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venerdì 21 ottobre 2016

Pio XIII, il Papa fumatore. Su Sky la prima serie tv di Paolo Sorrentino


Roberto Silvestri

Fuori gara è passato alla mostra di Venezia e ieri su Sky, ma è ancora difficile da giudicare, anche se comicamente mi sembra perfetto, l'esperimento di Paolo Sorrentino nella serie tv. Cioé le prime due ore di Il papa giovane, che ipotizza l'ascesa al soglio pontificio del primo pontefice nordamericano, ex orfano oggi Pio XIII (interpretato per la verità dalla star inglese Jude Law) che è davvero un "americano" speciale perché fuma sigarette dalla prima all'ultima inquadratura. Deve essere una moda quella del tormentone perché abbiamo visto Colin Firth in Genius, diretto da Michael Grandage, portare il Borsalino anche a letto, per far capire anche ai distratti che stiamo parlando degli anni 30/40 qui e di un sommo pontefice unico e originale lì. Sarà un pontificato rivoluzionario e scandaloso (come sembra dalla prima parte del lavoro) quello del papa furmatore? O solo gesuiticamente più che corretto (come potrebbe far presagire la seconda parte, e i movimenti del pontefice vero?). Pio XIII sarà un santo, un gangster o un giustiziere o un noioso lefevriano? Farà fuori la nomenclatura nera, la curia romana, capitanata da un Silvio Orlando "progressista" (ovviamente), e in grande forma malefica, che da sempre governa il Vaticano e controlla il vertice (o lo annichilisce se necessario o costringe al ritiro)? O saprà solo sostituirla con una struttura più efficace e moderna e dunque reazionaria come va di moda?

Più ancora del Congresso di Washington, del Texas solitario e tenebroso o della sede di un network tv, San Pietro e dintorni è il set prediletto per osservare all'opera il Male (dove il Bene dovrebbe regnare) e i cattivi, dove meno te li aspetti. Ci offre un imbattibile catalogo delle malvagità umane in azione, tra lobby potenti, ipocrisia anche sessuale, mercimonio, gruppi di potere scatenati e in conflitto, spiate in confessionale, coperture di attività criminali e opere pie esenfisco. E caccia a pedofili e omosessuali, visto che siamo sotto un papa di nome Pio. Le vie del Signore sono, infatti, misteriose e dunque, come spiegherà Silvio Orlando piangente, nel ruolo del cardinale più maligno, e ci sembra di sentire Andreotti, “per fermare sua santità sarò costretto a fare cose molto malvagie”. Vedremo quali. L'infallibilità del pontefice ha infatti funzionato finché un papa, Pio XI, definì il duce “l'uomo della divina provvidenza”. Oggi che Francesco apre ai gay, lui stesso si schernisce: “chi sono io per giudicare”? Non siamo più ai tempi del primo papa sciatore e di Papocchio, quando il tono della satira radicale, ma ben al di qua dell'oltraggio, accontentava sia clericani che anticlericali. Fu Woytila la prima super star del Vaticano. Il Santo che ha polverizzato, grazie anche a Solidarnosc, la cortina di ferro e senza nascondersi dietro una maschera, se non di fard, come il suo omologo messicano. Ma i traffici loschi di Marcinkus, la connivenza con Videla e tutti gli anti comunisti del mondo, la rete dei vescovi e dei sacerdoti pedofili, la santificazione di criminali, come il clero latifondista spagnolo durante la guerra civile, hanno via via quasi distrutto la Chiesa cattolica negli ultimi anni e oggi per ridargli dignità e autorità etica c'è bisogno anche di un serio contributo artistico. E chi meglio del nuovo Fellini, diversamente a-clericale, come Paolo Sorrentino potrebbe aiutarla?  Il tentativo è quello di fare una sorta di seriale alla Cattelan, una botta in testa ad ogni luogo comune, come si spiega sui titoli di testa. E di fare l'occhiolino allo spettatore intelligente, come platealmente fa Jude Law. 
 
Cosi il film ricorre a un continuo cambio di registro, passando dal grottesco al gangster movie, dalla satira al giocoso, dal mistico all'onirico, dal femminista (la nomina di Diane Keaton, fumatrice anche lei, a segretario particolare) al morettiano (la partita di calcio delle suore), dal mafia-movie al digitalmente spettacolare (riempire piazza san pietro così è più facile), al Tokyo Decadence Topaz de noantri (quarto episodio), al Cl movie con la comitiva di ragazzi in pullman che si avviano beati verso piazza San Pietro in occasione del primo discorso ufficiale del Papa che, come macchia nera, o meglio Savonarola, fustigherà e maledirà il popolo di Dio che ha dimenticato Dio (secondo episodio). E sembra, il papa giovane e bello, bellissimo, autocompiaciuto come Narciso, un imam dell'Isis. Già. Questo Papa sembra maneggiare tutte le tastiere possibili e immaginabili del bene e soprattutto del male in un delirio (piuttosto alla moda) di politicamente scorretto. Ottimo escamotage per strutturare una serie tv (che di malvagità si inebria sempre) che rispetto al film per il cinema può percorrere nei suoi segmenti variabili sorprendenti, infinite e perfino sovversive, di buon gusto e di cattivo gusto. Mentre il film di due ore obbliga alla sintesi e alla scelta del punto di vista, e un tono di gusto, la serie permette una libertà infinita di fraseggio e di stinature. Vedremo nel prosieguo quale virtuosismi papa Law potrà permettersi. Lui che sembra molto esperto in scienze della comunicazione. Anche se in geografia politica ci sembra mal consigliato (tutto l'episodio con il primo ministro della Groenlandia (quarta parte) è davvero imbarazzante, non sappiamo se faccia la parodia di Berlusconi, di Di Maio o di Crozza.


Il migliore affondo di Young Pope è quando ridicolizza il suo capo marketing, una bionda in carriera che viene da Harward (e giustamente un cattolico prende in giro una università fondata dai protestanti), smaniosa di stampare la sua effigie ovunque, perfino sui piatti, contrapponendole la strategia del mistero di Bansky, Mina, Salinger, Daft punk e Ferrente: più si scompare e più ci si sacralizza. Il subcomandante Marcos (oltre che il lottatore mitico della cultura messicana, El Santo) ne sono i più radicali esponenti. Un solo dubbio. Forse per spiazzarci. Ma davvero le guardie svizzere salutano sull'attenti con la mano sulla fronte come i carabinieri e i corazzieri?