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sabato 9 settembre 2023

Rimpiangendo la lobotomia. Il Leone d'oro va a Lanthimos per "Povere creature"

Roberto Silvestri
Il cineasta greco Yorgos Lanthimos con lo strano horror (“femminista” secondo lui), molto applaudito, e tra i favoriti della critica nazionale e internazionale, e che poi ha vinto stasera il Leone d'oro, forse perché si è considerato la risposta colta, “europea”, cromaticamente fiammeggiante anche nella parte in bianco e nero, al mondo rosato di Barbie, ha molto lavorato di cesello sul suo nuovo Poor Things dal romanzo dello scrittore scozzese Alasdair Gray. Ed entra nel club esclusivo dei creatori di mostri, dei dottor Frankenstein, e di chi, tra Racconti di Hoffman e bambole inanimate, suscitata molta paura con i cadaveri che riprendono vita grazie a innesti fuori natura (un inedito trapianto di cervello).
Il laboratorio diabolico è del dottore, anche lui piuttosto inguardabile, Godwin Baxter (Willem Dafoe) e la sua creatura, Bella (Emma Stone), rivive grazie a un ricambio di materia grigia, preso dalla nascitura e inserito nel cadavere di una giovane donna incinta, morta suicida e strappato alle acque. Bella Baxter, dopo un claudicante inizio sia mentale che motorio, prende possesso di sé e fugge dal palazzo che la rinchiude. Si butta alla conquista del mondo, in crociera, a partire da Lisbona, quasi un omaggio a Manoel de Oliveira, però non manca il fado, e non è strageniale, e al pieno dispiego della sua sessualità con l'aiuto non disinteressato anzi dissoluto dell'astuto avvocato (Mark Ruffolo) compagno di venura, che sarà poi sopraffatto dalla assoluta mancanza di freni inibitori e di pregiudizi della scatenata “mostra”, che naturalmente in un bordello parigino si sentirà di casa. Tanto che in Usa il film è vietato ai minori di 17 anni. La sceneggiatura è dell'australiano Tony McNamara (già al fianco di Lanthimos in La favorita) . Scene e costumi sono mozzafiato e molto devono alle straordinarie animazioni fantasmagoriche anni 50 e 60 del cecoslovacco Karel Zeman, con la sua 'fantascienza passatista' ripresa anche da Miyazaki. Ricostruita dall'uomo, la 'donna antica' tutta natura viva e tanto rimpianta, torna in vita. Ma questo artificio lobotomico alle giovani generazioni che sono ignare del caso Ulrike Meinhof non rimanda più a sinistre e abiette manipolazioni. Davvero una 'povera cosa'.

giovedì 20 settembre 2018

Mostra di Venezia 75. La favorita, ovvero il libertinaggio femminista. E The Mountain, un americano scopre Daumal


Una farsa da camera da letto come lezione di storia (*)

La favorita di Yorgos Lanthimos




di Roberto Silvestri
VENEZIA
L'Hollywood Reporter nei giorni scorsi ha polemizzato con la Mostra del cinema criticandone la scorrettezza politica a proposito di “quote rosa”. A Toronto un terzo dei film invitati è diretto da donne, a Venezia molto meno. Venezia guarda con troppa enfasiprofetica alla notte degli Oscar dimenticando che la maggior parte delle cineaste interessanti appartengono ai tre mondi, un po' dimenticati quest'anno. Non sempre bisogna però ricorrere al sesso del regista per conoscere il sesso di un film. E l'America Latina comunque è molto ben rappresentata.
Le tre belle opere in concorso di oggi, il poetico e crudele The mountain di Rick Alverson, il proustiano Roma di Alfonso Cuaron e la satira in costume che tanto a fatto pensare all'atmosfera Tom Jones, cioé La favorita del greco fuori casa Yorgos Lanthimos hanno, infatti, alle spalle due produttrici come Sarah Murphy e Gabriela Rodriguez e, il terzo, una sceneggiatrice coi fiocchi (e dal fraseggio libertino) come Deborah Davis. E sono tutte e tre ipnotizzate dalla centralità narrativa dei personaggi femminili.
Una madre pazza che scompare nel nulla, una tata indimenticabile e tre donne che all'inizio del 700 governarono l'Inghilterra e ne cambiarono irreversibilmente il destino politico (non a caso anche Thathcher e May, la regina Vittoria e Elisabetta...).
Semmai sarei più rigido sull'elenco degli invitati ai party ufficiali, onde evitare la presenza di ingombranti maschi inquisiti, peraltro ministri e dunque più che tollerati dal popolo festivaliero che sta dando prova di scarso talento critico ma di realismo nervoso.
A Lanthimos è stato affidato un copione non suo, proprio come a Chazelle. Ma il regista greco è riuscito ad aggiungere al progetto internazionale – una commedia in costume con Emma Stone e Rachel Weisz, sugli intrighi di corte, ambientato durante l'epoca della dimenticata regina Anna (ultima degli Stuart) - quel tocco di eccentricità che ha sempre contraddistinto il suo sguardo, più che “indigesto”, sulla Grecia di oggi. E lo ha fatto con mezzi esclusivamente visivi. Ha chiesto a scenografi, costumisti, parrucchieri e star di esagerare, sempre. Ha utilizzato il grandangolo abusandone e l' “oscurità Kubrick”, fino al ridicolo, per distorcere le prospettive spaziali e mentali. 
Ci invita infatti a penetrare i labirinti crudeli e dark di uno scontro a tre, tipo “Eva contro Eva” ante litteram, ma di forte contenuto politico, mentre ogni figura e spazio coinvolto in quel gioco di potere diventa sempre più grottesca e rococò, cioé comica nella tragedia. E drammatica fu la lunga guerra tra Parigi e Londra, e lo scontro politico tra Tory falchi e Whig colombe, tra aristocratici conservatori bellicosi e mercanti rampanti che non vedevano l'ora di arrivare alla pace e alla ripresa dei commerci, quelli sì davvero cruenti. Dietro a tutte le frivolezze che fanno epoca - le corse delle anatre e delle aragoste o il consumo di ananas o il lancio delle arance - dietro la fragile e malata regina Anna (Olivia Colman), la vera mente lucida del Palazzo, Lady Sarah Churchill duchessa di Marlborough (Rachel Weisz) e la giovane e furba intrigante “decaduta” e proletarizzatra che le soffierà il posto, Abigail Masham (Emma Stone), ecco che la farsa da camera da letto (a pulsioni lesbiche) ci indica costantemente il fuori campo, non perde mai il contatto con la storia vera, di allora e di oggi.
La regina Anna (Olivia Colman, istrionesca ma moderata) che non ebbe prole, nonostante 17 gravidanze, seppe riunificare il paese, portarlo alla modernità parlamentare bipartitica e utilizzare la gelosia e soprattutto l'intuito razionale delle sue due amanti, per indicare al Regno Unito quella strada, non anti Europea, e mai Brexit, che evitò a Londra isolamento economico e futuri decollamenti regali.

