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lunedì 21 novembre 2016

Su "Dottor Strange" e "The Young Pope", i film del momento


Roberto Silvestri
Tilda Swinton mette ko Benedict Cumberbatch
Dottor Strange e Young Pope. Sono usciti contemporanea due oggetti non identificati, spettacolari ufo dell'immaginario, uno in sala di lunghezza normale uno per via satellitare di dieci ore, quasi alla Lav Diaz, diversamente lisergici entrambi, ma più simili di quanto non sembri (e non solo per il successo internazionalmente decretato). Anche se di religiose trattano entrambi. Di dio, di riti, di Potere temporale e di tentazioni diaboliche, addirittura di Papa e di Illuminato Supremo,  di religione d'Oriente e d'Occidente. Con la leggerezza del fumetto, e ricco di combattimenti a grafica danzante, il primo; o con la solidità del gesto smitizzante che inanella pomposamente gag strampalate ma stipate di poesia, il secondo (nel quale però Jude Law fa una gustosa caricatura facciale di Buzz Lightyear, "verso l'universo e oltre", cioé dell'astronauta Pixar di Toy Story). Si diceva un tempo che non esisteva film italiano senza un prete e un cane. Il primo film infatti è nordamericano e il secondo italiano a metà. Via i cani e al loro posto un numero spropositato di preti e prelati, di suore e missionarie, tutti baroccamente vestiti. Segno della coproduzione internazionale. E di un quoziente di difficoltà alto, non fosse per Nanni Moretti e Ron Howard che hanno imposto da tempo, al centro della meditazione contemporanea, il filone Papa e anti Papa. L’attore italiano Silvio Orlando accanto alla Diva di Hollywood Diane Keaton e a Jude Law e addirittura a James Cromwell senza il sio porcellino Babe ci permette di scalare su su su fino al cielo dello star system. Tutto ciò che di immateriale sembra esservi, ma a cui si accede attraverso il corpo, la lingua, il grosso neo sulla guancia destra, la facezia, la fisicità, il gesto (l'apertura delle braccia verso il cielo, o le dita che producono elettricità quantista e buchi neri spazio-temporali), la materia, ascesi compresa, perfino la cacca, le formule scritte, e anche la fede, che è terragna. Basta vedere, dal campo di calcio, l'estasi rumorosa e canterina del tifoso sugli spalti. E ammirare l'amore eterno, fanatico e sconfinato per certi colori... Fede Assoluta Collettiva. E orizzontale. Non sempre è così. Le religioni istituzionalizzate hanno gerarchie ferree, dogma, capi, sudditi, etichette, vestali, nemici da inquisire e impalare. La chiesa ortodossa russa e la sua omofobia sbandierata non è certo seconda al fondamentalismo cristiano, ebraico, buddista, induista e islamista...E visto che papa Francesco ci ha davvero abituati al politicamente sconcertante, ecco che un film lo fiancheggia e un altro ne resta sinceramente scandalizzato.

Uno scrittore milanese morto giovane e geniale, Alberto Episcoli, che pubblicò Festino & Destino nei primi anni 70, mi raccontò, alla metà degli anni sessanta una barzelletta su un futuro Papa degli anni 2000, Uranio Primo, ex gesuita naturalmente, che aveva deciso di rivoluzionare la chiesa, in crisi di consensi, officiando in basilica messe con donne nude stile Otto Muhl. Però cominciò davvero a infastidire i benpensanti, non solo musulmani, solo il giorno in cui pubblicò l’enciclica Porcus Deus. Quella barzelletta è un po’ l’incipit di entrambi questi film. Il sogno del giovane papa che immagina di rivolgere ai fedeli un salute scandaloso, così come quel laicismo ateo, e quella sguaiataggine da magnate alla Trump, sbandierato dal neoliberista dottor Kildare-Strange, sono segnali chiari. In questi film di nichilismo si tratta, “il più inqietante di tutti gli ospiti”, come diceva Nietzsche, ma anche quello cinematograficamente più appeal, per lo show business. Un nichilismo politicamente antiistituzionale, il primo, e “quietista”, più filosofico e anti barricadero, il secondo. Si può infatti mettere in discussion ogni principio di autorità e rifiutare senso alla vita se mossi da due impulsi diversi. Quel che esiste non vale niente, mi delizio nell’abbattere ogni modello di società. E’ Il Caligola di Camus.  E il dottor Strange il cui imperative morale, essere libero, va al di là dei limiti biologici, e le cui fantastiche acrobazie sembrano per una volta convincenti. Il nichilismo quietista (che è di ogni artista) rifiuta la realtà perché non vale niente, ma vi riconosce valore e sensatezza, solo che crede di conoscere altro, vuol portarci al di là di essa. E’ quell che Sorrentino chiama “l’immaginazione al potere”, l’unica cosa buona del 68, il resto – aggiunge e sintetizzo – immondizia, se non criminalità”. Dimenticando che immaginazione al potere non era solo la fantasia geniale che premise ai redattori di Strage di stato di non essere rapiti e uccusi dai servizi deviate, dormendo ogni notte in un posto differente, ma quella che il Potere aveva già ben immagazzinato e gli premise di incriminare Negri e Sofri come i responsabili dei più aberranti delitti, Moro e Calabresi. L’immaginazione al potere, secondo I sessantotttini era già il teorema Calogero.  
Dottor Strange
Quel che è interessante infatti è proprio questo. Che entrambi i film funzionano perché superano, quasi programmaticamente, e a volte noiosamente, per ordini superiori quasi, i limiti consentiti dai codici dell’ Ortodossia. Poco importa che sia Ortodossia Marvel (il buono contro il cattivonei fumetti è la norma, ma qui non è proprio così) o Ortodossia Vaticana (e qui ci si può sbizzarrire di più perché in quella storia secolare, dai Borgia allo Ior, c'è tutto e il contrario di tutto. E il copione sa citare astutamente qui e lì, storicizzando e destoricizzando, alludendo o confondendo tutto, persino la geopolitica, che diventa dada con l'invenzione dello stato di "Groenlandia"). Carente solo a proposito del tema pedofilia. Qualche lettura in più di Foucault a proposito della trasmissione precristiana della sapienza anche sessuale adulto/teenager tra i greci antichi avrebbe reso meno più cartoonistica e non meno feroce la critica alle gerarchie cattoliche bostoniane (azzerate in realtà da testimonianze infinite e controfirmate, altro che omertà).
La sua religione è la rivoluzione (né di destra né di sinistra)
L'iconoclastia è un po' nello spirito dei tempi. Si adorano i cattivi più cattivi, si eleggono con nonchalance presidenti Mostri come Putin, Erdogan e Trump. E perfino il papa buono del nuovo millennio come Francesco deve essere striato di qualcosa di infido, almeno di gesuitico, come nelle raffigurazioni anticlericali degli anni cinquanta, se no niente soglio: ed ecco quella Croce di Ferro da peronista di destra, o quella santificazione dei sacerdoti spagnoli che furono criminali di guerra durante il conflitto civile del 1936 in Spagna... E così l'unica candidata delle presidenziali Usa dotata di umanità, e un sindaco di Roma semplicemente "diverso", vengono trasformati nel simbolo del Male assoluto.
Questi due film così dissimili cercano di capire quale è il segreto di questo desiderio di cattiveria suprema che regna nei piani più bassi della ricezione schermica, domestica o pubblica compiacendosi di questo meccanismo e abusandone fino alla volgarità. Esempio. Se 105 sacerdoti sono stati massacrati in America Latina dal 2005 al 2015 per aver lottato contro immani soprusi, ecco che qui il cardinale Dussolier, l'amico del Papa giovane e fumatore, è trucidato per motivi non di narcotraffico ma di corna. E tutti a ridere pensando all'arcivescovo Oscar Romero. Politicamente scorretto. E non solo. Nello stato africano tra il dittatore finanziato dall’occidente e la suora che ruba l’acqua la giustizia di dio chi colpisce? La suora. Da morire dal ridere. Cosa c'è di liberatorio, di antagonista addirittura nel Male (secondario, spesso insignificante) come Super Star. Quasi tutti i piaceri seriali funzionano utilizzando questo schema, l'immersione nelle nostre zone più dark e torbide, che a forza di enfatizzare il politicamente scorretto fanno rivalutare, per effetto noia, la buona informazione, l'affermative action, il rispetto per il diverso e per l'altro e l'educazione con tutti. Ma non al cinema o comodamente sulle nostre poltrone. O nell'urna elettorale. Comunque.


