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domenica 10 maggio 2015

La crisi e la disoccupazione come incentivo per una grande rivoluzione culturale proletaria senza pietà. Let's go di Antonietta De Lillo


Questa sera, al Nuovo Cinema Aquila di Roma e fino al 12 Let's go è a Roma. Il 13 maggio tappa a Napoli, per un solo giorno, mercoledì 13 maggio, presso il cinema La Perla. Antonietta De Lillo sarà presente in sala, agli spettacoli delle ore 19.15 e 21.00, per incontrare il pubblico al termine delle proiezioni. Ingresso (a Napoli) 4 euro. Poi il giro continua...







Luca Musella si confessa in Let's go di Antonietta De Lillo
di Roberto Silvestri 


Luca Musella dal barbiere in Let's go
Volete vedere un film che guarda bene in faccia la crisi? Non ci penso nemmeno. Ma Let’s go non è di quelli che si compiacciono della degradazione (la volgarità imperante) o che santificano quella degradazione (con postura populista, dal basso in alto). Anzi a dirla tutta è un film che non parla neanche solamente di oggi. E neanche solo di degradazione e immigrazione nella zona periferica di Milano, la Curt de l’America, dove partiva il tram che portava alla stazione e da lì ai porti e da lì in America… Siamo sul Naviglio, tra via Padova, via Crespi e via Clitunno, dove è dipinta una bella icona della Madona, la Pietà di Crescenzago, restaurata tre anni fa. Già. Il film rievoca sentimenti dimenticati. Scodella strani presagi. Fabbrica immagini degni della collezione Kalzenere,  la mostra del visibile insostenibile ed estremamente strano che Marcello Garofalo allestì a Milano proprio durante le riprese del film per invitarci a diffidare della nozione di “capolavoro assoluto”.
La troupe di Let's go
Let’s go potrebbe perfino essere stato girato da Alberto Grifi negli anni sessanta del secolo scorso. Non nella Milano periferica come questo, ma nel pieno centro di Roma, magari tra piazza Navona e Campo de’Fiori, quando poveri ed ex ricchi si mescolavano promiscuamente alla Pollarola e quell’innesto scatenò un sessantotto. Ci sono gli intellettuali che hanno scelto di non frequentare i salotti bene, meglio i pregiudicati e i ladri, il riunirsi tutti al vinaio dopo una giornata dai lavori saltuari, i drogati minorenni che vagano in cerca di elemosina, quelli che sopravvivono di espedienti giocando ai cavalli, e stanno sempre al bar raccontando i loro libri, i pittori che non vendono un quadro, le signore con le sigarette di contrabbando sull’uscio di casa, gli studenti che non hanno un soldo in tasca, quella vagabonda incinta, i filmakers indipendenti che hanno appena mostrato il loro super8 al Filmstudio.  Eppure c’è qualcosa di nobile e di sperimentalmente bello in quell’occupare un centro storico che va in pezzi, nel vivere con stile e in comune un’altra vita possibile. Senza polizia tra i piedi. E tutti a mangiare e a bere con chi quel giorno ha i soldi. Magari l’amico di Victor Cavallo. Oggi questi incanti avvengono sempre e solo fuori dai centri storici gentrificati. Nelle periferie di cui i film di Pedro Costa si illuminano. Dove c’è un certo tipo di ricchezza umana, che qui si è perduta, salvo arrivare da fuori. Ecco, l’impressione che ho avuto vedendo questo film è l’impressione che mi fanno a Gaza o a Hebron gli esperimenti teatrali portati avanti sotto le bombe chirurgiche che da Israele arrivano per ritorsione e colpiscono inevitabilmente non i feroci capi di Hamas ma gli attori, i drammaturghi, i musicisti, gli umoristi. Gli stessi annientati da Fis, Isis, al Quaeda…. A proposito. E siamo sempre nel prologo.     
Luca Musella a Napoli
“Qui, vicino ai frutteti privati delle loro ombre, noi facciamo quello che fanno i prigionieri, che i disoccupati fanno, noi nutriamo la speranza”. A spiegare con questi versi (tratti dalla poesia Stato di assedio) la condizione dei sem terra di tutta la terra, dei profughi, dei migranti, degli emarginati, dei clandestini, dei nomadi e apolidi per forza, del sottoproletariato sfruttato all’osso in tutto il mondo ricco e povero, eppure mai domo, pronto al riscatto, o comunque ad andare avanti in moltitudine, è il poeta Mohamed Darwish, la voce umile ma indocile della Palestina fiera. Una terra che vive nel paradosso unico - neanche la comunità yiddish negli anni trenta eurorussi, neppure i rom sempre - di esistere sui frutteti da cui sono stati sradicati tutti gli alberi di frutta, e senza patria ma dentro confini “che chiudono”, oppure di vagare, senza nazione, entro confini che “aprono”. Tutti quelli, oppressi o cacciati, che cantano “nostra patria è il mondo intero, nostra fede è la libertà” sventolano, infatti, nei giorni di lotta e di festa, la bandiera di quello stato che non esiste ancora. Fanno fare passi avanti all’utopia. Ecco perché, nel giorno della Liberazione, accanto alle bandiere rosse, sventola anche quella….
Antonietta De Lillo, Luca Musella e Giovanni Piperno
Vengono in mente questi versi e questo tragitto (“importante non è approdare, è andare avanti, non il porto ma il viaggio” scriveva Eduardo Galeano) davanti a un film, esempio sopraffino di “cinema del reale”, le cui prime immagini (catturate dal regista Giovanni Piperno, qui operatore digitale e coautore del soggetto e della sceneggiatura) ci scaraventano proprio dentro l’Italia abietta che oggi respingerebbe volentieri in mare, ci fosse un referendum, profughi e emigranti, neri e cinesi, zingari e girovaghi, perché “la barca è piena”, mentre festeggia l’esposizione universale del rilancio, dello sviluppo e della crescita, non si sa di cosa. Anzi è meglio tacere sul tipo di tumore Pil di cui si invoca la crescita. Anche perché quel che si vede crescere è piuttosto invece un barbaro blob che spaventa chiunque, il ‘blocco nero’ che mette periodicamente in scena una rappresentazione medievale della guerriglia urbana, tra fumi e travestimenti... 
La regista Antonietta De Lillo
Esce infatti oggi 10 maggio, una domenica, festa della mamma, a Roma, al Nuovo Cinema Aquila, e poi girerà in tutta Italia il nuovo film di Antonietta De Lillo, Let’s Go (Andiamo), distribuito oltre che dalla Mariposa Cinematografica, da Miseria Ladra di Libera e dal Gruppo Abele, perché questo documentario ben fiancheggia una campagna di solidarietà con gli homeless, i marginali, i clandestini, gli “italieni” e i diversamente italiani.
Ed ecco la sequenza iniziale del film: un barbone nel centro di Milano, con tutto quel che possiede nei suoi pacchi di plastica, circondato da passanti con le buste dello shopping di via Montenapoleone, a un passo dal gigantesco manifesto dell’Expo, l’evento che vorrebbe trasformare per magia “la fame nel mondo” da molla molto ben congegnata per lo sviluppo (di pochissimi) nel bersaglio da colpire e annientare di ogni ideologia caritatevole che si rispetti.