The Mountain, fare l'elettroshock alle immagini

The Mountain di Rick Alverson


Più inquietante e complesso, seducente e repellente, si intuisce anche dal poster, è The Mountain, diretto con originalità fotografica stupefacente da un beniamino del Sundance, quella strana personalità inafferrabile di nome Rick Alverson.
Un ragazzo quasi catatonico che lucida le piste ghiacciate di hockey, alla morte del padre allenatore di pattinaggio artistico teme di impazzire come la madre campionessa che lo ha abbandonato e vegeta in manicomio chissà dove, e accetta dunque di seguire uno psichiatra dai metodi antichi e oggi molto criticabili in giro per gli ospedali fotografando pazienti, lobotomie e trattamenti “estremi”.
Un “colpo di fulmine” lo porterà tra le braccia di una ragazza schizofrenica, malata più di lui. La prova d'amore sarà misurabile in watt.
Il film è figurativamente scolorato, come se fosse pensato da Roy Andersson ed è paralizzato dalle iconografie anni 50, come neanche Paul Thomas Anderson o Todd Haynes saprebbero fare.
Il regista tratta e guarisce quell'immaginario “morto”, non solo metaforicamente, con la terapia, fuorilegge ormai, dell'elettroshock. Che però a livello di immagine si rivela feconda. Non mi ricordo di aver mai visto riprese di stanze immobili disabitate, a camera fissa, che fossero così sul punto di muoversi ed esplodere senza usare il grandangolo. Proprio l'effetto che fa una facciata barocca di Pietro da Cortona. Così il clou di questo viaggio verso il 'monte analogo', punto di guarigione da ogni malattia dello spirito: cioé lo stravagante incontro-scontro tra due scuole di recitazione molto “eccentriche”, quella americana, rappresentata dal surrealista pop Jeff Goldblum e quella francese che ha trasformato l'azione scenica grazie a Denis Levant, e al suo guru Leo Carax, in pura vibrazione tantrico-sessuale. Fanno scintille esplosive i loro corpo a corpo.
Fanno scintille e palle di fuoco magiche proprio come il fulmine quando colpisce la terra (e in Siria si raccolgono dopo tartufi afrodisiaci di immane potenza). Come l'elettroshock, quando cerca di riequilibrare certe particolarissime “deviazioni” psichiche.Nel 2014 un film francese, fantastico, in quattro parti, proibito in Francia perché non demonizzava come vuole la legge l'uso dell'elettroshock, Foudre (fulmine), già fecondava in forma poetico-documentaristica quello che The Mountain partorisce in forma di racconto. Siamo davanti a un'opera affascinante e oscura che crescerà nel tempo proprio come il capolavoro di Manuela Morgaine.