Dottor Strange
Nelle sale italiane è in programmazione il bel Dottor Strange, le avventure del neurochirugo per soli vip che perde il perfetto uso delle mani in un incidente automobilistico e che lo recupererà, adornandolo con tanti altri doni sovrumani, perché sale rapidamente i gradini della perfezione spirituale (consigliabile più del fitness) in un tempio nepalese, e supera così il suo vanitosissimo e limitante Ego castrante (è ultimo e non meno interessante capitolo della interminabile saga Marvel). Le sua dita invece di far soldi operando solo ad alti livelli, diventano lo scudo stellare dell’umanità, producendo energia atomica al solo muoverle ritmicamente o terremti spazio-temporali.


Salverà il mondo dal dio maligno che vorrebbe dominarlo, irregimentarlo e schiavizzarlo lo "stregone supremo" Benedict Cumberbatch (è lui che adorna l'eroe del fumetto di tutte le necessarie ambiguità e sottigliezze, anche sadiche, aiutato dalla super maestra Tilda Swinton), grazie alla Cappa della Lievitazione e all'Occhio di Agamotto? O diventerà proprio come il suo nemico, un Lucifero trionfante? Magia bianca o Magia nera? E si può diventare un Mago Merlino senza addentrarsi negli antri scuri della turpitudine e sapere dunque come sconfiggere il nemico assorbendone i poteri?
Ricordate The Rope di Hitchcock? Nodo alla gola, in Italia. In quel film contro lo sfoggio del sadismo da sergenti maggiori dei due studentelli nazi che uccidono per il piacere onanistico di farlo, il loro professone, nietzschiano vero, Jimmy Stewart fa la lezione: la democrazia sa essere più crudele di qualunque Hitler da strapazzo, perché ne conosce bene le limitate dinamiche autodistruttive, certe insignificanti fissazioni come il genius loci e il narcisismo celibe e trombone. Ed è più longeva perché utilizza come armi contundenti anche il fascino, la bellezza, la seduzione, le virtù, il sorriso, l'autoironia e il continuo cambiar pelle. Metamorfosi continua e congelamento delle virtù patrie e della tradizione, sono agli antipodi...
Infatti, quasi fosse un Dante Alighieri, che era membro della setta segreta dei Fedeli d'amore, un combattente contro l'oscurantismo, questo super eroe estremamente Strange dovrà dimostrare di saper conoscere, e maneggiare proprio come il sommo poeta, tutto il bene e tutto il male concepibile umanamente, subumanamente e sovrumanamente.... L'inferno, soprattutto. E senza farsene sedurre, sconfiggendo il rischio di tramutarsi in mostruosa divinità. In falso dio.
Il film è tratto dal fumetto dello statunitense di origini slave Steve Ditko (l'autore dell'Uomo ragno, altro super eroe della metamorfosi addirittura artropode) è quel che c'è di bello almeno nella versione cinematografica di Scott Derrickson (che è di Denver, Colorado, e certe contiguità con la cultura mistica orientale e con l'uso urlato dell'arma poetica dimostra di averla appresa dai santoni della beat generation) è che il protagonista conosce a memoria tutta la storia della canzone pop e rock, almeno quanto il protagonista di Guardians of the Galaxy e quanto il regista dell'altra opera di cui vogliamo parlare, la cui play list, da Dylan a Hendrix, da Cohen a Peppino di Capri, è gelidamente inattaccabile (solo Gary Goetzmann saprebbe fare di meglio), e che della Società Sportiva Calcio Napoli, così si chiama dal 1964 dopo una caduta in serie b, sa morte e miracoli. 
The Young Pope
Su Sky, infatti, è andato in onda il primo serial tv (le prime 10 puntate) ma per qualcuno giustamente è un film lungo e zigzagante, di Paolo Sorrentino, il primo serial tv di Jude Law (nel ruolo di Lenny Belardo, orfano americano di origini italiane) e di Silvio Orlando (il cardinal Voiello come la pasta, forse per product placement, come X-File che prepotentemente fa autopromozione in tv) che recita in inglese, la prima coproduzione Sky, Hbo e Canal Plus. Young Pope,”creato” da Sorrentino, quasi si sentisse l’ultimo imperatore di Cina, e scritto con la complicità di Rulli, Contarello e Tony Grisoni. Dopo Nanni Moretti una differente (e apparentemente meno rispettosa) escursione in Vaticano, "quel luogo di cui Roma è piccola frazione" che costringe Luca Bigazzi e creare le luci della Santa Sede, dorate, soffocanti, spettrali, calde e seducenti nello stesso tempo. Visto che non si sapeva mai dove Sorrentino volesse mettere la telecamera Leica Summicron-C Lenses Red Epic, Bigazzi ha dichiarato nel makinf off che il lavoro è stato difficile ma che da ora in poi non avrà più paura di niente”. E, indipendentemente dalla ricchezza estetica, dall'umorismo, dalla scienza narrativa e dal dinamismo emozionale che  differenzia I due film, e che dividono i fan della spettacolarità hollywoodiana dagli ultrà del sofisticato pittoricismo d'autore european style, in contrapposte tifoserie, le due visioni hanno molto in comune. Come l’ opposta valutazione del rapporto tra libertinismo ed eresia come cura rivoluzionaria per istituzioni o interi mondi che mostrano la corda. Il film americano sembra certo più simpatizzante della passion rivoluzionaria di un Jacob Frank, il rabbino nichilista polacco del XVIII secolo, leader dell'ala estremista dei sabbatiani (da Sabbatai Zevi, eretico apocalittico del seicento) capaci perfino di travestirsi da marrani cristiani o da islamici, pur restando ebrei nella dissimulazione, ma dando della Bibbia una versione molto "strana": non è un dio buono e vero che ha creato il mondo, se no sarebbe eterno e l'uomo immortale. Il nostro mondo è un prodotto di potenze inferiori, forze del male che hanno introdotto la morte e bloccano la via verso il vero dio (oscurato, lasciato nello sfondo, da raggiungere con l’ascesi mistica elaboratissima). Questo mondo infatti è governato da leggi indegne. Dunque compito dell'uomo è mettere fine al dominio di queste leggi, di tutte le leggi di questo mondo e di tutte le religioni istituzionalizzate - che sono appunto statuti di morte e che violano la dignità dell'uomo. Il vero dio è rimasto finora del tutto nascosto, e solo gli adepti lo conoscono. E potrebbe essere perfino una donna il messia capace di guidarci.... (qualcosa che papa Luciani aveva estremizzato, sfortunatamente), la Shekhinah ebraica (che nel film è proprio Tilda Swinton).
