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giovedì 20 settembre 2018

Mostra di Venezia 75. La favorita, ovvero il libertinaggio femminista. E The Mountain, un americano scopre Daumal


Una farsa da camera da letto come lezione di storia (*)

La favorita di Yorgos Lanthimos




di Roberto Silvestri
VENEZIA
L'Hollywood Reporter nei giorni scorsi ha polemizzato con la Mostra del cinema criticandone la scorrettezza politica a proposito di “quote rosa”. A Toronto un terzo dei film invitati è diretto da donne, a Venezia molto meno. Venezia guarda con troppa enfasiprofetica alla notte degli Oscar dimenticando che la maggior parte delle cineaste interessanti appartengono ai tre mondi, un po' dimenticati quest'anno. Non sempre bisogna però ricorrere al sesso del regista per conoscere il sesso di un film. E l'America Latina comunque è molto ben rappresentata.
Le tre belle opere in concorso di oggi, il poetico e crudele The mountain di Rick Alverson, il proustiano Roma di Alfonso Cuaron e la satira in costume che tanto a fatto pensare all'atmosfera Tom Jones, cioé La favorita del greco fuori casa Yorgos Lanthimos hanno, infatti, alle spalle due produttrici come Sarah Murphy e Gabriela Rodriguez e, il terzo, una sceneggiatrice coi fiocchi (e dal fraseggio libertino) come Deborah Davis. E sono tutte e tre ipnotizzate dalla centralità narrativa dei personaggi femminili.
Una madre pazza che scompare nel nulla, una tata indimenticabile e tre donne che all'inizio del 700 governarono l'Inghilterra e ne cambiarono irreversibilmente il destino politico (non a caso anche Thathcher e May, la regina Vittoria e Elisabetta...).
Semmai sarei più rigido sull'elenco degli invitati ai party ufficiali, onde evitare la presenza di ingombranti maschi inquisiti, peraltro ministri e dunque più che tollerati dal popolo festivaliero che sta dando prova di scarso talento critico ma di realismo nervoso.
A Lanthimos è stato affidato un copione non suo, proprio come a Chazelle. Ma il regista greco è riuscito ad aggiungere al progetto internazionale – una commedia in costume con Emma Stone e Rachel Weisz, sugli intrighi di corte, ambientato durante l'epoca della dimenticata regina Anna (ultima degli Stuart) - quel tocco di eccentricità che ha sempre contraddistinto il suo sguardo, più che “indigesto”, sulla Grecia di oggi. E lo ha fatto con mezzi esclusivamente visivi. Ha chiesto a scenografi, costumisti, parrucchieri e star di esagerare, sempre. Ha utilizzato il grandangolo abusandone e l' “oscurità Kubrick”, fino al ridicolo, per distorcere le prospettive spaziali e mentali. 
Ci invita infatti a penetrare i labirinti crudeli e dark di uno scontro a tre, tipo “Eva contro Eva” ante litteram, ma di forte contenuto politico, mentre ogni figura e spazio coinvolto in quel gioco di potere diventa sempre più grottesca e rococò, cioé comica nella tragedia. E drammatica fu la lunga guerra tra Parigi e Londra, e lo scontro politico tra Tory falchi e Whig colombe, tra aristocratici conservatori bellicosi e mercanti rampanti che non vedevano l'ora di arrivare alla pace e alla ripresa dei commerci, quelli sì davvero cruenti. Dietro a tutte le frivolezze che fanno epoca - le corse delle anatre e delle aragoste o il consumo di ananas o il lancio delle arance - dietro la fragile e malata regina Anna (Olivia Colman), la vera mente lucida del Palazzo, Lady Sarah Churchill duchessa di Marlborough (Rachel Weisz) e la giovane e furba intrigante “decaduta” e proletarizzatra che le soffierà il posto, Abigail Masham (Emma Stone), ecco che la farsa da camera da letto (a pulsioni lesbiche) ci indica costantemente il fuori campo, non perde mai il contatto con la storia vera, di allora e di oggi.
La regina Anna (Olivia Colman, istrionesca ma moderata) che non ebbe prole, nonostante 17 gravidanze, seppe riunificare il paese, portarlo alla modernità parlamentare bipartitica e utilizzare la gelosia e soprattutto l'intuito razionale delle sue due amanti, per indicare al Regno Unito quella strada, non anti Europea, e mai Brexit, che evitò a Londra isolamento economico e futuri decollamenti regali.