(*) da Alfabeta2

domenica 18 ottobre 2015

L'individualismo european style. L'aragosta di Lanthimos.



di Roberto Silvestri




Era in concorso a Cannes, e tra le teste di serie numero uno, L'aragosta di un cineasta greco in ascesa critica, Yorgos Lanthimos, adesso nelle sale italiane. La Grecia, almeno, era in lizza sulla Croisette, alla faccia di Merkel che invece restò all'asciutto. Solo il titolo dell’opera, però, ha qualche cosa in comune con l'allegoria grottesca di Sabina Guzzanti. E una certa rabbia mal compressa sullo stato del mondo... 
Però il film è stato interamente girato in Irlanda, coprodotto da Francia, Olanda, Irlanda, ed è parlato in inglese, con un cast e una troupe da occupazione militare: Colin Farrell, Rachel Weisz, John C. Reilly, Lea Seydoux...E’ la globalizzazione. Dovere morale raccontarsi agli altri nella lroo lingua, affinché capiscano meglio quel che succede nei pressi del Partenone.
Il film è di fantascienza, ma neanche tanto anche se il clima è da Farenheit 451. Ma invece di vietare i libri il Potere vieta l'essere single. Solo la coppia è permessa, ovviamente etero o omo. Proibita, però, come a Tehran, la bisessualità e l’imprecisione, l'oscillazione sessuale. Non solo. La Legge obbliga gli accoppiati ad essere l'uno la copia conforme dell'altro. Le anime devono essere forzatamente “gemelle”. Ti vesti solo di nero? Formerai un black bloc. Perdi sangue dal naso? Il tuo partner deve perdere sangue dal naso. Sei cinico all'ennesima potenza? Scegli il più perfido. Sei cieco? accoppiati con un orbo.
Sembra la legge partorita da un dominio completamente fuso e fuori di testa. E molto letteralista. Come se i fondamentalisti di qualunque religione avessero conquistato anche il cuore di uno stato laico. Già, ma il potere esercitato dalla Troika, non nella fantascienza ma nel mondo reale di oggi, cos'è?

Come al solito andare per la tangente. 
A proposito. Vedere (quando e se uscirà) per credere anche uno dei grandi successi della Quinzaine 2015, la lunga suite di 6 ore Le mille e una notte di un cineasta portoghese molto originale come sono sempre i portoghesi, Miguel Gomes, che ruba a Sherazade la struttura delle fiabe a ripetizione, dell'inanellamento di racconti infiniti, in questo caso fatti di cronaca reali rimessi in scena (giornalisti d’inchiesta gli sceneggiatori) per narrar senza manicheismo, verismo, sentimentalismo e pietismo, come è ridotto un paese. E chi è l'assassino.
Per toccare con mano, dando la parola a contadini e operai, disoccupati depressi e impoveriti che tutto hanno perduto tranne il senso dell'umorismo, la distruzione del Portogallo, massacrato sia dai suoi governanti Ps (centro-sinistra), Socrates in particlare, che da quelli del centro-destra - di nuovo al potere - a forza di ossequiare, complice Barroso (ex maoista), i diktat del Fondo Monetario internazionale, della Banca Centrale e della Bce. Pompieri licenziati, cantieri navali d'eccellenza chiusi, perfino i fabbricanti di miele cacciati via da sciami di vespe assassine.
Il film si avvale di un lavoro in profondità condotto da tre reporter della stampa e della tv scomodi, cacciati dai loro rispettivi editori perché troppo ficcanaso. Il trio ha spulciato tra i fatti di cronaca apparentemente disinteressanti e secondari per offrirci il ritratto impietoso del loro paese oggi visto "dal basso". Dall'apicultore abbandonato dallo stato, al bandito ricercato per mesi e mesi e che diventa un idolo delle folle perché la storia dimostra l'inefficienza di chi dovrebbe proteggerci, al proprietario di case sfrattato dalle banche fameliche a chi massacra flora e fauna per profitto e rapacità.... 

Fine della parentesi. 
Così la metafora, di facile decifrazione, di Lanthimos, che in genere vince tutti i festival a cui partecipa, coglie nel segno, anche se per tenere alta la tensione per quasi due ore, il che non è facile quando si nuota nel grottesco beckettiano, deve aumentare il tasso sarcastico e etilico del film.
Dunque chi non si attiene alle Leggi viene portato in un hotel di lusso nei pressi di una buia foresta e forzato a trovare un partner, un’anima perfettamente gemella, entre 45 giorni. Se no verrà trasformato in un animale a sua scelta (“aragosta”, chiede il protagonista di The Lobster, un baffuto e ingrassato Colin Farrel) e lasciato libero nella foresta. David, che è Colin Farrel, sceglie la libertà e fuggito nella foresta entrerà in conflitto anche con la legge dei ribelli, orgogliosamente single e integralisti dell'asessualità e fuggirà con una miope (Rachel Weisz), poi addirittura accecata per punizione.
Mentre nel fuori campo una celebre canzone greca intona un inno all'amore (da un film di Jules Dassin degli anni 50) David, e il pubblico con lui, deve risolvere un dilemma. Si ama di più accecandosi come la partner o restando integro, se non altro per anti conformismo? David fuggirà lasciando la sua adorata cieca sola e alla merce della Legge? Insomma Tsipras deve imporre un'altra legge possibile o arrendersi al fato del monetarismo militarizzato? L'umorismo irresistibilmente nero del copione ben si accoppia alla discesa negli inferi di un mondo oramai globalmente senza antitesi. O meglio un mondo in cui chi combatte il potere lo fa in nome di regole e principi altrettanto castranti e paralizzanti i corpi e le anime di quel 99% di senza potere. Non se ne esce se non con un invito alla fuga, fino ai confini dell'animalità come programma minimo. Per quanto gli accoppiamenti tra aragoste e maiali siano altamente sconsigliabili. Anche se ereticissimi.


