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martedì 11 ottobre 2016

Vitalità e modernità del muto alle Giornate di Pordenone n.35




Roberto Silvestri 



Una donna e i suoi due uomini…Norman Talmadge nel melodramma bellico The Woman Disputed (La donna contesa) di Henry King e Sam Taylor, fa l’antesignana di Jeanne Moreau in Jules et Jim. Il  film prodotto dalla United Artists nel 1928, con l’Europa ricostruita in studio dal geniale William Cameron Menzies, risente infatti ancora del clima esiziale della grande Guerra e della crollo "politico"della donna europe dal 1918 in poi.
Dunque i corteggiatori della Talmadge sono amici, un ufficiale dello zar e uno dell’imperatore austriaco (oltretutto entrambi destinati alla sconfitta). L’atmosfera è finto espressionismo tedesco.  (ma Robert Florey, tocco europeo, è assistente alla regia).
Mary Ann Wagner (la Talmadge aveva 35 anni e somiglia sorprendentemente a Juliette Binoche) è una prostituta, odiata dai benpensanti ipocriti, di un piccolo centro austriaco che i due amici salvano da una sicura (e sbagliata) imputazione di omicidio e poi diventano suoi amici per la pelle. Ma, un bel giorno sono chiamati al fronte e si combatteranno per superiori motivi patrii. Con particolare ferocia e sadismo il russo perché, prima di partire per la guerra, ha scoperto che lei ha scelto, (vigliaccamente, alle spalle, lui crede) l’austriaco. Oppure per gelosia maschile. E decide di vendicarsi conquistando la cittadina dove Mary Ann vive, prendola prigioniera e strappandola, almeno per una notte, all’amato. Lei non ci starebbe, a costo della vita, sua e di altri prigionieri, che la detestano ma poi la invitano a scopare con il nemico pur di salvare la loro pelle, perfino un prete, che alla fine la convince. Che orrore! Ma poi si scopre che è una spia travestita da prete, e se non sarà libero quella notte non potrà svelare le postazioni russe da bombardare per riconquistare la città. Lei si sacrifica (ma in realtà il suo amico ufficiale russo le era sempre piaciuto…) e quando l’amato la riabbraccia, a città ripresa, e scopre l’infame cedimento, l’abbandona. Non fosse per la scena più a effetto e sorprendente del film. L’esercito schierato nella piazza viene invitato dal generale a inginocchiarsi e a rendere omaggio alla prostituta Mary Ann Wagner, che saluta la folla dal balcone, “senza il cui sacrificio mai avremmo vinto la battaglia”. Tutti si inginocchiano, anche l’amante riconquistato.  Sarà piaciuto a Karl Kraus, l’happy end.


E’ questo un film tipico del nuovo corso di un importante e bellissimo festival che ha un poster di erotismo maschile sbandierato al vento. Stiamo parlando di Pordenone 35, giornate del cinema muto secondo il nuovo direttore Jay Weissberg e la sua band di espertoni (Cherchi Usai, Jacob, Montanaro, Codelli, Colussi, Crozzoli, e Patat). Quale è il filo, l’idea forza del festival, la scoperta dell’anno? Probabilmente enfatizzare meno l’autore, il regista e il super divo e più i creativi solo apparentemente minori, come gli scenografi (Menzies, appunto), gli operatori (moltissimi i cinegiornali e le attualità documentaristiche in programma) e i duetti artistici, Vigo/Kaufman; Niblo/Garbo; Disney/Iwerks di Oswald, il personaggio inventato prima di Topolino e poi scippato a Disney da un infame producer; Collins/Viola Dana,  le cowgirls come Lillian Christy  del western primitivo…  Nutrito il cartellone, anche troppo. Perché non solo possibili le repliche. 

Livio Jacob e Jay Weissberg

Film, omaggi, retrospettive, incontri, convegni, mostre collegate (l’archivio hollywoodiano Kobal, 150 foto di super star del cinema, a Villa Manin, tra poco a Roma, al Palazzo delle Esposizioni), presentazioni di libri, proiezioni speciali per i ragazzi delle scuole, cocktail (a inviti), le masterclass e il 18° Collegium che ormai porta in Friuli i giovanissimi ricercatori di ogni continente (che abbassano, ormai da anni, l’età media del pubblico). E, infine, il piccolo mercato di rarità bibliografico-filmiche, al primo piano del teatro, un tempo era un vero suq popoloso ma ormai i libri e i film chi li compra più senza Internet? (Abbiamo comunque acquistato, non di solo muto si vive, un libro sulle donne cattive e buone nei film di Disney,  i primi corti di Piavoli, Io sono curiosa giallo e blu e avrei voluto comprare il cofanetto Robbe-Grillet, 52 euro, un Chris Marker, alcune foto di star sovietiche degli anni 30….).
