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lunedì 10 ottobre 2016

L'amore e la rivolta. Andrzej Wajda, morto ieri a 90 anni, da Kanal a Afterimage ha raccontato cos'è il Potere Operaio e come ha sconvolto il mondo borghese



Roberto Silvestri

I dannati di Varsavia, Senza anestesia, Paesaggio dopo la battaglia, Le nozze, Il bosco di betulle… L'amore e la rivolta. Riuscire a non dissociare mai queste forze primordiali....raccontando tra i soggetti più importanti della storia polacca, la lotta disperata per la conquista della libertà interiore (negata perfino a chi dai campi di sterminio fu liberato). E chi meglio di un polacco poteva aiutarci a interpretare questi capolavori del cinema provenienti da un paese quasi svanito e smarrito, anche cinematograficamente, dopo la seconda guerra mondiale? 
Abbiamo amato il cinema di Wajda, il suo particolare stile fiammeggiante (perché brucia ogni interferenza di moda e di influenza, è unico, come quello di Jancso e di Bergman) e quello spirito caustico cracoviano, grazie a un grande fan del cinema classico americano come il suo connazionale K.S.Karol… Forse perché, come scrisse Moullet, "Wajda ha la rude, sana semplicità di Sam Fuller, usa bene il cinemascope, e possiede un po' della forza shockante fordiana di Un uomo tranquillo". Sa spogliare il dramma dall'aneddoto, dagli effetti giornalistici e spettacolari. Perché sa politicizzare l'arte.

L'uomo di marmo
Il fatto è che il cinema polacco, muto e sonoro, era senza memoria, quando Wajda entrò nella scuola di Lodz, poiché era stato distrutto per il 90% durante il conflitto che ha portato via un polacco su sei, soprattutto se ebreo, omosessuale o comunista. 

Russi e tedeschi devono aver pensato inoltre che distruggendo il cinema si distruggeva la memoria e l’essenza di un popolo che nel corso dei secoli aveva dato non poco fastidio alle rispettive mire espansioniste… Un po’ come avevano fatto i giapponesi con i coreani, sradicando per sempre da quella terra gli alberi secolari, il genius loci…
Wajda, Munk e Kawalerowicz ricostruiscono a Lodz nel dopoguerra (a cominciare dall'opera seconda di Wajda,
Kanal, 1956) la narrazione visuale di un popolo che ha subito dei terremoti emozionali straordinari, inauditi. Città cancellate, città dello sterminio inaugurate. Ovvio che la base stilistica di questo cinema sarà la sorpresa, lo shock, le immagini più che dinamiche, le emozioni e le sensazioni che si prolungano l’una nell’altra, la capacità di costruire il movimento interno all’inquadratura, il ritmo che tra punti di appoggio e punti di fuga, incalzi lo spettatore e appassioni la sua immaginazione almeno quanto il protagonista dell’azione.  Certo, gli insegnanit della vecchia gurdia, Alexander Ford, Wanda Jakubowska e Jerzy Toeplitz (che porta a casa l’esperienza italiana di un cinema stanco di calligrafismo, star e Studio), fanno finta di addestrare i ragazzi al “realismo socialista” ma in effetti formano unità di produzione leggere a caccia di vita e storie, nelle quali sceneggiatori e registi insieme dominano il materiale artistico, e non i produttori, i censori o le spie del partito. Wajda è poco più anziano, Polanski più giovane, ma i due legano: "Mi piacciono le sue idee plastiche - affermerà il regista del Coltello nell'acqua - quei morti ripresi in modo ridicolo, buffo, e il suo romantisimo. Cenere e diamanti piuttosto che Samson, in cui prevale il coté sofisticato, Antonioni, che non è la sua cifra".
Daniel Olbrychski e Andrzej Wajda
Alle scaturigini della nouvelle vague polacca degli anni 60 c’è questa libertà di fraseggio e di genere che porta la produzione annuale a 20 film, al successo internazionale, all’esplosione di una anti star come Zbignew Cybulski la cui vita terminerà tragicamente troppo presto come quella del suo omologo americano James Dean.
Film popolari, di chiara lettura. Ma anche cifrati, a una seconda e più attenta lettura, e oscuri solo per il burocrate di turno incaricato di spiare. Infatti allusioni crudeli, sottintesi satirici,  citazioni colte usate come sberle, umorismo feroce e inafferrabile impreziosiscono un corpus cinematografico per altro verso così letterario (Czeszko, Andrzejewski, Borowski, Wyspianski, Zeromski, Iwaszkiewicz, Bulgakov…), classico e comprensibile a tutti, ma deformato da complicazioni visive e sonore radicali e dunque pluristratificato, complesso, affascinante e doppiamente contundente per chi quella lingua e quella cultura le conosce bene…. 
Cenere e diamanti
Non era giovane come Polanski o Skolimowski (che Ingenui perversi  scrisse per Wajda), ormai uccel di bosco e liberati dall’obbligo dell’esperanto da fronda. Il suo disincantato e derisorio combattimento dell’uomo contro la Storia, esibiva ferite morali nate durante la seconda guerra mondiale e ancora non cicatrizzate. Come capire, ignorando Wispyanski, per esempio, che la scena della danza infernale e delirante di Cenere e diamanti, è ispirata a Wesele? E che chi danza è destinato all’estinzione proprio come l’eroe del film, il mitico combattente della resistenza anticomunista Zbignew Cybulski? 
L'uomo di marmo
A tenere dunque i contatti “politici” e culturali con il cineasta dissidente Andrzej Witold Wajda per il manifesto era il giornalista K.S. Karol, ex ufficiale dell’Armata rossa nella guerra anti nazista, comunista di Lodz mai pentito, che aveva partecipato alla resistenza (proprio come Wajda, il cui padre era stato giustiziato però dai sovietici), ormai esule tra Parigi e Roma, animatore di un profetico convegno sulle società dell’est in putrefazione.
Peggio che schiavizzati da macchinari burocratici ottusi e mal funzionanti, quei paesi erano sotto nuda dittatura di classe, devitalizzati e sfruttati da un capitalismo che, come Praga ci aveva insegnato, era altrettanto violento e inguardabile del nostro, anche se grigio, multinazionale, di stato e grondante le migliori buone intenzioni anticonsumiste (nel senso che anche a voler saccheggiare i negozi…).

