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giovedì 14 maggio 2015

Il Racconto dei Racconti e A testa alta. Cannes, prima giornata

Apertura francese. Rod Paradot in La Tete Haute
di Roberto Silvestri


Cannes. Dal 1980 un film d'apertura mai così naif e istituzionalmente abietto (nel senso del cinema di stato eseguito alla lettera) come La Tete Haute. Neanche quel polpettone nazionalista di Fort Saganne, tanti anni fa. Con Gerard Depardieu legionario giovane, quello.  Interpretato proprio dall'attore preferito della regista di questo, con l'altra gloria nazionale e leggenda vivente, Catherine Deneuve, nel ruolo di un giudice minorile, sempre con quell'aria distratta, sufficiente, appagata compunta ed “eternamente giovanile. Non mi meraviglierebbe la presenza del ministro della giustizia all'anteprimna mondiale.
A testa alta, fuori competizione, è diretto anzi riportato all'ordine da una messa in scena squadrata dall'attrice-sceneggiatrice-regista, figlia di chirurgo e di psicologa, Emmanuelle Bercot (già semiresponsabile di quell'elogio lepenniano alle forze dell'ordine che era “Polisse”, 2011 di Maiwenn, di cui temiamo molto anche “Mon roi”, in gara a Cannes 68, con la Bercot protagonista assoluta). E comunque si avvale di due attor giovani, il biondo protagonista Malony (Rod Paradot) e la sua amata ragazzina skinhead Tess (Sara Forestier) che sarà bene tener d'occhio perché sembrano sarcasticamente distaccati dall'atmosfera nella quale sono costretti a muoversi come - si immagina – facciano gli strafattoni adolescenti di oggi. Cinici maleducati arroganti e indemoniati.
Rod Paradot e il suo giubbotto Los Angeles East Redskins (catena di ristoranti)
La polemica sotterranea del film è contro l'ispirazione giuridica imposta dai rooseveltiani nordamericani nel 1945 e nonostante tutte le sei sette riforme del settore postbelliche ancora valida, e che pretende rieducazione e non più severa punizione per i delinquenti (e non solo minorenni). I film americani ci dicono che negli Usa quella ispirazione giuridica è stata già tradita (anche in Vizio di forma ce ne siamo accorti, e si era attorno al 68). Cosa aspetta l'Europa a girare pagina e privatizzare le carceri minorili e trasformarle in ditta che ricicla i fusi di testa a pagamento ributtandoli sul mercato del lavoro perché siano sfruttati al 100%?
Rod Paradot e Benoit Magimel
Il nostro protagonista quindicenne-sedicenne guida senza patente e quasi non manda in paradiso il fratellino; si immagina che si faccia di tutto; distrugge macchine; ruba e rapina; lavora più che svogliatamente, altro che art.18; urla a perdifiato sempre; butta un tavolo contro la pancia di una donna incinta di 7 mesi; tenta di picchiare gli educatori (perfino il buon Benoit Magimel) appena possibile; evade dal correzionale più volte (e, non essendo né nero né maghrebino, non verrà rispedito mai in carcere)... Ma è buono dentro, perché invoca sempre, quando è alle strette, la mamma e considera l'aborto il peggiore dei crimini. Ci fossero più schiaffoni paterni in famiglia, e manette più strette, tutto sarebbe risolto, sembra suggerirci la regista. E magari aboliamo anche il divorzio che ha davvero distrutto nel profondo la sacra famiglia... Oltre al matrimonio gay (non mancano battute omofobe di Malony a questo proposito) e alla marjiuana come erba curativa.
Liberation definisce “A testa alta” un “film sociale sarkoziano”. Ed è un eufemismo. Si finge di far pubblicità al sistema giudiziario francese e agli sforzi immani e commuoventi di un magistrato (donna) e di un rieducatore dai femminei soprassalti emotivi (e dei carcerieri, mai così ridicolmente sensibili e comprensivi) per riportare, con faticosa abnegazione, ai sommi valori (la compostezza dei gesti, la paternità, l'ideologia del lavoro) un ragazzino francese di colore bianco (truccato e shakerato come fosse Brad Dourif da cucciolo), disadattato e nevrastenico, bisognoso piuttosto di una buona schiera di psicologi, perché a disagio perfino nella doom, X, no future e black block generation. Insomma. Una scarica di cattive vibrazioni adrenaliniche, addomesticate da uno sguardo paramilitare preoccupante, quello della regista sergente maggiore Bercot che pure ha come film preferito in assoluto Ordet di Dreyer, come droga d'affezione la cocaina (intervista a Le Journal des femmes, 19-9-2013) ed è laureata alla Femis. Cosa ribolle allora di malsano dentro la pancia della Francia?
Sara Forestier e Rod Paradot in A testa alta
L'edizione 68 (13-24 maggio) del più “grande festival del mondo” inizia così molto male, a parte il bel tempo. Alberto Barbera gode (ma intanto prende appunti). Sono stati visionati oltre 1500 di film per sceglierne una cinquantina da glorificare sulla Croisette, tra concorso Certain Regard e fuori gara. Ma già il film inaugurale (visto) e quello annunciato di chiusura, “La Glace et Le Ciel” di Luc Jacquet (virtualmente imposti da un grosso neo-sponsor, il primo perché ben rappresentativo della campagna “Women in motion”, il secondo perché ambientalisti si è anche se capitalisti) fanno capire che il Festival di Cannes sta cambiando pelle nel primo anno dell'era Pierre Lescure (il manager, ex creatore e boss di Canal Plus dal 1984, ora nuovo presidente al posto del critico di cinema Gilles Jacob).
Emmannuelle Bercot, profumo preferito? Muschio
Sono due opere impresentabili o evidenziate molto scorrettamente. Molta stampa e molti critici è sono stati respinti dal film in concorso dell'interessante regista giapponese Koreda, stipato in una saletta minuscola, alla Bazin, mentre nel grande cinema Debussy una sala vuota restava stupefatta e a capo chino di fronte a “A testa alta”. A meno di ritenere questo film una pre-apertura, ricorrendo al trucco della finta inaugurazione, me ne ricordo una con Greggio, che da qualche tempo accontenta, a Roma e a Venezia, i capricci dei partner privati che finanziano ormai tutte le manifestazione d'alto prestigio mercantil-culturale per oltre un terzo del budget. In questo caso la responsabilità è del conglomerato di generi di lusso e accessori Kering (la multinazionale francese di Francois-Henri Pinault, il marito di Selma Hayek, proprietaria dei marchi Bottega Veneta, Gucci, Yves Saint Laurent, Fnac...) e che affianca da quest'anno, con Mastercard, gli sponsor principali di Cannes 68, cioé Air France, Renault, Canal +, L'Oreal, Europcar e Chopard (che fa gioielli, di lusso ed è produttore, per il 40%, di un altro doc presente a Cannes, “La leggenda della Palma d'oro”, che magnifica la qualità dell'oro impiegato per la confezione dei premi, che proviene dalle miniere colombiane e si avvale della certificazione “miniere eque e sostenibili”).

