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sabato 22 ottobre 2016

La regina punk della notte. Il film su Florence Foster Jenkins di Stephen Frears con Meryl Streep. Incontenibile.

La vera Florence Foster Jenkins (a sinistra) e Florence Meryl Streep


Roberto Silvestri

Il bio-pic sta diventando un genere sovrano. Roberto Rossellini ne sarebbe molto contento. E non c'è solo Lincoln e Leopardi. Alla Festa di Roma abbiamo visto il Fritz Lang, epoca M, il mostro di Dusseldorf, che utilizza brani di repertorio documentaristici o tratti da film di finzione dei primi anni 30, per risparmiare sui passaggi narrativi "morti": il viaggio in treno; il viaggio in autobus; il taxi, la descrizione della Berlino notturna, la guerra di trincea, la folla metropolitana, e ci mostra un Lang (già protagonista di un altro film di finzione, ma sloveno, sul set di La donna sulla luna) dalle qualità di detective degne della signora in giallo e capace di commettere  qualunque infrazione e di autoconvicersi perfino di aver commesso un crimine cruento per dare verità e sostanza emozionale forte al suo primo film sonoro. Che, da degno erede del grande Pabst diventa un film addirittura urlato, ululato. Poi lo Snowden, che è più conturbante del documentario realizzato nell'albergo di Hong Kong con il super hacker americano, perché ce lo indica come il massimo conoscitore dei sistemi di sicurezza digitali e dunque come il probabile stratega dell'assalto Internet anti americano di questi giorni. L'unica cosa che non combacia è relegare il personaggio della moglie a un ruolo puramente decorativo o peggio disturbante (cosa che nel documentario si capiva non esserlo stata affatto). E poi Nat Turner di Birth of a Nation e Powidoki di Wajda, oltre a tre superbi documentari sul più grande vulcanologo del pianeta, sulla più eccitante rock band vivente (i Rolling Stones, in America Latina e a Cuba) e il più grande talento cinematografico di Austin (Richard Linklater) che racconta il prima e il dopo Boyhood...E poi Genius di Michael Grandage, su Mark Perkins,  il celebre editore della della casa editrice Scribner's Sons che ha scoperto e "ottimizzato", senza mai cambiare una riga Scott Fitzgerald, e poi Hemingway e Thomas Wolfe, di cui si narra la lunga e intricata relazione. Cast superbo, con Colin Firth che è Perkins, Nicole Kidman che è la moglie di Wolfe e Jude Law che è Wolfe, la grande scoperta letteraria di Perkins, il narratore che eguaglierà e forse supererà James Joyce, basta tagliare da ogni libro un paio di migliaia di pagine..... Il gioco a due tra Jude Law e Colin Firth, che mette in crisi i rispettivi rapporti con le moglie, si complica non solo eroticamente, ma perfino extratestualmente, perché Law nel Giovane Papa fuma tutto il tempo sigarette mentre Colin Firth, per non essere da meno, qui, non si toglie mai il cappello dalla testa, anche quando è a tavola il Borsalino regna, tanto per far capire che siamo prima dell'epoca John Kennedy. Negli anni trenta. Infine Florence Foster Jenkins quello che sicuramente è il più estroverso, fracassone e acusticamente insolente.

E pensare che il regista tedesco William Dieterle - fuggito dal nazismo che di Fuhrer ne aveva uno solo, e la storia e la memoria di un altro single doveva essere oscurata dalla anima sacra della razza - ha combattuto tutta la vita dentro lo studio system per poter realizzare (e ha vinto, alla fine degli anni 30) la sua ossessione, cioè i film dedicati alle grandi individualità della politica, dell'arte e della scienza: il Pasteur, il Juarez, la storia del presidente degli Stati Uniti Andrew Johnson, e quella di chi inventò la grande agenzia stampa, Giulio Reuter. Edward G. Robinson interpretò anche il dottor Erlicht, il nemico numero uno della più grave malattia sessuale contagiosa, la sifilide.
Ovvio che proprio questo film di Dieterle venga in mente, assieme a Céline, biografo del dottor Semmelweiss, quando si deve scrivere sul nuovo film di Stephen Frears, il regista britannico che dall'essiccato poema agro My beautiful laundrette si è via via sempre più riconciliato con il grande pubblico, fino al polposo The Queen e a Philomena (controversa e ambigua incursione sulla questione irlandese) passando spesso per Hollywood, ma non perdendo quasi mai il suo sottile umorismo eccentrico bilanciato da una capacità di manovrare emozioni e sentimenti contraddittori, pur di devastare il cuore delle platee.  Perché qui di sifilide, oltre che di bel canto, si tratta.
Fazzoletti a gogo dunque durante Florence Foster Jenkins, che ha portato a Roma la sua interprete, Meryl Streep, in un personaggio canterino, ma fuori dal canone, da premio Oscar fino alla caricatura, perché permette alla mattatrice bionda di Hollywood di gigionare senza limiti e senza pietà, proprio perché obbligata dalla parte a esprimersi una o due ottave sopra il consentito. Peggio che in Mamma mia.
Florence Foster Jenkins (
E più esagera, Meryl, e più forza, e più "rompe" e più funziona. Siamo nel regno del camp, dell'eccentrico, del ridicolo che diventa sublime. Priva assolutamente di dote canore, Florence si esibì perfino in sale da concerto prestigiose e i suoi dischi divennero stracult durante la seconda guerra mondiale, diventando uno dei primi miti della cultura pop. La Elvis Presley del lieder. Qualche anno dopo "rispolverare Shakespeare", sarà la parola d'ordine, spiritosa e sovversiva, di Cole Porter (non a caso fa una comparsata da fan di Frorence, nel film, al fianco di un'altra diva "obliqua" di Hollywood, Tallulah Bankhead) quando trasformò nel 1948 la Bisbetica domata in un musical buffo, Kiss me Kathe!, poi film nel 1953. Dissacrare un mito per accentuarne la grandezza. Si può storpiare addirittura un classico apollineo, di Mozart o di Saint Saens, dimostrando di comprenderne lo spirito interiore, sotto sotto dionisiaco, o facendone una parodia che ne illumini ancor più le virtù (l'Andreotti trasformato in caricatura da Sorrentino purtroppo ha avuto proprio questo effetto, spero involontario).
Avviene quando la mancanza assoluta di talento può trasformarsi in genialità pura e a volte involontaria. Quando si esibisce quel certo non so che degno di encomio artistico che è stato giustamente osannato in alcuni capolavori del cinema moderno, anche questi bio-pic, come Pecker di John Waters, sul fotografo di provincia talmente naif che conquista i critici newyorker più snob, o Ed Wood di Tim Burton, il "peggiore cineasta di tutti i tempi" che ribalta le gerarchie estetiche in un frangente di crisi creativa dello star system e dello studio system da diventare in un certo senso "il migliore", il punto di riferimento di un capovolgimento rivoluzionario delle forme estetiche. Perché è vero, ha cuore, ce la mette tutta, è dissacrante, è sovversivo involontariamente, e comunica cose né sciocche né fatue. Come Sid Vicious quando decompone My way per troppo amore. O Bette Davis in Che fine ha fatto Baby Jane il cui duetto con il pianista squattrinato e inglese Victor Buono sulle arie di I've Written a Letter to Daddy è stato molto studiato da Simon Helberg, in particolare nella mimica facciale sulle stonature.