Penso che Sorrentino abbia utilizzato la sostanza di questa visione apocalittica erotica per farne materiale drammaturgico sorprendente e scandaloso, ma senza portare fino in fondo, come fa Scott Derrickson, gli esiti della dottrina: l'abrogazione di tutti i valori, di tutte le leggi (anche spazio-temporali, come si vede nella scena dei combattimenti in panorami anche metropolitani curvi e mutanti di Dottor Strange) e di tutte le religioni positive in nome della liberazione della vita. La via che conduce a ciò passa per l'abisso della distruzione (la scena finale nella quale Strange beffa il falso dio che non sopporta l'eternità, ha la comicità di un racconto filosofico e non della battuta sferzante e celibe e lieve, che predilige Sorrentino).
Cento anni prima di Bakunin, e più di duecento anni prima dell'Isis, ricorda Gershom Scholem in "Il nichilismo come fenomeno religioso", Frank scriveva: "Sono venuto per distruggere e annientare, ma ciò che costruirò durerà in eterno". L'idea della discesa nell'abisso come via che porta alla vita è il legame tra i due film, l'americano, più estremista e combattente, disciplinato figurativamente e "militarista", anarchico e libertorio, l'italiano più moderato e giocoso, ancora scatenato nel citazionismo pittorico-letterario pop e incatenato all'istituzione, a cui dice un commosso sì. Non fanno certo una grande figura i frikkettoni, gli hippies che fumando e impasticcandosi abbandonano dove capita i loro figlioletti. E che sarebbero I perturbatori professionisti, quelli che prima il divorzio, poi l’aborto, poi I matrimony gay, poi le antistaminali, le provette….
Accomuna infatti i due film una data, per il Napoli ferale, quella dei 1963, e una atmosfera che si chiuderà nel novembre di quello stesso anno, con l'assassinio di John Fitzgerald Kennedy. Si interrompe in quel momento la speranza di un mondo che possa ravvicinare lentamente, secondo il progetto rooseveltiano, il campo socialista ostile al mercato e quello capitalista ostile al socialismo. Ci vorrà una grande rivoluzione proletaria in Cina, all’epoca del maoismo, seconda fase, e la contestazione studentesca e operaia in tutto il mondo, per raddrizzare le cose.
Il dottor Stephen Vincent Strange nasce come fumetto nel luglio del 1963 (e già avverte il Trump di allora, Goldwater: se non conosci l'oriente e la sua saggezza millenaria e la sua forza, dopo l'avvisaglia Corea, è meglio lasciar perdere il Vietnam). E Paolo VI viene eletto papa quasi contemporaneamente, nel giugno del 1963. Paolo VI, erede di Giovanni XXIII e del suo scandaloso concilio vaticano II che mise la minigonna alla chiesa, fu costretto a cambiare rituali, abolire il latino dalla messa e deporre per sempre la tiara metallica sbrilluccicante di pietre preziose, utilizzata per la cerimonia di investitura e altre ritualità medievali come il baldacchino sul quale Pio XII amava farsi dondolare e temere. Ed ecco che novello lefevriano/ratzingeriano/francescano Sorrentino finge di rivalutare oro e porpora e di riabilitare la tradizione, attraverso questo giovane papa americano arrogante, combattente e oscurantista (tranne nell'uso dei media), che ama la famiglia tradizionale e la fertilità meglio della Lorenzin, che non sopporta i gay, la gentilezza formale, l'egualitarismo e la Curia romana che in questa descrizione è bizzarramente un misto di Andreotti (capace di ogni nefandezza per la Causa) e di progressismo opportunista da cardinal Michael Spenser (James Crowell fa una esplicita parodia del cardinal Martini). Silvio Orlando riesce a sostenere questa schizofrenica impresa ben comprendendo che non si costruiscono nelle serie tv personaggi a tutto tondo, ma personaggi che potrebbero compiere e dire qualunque cosa, questo e il contrario di tutto, se no alle dieci ore si arriva con il fiato corto. Dunque più contraddittorio è, meglio è il suo segretario di stato Voiello. Riportare la Chiesa all'antico splendore, o come macchina della paura che terrorizza i peccatori (perché vacilla nella Fede), come nella prima parte, o come macchina dellasantità e dei miracoli, in stile San Gennaro, come nella parte centrale, o come macchina del sorriso (prendendo in prestito l'idea dal Dalai Lama) per il finale, liberatorio e far piacere all'Osservatore romano, è il tragitto, poco sovversivo ma molto apocalittico ("Sorrentino gira ogni sequenza come se fosse l'unica, l'assoluta" ha dichiarato nel making off Silvio Orlando) di The Young Pope. Eppure. Se si richiede alla spiritualità, orientale nel primo caso e occidentale nel secondo, di riempire un vuoto esistenziale causato da un serio incidente d'auto nel primo caso e dalla perdita traumatica dei genitori dall'altro, si spiega solo parzialmente il segreto dei due film. Che si abbeverano nella tradizione eretico-anarchica delle religioni, una per affiancarla e l'altra per reprimerla.   
PS. Ma se il grande scontro finale sarà non più tra comunisti e capitalisti, per estinzione di uno dei due contendenti, ma tra nichilisti e populisti, e saremo con i primi se non altro per la loro rosselliniana ansia didattica (non c'è nulla di più costruttivo di un nichilista), che quietisti e azionisti stringano un bel patto d'alleanza contro gli Erdogan, i Trump, i Putin, gli al Sisi, i Netanyahu e gli Emiri di turno.  