The Mountain, fare l'elettroshock alle immagini

The Mountain di Rick Alverson


Più inquietante e complesso, seducente e repellente, si intuisce anche dal poster, è The Mountain, diretto con originalità fotografica stupefacente da un beniamino del Sundance, quella strana personalità inafferrabile di nome Rick Alverson.
Un ragazzo quasi catatonico che lucida le piste ghiacciate di hockey, alla morte del padre allenatore di pattinaggio artistico teme di impazzire come la madre campionessa che lo ha abbandonato e vegeta in manicomio chissà dove, e accetta dunque di seguire uno psichiatra dai metodi antichi e oggi molto criticabili in giro per gli ospedali fotografando pazienti, lobotomie e trattamenti “estremi”.
Un “colpo di fulmine” lo porterà tra le braccia di una ragazza schizofrenica, malata più di lui. La prova d'amore sarà misurabile in watt.
Il film è figurativamente scolorato, come se fosse pensato da Roy Andersson ed è paralizzato dalle iconografie anni 50, come neanche Paul Thomas Anderson o Todd Haynes saprebbero fare.
Il regista tratta e guarisce quell'immaginario “morto”, non solo metaforicamente, con la terapia, fuorilegge ormai, dell'elettroshock. Che però a livello di immagine si rivela feconda. Non mi ricordo di aver mai visto riprese di stanze immobili disabitate, a camera fissa, che fossero così sul punto di muoversi ed esplodere senza usare il grandangolo. Proprio l'effetto che fa una facciata barocca di Pietro da Cortona. Così il clou di questo viaggio verso il 'monte analogo', punto di guarigione da ogni malattia dello spirito: cioé lo stravagante incontro-scontro tra due scuole di recitazione molto “eccentriche”, quella americana, rappresentata dal surrealista pop Jeff Goldblum e quella francese che ha trasformato l'azione scenica grazie a Denis Levant, e al suo guru Leo Carax, in pura vibrazione tantrico-sessuale. Fanno scintille esplosive i loro corpo a corpo.
Fanno scintille e palle di fuoco magiche proprio come il fulmine quando colpisce la terra (e in Siria si raccolgono dopo tartufi afrodisiaci di immane potenza). Come l'elettroshock, quando cerca di riequilibrare certe particolarissime “deviazioni” psichiche.Nel 2014 un film francese, fantastico, in quattro parti, proibito in Francia perché non demonizzava come vuole la legge l'uso dell'elettroshock, Foudre (fulmine), già fecondava in forma poetico-documentaristica quello che The Mountain partorisce in forma di racconto. Siamo davanti a un'opera affascinante e oscura che crescerà nel tempo proprio come il capolavoro di Manuela Morgaine.


(*) da Alfabeta2

sabato 12 novembre 2016

La Shoa in tribunale. "Denial - La verità negata"



