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lunedì 18 maggio 2015

Il cimitero dello splendore. La guerra privata dell'artista Jo


di Roberto Silvestri

Cannes. Weerasethakul Apichatpong, chiamato dagli amici Jo, è un artista visivo thailandese che racconta con molta originalità, né in modo astratto né in modo realistico, il male di vivere del suo paese, la drammatica storia del passato coloniale e l'attuale dittatura militare, ma anche la tragedia dell'esistenza umana di chi è ai margini dei grandi avvvenimenti.

Ed espone da molti anni le situazioni illuminanti che scaturiscono dalle sue istallazioni audio visive, apprezzate nelle principali gallerie del mondo. Ha ormai conquistato una platea internazionale di ammiratori, anche cinefili e festivalieri, sedotti dal ritmo dei suoi dialoghi quotidiani etsremamente bizzari, e delle sue immagine nude, spoglie abbastanza da non compiacersi mai dell' effetto esotico-paesaggistico, eppure misteriose e addirittura erotiche, perché attraversate, illuminate e contraddette da effetti magici implausibili, spesso comici e inaspettati che non citano né si richiamano ad alcun genere o filone horror-fantasy, neppure dell'estremo oriente.

Cemetery of Splendor
La magia e l'animismo millenario che sopravvive nella cultura e nei riti religiosi di alcune popolazioni periferiche, ai confini del Laos, della Thailandia buddista, esce ed entra nei film di Jo con naturalezza e stile. Nel senso che si “vedono” cose che soltanto si dicono e non vengono mostrate. Le immagini sono attraversate per esempio da spettri e divinità di varia natura che entrano in campo con modestia e in punta di piedi.
Era succcesso nella “Zio Bonme” che ha vinto la palma d'oro a Cannes anni fa e adesso in questo suo nuovo lavoro, presentato nella sezione Un Certain Regard, che si intitola Cimitero di splendore. Opera che è stata finanziata da un pool di società con sedi in otto stati differenti (anche Messico, Usa, Germania, Malesia, Corea e Francia) e che vede tra i produttori l'ex direttore del festival di Rotterman, Simon Field.

Un ospedale militare improvvisato. Alcune volontarie, infermiere laiche curano i malati. Tra di loro una medium che riesce a leggere i sogni dei ricoverati facendoli comunicare coi genitori. I soldati soffrono infatti di una misteriosa malattia del sonno e vengono provvisoriamente accolti in una scuola abbandonata. Di uno dei soldati, che non riceve visite da alcun parenti, si occupa Itt, anziana donna, sposata a un ex soldato americano che ha venduto tutti i suoi averi, ha abbandonato la patria e adesso vive con lei adeguandosi alla lingua e alla cultura locale.

Itt scoprirà che Jenjiira, così si chiama il giovane militare ammalato, viene dal lontano sud e tra i due si instaura un profondo legame, soprattutto dopo la scoperta dello strano diario della donna, pieno di geroglifici e disegni bizzarri. Si scopre, anche grazie alla mediazione di due divinità locali alle quali Itt ha fatto i doni giusti (statuette di animaletti in ceramica) e che le appaiono in visione, ma non come due madonne, senza aura, che sotto la scuola c'è tutto un mondo sepolto e affascinante...

Sogno, magia, reportage si mescolano a questo punto senza soluzione di continuità. Il film che si ambienta nella zona dove Jo è nato e cresciuto, ma ai giorni d'oggi, a poco a poco, torna indietro di secolo, e si insinua, come in un videogame mentale, utilizzando la sovrimpressione tra la voce e l'immagine, nella reggia di secoli fa, nella tomba di un mitico re, nel suo palazzo, nei bagni con i marmo rosa, nella camera da letto, con i piedi a forma di zampa di coccodrillo, nel salone dei ricevimenti, mentre quel che vediamo è solo una fitta foresta, come quelle di Il raccconto dei racconti, The sea of trees e di tanti altri film di questa edizione 68.

Il regista e artista visivo Apichatpong Weerasethakul
Il re lì sepolto succhia lo spirito dei soldati per dare energia bellica ai suoi soldati e proseguire le sue battaglie senza fine, anche al di là della morte. Siamo nella zone critica chiamata da Roberto Longhi dell' “illuminazione terebrante”, cioé penetrante come il succhiello, la “terebra” di un insetto. L'atto critico come risucchio. Quando un artista è anche critico ecco che i colori e i suoni di un film 'ballano'.