E’ la scena che ci introduce nella vita quotidiana di un nuovo povero, Luca Musella, che da un giorno all’altro si è ritrovato nullatenente, esodato professionalmente ed emotivamente, pur essendo stato per anni una star del giornalismo visivo e anche il fotografo di scena di De Lillo durante tutta la carriera della cineasta napoletana che da qualche anno, dopo Il resto di niente, si è dedicata, o meglio si è dovuta dedicare, all’autoproduzione di documentari (ancora nelle sale sta facendo un lungo giro nell’Italia profonda quello dedicato al poeta Alda Merini) e “documentari partecipati”. Portare in tribunale il cinema pubblico per il reato di insipienza cultural-imprenditoriale in uno Stato il cui cinema è assistito e gestito pressoché integralmente dallo Stato è il dovere, non la follia, di qualunque cineasta abbia ben interpretato il neorealismo come gesto etico.
Luca Musella sul Naviglio
Questo è un racconto in prima persona singolare maschile, perché anche questo film è partecipato, la regista lo ha imbastito assieme a Piperno e soprattutto al suo amico e protagonista, che ha affidato la lettura dei suoi testi, autobiografici e filosofici, alla voce fuori campo di un doppio, l’attore Roberto De Francesco (il Leopardi nelle Operette Morali che Martone ha allestito prima di Il Giovane Favoloso). Il documentario, di lunghezza standard televisiva di poco più di 50 minuti, comprende una lunga intervista al protagonista (a casa, in un sottoscala di Milano, e non mancano i giochi di mascherino nero ad allargare o chiudere l’inquadratura, e poi sul tram, in treno verso Napoli e nelle stradine dei navigli e di Crescenzago) e scene rubate al bar, con Musella seduto tra gli amici, per lo più extra comunitari.  
Luca Musella al lavoro nella sua casa scantinato
Il nuovo povero è, come tanti altri cinquantenni che hanno perduto il posto, un intellettuale della middle class in metamorfosi. La sua carriera è rotolata giù giù, come una pietra dylaniana, dal successo artistico, “ero come l’uomo del Mulino bianco” al nulla, alla miseria più estrema. Un po’ più fortunato di chi vive per strada grazie all’assistenza, non solo in cibo e bevande, di organizzazioni del volontariato laico come la Ronda “Carità e Solidarietà”, la Coooperativa sociale Trasgressione e “Avvocato di strada” (coinvolti tutti nel progetto). Luca Musella è un professionista dell’immagine, un napoletano a Milano, ex fotografo di scena, ex fotoreporter di primo livello (sue copertine indimenticabili di Espresso Der Spiegel, The Economist…), scrittore di romanzi (“pubblicati da medi editori”), inventore delle “porno verdure” fotografiche che sarebbero tanto piaciute al Joaquim Pedro de Andrade di Vereda Tripical, poi libraio fallito, dopo uno sciagurato e sballato investimento a Viterbo.