Matteo Garrone sul set di Il racconto dei Racconti
In questo momento all'Hotel Majestic una nutrita schiera di attrici e dive (anche la nostra Jasmine Trinca, la produttrice Sylvie Pialat, Isabella Rossellini) sta lanciando il programma “Women in Motion”, per la valorizzazione del ruolo delle donne nell'industria Naomi Kawase. Di tutto si può però rimproverare Cannes tranne che di insensibilità rispetto all'importanza delle donne nel cinema contemporaneo. In giuria ci sono 5 uomini e 4 donne. E poi ne sanno qualcosa Jane Campion, Alice Rorhwacher e Naomi Kawase. O le due cineaste in gara in questa edizione, Valerie Donzelli e la famigerata Maiween... Madrina della manifestazione femminista è comunque proprio Selma Hayek che giganteggia anche nel cast del primo film italiano, ma in lingua inglese - ormai diventato l'esperanto del cinema visto che è utilizzato anche da Sorrentino, dal messicano Michael Franco, dal norvegese Joachim Trier, dal greco Yorgos Lanthimos, dal quebequoise Denis Villeneuve - presentato in concorso, Il racconto dei racconti di Matteo Garrone, trasposizione di tre delle 50 fiabe, in napoletano del seicento (reso comprensibile per fortuna dall'inglese), di Giambattista Basile, Cunto de li Cunti, miniera letteraria datata 1636, per i successivi e geniali scrittori di racconti fantastici, dai Grimm a Perrault e ad Hans Christian Andersen.