domenica 24 maggio 2015

L'uomo che amerete Audiard. Palma d'oro a Dheepan, tra Rambo e Rosi

Valeria Golino premia Hou Hsiao Hsien come migliore regista per "L'assassino"
Roberto Silvestri

Cannes
"I premi? Non servono a niente. Non rendono migliori gli attori e i registi" ha appena dichiarato a Elle Catherine Deneuve. Però Vincent Lindon, accettando commosso la sua palma come interprete maschile di un film politico di sinistra, sui precari che si massacrano a vicenda,  Le leggi del Mercato di Stéphan Brizé, "il primo riconoscimento che ho vinto nella carriera", sembrava davvero rinato.  Già. E chissà quanti premi dovrà infatti conquistare ancora Jacques Audiard per diventare un regista civile interessante. La sua palma d'oro, tra gli applausi (non è più tempo di Pialat, sarebbe stato divertente vedere Gus Van Sant quest'anno sul podio) lascia molto perplessa la critica.
Dheepan (lo ha acquistato la Bim per la distribuzione in Italia), a parte la simpatia a pelle dei due interpreti principali indo-cingalesi,  è un mediocre psico-thriller francese che smuove soprattutto i sensi di colpa e l'assistenzialismo caritatevole dello spettatore. E, non essendoci più "il cinema francese" può permettersi di rubare di qua e di là. Si chiama globalizzazione d'autore. Con retrogusto imprenditoriale. Il ricco mercato indiano fa molta gola... Allora.  Dal cinema civile italiano dell'epoca Rosi si prende l'indignazione: perché la questione dei profughi politici è di grande e struggente attualità. E bisogna pur spezzare qualche lancia in favore del ministero degli interni perché si riconosca che la Francia ne ha già presi troppi di questi profughi politici... Niente quote. Da Ken Loach si cita un po' di umorismo da "dannati della terra", con qualche tocco di femminismo paternalista per non sembrar populisti (ma non mancano sviolinate spiritual-religiose).  Si pizzica poi, nel finale, qualcosa dalla saga hollywoodiana di Rambo - anche se sembrerebbe soprattutto una deviazione onirica - perché quando una macchina di guerra impazzita si rimette in moto, nella giungla metropolitana, sono dolori per tutti. Dheepan come Stallone. Deve molto, inconsciamente, Dheepan, anche alla "sensibilità vincente" del Front National, nuova gestione, perché la descrizione grigiosporca delle periferie avvelenate e abbandonate, in mano non all'ordine repubblicano ma al casino organizzato dalle pericolose e trinariciute gang afro-maghrebine armate di bazooka, è tutta un manifesto politico anti Holland. Dov'è la polizia? Contrasta la droga e i mitra solo uno scrupoloso e servizievole portiere induista, capace di rimettere a posto le luci al neon divelte, l'immondizia disseminata ovunque e l'ascensore divelto, come suggeriva di fare Marc Augé per dare anima ai non luoghi. Eppure perfino dentro l'uomo d'ordine più buono del mondo, il graffitista etico dei suburbi,  può celarsi una indemoniata "cellula dormiente", pronta a tirare fuori gli artigli, come una Tigre Tamil. Insomma il cuore del film inquieterà non poco il contribuente transalpino. E anche il nostro. E nessuno ricorda (neanche questo squisito film civile) che i Tamil furono vittima di un genocidio, sterminati dai buddisti di Colombo senza che l'Occidente dicesse o facesse nulla. Che neppure questo film "palmizzato" ne faccia cenno è scandaloso.
Nel Palmares ci sono anche riconoscimenti condivisibili a film intensi (e riusciti come Mia madre di Moretti):  L'aragosta di Lanthimos, premio della giuria, un grottesco di fantascienza che dà ragione a Godard quando afferma che "Hitler ha vinto la guerra, almeno in Grecia";  e Il figlio di Saul di Nemes, per esempio, gran premio della giuria, da vedere, visto che Teodora lo distribuisce, anche se nel discorso, preso anche lui nel vortice dei "ringraziamenti" ha dimenticato di ringraziare anche "Hitler senza il quale questo film non sarebbe mai stato possibile" (*), ma altri sotto-premi producono come dei "danni collaterali", hanno un retrogusto perfido. Carol di Todd Haynes (che con L'assassino di Hou Hsiao Hsien, consacrato per la migliore regia,  è il film che mi sentirei di consigliare agli amici che apprezzano i film d'azione interiore con più entusiamo) poteva essere premiato almeno per la sceneggiatura. Una maniera elegante per ricordare la "giallista di profondità" Patricia Highsmith, una inquietante "squilibrista" dell'immaginario. Invece Rooney Mara (nella deliziosa parodia lesbica di Audrey Hepburn, degna di quella spontanea e vitale popcorn venus) deve dividere il premio con l'esecuzione, imbarazzante e imbarazzata, di un copione pessimo che espone Emmanuelle Bercot a recitare sempre sopra le righe tranne quando deve urlare di dolore. Responsabile la regista Maiween di Mon roi (uno spot per gli istituti francese di rieducazione degli arti traumatizzati). Invece  Chronic di Michael Franco (Messico) certamente sostenuto da Guillermo del Toro perché è uno dei film più estremi e insostenibili della gara, che applica il metodo nouveau roman ai malati terminali nei loro rapporti con chi li segue fino all'ultimo respiro, è tutto tranne che un film scritto. E, come diceva Godard, è il montaggio che scrive un film, non il copione. Non c'è neanche nei titoli di testa di "Chronic" la dizione: sceneggiatura di... Dunque premiarlo per il copione è stato un vero sgarbo.          

