cancellate dalla sua coscienza.
Martha diventa amica, molto intima, del suo vicino di casa, che ha affittato una villetta poco distante, berlinese come lei, Jo (Max Riemelt), un dee-jay ventenne specializzato nell'elettronica sperimentale e nella musica concreta, assunto (ma automoderatosi nelle esibizioni live, perché il suo produttore, insopportabile yuppetto, ne vuole ottimizzare il talento) dalla discoteca più alla moda del posto, che si chiama proprio Amnesia ed è diventata il fulcro della movida isolana.
Martha finge di non essere tedesca e parla per tuttto il tempo in inglese costringendo Jo a fare altrettanto.  Ma quando i genitori di Jo lo raggiungeranno sull'isola e lei forzerà il padre a raccontare davvero ciò che ha fatto durante la seconda guerra mondiale, costringendolo a confessare responsabilità mai ammesse, il film si trasforma in psicodramma crudele di incalzante e incandescente crescendo emotivo. E il nostalgico ritorno del cineasta al suo set giovanile d'affezione diventa un duro pamphlet alla Germania che non ha ancora sconfitto il nazi.

Alcune immagini da "More" con Mismy Farmer e Klaus Grunberg 
E Thomas Harlan? Che c'entra? Il cineasta, figlio del regista nazista Veit Harlan, c'entra. Sembra un'opera dedicata a lui.  Nel 1958 Harlan fondò una compagnia teatrale, Junge Ensemble a Berlino. In occasione della prima del suo lavoro,  Ich selbst und kein Engel -- Chronik aus dem Warschauer Ghetto (Io, me stesso e nessun angelo - Cronaca dal ghetto di Varsavia)  Harlan indica con nome e cognome molti banchieri e notabili politici seduti in platea e che sono ex spietati gerarchi nazisti riciclati dal partito cristiano- democratico. E' scandalo. Portato in tribunale per diffamazione decide di passare al contrattacco. E indaga sui campi di sterminio di Kulmhof, Sobibor, Belzec e Treblinka. Lavora negli archivi polacchi fino al 1964. Porta alla luce migliaia di crimini di guerra e fa aprire 2000 procedimenti penali. Feltrinelli sulle prime lo appoggia: "Pubblicherò il tuo libro denuncia". Ma quando la Polonia decide di fermarlo (un anno di carcere) per aver diffuso segreti di stato (burocrati comunisti smascherato come ex nazi) dà una grande idea alla Germania Federale che, alla sua liberazione, non lo fa rientrare, gli nega il passaporto per alto tradimento (aver usato materiali di archivi tedeschi in pubblicazioni comuniste polacche) e lo espelle. Ecco che anche Feltrinelli si rende irreperibile, niente libro, e Harlan diventerà come Martha, apolide, un non più tedesco. Una rara specie di uomo, un "rivoluzionario internazionale" che preferirà parlare e scrivere in francese (e anche in perfetto italiano). Alla morte del padre (rapirà nel 1984, con un altro nomade internazionalista, Robert Kramer, un amico di papà, un pezzo grosso della Gestapo per interrogarlo a fondo in uno dei dittici più importanti e inquietanti sul nazismo, Wund Kanal e Notre Nazi), arriverà esule in Italia, entrerò in Lotta Continua, andrà in America Latina, nel Portogallo della rivoluzione dei garofani, in Haiti, a studiare Toussaint Louverture, scoprendo nei suoi ultimi film cose inquietanti sui legami tra alcuni militanti  della Rote Armee Fraktion, l'Armata Rossa tedesca, la Raf, e capitali manovrati da ricchi banchieri svizzeri nazisti antisemiti e filopalestinesi....

Il poster di More (1969) 
Barbet Schroeder Bruno Ganz e Marthe Keller presentano il film alla stampa di Cannes