venerdì 21 ottobre 2016

Pio XIII, il Papa fumatore. Su Sky la prima serie tv di Paolo Sorrentino


Roberto Silvestri

Fuori gara è passato alla mostra di Venezia e ieri su Sky, ma è ancora difficile da giudicare, anche se comicamente mi sembra perfetto, l'esperimento di Paolo Sorrentino nella serie tv. Cioé le prime due ore di Il papa giovane, che ipotizza l'ascesa al soglio pontificio del primo pontefice nordamericano, ex orfano oggi Pio XIII (interpretato per la verità dalla star inglese Jude Law) che è davvero un "americano" speciale perché fuma sigarette dalla prima all'ultima inquadratura. Deve essere una moda quella del tormentone perché abbiamo visto Colin Firth in Genius, diretto da Michael Grandage, portare il Borsalino anche a letto, per far capire anche ai distratti che stiamo parlando degli anni 30/40 qui e di un sommo pontefice unico e originale lì. Sarà un pontificato rivoluzionario e scandaloso (come sembra dalla prima parte del lavoro) quello del papa furmatore? O solo gesuiticamente più che corretto (come potrebbe far presagire la seconda parte, e i movimenti del pontefice vero?). Pio XIII sarà un santo, un gangster o un giustiziere o un noioso lefevriano? Farà fuori la nomenclatura nera, la curia romana, capitanata da un Silvio Orlando "progressista" (ovviamente), e in grande forma malefica, che da sempre governa il Vaticano e controlla il vertice (o lo annichilisce se necessario o costringe al ritiro)? O saprà solo sostituirla con una struttura più efficace e moderna e dunque reazionaria come va di moda?

Più ancora del Congresso di Washington, del Texas solitario e tenebroso o della sede di un network tv, San Pietro e dintorni è il set prediletto per osservare all'opera il Male (dove il Bene dovrebbe regnare) e i cattivi, dove meno te li aspetti. Ci offre un imbattibile catalogo delle malvagità umane in azione, tra lobby potenti, ipocrisia anche sessuale, mercimonio, gruppi di potere scatenati e in conflitto, spiate in confessionale, coperture di attività criminali e opere pie esenfisco. E caccia a pedofili e omosessuali, visto che siamo sotto un papa di nome Pio. Le vie del Signore sono, infatti, misteriose e dunque, come spiegherà Silvio Orlando piangente, nel ruolo del cardinale più maligno, e ci sembra di sentire Andreotti, “per fermare sua santità sarò costretto a fare cose molto malvagie”. Vedremo quali. L'infallibilità del pontefice ha infatti funzionato finché un papa, Pio XI, definì il duce “l'uomo della divina provvidenza”. Oggi che Francesco apre ai gay, lui stesso si schernisce: “chi sono io per giudicare”? Non siamo più ai tempi del primo papa sciatore e di Papocchio, quando il tono della satira radicale, ma ben al di qua dell'oltraggio, accontentava sia clericani che anticlericali. Fu Woytila la prima super star del Vaticano. Il Santo che ha polverizzato, grazie anche a Solidarnosc, la cortina di ferro e senza nascondersi dietro una maschera, se non di fard, come il suo omologo messicano. Ma i traffici loschi di Marcinkus, la connivenza con Videla e tutti gli anti comunisti del mondo, la rete dei vescovi e dei sacerdoti pedofili, la santificazione di criminali, come il clero latifondista spagnolo durante la guerra civile, hanno via via quasi distrutto la Chiesa cattolica negli ultimi anni e oggi per ridargli dignità e autorità etica c'è bisogno anche di un serio contributo artistico. E chi meglio del nuovo Fellini, diversamente a-clericale, come Paolo Sorrentino potrebbe aiutarla?  Il tentativo è quello di fare una sorta di seriale alla Cattelan, una botta in testa ad ogni luogo comune, come si spiega sui titoli di testa. E di fare l'occhiolino allo spettatore intelligente, come platealmente fa Jude Law. 
 
Cosi il film ricorre a un continuo cambio di registro, passando dal grottesco al gangster movie, dalla satira al giocoso, dal mistico all'onirico, dal femminista (la nomina di Diane Keaton, fumatrice anche lei, a segretario particolare) al morettiano (la partita di calcio delle suore), dal mafia-movie al digitalmente spettacolare (riempire piazza san pietro così è più facile), al Tokyo Decadence Topaz de noantri (quarto episodio), al Cl movie con la comitiva di ragazzi in pullman che si avviano beati verso piazza San Pietro in occasione del primo discorso ufficiale del Papa che, come macchia nera, o meglio Savonarola, fustigherà e maledirà il popolo di Dio che ha dimenticato Dio (secondo episodio). E sembra, il papa giovane e bello, bellissimo, autocompiaciuto come Narciso, un imam dell'Isis. Già. Questo Papa sembra maneggiare tutte le tastiere possibili e immaginabili del bene e soprattutto del male in un delirio (piuttosto alla moda) di politicamente scorretto. Ottimo escamotage per strutturare una serie tv (che di malvagità si inebria sempre) che rispetto al film per il cinema può percorrere nei suoi segmenti variabili sorprendenti, infinite e perfino sovversive, di buon gusto e di cattivo gusto. Mentre il film di due ore obbliga alla sintesi e alla scelta del punto di vista, e un tono di gusto, la serie permette una libertà infinita di fraseggio e di stinature. Vedremo nel prosieguo quale virtuosismi papa Law potrà permettersi. Lui che sembra molto esperto in scienze della comunicazione. Anche se in geografia politica ci sembra mal consigliato (tutto l'episodio con il primo ministro della Groenlandia (quarta parte) è davvero imbarazzante, non sappiamo se faccia la parodia di Berlusconi, di Di Maio o di Crozza.


Il migliore affondo di Young Pope è quando ridicolizza il suo capo marketing, una bionda in carriera che viene da Harward (e giustamente un cattolico prende in giro una università fondata dai protestanti), smaniosa di stampare la sua effigie ovunque, perfino sui piatti, contrapponendole la strategia del mistero di Bansky, Mina, Salinger, Daft punk e Ferrente: più si scompare e più ci si sacralizza. Il subcomandante Marcos (oltre che il lottatore mitico della cultura messicana, El Santo) ne sono i più radicali esponenti. Un solo dubbio. Forse per spiazzarci. Ma davvero le guardie svizzere salutano sull'attenti con la mano sulla fronte come i carabinieri e i corazzieri?      

venerdì 5 giugno 2015

Statistiche dopo Cannes...indici d'ascolto e di gradimento.....Vince Nanni Moretti