Luca Musella e il caffé
Un lavoratore della cultura, un eccellente artista, un tempo tutelato come personalità preziosa, valore primario (senza ricerca estetica non si inventano nuove merci e l’economia di mercato si paralizza…) che ha visto spegnersi via via tutti i luoghi del comunicare e del discutere -  giornali, librerie, agenzie fotografiche, compagnie cinematografiche, gallerie, e anche cori, orchestre, scuole… -   ha scoperto di aver a lungo amato “maschere e non persone”, e sopravvive oggi, senza rancore, anzi con con eleganza e dignità (che non figurano ancora tra i parametri meritocratici) ma disperatamente solo. Abbandonato anche dalla famiglia e lasciato dalla moglie, dopo il crac finanziario, che si è portata via i figli, e senza una vera casa, come in una canzone metropolitana di Enzo Jannacci (che infatti ne commenta, alla fine, il destino, perché Saltimbanchi si muore). Luca vende merci varie nei mercatini dell’usato, ma coltiva legami profondi e affetti mai così intensi con chi vive come lui. Brahim, Abdul, immigrati tunisini, badanti rumene, baby sitter brasiliane, due donne che ama non troppo riamato: una intellettuale della mente (“magra”) e una intellettuale del corpo, una ragazza somala che fa la spogliarellista. Ma tutte e due lo trovano piuttosto “pesante”. C’è Mustafa, per esempio, che fa 20 km a piedi per andare a lavorare e 20 per tornare a casa. Anche con la testa rotta, se no lo licenziano. E’ stata la sua estroversione e solarità, l’allegria napoletana radiante, ad aver contagiato gli angeli decaduti del quartiere. Che lo hanno ben ripagato: “E’ stato il mio slittamento sociale, paradossalmente, a impedirmi di entrare in depressione e di suicidarmi. Scoprire che si ha molto più tempo libero per dialogare con le persone, per ascoltarle per ore, e che si può bere, mangiare e dormire senza programmazione, è finalmente riconoscersi come esseri umani e amarsi, non accoppiarsi come animali, come succedeva prima”. Daniele Sepe mette in quadruplice intesa il teremin, le campane, i fiati e un pianoforte, e con sei brani in forma di suite tesse assieme alle immagini un avviluppato arabesco sonoro che spesso sfiora i misteri della fantascienza, l’incubo horror o la contagiante e danzante world music di strada. Mentre il montaggio  di Giogiò Franchini anche se non vuole costruire niente di strutturale interviene nervosamente ad agglutinare ricchi strati emotivi, come faceva Ornette Coleman, sintetizzando e sincopando velocemente ritornelli melodici, senza preoccuparsi di abbellimenti e orpelli. 


