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sabato 16 maggio 2015

Il figlio di Saul. Opera prima insostenibilmente bella




di Roberto Silvestri
CANNES


Laszlo Nemes, sul set di "Son of Saul"

Film d’esordio dell’ ungherese Laszlo Nemes, 38 anni,  Son of Saul, Il figlio di Saul, unica “opera prima” del concorso numero 68. Il set e l'argomento del film (diretto dall'allievo prediletto di Bela Tarr) è Auschwitz, nell' ottobre del 1944. I russi stanno per arrivare e per liberare i prigionieri ebrei (e anche comunisti, dissidenti, rom e omosessuali) sopravvissuti alle camere a gas, agli stenti e al superlavoro. La “soluzione finale” richiede un surplus di efficienza e velocità burocratica. Il Fuhrer forza la macchina dello sterminio ai ritmi altissimi di cui parlerà Adolf Eichman, con una certa soddisfazione professionale, al processo in Israele, avvenuto troppi anni dopo, che lo condannerà a morte. Intanto anche la resistenza interna si avvicina e si prepara una rivolta nel Lager... Alto il quoziente di difficoltà per un cineasta esordiente, anche perché il cinema civile occidentale ma soprattutto dell'est Europa ha scodellato, soprattutto a caldo, nell'immediato dopo guerra, talmente tante opere folgoranti, “per non dimenticare” l'orrore, dai capolavori di Jakubisko e Wajda, Resnais e Munk, Grifi e Marker, Pontecorvo e Lanzmann fino a Benigni e Spielberg, da costringere i cineasti di oggi a un necessario spostamento di sguardo o salto di ingegno per non essere controproducenti, retorici o ripetitivi e per non colpire a vuoto un immaginario che non sopporta il gioco facile con i sentimenti. Ed ecco l'originalità dell'operazione di Nemes (coadiuvato alla sceneggiatura da Clara Royer). Intanto lo sguardo su Auschwitz è quello di un prigioniero ebreo, Saul Auslander, ungherese, membro del Sonderkommando, squadra speciale isolate e apparentemente “privilegiata”, perché destinate a essere giustiziate dopo, solo poco prima dei kapò e dei “Murmelstein” (da notare che al Biografilm Festival è stato presentato il nuovo lavoro di Giovanni Cioni, Del Ritorno sulle memorie di Silvano Lippi, vittima del perfido gioco dei nazi e sbattuto nel Sonderkommando, di Mathausen, questa volta).
Saul è dunque un prigioniero speciale, ha una grossa croce rossa ben visibile sul retro della giacca, e non è scarnificato come gli altri, mangia qualcjhe patata in più, e può trafficare agevolmente, perché deve fare lavori molto faticosi: è obbligato a trasportare i prigionieri nelle camere a gas travestite da docce, e non tutti sono inconsapevoli, a raccattare e dividere vestiti e beni personali (trafugando quel che serve, a volte, per la sopravvivenza spiccia), a pulire dai cadaveri nudi i locali avvelenati, a spalare e gettare al fiume la montagna di cenere dopo ogni cremazione dei corpi… 

Tra “i gasati”cdal Ziklon B, un giorno, trova un ragazzo miracolosamente ancora vivo, che crede di riconoscere come suo figlio. Un medico delle SS lo giustizia, soffocandolo con fastidio. Ma Saul riesce a sottrarre il corpo alla cremazione e si impegna a trovare un rabbino, a rischio di morire, pur di dare a quel corpo sepoltura ebraica, sottoterra, con tanto di Kaddish. Come un simbolo di resistenza e di rivolta. Come un sintomo di follia vendicatrice. La rivolta scoppia davvero, ma... Non è tanto importante il racconto degli avvenimenti posteriori (anche il film sembra disinteressarsene). Quanto il lavoro con gli attori e con la cinepresa di Nemes. Un estremo micronaturalismo provoca - secondo la lezione di Pina Baush o di Peter Stein, e utilizzando implacabilmente e claustrofobicamente il primo piano e il “primo piano rovesciato” (cioé il protagonista è spesso inseguito in piano sequenza ad altezza di nuca semovente) - un effetto astratto. Da Raffaello Sanzio. Vediamo la violenza nella sua astrazione pura e non una messa in scena. Notevole. 
Lo stesso effetto di perdita totale dell'identità provocato dalla situazione di un prigioniero nel lager nazi. Spossessati del corpo e del nome, numeri deambulanti, i prigionieri possono diventare qualunque cosa, trasformarsi anche in “rabbino”, per esempio, pur di sopravvivere una mezzora di più, e lo stesso sguardo può opacizzarsi sui morti (sono tutti inquadrati a distanza, fuori fuoco o in flou perché non si “vedono” più) o metamorfizzare gli spazi e i corpi, come accade al ragazzo trasfigurato in altro (probabilmente Saul non ha mai avuto un figlio, ma la prospettiva di un altro David possibile è l'unica che permette di accettare un altro, più immane, sterminio). Questo gioco tra naturalismo e sacralità è quel che fa il film molto interessante e di Nemes un sicuro talento. Nonostante un finale che perde la tensione “teatrale e documentaristica assieme” dell'inizio rifugiandosi nel narrare standard dello scontro, della fuga e dell'inseguimento. Di cui conosciamo già l'esito atroce.