Todd Haynes riceve il premio di Rooney Mara per "Carol"
E il giudizio sul festival? Certo. Non possiamo pretendere un Adieu au language ogni anno. Ma il bilancio di questa Cannes 2015 non è positivo, anche se ci sono stati altri film "monstre" capaci di mettere tutto sotto sopra, come fa Jean Luc Godard. Ai margini della competizione, stipati lì (ora sappiamo meglio perché), siamo stati oggetto di attentati benefici ai nostri set mentali e emotivi. Pensiamo a Le mille e una notte di Miguel Gomes, Cimitero di splendore di Weerasethakul Apichatpong o al quarto Mad Max di George Miller...
Ma. Il festival sta cambiando, nello spirito e nella strategia, proprio come il paesaggio turistico-culinario-sponsoristico della cittadina governata con mano di ferro da David Lisnard (Ump), che ha dichiarato guerra agli "incivili", tolleranza zero per homless e piccola criminalità, più polizia e telecamere dappertutto, ormai diventata una macchina sforna-eventi a ripetizione, un "non luogo", un centro commerciale da aeroporto vip. Lo aveva già compreso, questo destino, di capitale dello spettacolo, il giovane Guy Debord... La suite del Majestic? Costa 39 mila euro a notte. Però un motivo c'è, l'ha firmata Pascale Deprez...e poi dove ospitare i magnati sauditi e cinesi! Ma perché un qualunque hotel con stanze da 100 euro a notte nei giorni del festival alza la tariffa a 700, senza che nessun magistrato indaghi? E la palma d'oro quanto costa? 20 mila euro: è composta da 19 foglie, tante quanti i film in gara. E poi lo sponsor Chopard, il gioielliere che l'ha creata, con tutti i soldi che mette, potrà anche imporre un documentario a sua gloria, sulla Colombia che produce oro equo e sostenibile, e nella Selezione ufficiale, no? Sul film colombiano che ha vinto la Camera d'or non possiamo però ironizzare. Non si riesce mai a vedere sulla Croiesette tutto quel che si vorrebbe....Tra un caffé da 2 euro e venti e un altro (a meno che non si è drogati di nespresso, gratis per gli accreditati).
Il sindaco Lisnard, non a caso, per molti anni ha gestito da manager sarkozyano proprio il cuore della Croisette, tutte le attività del Grand Palais, il bunker, il centro del festival del cinema e di mille altre fiere annuali, di moda, di televisione, di video giochi, etc.... Un edificio che non si vede l'ora che venga raso al suolo per farne uno ancora più gigantesco, e speriamo meno irrazionale, che cementifichi davvero tutta la spiaggia circostante, mandando in orgasmo gli azionisti di maggioranza. Degno insomma della nuovo concorrenza, alla Shanghai o alla Pechino (dove, non a caso, a dirigere è andato Marco Mueller), che esige ambizioni da Spectre... Quelle ci sono. Dall'umile corruzione si passa a quelle grandi, alle speculazioni edilizie, alle urgenze della globalizzazione che vuole una economia di scala crescente ben governata da un unico centro di potere... C'è infatti chi propone, per capire davvero Cannes, un documentario sul F.C. Cannes, la squadra di calcio locale che fu di Zidane e Vieira, che è progressivamente decaduta, dal 1993, dalla massima serie alla serie d e ora è, come il Parma, in situazione semifallimentare, in serie Dh... Non sarà facile dunque per Lisnard assicurare alla sua città e alla natura circostanze la qualifica di "patrimonio mondiale" dell'umanità Unesco. Lo ha chiesto ufficialmente, con tanto di Gilles Jacob nel comitato di sostegno e dell'abate dell'abbazia circense di Saint-Honorat,  il 19 maggio scorso. Le isole Lerins e la Croisette hanno ancora un valore universale eccezionale? Strano che la città del cinema non abbia ancora neanche un multiplex (lo stanno costruendo, 12 schermi, nella zona Bastide-Rouge). Strano che non abbia ancora un museo del cinema. Lo stanno allestendo. Foto e manifesti di cinema. Ma sarà effimero. Dall'11 luglio al 28 agosto, spazio espositivo di 7000 metri quadri  nella hall Riviera del palazzo del cinema. Con Gondry che animerà l'officina dei cineamatori. Ma la Costa Azzurra ha una film commission molto attiva che nel 2014 ha creato un giro di affari di 37 milioni di euro (grazie a 12 lungometraggi, tra i quali una produzione di Luc Besson).
Comunque, avesse vinto la palma Nanni Moretti chi poteva scandalizzarsi? Ma non siamo dispiaciuti per la mancanza nel palmares di cineasti italiani. Anche il più fragile e perturbante tra di loro, e quello più superbo e spavaldo, hanno avuto infatti una accoglienza attenta e insperata di pubblico e di critica. Per non parlare della giovane generazione, quella di Minervini, Carpignano e Fulvio Risuleo...
Siamo dispiaciuti per il declino di un festival, che seguiamo dal 1980, quando si aveva il tempo di discutere dei film, perfino in spiaggia, e di vedere tutto ciò che si desiderava vedere (questa volta una manina sadica ha costruito il palinsesto per impedire di assistere sia alla storica proiezione di un film postumo di de Oliveira che a quella dell'iper-porno di Noé, o l'uno o l'altro...). Cannes sta morendo di troppo successo, e non serve più da indicatore delle tendenze, come scoperta dei nuovi talenti ruspanti soprattutto extraoccidentali o per far nascere progetti non istituzionali, sottoposti a ferrea filiera "cinefondation-corto-lungo d'esordio-competizione-premio", come è successo con Laszlo Nemes e altri registi d'allevamento quest'anno.  Ma attenzione il cinema d'autore non deve irrigidirsi in uno standard, in una "maniera" se no i festival esauriscono la loro funzione sorprendente. A proposito. L'assenza della Troma e delle sue parate è un altro pessimo sintomo di malattia degenerativa.

