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domenica 17 maggio 2015

Carol, il film più che "perfetto" di Todd Haynes


Cate Blanchett in "Carol" di Todd Haynes

Mariuccia Ciotta

CANNES





In cerca del film “perfetto”, Cannes l'ha trovato, dopo aver stroncato l'”imperfetto” The Sea of the Tree con un accanimento internazionale e dato fuoco al regista Palma d'oro Gus Van Sant. Il compiacimento critico si culla nel calligrafismo di Todd Haynes che con Carol (concorso) dà seguito a Lontano dal Paradiso, splendido melodramma nell'eco di Douglas Sirk.
E se Van Sant insiste sulla morte in agguato nel “sequel” maggiorenne di Restless, Haynes torna agli anni '50, al clima repressivo del dopoguerra ma risale indietro di cinque anni, 1952, inizio della presidenza Eisenhower, e lo sguardo estetico si volge questa volta, dice il regista, alle sequenze oniriche di Un posto al sole e alla luce accecante anni 70 di Sugarland Express e a quelle fughe on the road.
Di quell'epoca si percepisce appena il terrore maccartista, tranne per una battuta colta per le strade di Manhattan “vi sentite più liberi con il comitato per le attività anti-americane?” perché le “streghe” non sono i rossi ma due donne, Carol (Cate Blanchett) e Therese (Rooney Mara), protagoniste del romanzo The Price of Salt di Claire Morgan poi ripubblicato nel 1990 a Londra senza lo pseudonimo, e dunque firmato correttamente Patricia Highsmith, che applica il genere giallo alla relazione "immorale". Che quella relazione lesbica sia ancora giudicata un po'criminale lo provano i ben 12 anni passati dalla dalla scrittura del copione al film, prodotto principalmente, e non senza difficoltà e passaggi di mano, dal duetto britannico Film 4 -Numer 9 Films e dalla newokese super indipendente Killer Film di Christine Vachon e Pamela Koffler.

Cate Blanchett (a destra) e Rooney Mira in "Carol"
Al di là delle intenzioni di Haynes, per la seconda volta in duetto con Cate Blanchett, Carol ci riporta a un altro dopoguerra, quello degli anni Venti, e al silent-movie It con Clara Bow nella parte di una commessa dei grandi magazzini, proprio come Therese, ventenne addetta al reparto giocattoli, attratta alla vigilia di Natale da una lady quarantenne in pelliccia, Carol, sostituita qui al ricco proprietario per cui spasimava Clara Bow: “Caro Babbo Natale - pregava – fammi lui come regalo”.

In campo la differenza di classe. Solo che la “It-girl” era una maschietta smaliziata, tutto pepe, intraprendente e pronta a sbeffeggiare l'aristocrazia vittoriana, mentre la Therese di Todd Haynes è soggiogata dal rossetto brillante e dal profumo inebriante della signora, composta in una rigida etichetta. I ruoli si capovolgono, è lei, Carol, a voler conquistare la commessa dal visetto appuntito, vestita sempre con abiti a quadretti (tipico delle ingenue del muto), spinta dal desiderio di disertare le noiose cene mondane a base di ostriche e champagne.

Molte inquadrature di Carol-Cate sono "imprigionate" dentro i finestrini delle automobili
La scintilla tra le due, insomma, sembra guizzare dalla voglia di invertire le parti (accadrà) più che da un impulso sensuale, affidato invece alla macchina da presa, carezzevole nella luce calda (la fotografia, ispirata alle istantanee di Vivian Mayer, è di Ed Lachman, lo stesso di Lontano dal paradiso) sui volti e nei movimenti fluidi alla ricerca di dettagli, una tazza di thé, una spazzola, un guanto (i costumi sono di Sandy Powell, Lontano dal Paradiso ... Hugo Cabret)) .

Sussurri, sguardi, sorrisi, Carol invita Therese in ristoranti di lusso, e la commessa non sa cosa ordinare né se vuole sposarsi con il pretendente e partire con lui per un viaggio in Europa o con lei per l'avventura erotica, Carol invece è decisa a lasciare il marito, un bel tipo vigoroso e innamorato, che ha come unico difetto una famiglia noiosa e borghese, e che si infuria al rifiuto della moglie di passare il Natale insieme, per il bene, se non altro, della figlia bambina. E come dargli torto? Todd Haynes sa come trattare le donne e anche le queer (Velvet Goldmine), eppure qui la sceneggiatura (di una donna: Phyllis Nagy) stenta a incidere i caratteri, e l'estetismo della regia sembra prendere il sopravvento, con l'aiuto di un'insistente musica zuccherosa dell'americano Carter Burwell (che pure ha al suo attivo Twilight, Fargo, Big Lebowsky ed Essere Johnm Makovich).

Rooney Mara che ha vinto la palam d'oro come migliore attrice del festival di Cannes 2015
Per fortuna, nella perfezione assoluta (il film è stato salutato da uno scroscio di applausi) s'insinua il detour, la forza di Haynes di oltrepassare l'esercizio sul cinema e allora ogni tanto l'immagine se ne va per vie traverse, i vetri appannati della macchina argentata, le fotografie scattate da Therese, principiante e futura fotoreporter per il New York Times con Cate Blanchett spettrale, i capelli biondissimi stinti nel bianco e nero, la suspense in attesa della scena clou, il sesso. Quasi una madre che porge il seno alla figlia, la ragazzina che si concede ai baci in un letto di motel.

E poi la persecuzione, un detective privato registra la notte d'amore e il marito pretende l'affidamento della figlia (Carol ha già avuto una relazione con l'amica del cuore) che finirà in un'ammissione di colpa, e nella rinuncia a essere madre a tempo pieno. L'indecifrabile legame tra le due, mai un gesto di passione, si spezza finalmente insieme a l'aplomb del film, quando nella bellissima sequenza finale Therese avanza nel decor prezioso del salone, gli occhi fissi sulla signora dell'alta società, circondata da damerini e calici di cristallo, e la pretende con un solo sguardo.

Il regista di Carol, Todd Haynes, a Cannes


Sorpresa francese nella sezione “Un certain regard”, Asphalte di Samuel Benchetrit con un cast notevole: Isabelle Huppert, Valeria Bruni Tedeschi e l'americano Michael Pitt (Dreamers di Bertolucci) , commedia all'humour ghiacciato, quadretti di vita in una banlieue parigina, palazzone scrostato, immigrati, qualche strafatto, e molti fiori (umani) che spuntano nelle crepe del condominio. Esilarante nelle scenette che si susseguono, surreali e commuoventi. L'uomo corpulento, capelli arruffati, che non vuol pagare l'ascensore nuovo, tanto abita al primo piano, e finirà in carrozzella per stress da cyclette (svenuto, arriva a 100 km), costretto a uscire solo di notte (gli è vietato usare l'ascensore) procurarsi sacchetti di patatine fritte all'ospedale, dove incontra l'infermiera Valeria Bruni Tedeschi, per cui si inventerà un'altra vita. L'adolescente angelico (Jules Benchetrit) e solo che consola l'ex diva sul viale del tramonto (Huppert) finita nel caseggiato periferico. E la signora araba che si vedrà piombare dal cielo l'astronauta John Mc Kenzie (Pitt), precipitato con la sua navetta sul tetto dell'edifico, una specie di Buzz Lightyear con tuta bianca, casco e respiratore. “Una donna araba? Sei stato sequestrato?” gli chiedono apprensivi dalla Nasa. Ma John Mc Kenzie, che ha avuto in prestito una maglietta dell'Inter (del figlio in carcere) se la passerà bene a piatti di couscous nel più bell'incontro tra alieni che si sia mai visto.