Florence Foster Jenkins è la storia di una newyorchese dell'alta società che quel morbo, terrificante e allora ancora disintegrante, ereditò a 18 anni per colpa del suo primo marito puttaniere. Si conviveva, nella prima metà del '900 non più di 20 anni con la sifilide, e tra atroci sofferenze, perdita di capelli, articolazioni decostruite e mancamenti continui. Perfino questa donna ricca sfondata, che poteva avere i luminari della medicina ai suoi piedi, non avrebbe vissuto di più, e invece ci riuscì eccome, se qualcosa di davvero speciale non l'avesse sostenuta miracolosamente. Un marito innamorato (con amante "regolare", visto che di rapporti sessuali con la moglie neanche a parlarne), prima di tutto, che fu capace di trovare una ricetta psicologica, e non farmacologica, capace di guarirla. L'affetto totale. E l'amore di Florence per la musica. Sincero, folle, viscerale, totale, sconfinato, assoluto, assurdo. Ma anche assolutamente cieco e perfino sordo (almeno secondo i parametri dei puristi e dei melomani dell'Accademia. Pianista e cantante, ereditata una fortuna l'ha spesa per la musica classica, organizzando concerti, finanziando Toscanini (che dal film viene presentato piuttosto odiosamente, come un freddo opportunista, forse perché italiano? forse perché socialista? forse perché Frears ha preso per buone l'odiosa campagna stampa contro di lui dei nazisti e dei fascisti all'epoca? Toscanini viveva nella lussuosa magione appartenuta a Theodore Roosevelt e Mark Twain e non aveva certo bisogno di 1000 dollari) prendendo milioni di lezioni da illustri maestri e cercando di migliorare le esili - e non migliorabili - qualità di mezzo soprano.


Nel 1944 questa ereditiera, fondatrice a Manhattan dell'associazione Giuseppe Verdi, protetta scientificamente dal suo nuovo marito, St.Clair Bayfield (un Hugh Grant di perfezione mozartiana), arriverà a cantare nel tempio di Mozart e Beethoven, al Carnagie Hall e a credersi una interprete di un certo valore anche perché il suo pianista di fiducia (e culturista a tempo pieno) le dà credito, per soldi, e il marito allontana tutti gli elementi ostili e paga finché può il suo pubblico adorante. Florence diventerà l'idolo delle folle, che la considerano una umorista strepitosa. L'antenata di Jerry Lewis che a lei si ispirerà sempre nei suoi dischi e in Jerry otto e tre quarti. Fino alla lettura della recensione del New York Times  che la ucciderà. E da lì Vincent Price di L'Oscar insanguinato prenderà le mosse per la grande vendetta. Il cocktail di horror, volgarità, bellezza, commozione, comicità è davvero irresistibile. Frears può abbandonarsi al cattivo gusto, finalmente, senza remore e freni. E porta Meryl Streep agli acuti più cacofonici mai concepiti. Si dirà. Nessuno spettatore non specializzato avrebbe mai compreso l'aria del Flauto magico della Regina della notte che è un pezzo di difficoltà tecnica mostruosa, tale da far preoccupare il prussiano concetto stesso di cantante lirica, per esempio nella interpretazione sovrana, quella della mezzo soprano olandese Cristina Deutekom, se Florence Foster Jenkins non l'avesse portato alla notorietà di massa che ha oggi. E dubito che la Deutekom, malata di sifilide, l'avrebbe cantata meglio. E a 76 anni. Quando Florence morì.
Simon Helberg