Mia Madre, il film che ha più incuriosito i lettori del Ciottasilvestri
Una curiosità per chi ritiene che l'applausometro sia quasi una scienza critica esatta. I lettori del blog ilciottasilvestri, come interesse dimostrato, durante il festival di Cannes, e per quantità dei cliccaggi, hanno assegnato la Palma d'oro virtuale a Nanni Moretti che ha superato nell'ordine Paolo Sorrentino, Matteo Garrone, Roberto Minervini e Jonas Carpignano (ancora poco conosciuto questo interessantissimo regista, il suo film non  è ancora uscito nelle sale italiane). Tra gli stranieri il film di Audiard ha regolato con estrema facilità, forse anche grazie alla Palma d'oro reale,  Mad Max di George Miller e Carol di Todd Haynes (pari merito secondi) poi Cissé, Gus Van Sant e Inside Out, Mon Roi e Weerasethakul.........  Finora comunque il pezzo più letto è la recensione di Adieu au langage di J-L Godard, secondo la critica a La Grande Bellezza, il pezzo su Ciro Giorgini, quello sui dieci migliori film arabi classici della storia e Mia madre..... Tanto per informare.

ps.1 se si sommano però i due pezzi dedicati a Sorrentino, la recensione e in corsivo indifesa di Sorrentino che polemizzava con le offese piuttosto gratuite di Liberation contro un film che può essere anche stroncato violentemente, ma almeno motivatamente (ci ricordava una stroncatura altrettanto "fascista" contro un film di Francesco Rosi) vince Sorrentino. Come nel box office. 6 milioni di euro contro 3,5 milioni di euro.....

ps.2 Quando nei resoconti dai festival i quotidiani popolari magnificano la durata degli applausi, dieci, quindici minuti (e in particolar modo quando questo dato viene appeso al pezzo di colore che riguarda un film italiano) non ci fate mai caso. Il pubblico di invitati ai gala del festival di Cannes o di Venezia applaude in genere se stesso, più che altro, e per svariati minuti (è potente, ha strappato l'invito giusto) e anche, per cortesia, registi e attori, visto che sono in sala. 
E quando si registrano, invece, i fischi e i buu che avrebbero accolto un film controverso in occasione dell'anteprima mondiale per critici festivalieri, non ci fate caso neanche questa volta perché a quelle proiezioni sono invitati moltissimi estranei e anche gli uffici stampa (dei film avversari). Insomma le claque ormai sono organizzate professionisticamente. Non era solo il generale Tito che per riempire completamente l'arena di Pola in occasione del grande festival jugoslavo del cinema obbligava i militi della marina attraccati nel vicino porto a presiedere Inoltre, anche se fossero davvero ampi settori della critica a fischiare o disapprovare un film che male c'è? Sono venuto fin qui per dividere, non per unire, disse il cineasta invitato al festival. Si chiami Pialat o Garrone, Van Sant o Erice....

giovedì 21 maggio 2015

In difesa di Paolo Sorrentino


Mariuccia Ciotta

Cannes

In finale di partita, il festival, considerato il numero 1 mondiale, mostra le crepe di una 68a edizione disorientata nel passaggio dall'era Gilles Jacob alla nuova presidenza di Pierre Lescure, fondatore di Canal + , boss della Vivendi, tentativo francese (non) riuscito di minare l'egemonia hollywoodiana. L'uno ex critico cinematografico, l'altro ex manager televisivo (autore del piano degli audiovisivi di Hollande), alla sua vera (l'anno scorso lo affiancava ancora Jacob) prima prova. Il rodaggio provoca una serie di défaillances a partire dal cartellone del festival infestato da titoli improbabili, come quello di apertura, La tete haute (in sala c'è chi ha gridato al nepotismo, alludendo forse alla presenza di Catherine Deneuve, amica del presidente) e l'affollamento in concorso di mediocri film francesi (mentre fuori sono comparsi i più interessanti), giudicato severamente dai Cahiers du cinema e non solo. Le voci dello scontro tra Lescure e il direttore artistico Frémaux confermano che qualcosa non va, per esempio lo strapotere visibile di grandi sponsor, e la proliferazione abnorme e devastante di impropri accrediti stampa.

Un grande festival di cinema, lo diceva Frémaux, si basa su tre pilastri: i film, il mercato (la Francia è un forte co-produttore mondiale) e la stampa. Molti giornalisti e critici, invece, sono rimasti fuori dalle sale in numero impressionante, dopo una o due ore di fila, superati da allegre brigate di “invitati”. Che da tempo i “coloristi” perlopiù televisivi facciano da padroni, a scapito della critica, non è certo colpa di Lescure, e nemmeno la scomparsa delle edicole in questa ricca cittadina dominata dal Front National, e forse per questo smaniosa di ricevere la patente di “patrimonio dell'umanità”, ma la mancata considerazione di chi scrive di cinema rischia il suicidio di Cannes. Un segnale si vede anche nel degrado degli interventi critici usciti su giornali prestigiosi come Libération, dove Paolo Sorrentino, piaccia o meno il suo Youth è stato recensito con il ricorso ad argomentazioni del tipo “fa venire eruzioni cutanee e crampi allo stomaco”, “le sue opere sono laide e di una volgarità ripugnante”, è un “invitato infrequentabile” e via dicendo. Il maldipancia l'autore dell'articolo l'ha fatto venire a noi, e in quanto a volgarità dovrebbe prima di evocarla guardarsi allo specchio.



mercoledì 20 maggio 2015

Grand Hotel Sorrentino. Un buddies movie alpino


Roberto Silvestri

Cannes.