Inaugurato male, con un disastroso spot pubblicitario alla giustizia minorile transalpina, imposto dal neo presidente manager Pierre Lescure (l'anno scorso era stato ancora Gilles Jacob, un critico, il garante "artistico") per rendere omaggio al simbolo del cinema francese e sua ex compagna per dieci anni (Catherine Deneuve), proseguito peggio,  tra i malumori dei 40 mila ospiti che ormai hanno bisogno di uno "stadio nuovo" perché il più irrazionale dei bunker è ormai obsoleto, per 40 mila ospiti, e ci sono film che non vengono mai replicati creando notevole irritazione, e lo scodellamento in competizione e ovunque di troppi film francesi stile Canal + (l'ex azienda di Lescure), con tutto l'Olimpo divistico di Francia, serie A e serie B (Depardieu, Huppert, Cassel... Lindon, Emmanuelle Bercot, Meiwaan) bel in vista, è finito molto peggio questo festival 68. E poi ricordarsi di non frequentarlo "mai di domenica". Non troverete più posto....

Inoltre una domanda. Perché uno spettatore francese indignato accreditato come stampa ha urlato alla fine dell'anteprima di Mon Roi: "Nepotismo! Vergognatevi!". L'attuale compagna di Lescure è Emmanuelle Bercot? Maiween? Cassel? Misteri transalpini.

Anche una giuria più qualificata di questa avrebbe comunque avuto difficoltà a mettere in graduatoria i dieci-undici film interessanti di questo cartellone 68. Ma questa qui ha davvero fatto un po' di pasticci. Mancava una guida critica qualificata? Forse.  Siamo arrivati al livello di Berlino d'epoca de Hadeln, quando metà delle proposte erano, come si dice qui, "nul". E i palamers peggio. Non userò infine la cattiveria di Godard che considera i fratelli Coen (e Tarantino) come i portabandiera del "cinema chic". Che per lavarsi la coscienza (e tenere alto il gap industriale tra cinema cinema d'autore americano e resto del mondo) dimostrano di essere colpiti da immagini che siano le più "brutte, sporche e cattive" mai concepibili.   

(*) è vero, è una battuta di cattivissimo gusto, ma adeguata alla serata televisiva, che Sky ha ben tradotto in diretta, metà academy awards, metà spettacolo di varietà del sabato sera, tranne l'incantevole cineballetto cinese, metà predica in chiesa (a parte le bellissime parole di César Augusto Acevedo, il regista colombiano premiato con la Camera d'or per La tierra y la sombre, quando ha dedicato il premio ai contadini, i veri eroi del suo paese). Così mi becco anche io in risposta l'espressione disgustata e enigmatica dei fratelli presidenti di giuria Coen (per tutto il tempo), come se li avessero forzati a emettere quel verdetto.         

sabato 16 maggio 2015

La città è in mano ai matti. Scappare nella foresta. Lanthimos, Gomes e Muntean.