Greta Garbo in The Mysterious Lady
Di grande richiamo popolare cosa c’era? Il Greta Garbo (The misterious lady di Fred Niblo, 1928), che ha aperto e il Douglas Fairbanks, che ha chiuso. Due Buster Keaton, un Jean Vigo che rende omaggio alla città di Nizza, sotto attacco oggi degli stragisti (A propos de Nice); le scenografie di William Cameron Menzies, che ha fatto Il ladro di Baghdad, insegnando che si può essere giganteschi nel minimalismo, sontuosi nella sintesi, poi farà Atlanta in fiamme in Via con Vento e dirigerà sublimi horror e fantascianza negli anni 50. Erotikon, non fosse per il titolo, Nanà… Per gli specialisti che il canone dei classici lo conoscono bene, soprattutto importanti i ritrovamenti, anche di corti e cortissimi, le scoperte e i restauri. O i frammenti dedicati allo scontro Hillary-Trump, dei presidenti americani in campagna elettorale (da cui si evince che i nordisti industriali repubblicani d’epoca Theodore Roosevelt-Coolidge, usavano i mezzi di comunicazione di massa meglio dei sudisti democratici terragni e già facevano più affari e disastri); il documentarista cosmopolita Luca Comerio, che trasforma il reportage in un contatto “da uomo a uomo” da ricognizione da entomologhi e autoritari vigili urbani….
A propos de Nice di Jean Vigo
Per i più sofisticati ancora la retrospettiva polacca (ma il 90% del patrimonio cinematografico è andato perduto durante la seconda guerra mondiale e il vassallaggio russo-tedesco un po’ si sente in quel che resta), l’omaggio al regista nordamericano John H. Collins, morto a 28 anni nel 1918 dopo aver diretto una ventina di film d’ambientazione rurale, star la sua compagna bionda e dagli occhioni prensili  Viola Dana. Ne abbiamo visti però solo tre: in Girl Without a Soul del 1917 fa due ruoli di gemelle dal carattere opposto, come Bette Davis, mentre in Blue Jeans, dello stesso anno è una vagabonda orfana, quasi una wobblie disoccupata dell’Indiana, innamorata di un imprenditore conservatore che si dà alla politica, che poi scoprirà essere suo zio, e molestata pesantemente da un liberale prepotente e criminale, pre-berlusconiano. In Riders of the night del 1918 ambientato in Kentucky in polemica con Nascita di una Nazione di Griffith si parla del KKK come di una organizzazione di contadini ribelli, angariati dai latifondisti e dai loro esossi pedaggi. In qualche modo collegato a Collins, che face davvero strane cose coi cowboys, prosegue una sezione seriale sulle origini del western, questa volta con i mediometraggi del 1912-1913, perché tra I magnifici 7 e l’oscar a Inarritu il genere sta rinascendo. In realtà ebbe un momento di grave crisi, mentre i personaggi femminili erano centrali e dotati di forte personalità, proprio durante gli anni della prima guerra mondiale, sostituito dai drammi bellici “solo maschili”.  Insomma.
Un festival esplosivo. Sala piena zeppa ed entusiasta, anche alle 9 di mattina. Applausi sempre, anche a scena aperta, perché davanti a un Lubitsch, a un Milestone o a un Ozu o a un  Sidney Franklyn anche chi non li conosce si inchina. Inoltre. 17 musicisti solisti da impazzire: direttori d’orchestra come il mitico Carl Davis, pianisti come Donal Sosin, grandi orchestre di 60 elementi (ma perché mancava quest’anno il decano dei pianisti italiani Antonio Coppola?).
Un festival “live” e performativo dentro un festival d’arte riproducibile (già, non si potrebbe premiare la migliore esecuzione musicale l’anno prossimo?).