Una volta - è un fatto di cronaca - un grande direttore d'orchestra italiano si rifiutò di suonare per la regina Elisabetta perché gli avevano imposto il programma. Adesso un regista e sceneggiatore italiano, già 'oscarizzato', chiede scusa a Sua Maestà e, con l'aiuto della più monarchica delle star britanniche conservatrici, l'incidente è chiuso...Peccato, avremmo tanto voluto che citando "Una pallottola spuntata 2 e mezzo", anche questa volta la regina Elisabetta facesse un bel volo. Ma il compito di questo film, diretto da un secondo magnifico quarantenne, è annientare la generazione dei padri e tornare, back to the future, ai nonni......
Si apre da oggi per il nuovo film di Paolo Sorrentino, “Youth” (Giovinezza, più in senso mediceo che fascista), dedicato a Francesco Rosi, la strada per la palma d'oro e per l'oscar come migliore film in lingua inglese dell'anno. Il dialogo del film fa ridere, a volte. Fa anche piangere (specialmente nell'aria finale). Luca Bigazzi, direttore della fotografia, come sempre sa costruire, specialmente in montagna “visioni stillanti d'alba iridata”, passando con disinvoltura dal pieno tonale al delirio cromatico... Più che un “motion picture” è un “emotion picture”, visto il bouquet sinistre. Eppure, a giudicare dall'accoglienza critica nella grande sala Lumière di Cannes, buona ma non super, la strada sarà in salita. Il puzzle non è facile da mettere insieme, anche se ogni tesserina è assai adornata. Da oggi ognuno darà la sua interpretazione. Specialmente i direttori di giornali. Ma attenzione le trenta frasette ad effetto vanno mescolate con i valori ottici del film. La superbia visuale non manca. E questa volta a combatterla e eroderla non è il chiacchiericcio della classe dominante nullafacente romana, ma l'arte di un musicista cosmopolita che non vuole più comporre, che crede nell'opera d'arte non come metafisico “capolavoro assoluto”, ma come liberazione di sentimenti in forma di gratuito, irretribuibile, lavoro umano”, ma si accorge che oggi mettere caos nell'ordine, per esempio storpiando fecondamente il gesto del braccio di un violinista in erba, è peggio che demodé. E anche quella di un cineasta travolto dall'incarognimento dei tempi e da chi crede che il futuro del cinema sia solo nella gioconda libertà totale di una serie tv, che gioca e violenta gli stessi standard e gli stessi format capovolti...
Fred, compositore inglese in pensione, della filiera neotonale Stravinski-Britten (Michael Caine, nell'imitazione perfetta di Michael Caine, non fosse per un certo litigio con gli abiti), e Mick, regista hollywoodiano al lavoro su una nuova sceneggiatura, tanto scoppiettante quanto lui è depresso (Harvey Keitel in dionisiaca forma), vecchi amici da sempre, si ritrovano in un hotel di lusso del sud Tirolo alpino, al di qua di “Sils Maria”.
E, alla fine del cammino di una lunga vita di successi artistici, passano quelle agiate vacanze estive da ottantenni più apatei che apatici, maltrattando con sarcasmo pregiudizi e frasi fatte e ricordando, tra luci abbaglianti e colori caldi e densi, i vecchi tempi e i nuovi acciacchi. A un messo della Regina Elisabetta che gli chiede una grande rentrée risponde picche. Una sua composizione, “La canzone semplice” è stata scritta solo per sua moglie, malatissima e afona, che è l'unica ad averla mai interpretata e pubblicata su disco.
I protagonisti di questo “buddies movie” heavy metal, più ambizioso di quelli con Matthau e Lemon, perché Wilder è il regista d'affezione numero uno di Sorrentino, ma i maestri se non vanno superati vanno almeno appesantiti, puntualizzano, quasi fossimo in un racconto di Wedekind, gli esiti di loro antiche e cruciali rivalità sentimentali che li divisero 50 anni prima. Di giorno e di notte sognano, fanno incubi o temono incanti (una sceneggiatura dal finale che finalmente funzioni; un concerto di vecchia consonanza per campanacci di mucche e uccelli; la lievitazione di un monaco buddista...). Litigano con i figli, sciocchi, vettisti e incompresi (Rachel Weisz è la figlia di Fred, piantata dal figlio di Mick per una succedanea di Madonna) ma poi li confortano e li sanno commuovere. Subiscono allucinazioni oniriche e deformazioni di focale, quando entrano per distrazione, ma con tatto, o dentro film altrui (non solo in “8 e mezzo”, ben colorizzato, ma anche in un qualunque Seidl) o in copertine di dischi (dei Pink Floyd?) o in istallazioni d'arte (di Cindy Sherman?). O scommettono sul nonnulla, come due angloamericani in un thriller di Hitchcock, mentre pasteggiano gin martini con l'oliva. E si fanno contagiare dalle fantasie su insorgenti bellezze pop (c'è perfino una Miss Mondo di passaggio, quella nuda del poster) e castigano i nuovi costumi e il dilagare del cattivo gusto. Con la distanza e l'umorismo d'obbligo di chi, saggio e scettico, sa di avere i giorni contati ed è consapevole che solo il kitsch pesante (come quell'Hitler in libera uscita, l'attore hollywoodiano che legge Novalis ma è stato intrappolato come star da un blockbuster che lo ha trasformato in robot; o la caricatura affettuosa di Maradona grasso come Pavarotti ma che palleggia assieme a dio con una pallina da tennis gialla) aiuta, dove il kitsch leggero regna. “La leggerezza”, dirà il musicista Fred, al massimo dell'ispirazione, è una qualità perversa... E anche la romantica ispirazione, a cui Sorrentino parrebbe contrapporre una più culinaria, materialista e metamorfosizzante “fermentazione”. Di fondamentale importanza la presenza di Jane Fonda che si sbarazza con facilità irrisoria del doppio strato di cerone che la mummificano e dice sul copione di Sorrentino cose brutali che solo un cineasta diventato improvvisamente autoironico e umile poteva osare scrivere. Alle opere che mai volessero lagnarsi delle sempre nuove deformazioni della buona critica su di esse, Jane Fonda, come Corneille alla Marquise, potrà sempre rispondere: “Vous ne passerez pour belle – Qu'autant que je l'aurait dit”.
L'hotel, come microcosmo, e come ogni hotel di lusso che si rispetti, sia un set di Marguerite Duras o Sergio Corbucci, di Alain Resnais o Wes Anderson, del Kubrick più horror o del Fellini più eroticamente privato, è uno spazio double face. Realtà (fanghi, piscine calde, saune, piccole prostitute timide, massaggi inebrianti, cene squisite...) e fantasia si confondono. Paesaggi incantevoli rivaleggiano con il direttore della fotografia a chi è più bravo ad accentuare, posizionare e ombreggiar le luci.

mercoledì 23 aprile 2014

Il chiarore del noir. In ricordo di Claudio G. Fava, tra Jean-Pierre Melville e il cinema algerino


