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sabato 16 maggio 2015

"Mia madre" è la macchina cinema


Mariuccia Ciotta

Cannes

Nanni Moretti sdoppiato, sognante, pentito, diverso. Mia madre radiografato attraverso la metamorfosi del regista-attore, arrivato, si dice, alla maturità, non più narciso e irriducibile giocoliere di parole, intollerante, estremo. Ora dolente e riflessivo sull'esistenza intorno al lutto, memoria di sua madre, professoressa amatissima di latino, che per non farsi capire dai figli parlava in greco antico con il marito.

Ma Nanni non è cambiato ed è ancora il beniamino di Cannes, primo (non in senso cronologico) tra gli italiani selezionati in gara, e accolto qui da una standing ovation.
Oltre l'atmosfera onirica felliniana, Giovanni, l'alter ego, continua a mettere sul e a fuoco la stessa questione, la scollatura tra il reale e l'essenza delle cose, lo spettacolo e la forma in grado di percepire l'invisibile. Così quando nella sequenza tra le più emozionanti Margherita Buy percorre l'infinita fila fuori dal Capranichetta, e gli spettatori fantasmi si apprestano a entrare in una sala fantasma, che non c'è più, e vanno a vedere un film che non c'è ancora, si dichiara fulminante l'”inadeguatezza”, ma non del personaggio della regista e non di Moretti nella parte del fratello. Ma quella del cinema, che Nanni come sempre perseguita in un corpo a corpo ossessivo per carpirne anche un solo attimo di vertigine. 
Nanni Moretti e Margherita Buy
 
Il quadro sottratto al virtuosismo, geometrie da nouvelle vague in nero (Cannes adorante lo ha voluto ancora in concorso, dopo la Palma d'oro) sostiene la famosa distanza tra l'attore e il personaggio, indicazione ricorrente della regista (ma nessuno la capisce), quello di stare un po' più in là del vero, lasciare una frattura, lo spazio tra la vita e il suo riflesso, che è anche il tempo che passa tra i giorni della madre e l'aldilà, e l'afasia di Margherita confusa tra il giorno e la notte, tra Noi siamo qui, il suo film sulla rivolta operaia, e il non esserci.
Quel film che appare così grossolano, con John Turturro, il divo americano nelle vesti del padrone della fabbrica, istrionico e fuori parte, è un omaggio commuovente al Moretti furioso nelle piazze, preveggente di come sarebbe finita la “Cosa”, inadeguato, come tutti, a trasmettere l'amore per quel che ci piace e ci muove. Anche la politica non trova le parole, “ma come parli?” urlava in Palombella rossa alla giornalista di moda. E tanto per non arrendersi, Nanni ha ripreso l'oggetto politico inanimato e sta lavorando a un documentario sul Pci, e la sua fine, parte seconda, dove finalmente scoprirà chi si è perso il '68 (non certo Rossana Rossanda, intervistata).
Non sta all'arte servire la politica, ma alla politica imparare i gesti dell'arte” risponde Jacques Rancière ai Cahiers du Cinema. E Moretti scava nel passato della madre (Giulia Lazzarini, grande attrice di teatro), scorre i suoi libri di latino, quelli che insegnano “l'analisi logica” e il dativo possessivo, e si prepara a vedere il domani, a imparare i “gesti dell'arte”. Vede in anticipo il pontefice perdersi nella folla di Habemus papa, anche lui non trova la “sensibilità” giusta per spiegare il mondo, e replica la scena nel deambulare sognante della mamma, vestiva in camicia da notte, anche lei fuggiasca dalle trappole del senso comune. La liturgia ospedaliera e le attenzioni di medici, infermiere e figli, Giovanni e Margherita - tutti e due sono Nanni - che non sanno dirle la morte, restituiscono a ognuno le stesse identiche sensazioni di tragica impotenza intorno a chi se ne va.
Nanni Moretti

Ecco perché i personaggi di Mia madre snocciolano dialoghi così “piatti”, è l'inciampo del pensiero, che poi lievita nel silenzio, in quei momenti distratti, dove la strada non si vede più, come succede a Turturro accecato dal vetro dell'auto zeppo di cineprese e microfoni. E' in questa apparenza di ripiegamento intimista che Moretti combatte, ancora, per infrangere l'immutabile. Si può gridare come in Ecce Bombo, e si può materializzare l'allucinazione, il fuori da sé, negli occhioni a raggi x di Margherita Buy, l'ibrido morettiano, la persona incerta, che guarda nel buio e vede.