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sabato 16 maggio 2015

"The Sea of Trees", il magnifico fischiato


Sotto il Fujiama, simbolo del Giappone imperiale e imperialista Sea of Trees, la foresta dei suicidi
Mariuccia Ciotta

Cannes

Oggi giorno soleggiato per Nanni Moretti, molto applaudito alla prima stampa di Mia madre, e ieri cielo nero per Gus Van Sant, accolto da un'ondata di “buu” che ha sommerso i flebili battimani al termine di The Sea of Trees. Entrambi i film corrono per la Palma d'oro, entrambi i registi l'hanno già vinta.

Matthew McConaughey in Sea of Tress di gus Van Sant
Indipendente, autore totale, il cineasta americano è sempre urticante nella sua ricognizione sui teenager, dall'esordio Malanoche passando per My Own Private Idaho, Elephant (Palma d'oro), Last Days, Paranoid Park fino a Restless (2011) che diffonde odore di morte in The Sea of Trees, uno dei pochi film “adulti” di Van Sant, insieme a Milk e a Promised Land. Là due adolescenti, appassionati di funerali, di fronte al confine tra esserci e non esserci più, la vita come una malattia da curare con ogni mezzo necessario, qui due uomini persi nel limbo di Aokigahara, ai piedi del monte Fujii.

Il film prosciuga la narrazione e stringe l'inquadratura sulla questione che sta più a cuore al regista, l'esistenza impalpabile e sfuggente che neppure il professore di fisica Arthur Brennan riesce a decifrare nella sua lavagna di algoritmi, qualcosa che chiede al cinema di scovare, darle forma, renderla visibile. Qualcosa di condiviso tra Mia Madre e The Sea of Trees, tutti e due indagatori della zona tra aldiqua e aldilà, esaltanti antidoti del lutto.

L'inquadratura si stringe sull'uomo, Matthew McConaughey, solo corpo in campo radiografato in primissimi piani a coglierne il passaggio emotivo, tanto che la storia (scritta da Chris Sparling) resta sfocata, espediente per arrivare nel “luogo ideale dove morire”, il mare di alberi di Aokigahara, vista in “cartolina” dall'alto perché il Giappone ha negato il set del “suicidio perfetto” ( e Van Sant se n'è andato in Massachussets).

Arthur Brennan ha consultato Internet e deciso di partire per Tokyo con un flacone di sonniferi, sua moglie Joan (Naomi Watts) è morta, ma non è per questo vuole andarsene dal mondo. E' perché ha sprecato un'occasione, come il fantasma kamikaze di Restless che dimenticò di consegnare una lettera d'amore. E perso il tempo di vivere, dilapidato i giorni nella banalità di gesti e parole, come un film che fa spettacolo e accumula fotogrammi incerti. Sarà la foresta a battere il tempo e a dare senso alla storia di Arthur Brennan.

Cadaveri semi-mummificati, scheletri, corpi appesi nel buio, il bosco roccioso è una tomba aperta, ma nella griglia di alberi e cespugli si muove uno spettro, Takumi Nakamura ( Ken Watanabe) aspirante suicida pentito, che fermerà Arthur alla seconda pillola. L'uomo sanguinante chiede aiuto, e coinvolge l'altro in una corsa per la sopravvivenza. Segnali magici spuntano nella foresta, un'orchidea a testimoniare la perdita di una vita, una canzone, un rebus di parole, e i discorsi avvinghiati ai due uomini, lo scienziato scettico e il samurai mistico... In comune la favola di Hans e Gretel e il sentiero verso la salvezza.

Niente new age, la spiritualità laica di Gus Van Sant si sprigiona nell'abbraccio amoroso tra il giapponese che viola la tradizione del disonorato (ha perso il lavoro) e l'americano restio a credere a ciò che non vede. Feriti, ghiacciati dal gelo della foresta, i due sembrano su un terreno di guerra, mormoranti confidenze e segreti. In flashback le fasi del conflitto tra Arthur e Joan, il risentimento perché lui l'ha tradita, incapace di dirle l'amore. E poi la tragedia che non lascia margini di ripensamenti.

The Sea of Trees, quarto titolo di Gus Van Sant in gara a Cannes, va alla ricerca del punto della via d'uscita dal labirinto mortifero, una mappa incisa sulla carne di Arthur Brennan (performance impareggiabile di McConaughey) che non sa qual era la stagione e il colore preferiti dell'amata, “non la conoscevo”, rivelati post-mortem dagli ideogrammi dello spettro (non c'è traccia di lui, non è mai entrato ad Aokigahara) che tradotti suoneranno così: “inverno” e “giallo”.

Emotivamente insostenibile, evidentemente, per i festivalieri. Lo sono le favole.