Claudio Giorgio Fava
Roberto Silvestri
Ho conosciuto Claudio Giorgio Fava, in televisione, come molti italiani della mia generazione. Per 20 anni e fino all’arrivo di Celli e dei professori, che lo hanno spintonato via da viale Mazzini in malo modo, ha presentato quelle compiante retrospettive di film, in prima e seconda serata Rai (poi improvvisamente proibite nell’era Marzullo), affiancando Fernaldo Di Giammatteo, Pietro Pintus, Callisto Cosulich e Vieri Razzini nei preziosi corsi didattici per principianti delle immagini (non si studiava ancora cinema nei licei e nelle università), equivalenti alle lezioni, ‘non è mai troppo tardi’, di Alberto Manzi.
Jean Paul Belmondo in Le Doulos (1962) di Melville
Come Vieri Razzini, Fava era esperto e fan della Hollywood del periodo classico, ma a differenza di Vieri si appassionava di più a vivisezionare i segreti del cinema d’azione e di guerra, meglio ancora se thriller e gialli ‘hard boiled’, piuttosto che la commedia sofisticata. Ford, Wellman, Vidor, Welles, Hawks, Peckinpah, Siegel, Aldrich, Fuller, Peckinpah (che si pronunciava Peckinpho, come ci fece poi scoprire) erano i suoi registi preferiti… Amori condivisibili, che accomunavano, forse per identica sensibilità “rooseveltiana”, una parte cattolica della sua generazione (che faceva riferimento alla curia e alla Rivista del Cinematografo) alla fazione più cinefila più estrema del Movimento studentesco, allevata a Tronti e Cinema & Film, Rossanda e Filmcritica, Renato Nicolini e Giuseppe Turroni. Anche i più giovani, come Paolo Sorrentino, da Fabio Fazio per festeggiare l’Oscar, se lo ricordava bene a Che tempo che fa: “per me era una specie di idolo perché creava un’aspettativa sul film che si andava a vedere”.
L’ho incontrato spesso, Claudio G. Fava, in occasione di convegni, conferenze stampa e l’ho intervistato molte volte al telefono per Hollywood Party, l’ultima poche settimane fa. Era una presenza fissa, arguta e colta, quando si trattava di rischiarare zone dimenticato del grande cinema di una volta. Ho anche polemizzato con Fava, una volta sola. Tra i suoi difetti non c’era sicuramente il ‘paternalismo terzomondista’. Ma quando si vantava di aver ben nascosto nei cellari Rai, affinché nessuno mai li vedesse, “quegli orrendi film di propaganda algerini, che dobbiamo accollarci solo per colpa di accordi bilaterali tra aziende televisive pubbliche” trovai la battuta snob, gaullista e poco divertente, perché in fondo i classici della rivoluzione firmati da Lakhdar Hamina, Abderramaneh Bouguermouth, Assja Djebar, Azzedine Meddour e Mhamed Bouamari non erano meno interessanti dei tanti film orientalisti, esotisti e colonialisti stravisti (alla Beau Geste o alla Il bandito della Casbah) e, censurati, subivano l’identica sorte di La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo in Francia…
Alain Delon, Le Samourai di Melville (1967)
Però. Non era affatto vero che avesse "una di quelle caratteristiche facce inglesi che viste una volta non si ricordano più", l'aforismo di Oscar Wilde che campeggiava autoironicamente sul suo blog, pieno di recensioni eleganti (sul Mereghetti e sul Morandini, i più recenti), note polemiche, divagazioni su papa Bergoglio (definito con notevole perspicacia: ‘metà peronista, metà borghesiano”), notizie necessarie (segnalava l’importante programma Storie di cinema di Tatti Sanguineti, su Iris tv) e, da genoano ultras, una costante attenzione alla cultura genovese.
Il manifesto del film di Melville
Claudio G. Fava, scomparso improvvisamente nella notte nella sua Genova - dove viveva con la moglie, la pittrice Elena Pongiglione - all'età di 83 anni, aveva piuttosto una magnifica faccia da caratterista, ideale per i “noir”, il suo genere preferito, anche nella versione francese, ‘polar’, di cui Jean-Pierre Melville fu il più affascinante interprete. Al regista di I senza nome e Frank Costello faccia d’angelo, Fava dedicò un magnifico saggio sulla Rivista del cinematografo del 1979, un indimenticabile omaggio in prima serata Rai2 e la retrospettiva completa per France Cinema di Firenze, nel 1994, su invito di Aldo Tassone. La Francia lo ha nominato, anche per questo, 'Officier des Arts et des Lettres'. 
Lino Ventura in Le deuxieme souffle (1966) di Melville
L’americanismo di Melville lo intrigava, e spiegava che consisteva “in un piacere minuto della frammentazione con cui egli articola il discorso dei film, e che fa pensare a certi gialli post-bellici Usa. È chiaro che i riferimenti visivi (come dire, antropologici e di luoghi) sono profondamente francesi, a volte parigini come lo era lo stesso Melville. Il suo amore per l’America è comunque ribadito da una delle sue opere più curiose, e cioè Deux hommes dans Manhattan (in italiano contraddistinto da un titolo come sempre eccessivo: Le iene del quarto potere). Girato a New York, in una città buia e tutta da indovinare, è il massimo momento di devozione a quell’America da lui sempre profondamente sognata come ideale alternativa”. La personale tv di Melville, quasi rivoluzionaria per l’epoca comprendeva Il silenzio del mare (1947); I ragazzi terribili (1950); Bob il giocatore (1956). Li vedemmo per la prima volta.
Claudio G. Fava e Francesca Fellini
Ironico e pungente, come Rui Nogueira, il critico e fondatore portoghese del ‘partito Melville’, Fava, laureato in legge, ha iniziato la carriera al Corriere Mercantile (il quotidiano a cui ha collaborato fino agli ultimi giorni). Giornalista professionista dal 1961, è entrato alla Rai nel 1970, lavorando per la Rete Uno e, in seguito, come capostruttura della Rete Due, programmando film, telefilm e soap (Beautiful). Tra i suoi programmi Cinema di notte (con decine di cicli dedicati a registi, attori, sceneggiatori e generi), Dolly, Set.


Claudio G. Fava
Presidente di varie giurie internazionali e collaboratore di importanti festival, era esperto di doppiaggio e aveva curato personalmente la riedizione di classici, deturpati, proibiti o censurati in parte come Acque del sud, Il grande sonno (di Hawks) e La guerra lampo dei fratelli Marx. Dal 1999 era direttore artistico di “Voci nell’ombra” a Finale Ligure, il primo festival italiano dedicato al doppiaggio cinematografico e televisivo. Si è cimentato come attore in Ladri di saponette di Maurizio Nichetti, in televisione con Ombretta Colli (Una donna tutta sbagliata) e in teatro con Giancarlo Sbragia e Mattia Sbragia, su un testo di Guido Fink dedicato a Orson Welles. Come presentatore e ospite ha preso parte a 5 programmi scritti per Raitre da Gloria De Antoni e Oreste De Fornari (Perdenti, Infedeli, La principessa sul pisello, Pacem in terris e La fonte meravigliosa).

Star televisiva con Gloria de Antoni e Oreste de Fornari
È stato insieme a Rita Forte conduttore su TMC di 78 puntate della striscia preserale quotidiana “Forte Fortissima!” di Cristina Crocetti. Dal 2006 è autore di un blog, in collaborazione con Lorenzo Doretti, dal nome "Clandestino in Galleria". Negli ultimi anni saltuariamente collabora con la televisione privata ligure Primocanale.
Jean Pierre Melville
Ha raccolto le sue recensioni e scritti in alcuni volumi (l’ultimo è Visto con il monocolo), è stato autore di monografie dedicate ai pilastri del nostri cinema (Sordi, Fellini, Tognazzi) e di testi letterari, come Tagliati al vivo (il tiolo si riferisce al ‘selvaggio’ taglio delle fotografie, in uso nei quotidiani e nei periodici). Il 31 marzo scorso ultima apparizione in pubblico per presentare il centesimo numero della rivista dei critici cinematografici liguri Film Doc.
Jean Pierre Melville

lunedì 3 marzo 2014

Spostarsi su Pagina99...