La caduta dei Romanoff di Esfir Shub
La città si risveglia dal torpore (come succede durante le giornate di Pordenone Legge) grazie al doppio gioco (la cultura schermica è spionaggio, guardare al di là del consentito, al confine tra ciò che si conosce e ciò che si ignora) del cinema e dell’immaginario. Il sindaco è un ex Msi, la sa lunga, lascia fare. Solo il Movimento 5 Stelle (locale), che pare un sindacato ragionieri, non se ne accorge, occupato come sempre a far solo conti e verificar scontrini malandrini, e tuona sulla stampa di provincia contro il Muto: sarebbe chiuso a riccio, non fa educazione scolastica, non fa mostre, non fa cocktail “aperti”….  Come un tempo blaterava l’ignorantissima Lega. Ma non si vive di solo pane, senza un po’ di Muti (prima lezione da consigliare: Greed) si rischia di diventare pure difensori delle tradizioni culturali chilometro zero. Il problema è che il festival non può crescere. La sala è quella, e di più non ne potrebbe contenere. La rissa per le proiezioni a inviti (raddoppiate per forze di cose) lo dimostra.    
The Mysterious Lady con Greta Garbo, regia di Fred Niblo
Jay Wessberg, il direttore nordamericano, critico di Variety, che succede al più esperto inglese David Robinson, oggi direttore emerito, ne ha rubato il ritmo scattante e il carattere allegro e vuole ringiovanire non solo il pubblico ma anche l’idea-forza del meeting che ogni anno – questa volta dall’1 all’8 ottobre - raccoglie al teatro Verdi (deturpato anni fa da un restauro disgraziato di amministratori leghisti e trasformato in un gigantesco Vespasiano) gli studiosi dei silent movies (1895-1927. E oltre) provenienti da tutto il mondo, Giappone, Australia, Stati Uniti, America Latina…. Se il New York Times colloca Pordenone nel Gotha dei superfestival di nicchia, per specialisti e addetti ai lavori esigentissimi, Weissberg risponde: no, è un festival di cinema tout court, anzi ancor più spettacolare e emozionante perché pre-codice di autocensura, senza censura, non ancora embedded e bromurizzato come quello che ci circonda e tedia oggi. Ed è per tutti i pubblici: il “muto” parla, eccome, non è mai stato muto né sordo, le didascalie urlano, la musica sa assordare e il bianco e nero è sempre stato a colori densi e assoluti, se necessario. 
Norman Talmadge in The Woman disputated
E poi, brivido in più, è l’unica arte, la settima, di cui possiamo quasi toccare con mano le origini: è nata con i nostri nonni, le scenografie usavano i mobili, gli armadi, le specchiere, le tende e i tavoli che sono oggi modernariato ancora vegeto. Qualcuno dei pionieri è ancora vivo, come Baby Peggy (ex bimbetta paffuta e pestifera in buffe comiche, devastanti spazi e oggetti, come Jerry Lewis, e che ha 98 anni) o è scomparso, come Manoel de Oliveira, da poco.
Silent vuol dire vedere il mondo con occhi e corpi sovversivi, come Chaplin e Micky Mouse, o da rivoluzionari disillusi come Keaton o come la sovietica Esfir Shub nel film di montaggio La caduta della dinastia dei Romanov del 1927 (annata buona), o con animo ribelle come quello delle suffragette insorgenti e delle cowgirl che sparavano come Calamity Jane.
Il conte di Montecristo in due travestimenti ...
Silent sono i kolossal sexy biblici, che per qualche anno ci dettero la supremazia commerciale nel mondo, le tragedie d’amore con l’aristocrazia morente, le saghe epico-storiche (altro che serie tv) che svelavano a tutti, anche agli analfabeti, verità e tradizioni patrie (come il cool movie – nel senso della perfezione decadente - Il conte di Montecristo da Dumas, del provenzale Henri Fescourt, del ‘29, ormai quasi in era sonoro, ha inchiodato per 4 ore alle sedie il pubblico, tra bonapartismo, esotismo passionale e orientalismo coloniale, proprio come Lav Diaz a Venezia; e le commedie metropolitane esplosive e piccanti che oggi farebbero svenire qualunque funzionario di Rai Cinema, come se mentre il San Francesco di Elio Germano fa i miracoli apparissero in sovrimpressione le miracolose pose erotiche del Kamasutra…. Nella commedia sofisticata urbana (tratta da un dramma ungherese) Verso la felicità di Maurice Stiller (1920), il regista che condurrà la Garbo a Hollywood ma qui controlla un cast di donne spregiudicate e “forti”, come la star svedese Tora Teje, un entomologo anziano non ha tempo e voglia di occuparsi della moglie, spendacciona e piena di corteggiatori, soprattutto perché è innamorato della più giovane, casalinga e adorante… nipote. E la sposerà.