Il racconto dei racconti di Matteo Garrone
Il regista romano è ormai un beniamino, pluripremiato, della Croisette e certamente non si è avvalso della raccomandazione di ferro di Pinault per essere selezionato da Fremaux. Era molto atteso anzi il suo cambio di marcia, di atmosfera, di stile, di costumi e di ispirazione, rispetto agli aspri e sconvolgenti affreschi sulla “grandezza” della malavita e sugli “orrori” dell'immaginario contemporanei, con non pochi tocchi misogini che inebriarono la “critica d'epoca Shreck”, la cultura alla moda, politicamente scorretta e inguaribilmente “cattivista”. Un film in costume. Un taglio fantasy. Un'opera a episodi come nell'epoca decameronistica anni 70. Pasquale Festa Campanile e Una Vergine per il Principe, anno 1965, è la citazione principale che cogliamo, anche in ricorrenza del cinquantenario. Con Cassel al posto di Gassman, Toby Jones invece di Buazzelli e Selma Hayek alias Virna Lisi. In più una spolveratina di mostriciattoli sparsi, provenienti dal magazzino horror-colto di Cronenberg, tipo “Il pasto nudo”. Non a caso il direttore della fotografia, capace di catturare da ogni paesaggio le tonalità pittoriche scelte dal regista, siano El Greco o Dante Gabriele Rossetti, Caravaggio o Arcimboldo, è Peter Sushitzky, artista delle luci di Cronenberg. La cosa serve anche a confondere , dati i riferimenti culturalmente sicuri, le necessarie incongruenze, ripetizioni, errori, disattenzioni, scene troppo prolungate o troppo ellittiche che una intelaiatura barocca esigono. E qui la citazione è per Sergio Corbucci fine carriera e per le sue imprecisioni geometriche di cinepresa, beccate come Trivia ingiustificabili, da un implacabile Marco Giusti (Il Patalogo).

Selma Hayek, crudele voglia di maternità
Scendono in campo questa volta, e il budget è così alto da coinvolgere nel progetto perfino Jeremy Thomas e riferimenti, da scompaginare, al classicismo horror di Mario Bava e Roger Corman, non sicari spietati, ragionieri del crimine, sadismo da sergenti maggiori, trafficanti di cocaina servili, prostitute nigeriane arrendevoli o schiavi docili di Canale 5, ma i loro archetipi millenari: re crudeli e goduriosi, donne che vogliono rimanere eternamente veline, fortezze sull'orlo del baratro, castelli da film commission, negromanti imprecisi, acrobati generosi, clown sfortunati, orchi indistruttibili, streghe involontarie e sortilegi inspiegabili.

Un grande regista del passato, Don Siegel, affermava che servono “tre soggetti di film per fare un buon film”, e qui sono necessarie almeno tre donne, una ragazzina che sogna l'amore perfetto, una donna che sogna un figlio che non potrebbe avere e una vecchia che sogna la giovinezza eterna, per realizzare un affresco sulla “donna moderna” passiva secondo Garrone, che comunque meglio perderla che trovarla. Women in Motion, anche qui. Ma chi le osserva, non è George Miller, ma è più che perplesso Pulci addomesticate e in metamorfosi mostruosa, donne che partoriscono “tutto e subito”, vecchie capaci di scorticarsi vive pur di imitare quelle pulci, arrampicatrici sociali opportuniste che pur di fare la loro ascesa sociale chiuderebbero un occhio davanti al fatto che chi sposa le ha precedentemente fatte scaraventare nel vuoto.

E' insomma colto anche qui quel “masochismo della sinistra” che manda ai pazzi non solo i politici ma anche gli artisti che hanno rispetto alla costruzione del piacere schermico una fretta sadica, una voglia di cambiamento che irride ad altre strategie di potere più consapevoli e rispettose della memoria (Mencken a questo proposito già fu usato, inascoltato, per dare una calmata a Reagan). Insomma se “metafora barocca” deve essere che sia davvero bizzarra e stravagante, che prenda in contropiede, che spaventi e che terrorizzi, che sia di cattivo gusto, che abbia il primo piano. Barocco è parola che deriva dal portoghese, ed esattamente da “barroco”, che significa perla irregolare. Invece il film è equilibrato, classico e regolare. Non uno “sformatino” a volta acido e indigesto come negli horror comici di Bava e Corman. Sfiorati solamente nelle citazioni.
Vincent Cassel in Il raconto dei racconti