Mariuccia Ciotta

La verità negata uscirà nelle sale italiane giovedì 17 novembre

Ci sono film che catalizzano l'energia di cinema e storia come Denial - La verità negata di Mick Jackson, un legal thriller come tanti se non fosse seduto sugli scranni del terzo grande processo contro il nazismo dopo quello di Norimberga e di Eichmann, e se non fosse un complesso congegno politico, una macchina ammazza-cattivi senza pistole. Allenamento molto attuale contro la retorica politica vuota, partita a scacchi fatta di parole inattese che ricorda l'astuzia giudiziaria del Lincoln di Spielberg.
Ma c'è chi alla Festa di Roma, dove è stato presentato, sbadiglia con gli occhi alla ricerca di una svirgolata emotiva, di un'uscita dal film-tv di cui il regista inglese è un esperto, autore per Hbo e documentarista, dopo il successo, l'unico, di Guardia del corpo ('92) con Kevin Costner e Whitney Houston.
Nel 1996 David Irving, storico britannico negazionista, intenta causa per diffamazione a Deborah E. Lipstadt (Rachel Weisz), studiosa della Shoa, autrice del libro Denyng the Holocaust che lo definisce falsificatore e manipolatore di fatti e prove con l'intento di dimostrare, a sostegno della sua fede nazista, l'inesistenza dell'Olocausto.
La parola va all'avvocato Richard Rampton (Tom Wilkinson) che dispone del copione di David Hare, drammaturgo britannico pluripremiato a teatro e al cinema, per gli script tra l'altro di The Hours su Virginia Woolf e The Reader, vincitore dell'Orso d'oro alla Berlinale 1985 per la regia e la sceneggiatura di Il mistero di Wetherby, anche questo un “giallo” investigativo che non butta però in Law&Order ma in Harold Pinter. Ed è il meccanismo stesso del processo a farsi cinema seguendo il “montaggio delle attrazioni” di Eisenstein, rivisto da Pietro Montani quando ricordava, rileggendone la Teoria del montaggio, che il “materiale” del cinema non è lo spettacolo, ma lo spettatore: “il cinema è un genere oratorio” che deve avvincere, attrarre lo spettatore con tutti i mezzi, e saldare insieme, come fa un avvocato, ogni dettaglio eterogeneo per giungere a un “verdetto”... musica, mimica, bellezza. E' l'arte del bel gioco delle sensazioni ottiche e acustiche, direbbe Kant, più “la realtà pura e semplice”... La Shoa, appunto, che lo pseudo storico Irving vuole negare. E che il collegio di difesa rimonta e rimette in forma, trasformando in cinema, e solo cinema, l'abietto inarcarsi delle sopracciglia e il tono carnevalesco, esagitato e finto autorevole del negazionista, che però la cinepresa mai si permette di inquadrare dall'alto in basso. O la disincarnata e minimalista “ferocia democratica” dell'esperto avvocato, ma piuttosto misterioso e “alcoolizzato”, che tratta l'avversario come un disprezzabile sergente maggiore del sadismo, mai meritevole di una stretta di mano. E qui la lezione di Hitchcock e di Nodo alla gola si fa sentire. Da costituzione d'oggetto a formulazione d'immagine. Tom Wilkinson (Rampton) e Timothy Spall (Irving) al termine di questo montaggio verticale fatto di piani, suoni, silenzi, tonalità di colore e di luci non avranno più nulla né dell'attore né del personaggio storico, pur salvaguardando la cocciuta esistenzialità di un fatto di cronaca vera.

La suspense applicata ai forni crematori, dunque, nella visione allucinata tra le nebbia di Auschwitz, misurata a piedi dal difensore di Deborah E. Lipstadt non per fare una passeggiata della memoria ma per controbattere colpo suo colpo alla tesi dell'avversario. Il campo di sterminio – sosteneva Irving – era piuttosto un campo di lavoro e quei bunker sotterranei antiaerei servivano di riparo agli ufficiali tedeschi, non erano camere a gas”. Ma i passi dell'avvocato Rampton misurano 4 km dalle dimore degli ufficiali, le bombe degli Alleati li avrebbero polverizzati sulla strada. Inesplicabile menzogna smascherata con il compasso.
L'attualità del film sta anche nel “politicamente corretto”, che, a sentirlo nominare, Goebbels avrebbe messo mano alla pistola. I cattivisti, infatti, in nome della “libertà d'opinione” possono chiedere impunemente a un sopravvissuto ai campi quanto ha pagato il tatuaggio numerico sul braccio. Domanda che il negazionista Irving aveva già rivolto in altri processi a testimoni ebrei, insultati e umiliati, ed esclusi perciò dalla squadra dei legali dalla scorza dura, matematici dei sentimenti, in contrasto con la loro assistita vibrante d'indignazione e che preme per sentire in aula la voce delle vittime. Chi meglio di un sopravvissuto allo sterminio potrà dimostrare che ad Auschwitz “il lavoro rende liberi” nei forni crematori? La vittima, però, non addolcisce il carnefice, anzi lo eccita, mai piangere davanti alle Schutz-Staffein. E l'avvocato Rampton, che mai guarda negli occhi il negazionista, scarta la linea di una difesa emotiva a favore dell'imputata che secondo la vertiginosa legge britannica dovrà fornire le prove della sua innocenza. E' lei e non “l'amico di Hitler” a dover dimostrare davanti al giudice che sei milioni di persone furono eliminate sistematicamente dai nazisti.