Tora Teje in "Verso la felicità" di Maurice Stiller
Insomma ritrovare un certo stile (anche fortunatamente) perduto, una atmosfera di eleganza ipocrita, una civiltà mondiale in stato di allarme e in metamorfosi che sta per affidarsi a dittature feroci o a democrazie più astute, pur di non accettare l’avventura comunistao il capovolgimento dei ruoli tra uomo e donna, ha il suo sottile fascino ludico e sadomaso. Dunque grande spettacolo, ritmo indiavolato proprio come piace adesso, nell’epoca Transformers, cascate di emozioni a ripetizione, di shock, di sorprese,  geometrie di sguardi e azioni di dinamismo vorticoso assoluto. Certo il montaggio effettivo non è frenetico e indiavolato come oggi. Ma solo in apparenza. Se le immagini sono perfette (il cinema è una scienza ottica esatta, ha l’età del microscopio e del telescopio) è la testa che fa il final cut, che si mette in movimento compulsivo e raccorda gli attimi fuggenti con, direbbe Bruno Fornara, gli attimi sfuggenti, quel che si vede con il fuori campo, con l’invisibile. Ciò che fa il grande cinema sia del XX o XXI secolo.
Un film della retrospettiva polacca Yanko Muzikant di Ryszard Ordynski (1930)
Certo non tutti i film sono kolossal di new dance, quasi coreagrafati da una Pina Bausch ante litteram (e Raoul Walsh sembrerebbe la sua antitesi, anche se la boxe fatta bene è danzante) oltretutto proiettati con l’esecuzione della partitura originale di Mortimer Wilson, da poco ritrovata, come Il ladro di Baghdad (di Raoul Walsh, 1924) che ha chiuso la manifestazione sabato e domenica scorsi con l’acrobatica potenza atletica di Fairbanks nel ruolo dell’allegro mascalzone che prende tutto quel che gli piace ma quando si tratta di afferrare l’amore, cioè la principessa adorata, con le sue ditone voraci, non ci riesce, si blocca entra in crisi di identità e ci vorrà un miracolo, più sorprendente ancora del tappeto volante o del cristallo magico o della mela d’oro che resuscita i morti per vincere e conquistare l’eroina delle Mille una notte. Il niracolo (Trump, veditelo) è l’Islam, ma non quello mederato che ci raccontano e che è criminale e mostruoso come i loro raccattapalle reazionari dell’Isis, ma quello radicale nel senso che va alla radice delle cose, e che solo può aiutare ad affrontare i mostri della mente, i nostri lati dark e debellarli. Insomma la religione che unisce e non che divide, che diventa arma per la distruzione delle classi e non per il loro sfruttamento. Il vero islam radicale, non quello che ci raccontano i giornali, quello che smuove le dittature, come ha fatto in Tunisia. L’islam rivoluzionario, a cui Walsh e Fairbanks rendono un incredible omaggio (punendo nello stesso tempo l’islam dispotico dei califfi, dei sultani e dei tiranni mongoli) e a cui Menzies regala spazi di incredibile maestosità e nello stesso tempo di quotidiana spiritualità.    
Anna May Wong in "Il ladro di Baghdad
Tra le riscoperte, circondato dalla fama di film maledetto e insostenibile, dalle immagini demoniache, è il dramma marinaro anti tedesco Behind the door, dietro la porta, di Irvin V. Willat (Usa, 1919) che esibisce le ferite ancora non cicatrizzate della grande guerra e del trauma dei 10 milioni di giovani ammazzati su entrambi i fronti. Qui siamo in mezzo al combattimento tra un sommergibile tedesco, capitanato dal, come sempre, sadico leader Wallace Beery e perseguitato da un ufficiale della marina americana di origini tedesche, Hobart Bosworth, che vuole vendicare lo stupro e l’assassinio della moglie, salvata da quel sommergibile alla deriva in mare aperto, ma poi consegnata alla violenza sessuale e multipla di un intero equipaggio selvaggio, mostruosizzato dal conflitto. 
Hobart Bosworth in Behind the door
La vendetta dell’ufficiale sarà all’indiana, come si rifiuterò di fare Kirk Douglas nel kennediano Il giorno della vendetta di John Sturges (1959): una lenta tortura, lo scorticamento completo della pelle, fino alla morte. Anche perché Bosworth era scampato a stento a un linciaggio patriottico nel suo villaggio americano in quanto di origine crucca e nonostante le sue alte onorificenze militari conquistate durante la guerra ispanico-americana.