Il film, presentato in anteprima nel novembre scorso alla 32esima edizione del Torino Film Festival è una coproduzione Marechiaro (la società di Antonietta De Lillo) e… Rai Cinema, nuova gestione, che negli ultimi tempi (pensiamo anche a Louisiana di Roberto Minervini) ha finalmente capito che bisogna affrontare i tabù del catechismo e svincolarsi del manicheismo da oratorio, aprire l’immaginario e non rinchiuderlo, e fiancheggiare con tatto e sensibilità operazioni più estreme, ad alta tensione, dal design più internazionale. Anche perché la concorrenza sui mercati mondiali lo esige. 
Essendo il protagonista rimasto poi un profondo conoscitore dell’immagine, della sua vitalità, della sua facile usurabilità, del suo potere metamorfico, ci fidiamo di alcune intuizioni critiche di Musella a proposito del guardare, del visibile. Il giudizio soggettivo deve avere validità universale, no? Stabilire quando una immagine è nuova. O, se usata, come le merci che Musella vende al mercatino, almeno “garantita”. Per tirare fuori il poetico che c’è in noi un’immagine deve prestarsi alla ricezione multipla. Saltare all’occhio di tutti, anche se in maniera differente. Essere (come scriveva Roberto Longhi) un’illuminazione terebrante, penetrante come il succhiello (la terebra) di un insetto. Un angolo di pianura padana ecco che appare marino. Un ragazzo vittima della mafia può liberare uno sguardo da indocile principe rinascimentale, sulla copertina celebre dell’Espresso. Riprendi uno che va in bicicletta, eppure sembra un pescatore hemingwayano. Come sui primi del Trecento Dante Alighieri (Purgatorio, XI, 82) ammirando un codice miniato che un pittore bolognese aveva illustrato con atroci scene splatter di tortura, si avvede “che quelle carte ridono”, perché è la rosa dei colori a contare. In quei versi nomi di artisti figurativi vengono equiparati a nomi di grandi poeti. E già sembra Godard che con la politica degli autori impone che il cineasta Renoir valga artisticamente quanto lo scrittore Flaubert. Musella, parlando della sua opera d’arte preferita, La pietà di Crescenzago, pittura popolare nella palazzetta di via Padova 275, segnatevi l’indirizzo se andate all’Expo (vicino alla fermata della metropolitana omonima, nella zona periferica nord est di Milano, dove scorre la Martesana), un esempio di pittura popolare periferica, spiega che quel quadro, quella superficie, quei colori che ballano, è come se l’accogliesse, e lo facesse sentire “terra nella terra. Mi piace perché è buono e non mi fa domande”. La risposta la dà un film come questo. Pessimismo della ragione, ottimismo della volontà. E poi l’opera non sta mai da sola, è sempre in rapporto. Per esempio dove si animano altre storie e personaggi da ballatoio. Avventure epiche di migrazioni, vicende di lotta e di tenacia per la conquista della sopravvivenza quotidiana, speranze, sogni, asprezze e abbandoni. C’è un film di Lemnaouer «Nordin» Ahmine, algerino d'origine e milanese di adozione, che con Francesco Cannito, ha girato proprio La Curt de l'America, e narra l'immigrazione con gli occhi di un immigrato come qui si narra l’esodazione con gli occhi  dell’esodato.