L'esclusione di una giuria popolare, poco gestibile, è un altro colpo messo a segno dai legali che solleticano la vanità di Irving, “non vorrà che una giuria di inesperti confuti i suoi libri?”. Sarà il magistrato Charles Gray (Alex Jennings) a presiedere il processo in un crescendo di suspense per una storia di cui si conosce il finale e che, al di là della regia mainstream, colleziona ritagli di meraviglia, come quando si attraversano in un vuoto ipnotico i magazzini di Auschwitz stipati di scarpe e abiti, cenciosi relitti viventi, immense cataste di fantasmi. O quando l'ispezione tra la neve indica i quattro segni dei forni crematori dai quali piovevano i cristalli di Zyklon B, cianuro, per Irving solo ombre sul ghiaccio. “Niente buchi, niente Olocausto” titolarono i giornali all'indomani dell'udienza.
E lo stuolo di attori, icone del cinema britannico, sul palco a recitare la pièce shakespeariana di David Hare, su dettatura di Lipstadt, l'americana, che non si inchina davanti al giudice imparruccato, e apparentemente dubbioso “e se lo storico negazionista fosse in buona fede?”. Già, come Leni Riefensthal.
Il film, tratto da Denial: Holocaust History on Trial, il libro-resoconto della studiosa ebrea, è un'altra traccia di cinema sulla Shoa, dopo i recenti Il figlio di Saul di Nemes, Remember di Egoyan, Hanna Arendt di von Trotta, ma va fuori strada nel riportare a oggi la dinamica di chi nega l'evidenza, la visione della catastrofe. Non ci sono ombre sulla neve.
Il processo Irving-Lipstadt iniziò l'11 gennaio 2000, durò 32 giorni e si concluse l'11 aprile con le 333 pagine redatte dal magistrato, che condannò il negazionista “mascalzone, razzista, bugiardo”. Il ricorso in appello fu rifiutato.







giovedì 1 settembre 2016

"The Light Between Oceans", e un film alla deriva


Mariuccia Ciotta

VENEZIA

La coppia sullo schermo e nella vita Michael Fassbender-Alicia Vikander val bene Venezia e il suo tappeto rosso. Ma The Light Between Oceans (concorso), che offre ai due grandi attori una prova di recitazione imponente, resta impigliato nelle pagine del romanzo della scrittrice australiana M.L. Stedman al suo debutto, un caso letterario che non sfugge alla DreamWorks, ed è subito film. Il regista 40enne del Colorado Derek Cianfrance firma la sceneggiatura senza riuscire a districare la trama carica di vibrazioni emotive, di spinte e controspinte, di capovolgimenti di fronte a proposito dell'amore e dei suoi crimini.

Australia 1918, cromatismi d'epoca, aplomb da Commonwealth, Tom (Fassbender) ha inciso in faccia la carneficina della Grande guerra e si fa spedire su una roccia desolata, l'isola di Janus, tra l'oceano indiano e quello australe, guardiano di un faro che metaforicamente allude al suo cuore spento. A riaccendere la scintilla è Isabel (Vikander, The Danish girl), che decide di seguirlo da moglie nel deserto dell'isola, e qui la metafora comincia a scricchiolare sotto il peso della realtà. Perché Isabel perde per due volte il figlio atteso in mancanza di un medico o di un aiuto qualsiasi mentre il marito scruta il mare? Perché quando lei è incinta non torna nel continente, dal quale arrivano regolarmente le provviste? Siamo nell'astrazione filosofica, probabilmente, e tutto va verso l'ossessione della madre mancata, che s'impossessa di una neonata arrivata dal mare, su una barca alla deriva, e non vuole cederla alla vera madre (Rachel Weisz). Il feuilleton emerge e ammicca con l'interrogativo posto al lettore-spettatore, fa bene o no Isabel a tenersi la bambina? Sullo sfondo l'odio anti-tedesco, la depressione post-bellica, la solitudine, la preghiera, il lutto... Cianfrance, che ha studiato cinema con il cineasta underground Stan Brakhage, cerca di sperimentare punti di vista multipli, però, la materia visiva da materiali d'archivio, solenne e statica, ha il sopravvento. Resta anche l'intensità drammatica e ammirevole di Fassbender, Vikander e Weisz.



domenica 18 ottobre 2015

L'individualismo european style. L'aragosta di Lanthimos.



