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giovedì 14 maggio 2015

Il film della domenica. Max Mad si chiama Furiosa.


Charlize Theron, "Furiosa" in Mad Max Fury Road di George Miller 





Mariuccia Ciotta

CANNES







Sarebbe stato il film ideale per l'apertura del festival di Cannes n.68. Se non altro per mostrare un po' di solidarietà umana verso i "poveri californiani" che, distrutti da una siccità record, affamati d'acqua, si sentono rappresentati, quasi neorealisticamente, da questo film all'apparenza fantasy e apocalittico.... 
Ma la montée des marches è stata concessa dallo sciovinista Lescure al (dis)educativo La tete haut di Emmanuelle Bercot che in un detour di genere ha incrementato l'ordine simbolico maschile al contrario dell'australiano George Miller, decostruttore con Mad Max: Fury Road (fuori concorso) della mistica talebana. 


Uscirà subito nelle sale italiane Mad Max Fury Road, il film che vi conscigliamo di vedere al più presto.
Intercalato da applausi in sala Lumière, in occasione della prima mondiale cannoise, il quarto sequel della saga post-apocalittica più che un film-fumetto è un reportage emozionale sull'orda Isis. Fin dal primo capitolo ('79), Mad Max ha generato personaggi cult, confluiti nel manga Ken il guerriero, e rinati trent'anni dopo nel montaggio sincopato (Margaret Sixel) e svisato al ritmo elettrico dell'heavy metallaro olandese Tom Kolkenborg alias Junkie XL.

Icona issata sulle jeep arrugginite del tiranno Immortan Joe, corpo molle e purulento racchiuso in un'armatura vetrificata e orrida, un musicista incatenato massacra le corde della sua chitarra, aiutato da quattro tamburi battenti alla ritmica, leit motiv dell'avventura immersa in nuvole di polvere rossa. Un'immensa e sconvolgente ”ultima onda”, segnale di fine mondo, già sollevata da Peter Weir e fotografata non a caso dal suo John Seale, un altro aussie, come del Commonwealth è la sudafricana Charlize Theron, perfetta come non è stata mai, soprattutto nel look skinhead. E' lei, Furiosa, il braccio sinistro è una protesi d'acciaio, cyborg dalla testa rasata, la vera Mad Max che guida la rivolta nel deserto di un “mondo ucciso”, la terra avvelenata e prosciugata di un futuro presente dove una moltitudine di sopravvissuti elemosina l'acqua dal tiranno, circondato da una generazione di “war boys”, carne da macello, esercito di bambini e ragazzi dalla pelle sbiancata, semi-viventi in attesa del sacrificio finale e dell'ingresso promesso nel Valhalla della mitologia nordica, il paradiso per “i morti gloriosamente in battaglia”. Martiri, kamikaze.



George Miller scrive (insieme a Brendan McCarthy e Nico Lathouris), dirige e produce con l'occhio sulla cronaca (l'altro ieri la strage talebana a Kabul) di Boko Haram e il sequestro di centinaia di adolescenti mogli-schiave e non perde di vista nemmeno il fanta-horror reale con sede in California, dove si sta verificando la metafora vivente del “libero mercato” dell'acqua. Colpito dalla siccità, lo stato governato dal democratico Jerry Brown ha ordinato il contingentamento dell'acqua, peraltro già rubato ad altri come ci insegnò Chinatown di Polanski, ma i ricchi di Berverly Hills e dintorni si rifiutano di chiudere il rubinetto perché “noi paghiamo".
Le gocce restanti si riversano sulle rocce del regno di Immortan Joe e cadono sulla folla agonizzante, mentre a garantire la discendenza del Califfato ci pensano veneri spose avvolte in candide fasce nuziali che Miller fa apparire come un miraggio da spot pubblicitario in mezzo alla collezione ferrosa post-industriale un tocco comico-lirico, mix del suo bagaglio di greco trapiantato nella neverland. Varietà di sfumature ai Confini della realtà, diretto a fianco di Spielberg, Landis e Dante, fino a Babe va in città e al cartoon Happy Feet (Oscar) nella nuova onda di un cinema anti-classico, free jazzato e in linea con la filosofia di Truffaut: “un film deve essere girato contro la sua sceneggiatura e montato contro quelle riprese”. Lezione filtrata dal cinema di Roger Corman con le sue donne guerriere che tolgono il primato al Mad Max di Mel Gibson, il quale però ha benedetto il titolo presentato in anteprima il 7 maggio al Chinese Theatre di Los Angeles.

Furiosa, rapita all'età di otto anni, sottomessa al verminoso rais, marchiata col logo del teschio, cerca la redenzione e fugge nell'arida distesa desertica su una vecchia cisterna dal motore modificato, a bordo cinque mogli, una incinta, obiettivo la “terra verde”, luogo d'origine, che ricorda ancora fiorente, abitato dalle “madri”. Nel suo viaggio incontrerà Max, l'uomo che ha perduto nel corso dei tre capitoli precedenti lo status di macho, abbrutito dalla detenzione, ingabbiato in una museruola di ferro, disumanizzato e disincantato (Tom Hardy, protagonista angloirlandese di Locke che ha la fama di essere un "reborn", dopo problemi di droga). Un superman spezzato al pari dell'ultimo Batman di Christopher Nolan, conseguenza di una civiltà segnata dall'”assenza del padre”, il patriarcato in frantumi che gli islamisti vorrebbero riedificare.

Gli fa pendant filosofico un fanatico “war boy” tutto bianco, allevato all'idea del martirio, bocca e denti dipinti d'argento, devoto al kaiser prima di conoscere le carezze di un'altra vittima della fascinazione virile, la bella pietosa “moglie” dai capelli rossi. E il film a scoppio adrenalinico, carosello di macchine iperfantastiche, irte di aculei da istrice e di antenne flessibili su cui si dondolano feroci miliziani, bizzarre moto da cross, mitraglie, lance, bombe di fuoco, seghe elettriche... si ferma e vira dall'ocra all'azzurro, esterno notte, il tempo di immaginare un altro paradiso simboleggiato dalla pianticella che spunta tra le sementi conservate dalle madri, prima che la “terra verde” fosse annientata. Omaggio a Wall-E, il robottino custode di Gaia.

Mad Max e “war boy” scoprono il significato di eroe, c'è modo e modo di farsi saltare in aria, mentre arrivano le amazzoni delle (ex) terre verdio, a cavalcioni di harley-davidson, e non sono testimonial di bellezza ma rugose testimoni della catastrofe, esuli del nulla, pronte ad accogliere le fuggitive di Furiosa, creatura incompleta, amputata, ibrido, la sola che può sconfiggere i glabri (pelati anziché barbuti) fondamentalisti di Immortan Joe.

Girato nei deserti della Namibia (ma anche in Australia e in Sudafrica) il kolossal (budget 100 milioni di dollari), uscito nelle sale italiane, fa seguito per acrobazie visivo-narrative al blockbuster dell'estate scorsa, I guardiani della galassia, rivisitazione degli anni Settanta al profumo politico-demenziale Troma.