Miguel Gomes "Le mille e una notte" parte seconda
Roberto Silvestri

Cannes. All'appello del 2015 manca solo il Maghreb e il Sudafrica. La nuova geopolitica del “cinema incandescente” è rispettata: Thailandia, Iran, Corea del sud, Romania, Filippine, Portogallo, Colombia, Brasile, Islanda... ci sono tutti. Anche la macchina immaginaria più in crisi (economica), come Taiwan. Però Hou Hsiao Hsien ha dovuto subire l'umiliazione di gareggiare senza la bandiera della sua Taipei sul pennone. Pechino non la vuole. E chi osa contraddirla, Lescure?
In crisi creativa Germania e Gran Bretagna. Cameron taglia i finanziamenti alla cultura critica anche se li aumenta a quella apologetica del mercato così come è. Infatti si assiste a un boom produttivo in Uk – almeno a sentire Adrian Wooton, capo del British Film Commission fiero che “Guerre Stellari episodio VII”, “Mission Impossibile-Rogue Nation” e “Miss Pregrine's Home for Peculiars” di Tim Burton siano stati girati lì, ma anche a “zero titoli” sulla Croisette.

Londra si è fatta promotrice di una pericolosa legge europea, passata sei mesi fa, che spalanca il digitale all'occupazione dei più forti. Gli americani (del nord). Se un film entra nelle sale cinematografiche di qualunque stato europeo è obbligatorio programmarlo sulle tv digitale. Sarà sempre più zeppa di prodotti commerciali infimi, dunque, che costano talmente poco agli euro-distributori da battere qualunque concorrenza iraniana, sudcoreana, argentina e maghrebina. Per fortuna che Netflix e la rete stanno cambiando la sacralità della filiera: prima era obbligatorio il passaggio prioritario nelle sale, ma oggi? Weerasetakul Apichatpong comunque glorifica le proiezioni dei film a Cannes per l'alta qualità tecnica della riproduzione visiva e sonora. E' vero. Però la grande sala Lumiere, il cuore del festival, può essere migliorato: ha una struttura ad arena perfetta, ma per uno schermo Imax, alto il doppio rispetto a quello che c'è. Infatti chi sta in alto, sulla galleria, vede male e poco.

E l'Italia? Sorrentino ha venduto il film alla Fox. Moretti è piaciuto e Garrone ha superato la prova del salto nel buio della “fantasy” e con lui gli effettisti speciali, italianissimi. Minervini si sta facendo un nome di primo piano nel “Mondo Docu”. E Carpignano vedremo. Le Film Commission (soprattutto quella pugliese) gongolano. E giustamente approfittano del castello federiciano, uno dei set mozzafiato del Racconto dei Racconti, per attirare produttori con una lussuosa campagna promozionale.

I nostri distributori stanno comprando film. Teodora, per esempio, si è assicurata già prima di Cannes “Il figlio di Saul” e il nuovo Trier. Precious Cargo, il nuovo Bruce Willis è stato acquistato. E così il film di Audiard in competizione. Abel Ferrara lancerà invece un fundrising il 18 maggio per finanziare, dal basso, una nuova opera con protagonista Willem Dafoe, “Siberia”. Pasolini intanto non è ancora uscito sul mercato nordamericano. Woody Allen aspetta con “imbarazzo colossale” la sua prima serie tv per Hbo. Una sorta di ritorno alle origini.

Il regista greco Yorgos Lanthimos sul set di The Lobster
E passiamo ai film. In concorso e tra le teste di serie numero uno, L'aragosta di Yorgos Lanthimos. Solo il titolo in comune con l'allegoria grottesca di Sabina Guzzanti. La Grecia è in concorso, alla faccia di Merkel, che invece resta all'asciutto. Però il film è stato interamente girato in Irlanda, coprodotto da Francia, Olanda, Irlanda, ed è parlato in inglese con un cast e una troupe da occupazione militare: Colin Farrell, Rachel Weisz, John C. Reilly, Lea Seydoux...Un film di fantascienza, ma neanche tanto. Clima da Farenheit 451. Ma invece di vietare i libri il Potere vieta l'essere single. Solo la coppia è permessa, ovviamente etero o omo. Ma proibita la bisessualità. Non solo. La Legge obbliga gli accoppiati ad essere l'uno la copia conforme dell'altro. Le anime devono essere forzatamente “gemelle”. Perdi sangue dal naso? Il tuo partner deve perdere sangue dal naso. Sei cinico all'ennesima potenza? Scegli il più perfido. Sei cieco? accoppiati con un orbo. Sembra una legge partorita da un dominio completamente fuori di testa. E molto letteralista. Come se i fondamentalisti di qualunque religione avessero conquistato anche il cuore di uno stato laico.

Il regista portoghese Miguel Gomes regista della bellissima trilogia Le mille e una notte
Già, ma il potere esercitato dalla Troika non nella fantascienza ma nel mondo reale di oggi cos'è? Vedere per credere anche un film della Quinzaine, di cui è stata presentata solo la prima parte, Le mille e una notte di Miguel Gomes, che ruba a Sherazade la struttura delle fiabe a ripetizione per inanellare, attraverso racconti cioé doc rimessi in scena, per narrar senza manicheismo, verismo, sentimentalismo e pietismo come è ridotto un paese. E chi è l'assassino. Per toccare con mano, dando la parola a contadini e operai, disoccupati depressi e impoveriti che tutto hanno perduto tranne il senso dell'umorismo, la distruzione del Portogallo, massacrato sia dai suoi governanti Ps (centro sinistra) che da quelli del centro-destra, a forza di ossequiare, complice Barroso (ex maoista), i diktat del Fondo Monetario internazionale, della Banca Centrale e della Bce. Pompieri licenziati, cantieri navali d'eccellenza chiusi, perfino i fabbricanti di miele cacciati via da sciami di vespe assassine. Il film si avvale di un lavoro in profondità condotto da tre giornalisti della stampa e della televisione cacciati dai loro rispettivi editori perché troppo ficcanaso. Il trio ha spulciato tra i fatti di cronaca apparentemente disinteressanti e secondari per offrirci il ritratto impetoso del loro paese oggi visto "dal basso". Dall'apicultore abbandonato dallo stato, al bandito ricercato per mesi e mesi e che diventa un idolo delle folle perché la storia dimostra l'inefficienza di chi dovrebbe proteggerci, al proprietario di case sfrattato dalle banche fameiche a chi massacra flora e fauna per profitto e rapacità....