di Roberto Silvestri




Era in concorso a Cannes, e tra le teste di serie numero uno, L'aragosta di un cineasta greco in ascesa critica, Yorgos Lanthimos, adesso nelle sale italiane. La Grecia, almeno, era in lizza sulla Croisette, alla faccia di Merkel che invece restò all'asciutto. Solo il titolo dell’opera, però, ha qualche cosa in comune con l'allegoria grottesca di Sabina Guzzanti. E una certa rabbia mal compressa sullo stato del mondo... 
Però il film è stato interamente girato in Irlanda, coprodotto da Francia, Olanda, Irlanda, ed è parlato in inglese, con un cast e una troupe da occupazione militare: Colin Farrell, Rachel Weisz, John C. Reilly, Lea Seydoux...E’ la globalizzazione. Dovere morale raccontarsi agli altri nella lroo lingua, affinché capiscano meglio quel che succede nei pressi del Partenone.
Il film è di fantascienza, ma neanche tanto anche se il clima è da Farenheit 451. Ma invece di vietare i libri il Potere vieta l'essere single. Solo la coppia è permessa, ovviamente etero o omo. Proibita, però, come a Tehran, la bisessualità e l’imprecisione, l'oscillazione sessuale. Non solo. La Legge obbliga gli accoppiati ad essere l'uno la copia conforme dell'altro. Le anime devono essere forzatamente “gemelle”. Ti vesti solo di nero? Formerai un black bloc. Perdi sangue dal naso? Il tuo partner deve perdere sangue dal naso. Sei cinico all'ennesima potenza? Scegli il più perfido. Sei cieco? accoppiati con un orbo.
Sembra la legge partorita da un dominio completamente fuso e fuori di testa. E molto letteralista. Come se i fondamentalisti di qualunque religione avessero conquistato anche il cuore di uno stato laico. Già, ma il potere esercitato dalla Troika, non nella fantascienza ma nel mondo reale di oggi, cos'è?

Come al solito andare per la tangente. 
A proposito. Vedere (quando e se uscirà) per credere anche uno dei grandi successi della Quinzaine 2015, la lunga suite di 6 ore Le mille e una notte di un cineasta portoghese molto originale come sono sempre i portoghesi, Miguel Gomes, che ruba a Sherazade la struttura delle fiabe a ripetizione, dell'inanellamento di racconti infiniti, in questo caso fatti di cronaca reali rimessi in scena (giornalisti d’inchiesta gli sceneggiatori) per narrar senza manicheismo, verismo, sentimentalismo e pietismo, come è ridotto un paese. E chi è l'assassino.
Per toccare con mano, dando la parola a contadini e operai, disoccupati depressi e impoveriti che tutto hanno perduto tranne il senso dell'umorismo, la distruzione del Portogallo, massacrato sia dai suoi governanti Ps (centro-sinistra), Socrates in particlare, che da quelli del centro-destra - di nuovo al potere - a forza di ossequiare, complice Barroso (ex maoista), i diktat del Fondo Monetario internazionale, della Banca Centrale e della Bce. Pompieri licenziati, cantieri navali d'eccellenza chiusi, perfino i fabbricanti di miele cacciati via da sciami di vespe assassine.
Il film si avvale di un lavoro in profondità condotto da tre reporter della stampa e della tv scomodi, cacciati dai loro rispettivi editori perché troppo ficcanaso. Il trio ha spulciato tra i fatti di cronaca apparentemente disinteressanti e secondari per offrirci il ritratto impietoso del loro paese oggi visto "dal basso". Dall'apicultore abbandonato dallo stato, al bandito ricercato per mesi e mesi e che diventa un idolo delle folle perché la storia dimostra l'inefficienza di chi dovrebbe proteggerci, al proprietario di case sfrattato dalle banche fameliche a chi massacra flora e fauna per profitto e rapacità.... 