Karol, che sosteneva tutti gli oppositori anti fascisti e di sinistra, a Cuba come a Mosca, aiutò e intervistò più volte Wajda con la competenza e il devastante umorismo centroeuropeo che caratterizzava quel grande giornalista europeo (che dividevamo con il Nouvelle Observateur), negli anni di maggiore scontro - e non più implicito, sotterraneo, tra le righe, “ermetico” - tra il regista e gli altri artisti (pittori, musicisti, scrittori…) non riconciliati da una parte, il Partito Operaio Unificato Polacco, Jaruzelski e il socialismo reale tutto, dall’altra.
sul set di Cenere e diamanti
In particolare il manifesto di Rossanda e Pintor (e allora di Piero Anchisi, il cineasta che partecipò con grinta militante alla distribuzione dell’ Uomo di marmo) fu vicino a Wajda e ai suoi affreschi più barocchi (Fellini non gli era estraneo) e affilati, perché barocco era il momento, nel senso di movimentato, pronto a esplodere, esplicitamente dinamitardo, dedicati a Solidarnosc, quando gli operai polacchi, dopo le sollevazioni spontanee di Gdansk e Stettino, represse duramente con le armi, trovarono uno strumento organizzativo di classe e dal basso più acuminato e maneggevole per disintegrare la dittatura obliqua del partito unico. 


L’uomo di marmo 1977 e L’uomo di ferro, 1981, raccontarono in profondità l’involuzione del socialismo da Bierut a Gierek, passando per Gomoulka, fino al suo crollo, e la nascita della moltitudine con la sua soggettività molteplice e dai mille occhi,  tra l’incredulità e lo stupore mondiale e  la benedizione di un Papa, miracolosamente polacco,  perché l’autore di  Cenere e diamanti e Ingenui perversi, svezzato a neorealismo della decadenza e a Bunuel, e geniale nel catturare il male e disarmarlo con una sola occhiata, era diventato una intoccabile leggenda vivente del cinema polacco, e non poteva più essere fermato. Intoccabile proprio no, perché anche Wajda fu costretto all’esilio artistico parigino, tra il 1983 (e Danton da coproduzione si traformò in film francese) e il 1990, quando rientrò in patria per realizzare lo sconvolgente dramma sui campi di sterminio in bianco e nero, Dottor Korczak

Un ritorno da vincitore, proprio come Lech Walesa, a cui Wajda dedicò il suo penultimo film, certo troppo celebrativo, nel 2013. Così come fuori tempo massimo cioè troppo dalla parte dei vincitori, era stato l’autobiografico e toccante  Katyn, che nel 2007 raccontava del padre ufficiale ucciso nelle fosse staliniane durante la spartizione russo-tedesca della patria, considerando che la verità sugli autori di quelle criminali esecuzioni erano già stati smascherati, in pieno socialismo reale, da un giovane e battagliero cineasta jugoslavo di Belgrado, Dusan Makavejev, che come capofila dell’odiato da Tito “cinema nero”, era stato poi costretto a un esilio assai più lungo (Verginità indifesa, 1968).   Doveva diventare pittore Wajda, e ha studiato pittura a Cracova, utilizzando poi i suoi studi sulla tridimensionalità da rendere in una immagine bidimensionale (la magia del cinema) anche sulla scena teatrale, che invece tridimensionale è. 




Wajda con la seconda delle quattro mogli, la pittrice astratta Zofia Zuchawska
E' stato sposato dal 1959 al 1967 con Zofia Zuchowska, pittrice astratta (una delle quattro mogli). E a un pittore astrattista dell’avanguardia, fondatore dell'unismo, odiatissimo dal regime e dal suo miserabile gusto realista-socialista, Wladyslaw Strzeminski, espulso dall'Accademia e dall'Unione degli Artisti perché si rifiuta di osservare la dottrina neorealistas imposta dal partito e morto in povertà e in malattia, privo di un braccio e di una gamba, ha dedicato il film testamento che vedremo alla Festa di Roma il 14 ottobre in anteprima europea, Powidoki, in inglese Afterimage, candidato al premio Oscar dalla Polonia, interpretato dalla super star Boguslaw Linda e da Aleksandra Justa nel ruolo della grandissima artista, e compagna russa di Strzeminsky, Katarzina Kobro, ovvero la scultrice russa suprematista che regalà il 3D a Malevic e al mondo. "Come sapete, in Polonia, tutto è più o meno astratto" (Wajda, intervista a Marcel Martin, 1961). Il film è prodotto dall'Akson Studio, una delle maggiori case di produzione polacche per le quali lavorano Polanski, Skolimowski e l'ungherese Marta Meszaros.