Miguel Gomes in Le Mille e una notte
Così la metafora, di facile decifrazione, di Lanthimos, che in genere vince tutti i festival a cui partecipa, coglie nel segno, anche se per tenere alta la tensione per quasi due ore, il che non è facile quando si nuota nel grottesco beckettiano, deve aumentare il tasso sarcastico e etilico del film. Dunque chi non si attiene alle Leggi viene portato in un hotel di lusso nei pressi di una buia foresta e trovare un partner entre 45 giorni. Se no verrà trasformato in un animale a sua scelta (“aragosta”, chiede il protagonista di The Lobster, un baffuto e ingrassato Colin Farrel) e lasciato libero nella foresta. David (ah, ecco ritornare il figlio di Saul) che è Colin Farrel, sceglie la libertà e fuggito nella foresta entrerà in conflitto anche con la legge dei ribelli, orgogliosamente single e integralisti dell'asessualità e fuggirà con una miope (Rachel Weisz), poi addirittura accecata per punizione.
Mentre nel fuori campo una celebre canzone greca intona un inno all'amore (da un film di Dassin degli anni 50) David, e il pubblico con lui, deve risolvere un dilemma. Si ama di più accecandosi come la partner o restando integro, se non altro per anti conformismo? Fuggirà lasciando la sua adorata cieca sola e alla merce della Legge? Insomma Tsipras deve imporre un'altra legge possibile o arrendersi al fato del monetarismo militarizzato? L'umorismo irresistibilmente nero del copione ben si accoppia alla discesa negli inferi di un mondo orami globalmente senza antitesi. O meglio un mondo in cui chi combatte il potere lo fa in nome di regole e principi altrettanto castranti e paralizzanti i corpi e le anime di quel 99% di senza potere. Non se ne esce se non con un invito alla fuga, al limite all'animalità come programma minimo. Per quanto gli accoppiamenti tra aragoste e maiali sono altamente sconsigliabili. Anche se ereticissimi.
Un piano di sotto di Radu Montan (Romania)
Interessante del poliziesco rumeno “Un piano di sotto”, diretto da Radu Montean, con Teodor Corban, gigantesco protagonista (Certain Regard), soprattutto il fuori campo. Il delitto avviene fuori campo. L'indagine della polizia avviene fuori campo. Il film poliziesco stesso è fuori campo. Perché noi assistiamo solo alla vita quotidiana, in campo pieno, di una coscienza. Difficile da visualizzare. Un testimone di mezza età, appassionato di concorsi canini e di Steaua Bucarest, ma che non dice nulla di quel che è successo, di quel che ha sentito, né alla moglie, né al figlio, né ai vicini di casa, nné agli amici di partita, né alla polizia. Eppure ha sentito al piano di sotto una furiosa lite che forse spiega il movente del delitto. Il fidanzato geloso che urla contro la fidanzata che ha pronta la valigia per andarsene. La fidanzata verrà trovata, nel fuori campo, con la testa spaccata. “Forse un incidente?”. No. Un femminicidio classico. Ma il nostro eroe non parla. Anzi, accoglie l'assassino in casa, perché, esperto di computer, aiuterà il figlio con il suo pc. Anzi aiuta lui stesso l'assassino presunto a sbrigare certe pratiche di passaggio di proprietà della sua auto. E' il suo lavoro. Anzi si scazzotta perfino con il presunto assassino che non riesce a capacitarsi del perché del silenzio del suo unico testimone contro. Ma non dice nulla alla polizia. Di che si tratta? Dell'omertà come psicosi collettiva della generazione di Ceausescu, abituata allo spionaggio totale della polizia segreta? Uno potrebbe pensare perfino che è stato lui l'assassino, se ci fosse un altro fuori campo possibile. Insomma siamo di nuovo al punto focalizzato da Woody Allen. Si sa chi è l'assassino e non si parla. Il mondo è diventato talmente incarognito che quasi quasi tifa per l'assassino e non più per la vittima. Un po' di giustizia anche per il criminale, che diamine. E poi, uno si chiede, se il vicino del piano di sopra non parla, perchè il vicino della porta accanto neanche si fa vedere per uttto il film? Non è quello il fuori campo più inquietante? E' finita per sempre l'ideologia della ragazza della porta accanto?