Fine della parentesi. 
Così la metafora, di facile decifrazione, di Lanthimos, che in genere vince tutti i festival a cui partecipa, coglie nel segno, anche se per tenere alta la tensione per quasi due ore, il che non è facile quando si nuota nel grottesco beckettiano, deve aumentare il tasso sarcastico e etilico del film.
Dunque chi non si attiene alle Leggi viene portato in un hotel di lusso nei pressi di una buia foresta e forzato a trovare un partner, un’anima perfettamente gemella, entre 45 giorni. Se no verrà trasformato in un animale a sua scelta (“aragosta”, chiede il protagonista di The Lobster, un baffuto e ingrassato Colin Farrel) e lasciato libero nella foresta. David, che è Colin Farrel, sceglie la libertà e fuggito nella foresta entrerà in conflitto anche con la legge dei ribelli, orgogliosamente single e integralisti dell'asessualità e fuggirà con una miope (Rachel Weisz), poi addirittura accecata per punizione.
Mentre nel fuori campo una celebre canzone greca intona un inno all'amore (da un film di Jules Dassin degli anni 50) David, e il pubblico con lui, deve risolvere un dilemma. Si ama di più accecandosi come la partner o restando integro, se non altro per anti conformismo? David fuggirà lasciando la sua adorata cieca sola e alla merce della Legge? Insomma Tsipras deve imporre un'altra legge possibile o arrendersi al fato del monetarismo militarizzato? L'umorismo irresistibilmente nero del copione ben si accoppia alla discesa negli inferi di un mondo oramai globalmente senza antitesi. O meglio un mondo in cui chi combatte il potere lo fa in nome di regole e principi altrettanto castranti e paralizzanti i corpi e le anime di quel 99% di senza potere. Non se ne esce se non con un invito alla fuga, fino ai confini dell'animalità come programma minimo. Per quanto gli accoppiamenti tra aragoste e maiali siano altamente sconsigliabili. Anche se ereticissimi.


mercoledì 20 maggio 2015

Grand Hotel Sorrentino. Un buddies movie alpino


Roberto Silvestri

Cannes.