Sul sito di Pagina99 l'elogio di Mariuccia Ciotta all'attrice ingelse Angela Lansbury, 'la signora in giallo' e non solo, premio Oscar 2014 alla carriera. L'elogio funebre di Alain Resnais, le recensioni di Tir e Snowpiercer....Su Pagina99 di domani in edicola il commento sui premi Oscar.
Questa la recensione del film di Paolo Sorrentino La Grande Bellezza pubblicata su questo blog in occasione della prima a Cannes. Forse sarà bene ricordare che Her e Dallas Buyers club sono state delle azzeccate scelte di Marco Mueller e del festival del cinema di Roma, che Gravity era alla Mostra di Venezia, ma fuori concorso, e che 12 anni schivo è stato in anteprima mondiale a Toronto.

http://ilciottasilvestri.blogspot.it/2013/05/sorrentino-vitalita-del-gossip.html  

domenica 9 febbraio 2014

Verso l'Academy Award. Omar, il rivale palestinese di Paolo Sorrentino


Un manifesto di Omar di Hany Abu-Assad
Roberto Silvestri

Quando questo film palestinese, di regia e di produzione,  è stato visto a Cannes (nella sezione Un Certain regard) erano vivide nella mente le immagini shock del commando nero di “macellai” islamisti, alla caccia di infedeli colpevoli, da decapitare con l'arma bianca in piena London town, pericolosa sovrimpressione blasfema tra metodi del nemico imperialista e guerra santa, Guantanamo in dissolvenza incrociata su Bin Laden assassinato da un commando. Questo ci permetteva di mettere a fuoco, collegandolo a un fatto di cronaca così sconvolgente, il coraggio e le contraddizioni di questa “fiction di popolo” ambientata però non in Afghanistan, ma a West Bank e Nazareth.

Adalm Bakri e Leem Lubany

Omar, diretto dal palestinese Hany Abu-Assad, nato a Nazareth nel 1961, che già si era distinto nel 2005 con Paradise now, storia di due ragazzi indocili, dopo un momento di incertezza, al grande gioco sacro della martiriologia (vinse il Golden Globe), adesso è uno dei quattro film che contenderanno tra poche settimane a Paolo Sorrentino l’Oscar per il miglior film straniero, al posto del film francese Vita di Adele che pure aveva stracciato tutti sulla Croisette (anche i Coen, ignorati dall’Academy Award) ma che i 6000 membri della giuria hanno ignorato totalmente, se non altro per fare un altro dispetto a Steven Spielberg, che a Cannes era presidente della giuria principale.

A destra Hany Abu-Assad a sinistra un poster del film

Questo nuovo film di Hany Abu-Assad, cineasta palestinese, che vive da anni in Danimarca dopo aver lavorato come ingegnere aeronautico in Olanda, Omar, che poi ha vinto nel maggio scorso la sezione cannoise "Un Certain Regard" (presidente della giuria proprio il danese Thomas Vinterberg che è un altro dei contendenti all’Oscar per il miglior film straniero) è la storia di tre amici per la pelle, ventenni palestinesi, che, usciti dalla disperata strategia suicida del corpo-bomba, vogliono contribuire alla causa della liberazione nazionale formando una cellula isolata di soldati della libertà che si conquisti sul campo la possibilità di far parte del giro adulto della resistenza. Come? Nel modo più istintivo e meno politico che esista. Preparando un agguato e uccidendo, con un colpo da cecchino scelto, un soldato israeliano di frontiera (oltretutto disarmato). Il codice d’onore della guerra di guerriglia forse ammette anche questo. 

Un manifesto del film con Leem Lubany e Adam Bakri

Omar (Adam Bakri) fa il panettiere e, come l'uomo-gatto hitchcockiano, attraversa spesso e disinvoltamente l'alto muro che separa il suo villaggio dalle case degli amici Tarek e Amjad e soprattutto dalla fabbrica della sua piccola amata bruna studentessa-lavoratrice-operaia, che però dimostra già un certo feeling anche per Amjad, capace di imitare Marlon Brando nel Padrino come neanche il boss Genovese, scatenando un corto circuito emotivo che sarà fatale a Omar... 

Leem Lubany e Adam Bakri
Infatti non sempre le cose vanno lisce. Scoperto sul muro del salto, e ferito, poi umiliato da una ronda, alla fine è catturato, denudato e torturato dagli israeliani in cerca di una confessione del delitto.

Adam Bakri e Leem Lubany
Intermezzo. Queste sequenze violente e sconvolgenti procureranno guai al film, in Italia. Chi avrà il coraggio di distribuire scene così anti-israeliane se non torturandole con le forbici? Mica siamo nell'America della Bigelow! Infatti finora il film non è uscito.

Leem Lubany (Nadia)

Omar, nel frattempo, resiste. Non so niente. Sigaretta bollente sui genitali. Non so niente. Coltello roteante ovunque. Non so niente. Al culmine del trattamento gli scappa un fatale: “Non confesserò mai”. E' già una ammissione di colpa. Lo minacciano. 90 anni di reclusione. E non basterà neppure una visita di Kerry per essere graziato da un’amnistia, come abbiamo visto. 
Però Omar esce dal carcere. Cosa ancora più pericolosa. Gli amici pensano che abbia tradito. L'amata lo lascia senza più scrupoli (tanto è incinta di Amjad, molto meno romantico di Omar che considerava il culmine del piacere erotico scambiare con la ragazza bigliettini segreti d'amore). Anche il salto del muro con la corda inizierà ad essere difficile, estenuante. 

Adam Bakr
I grandi dei nuclei islamisti diffidano sempre più di lui. Che in realtà, dopo una seconda carcerazione, e un collare di sicurezza alla caviglia, ha stipulato un patto infame con il poliziotto capo israeliano, Rami (è Waleed F. Zuaiter, l'unico attore professionista del cast). Gli consegnerà Tarek morto. Ma nell'ultima scena del film...l'onore sarò salvo. Anche in questo film si dimostra che l'onore vale molto di più di qualunque tattica e strategia politica. L’onore è individuale. La politica è il tentativo di un grande balzo avanti per moltitudini intere. E' un finale di moda. Per un Lincoln palestinese bisognerà aspettare ancora un po'.

Adam Bakri e il Muro

Cast e regista di Omar a Cannes. Leem Lubany la seconda da sinistra, Adam Bakri il primo a destra

Ps. Gli altri attori del film sono Samer Bisharat (Amjad), Eyad Hourani (Tarek) e Leem Lubany (Nadia). La distribuzione internazionale è della The Match Factory. La produzione è della ZBros LLC, una casa di produzione palestinese-americana. E' il primo film della storia ad essere stato finanziato interamente da investitori palestinesi attraverso l'Enjaaz Film Initiativ. Che i film palestinesi non siano molto attesi e neanche molto conosciuti lo dimostra il fatto che in questo blog  i contatti per Sorrentino sono stati circa 1750, mentre quelli per Omar meno di 40. Finora...