Una volta - è un fatto di cronaca - un grande direttore d'orchestra italiano si rifiutò di suonare per la regina Elisabetta perché gli avevano imposto il programma. Adesso un regista e sceneggiatore italiano, già 'oscarizzato', chiede scusa a Sua Maestà e, con l'aiuto della più monarchica delle star britanniche conservatrici, l'incidente è chiuso...Peccato, avremmo tanto voluto che citando "Una pallottola spuntata 2 e mezzo", anche questa volta la regina Elisabetta facesse un bel volo. Ma il compito di questo film, diretto da un secondo magnifico quarantenne, è annientare la generazione dei padri e tornare, back to the future, ai nonni......
Si apre da oggi per il nuovo film di Paolo Sorrentino, “Youth” (Giovinezza, più in senso mediceo che fascista), dedicato a Francesco Rosi, la strada per la palma d'oro e per l'oscar come migliore film in lingua inglese dell'anno. Il dialogo del film fa ridere, a volte. Fa anche piangere (specialmente nell'aria finale). Luca Bigazzi, direttore della fotografia, come sempre sa costruire, specialmente in montagna “visioni stillanti d'alba iridata”, passando con disinvoltura dal pieno tonale al delirio cromatico... Più che un “motion picture” è un “emotion picture”, visto il bouquet sinistre. Eppure, a giudicare dall'accoglienza critica nella grande sala Lumière di Cannes, buona ma non super, la strada sarà in salita. Il puzzle non è facile da mettere insieme, anche se ogni tesserina è assai adornata. Da oggi ognuno darà la sua interpretazione. Specialmente i direttori di giornali. Ma attenzione le trenta frasette ad effetto vanno mescolate con i valori ottici del film. La superbia visuale non manca. E questa volta a combatterla e eroderla non è il chiacchiericcio della classe dominante nullafacente romana, ma l'arte di un musicista cosmopolita che non vuole più comporre, che crede nell'opera d'arte non come metafisico “capolavoro assoluto”, ma come liberazione di sentimenti in forma di gratuito, irretribuibile, lavoro umano”, ma si accorge che oggi mettere caos nell'ordine, per esempio storpiando fecondamente il gesto del braccio di un violinista in erba, è peggio che demodé. E anche quella di un cineasta travolto dall'incarognimento dei tempi e da chi crede che il futuro del cinema sia solo nella gioconda libertà totale di una serie tv, che gioca e violenta gli stessi standard e gli stessi format capovolti...
Fred, compositore inglese in pensione, della filiera neotonale Stravinski-Britten (Michael Caine, nell'imitazione perfetta di Michael Caine, non fosse per un certo litigio con gli abiti), e Mick, regista hollywoodiano al lavoro su una nuova sceneggiatura, tanto scoppiettante quanto lui è depresso (Harvey Keitel in dionisiaca forma), vecchi amici da sempre, si ritrovano in un hotel di lusso del sud Tirolo alpino, al di qua di “Sils Maria”.
E, alla fine del cammino di una lunga vita di successi artistici, passano quelle agiate vacanze estive da ottantenni più apatei che apatici, maltrattando con sarcasmo pregiudizi e frasi fatte e ricordando, tra luci abbaglianti e colori caldi e densi, i vecchi tempi e i nuovi acciacchi. A un messo della Regina Elisabetta che gli chiede una grande rentrée risponde picche. Una sua composizione, “La canzone semplice” è stata scritta solo per sua moglie, malatissima e afona, che è l'unica ad averla mai interpretata e pubblicata su disco.
I protagonisti di questo “buddies movie” heavy metal, più ambizioso di quelli con Matthau e Lemon, perché Wilder è il regista d'affezione numero uno di Sorrentino, ma i maestri se non vanno superati vanno almeno appesantiti, puntualizzano, quasi fossimo in un racconto di Wedekind, gli esiti di loro antiche e cruciali rivalità sentimentali che li divisero 50 anni prima. Di giorno e di notte sognano, fanno incubi o temono incanti (una sceneggiatura dal finale che finalmente funzioni; un concerto di vecchia consonanza per campanacci di mucche e uccelli; la lievitazione di un monaco buddista...). Litigano con i figli, sciocchi, vettisti e incompresi (Rachel Weisz è la figlia di Fred, piantata dal figlio di Mick per una succedanea di Madonna) ma poi li confortano e li sanno commuovere. Subiscono allucinazioni oniriche e deformazioni di focale, quando entrano per distrazione, ma con tatto, o dentro film altrui (non solo in “8 e mezzo”, ben colorizzato, ma anche in un qualunque Seidl) o in copertine di dischi (dei Pink Floyd?) o in istallazioni d'arte (di Cindy Sherman?). O scommettono sul nonnulla, come due angloamericani in un thriller di Hitchcock, mentre pasteggiano gin martini con l'oliva. E si fanno contagiare dalle fantasie su insorgenti bellezze pop (c'è perfino una Miss Mondo di passaggio, quella nuda del poster) e castigano i nuovi costumi e il dilagare del cattivo gusto. Con la distanza e l'umorismo d'obbligo di chi, saggio e scettico, sa di avere i giorni contati ed è consapevole che solo il kitsch pesante (come quell'Hitler in libera uscita, l'attore hollywoodiano che legge Novalis ma è stato intrappolato come star da un blockbuster che lo ha trasformato in robot; o la caricatura affettuosa di Maradona grasso come Pavarotti ma che palleggia assieme a dio con una pallina da tennis gialla) aiuta, dove il kitsch leggero regna. “La leggerezza”, dirà il musicista Fred, al massimo dell'ispirazione, è una qualità perversa... E anche la romantica ispirazione, a cui Sorrentino parrebbe contrapporre una più culinaria, materialista e metamorfosizzante “fermentazione”. Di fondamentale importanza la presenza di Jane Fonda che si sbarazza con facilità irrisoria del doppio strato di cerone che la mummificano e dice sul copione di Sorrentino cose brutali che solo un cineasta diventato improvvisamente autoironico e umile poteva osare scrivere. Alle opere che mai volessero lagnarsi delle sempre nuove deformazioni della buona critica su di esse, Jane Fonda, come Corneille alla Marquise, potrà sempre rispondere: “Vous ne passerez pour belle – Qu'autant que je l'aurait dit”.
L'hotel, come microcosmo, e come ogni hotel di lusso che si rispetti, sia un set di Marguerite Duras o Sergio Corbucci, di Alain Resnais o Wes Anderson, del Kubrick più horror o del Fellini più eroticamente privato, è uno spazio double face. Realtà (fanghi, piscine calde, saune, piccole prostitute timide, massaggi inebrianti, cene squisite...) e fantasia si confondono. Paesaggi incantevoli rivaleggiano con il direttore della fotografia a chi è più bravo ad accentuare, posizionare e ombreggiar le luci.