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domenica 16 ottobre 2016

Festa di Roma. Lo Strzeminski di Wajda, vitalità del negativo. After Image, al di là della religione, della scienza e dell'arte gli ultimi 4 anni di lavoro di un artista comunista massacrato dai comunisti


Boguslav Linda in After Image di Andrzej Wajda
Roberto Silvestri

Come si guarda un quadro, per esempio di Van Gogh? Come funziona il nostro occhio? E la visione cos’è? Sono i colori che ci fanno muovere lo sguardo? Quali colori attraggono di più, i caldi come il rosso o i freddi come il blu, e quali sono gli altri punti di attrazione dello sguardo? Che gioco mnemonico si mette in moto quando entrano in campo i neuroni specchio?
Prendere la parola e attaccare il ministro
Risponderà a queste domande che la civiltà dell’immagine impone con sempre maggiore forza (anche perché, come diceva Virginia Woolf è così difficile dire qualunque cosa di fronte a un quadro) un bellissimo film su Wladislaw Strzeminski, insigne artista polacco più che comunista (fu attivo nell’Urss bolscevica fino al 1931, quando si trasferì a Lodz) che ebbe non pochi problemi con i comunisti polacchi al potere. Un’opera bellissima, emozionale e concettuale, diventata, contro voglia, un film-testamento. Anche perché è non poco autobiografica questo meditare sulla responsabilità morale dell'artista, ed era un progetto che Wajda covava da moltissimi anni…
Doveva essere qui alla Festa di Roma (13-23 ottobre) Andrzej Wajda, e non è arrivato alla conferenza stampa annunciata di questo suo nuovo film, AfterImage, ultima e ormai postuma lezione di controstoria e di estetica, presentata in anteprima europea dopo Toronto e in concomitanza con Busan/Pusan, in sud Corea, candidato da Varsavia all'Oscar per il migliore film straniero.   
C’erano però Pawel Edelman, il direttore della fotografia del Pianista di Polanski e di Katyn e l’attore protagonista Boguslaw Linda (vagamente somigliante ad Antonio Catania), che con Wajda ha già lavorato in L’uomo di ferro e Danton e, come José Ferrer quando faceva Toulouse-Lautrec, è costretto a far acrobazie con la gamba e con il braccio perché di trucchetti digitali neanche a parlarne. Cinema serio quello polacco.


gli studenti
After Image è la traduzione inglese di Powidoki, cioé “dopo l’immagine”. Il titolo del film dedicato alla vita e alle opere di questo grande artista d’avanguardia del secolo scorso (e, dietro di lui, agli artisti rivoluzionari sovietici della prima ora, fatti a pezzi via via dalla controrivoluzione staliniana dell’immaginario) è stranamente lo stesso di una sofisticata rivista teorica d’arte visuale newyorchese,  arrivata al numero 44 (è anche on line).
Una rivista di combattimento, dalla parte di chi fa della ricerca di nuove forme e concetti spazio-temporali, una missione che non permette compromessi e opportunismi. Uno strumento morale dell’avanguardia.


Wajda e Pawel Edelman (a destra)
Dopo l’immagine
, nella teoria della ricezione, ha un senso buono, positivo. Quello di considerare l’immagine forma vitale e non forma vuota, un accumulatore d’eccitazione, un modo “per politicizzare l’arte e non per abbellire la politica o imbellettar contenuti”, il movimento che confina, deturpa e disturba lo stato di cose vigente. “L’arte non è qualcosa di utile, è semplicemente qualcosa di superiore”, sintetizzava Strzeminski, artista suprematista del cenacolo Malevic, nato a Minsk, in Bielorussia, ma polacco - come Malevic era nato a Kiev ma da un fattore di origine polacca - non per proteggere la sua casta, ma perché la funzione estetica fa esplodere di potenza metamorfica tutte le nostre facoltà, comunicative e emozionali, portandoti all’estasi, al di là dell’umano, nella non-oggettività, che è una forma di conoscenza, non utilitaristica, né scientifica né religiosa, ma oltre, del mondo.  Arte automa, e non subordinata alla politica, ma nel senso che le sue implicazioni con la vita sociale e con l’attività umana sono molto più estese. Non a caso Stzeminski si è occupato contemporaneamente di poesia visiva, tipografia, scultura, filosofia, scienza della percezione, architettura…  

Wladislaw Strzeminski, i quadri dell'ultimo periodo
Dunque l’arte “è collegata non allo spirito, all’irrazionalità creativa, ma alla fisiologia”. Alla scienza del guardare, del vedere, dell’osservare ben dietro e dopo le apparenze. Alla crescita dell’occhio, quella continua evoluzione biologica della lacrima (proprio come sosteneva Alberto Grifi). Rischando anche di perderla la vista perché nella fase finale della sua ricerca, ha creato una serie di dipinti chiamati "Solaristic" che si basavano sulle "immagini residue", ricordi di forme e colori che sono simili a quelle (pericolose) bloccate sulla retina se si fissa il sole. Un modo per aggirare i dettami del realismo, attraverso la creazione di nuove regole di rappresentazione diversamente astratte.   



Wladislaw Strzeminski, primo periodo suprematista
Tutte cose pericolose che il Potere (e anche il potere) cerca di oscurare e perfino accecare davvero, come vediamo nel film. Chi blocca gli artisti, vuole devitalizzare i cittadini. Lo sappiamo bene visto che abbiamo assistito al caso Dario Fo. Punta all’irrealismo, socialista o capitalista che sia. I formalisti russi e la scuola di Praga, fase suprema di conoscenza spessa e consapevole del linguaggio, dei suoi procedimenti, della sua storia materica e delle sue forme concrete, di sperimentazione libera, surrealista, iperrealista, post-realista e antirealista, se necessario, cercarono inutilmente di sostenere e proteggere negli anni trenta tutti coloro che si opposero al mainstream dell’arte asservita, come Vertov, Eisenstein, Malevic, Majakovski, Chlebnicov… E i loro allievi, sopravvissuti alle stragi naziste della “menti attive degenerate”.         
Wajda e la figlia di Strzeminski
E proprio di un altro furibondo scontro sull’arte, avvenuto però dopo, durante la guerra fredda, non teorico, non tra riviste contrapposte, ma esistenzialmente devastante, tratta il film.



“Dopo l’immagine” può avere anche un altro significato, più negativo. Cosa c’è dopo l’immagine, dopo il suo essere senso-non senso, strumento scientifico (post quantista) che ne critica ogni strumentalità tecnologica e di classe? C’è il segno. A decifrazione obbligatoria. Come nella segnaletica stradale. C’è la parola d’ordine. C’è il polisenso umiliato e degradato a senso unico e obbligatorio.  C’è l’arte asservita all’utile, o peggio, alla poetica imperante, o alla linea di un partito… C’è il visivo e non l’immagine, direbbe Jean-Luc Godard.
Quel frangente della nostra storia, attorno agli anni 50 del secolo scorso, fu il vero momento magico del nichilismo capitalista, privato e di stato (si era pronti, consensualmente, giocondamente alla deflagrazione nucleare, non fosse stato per un possente movimento di contestazione dal basso, all’est e all’ovest), altro che anime belle anarchiche e sovversive, e come appendice culturale quel movimento nichilista fu pure iconoclasta, sia nell’est europeo cristiano ortodosso, sia nel mondo angloamericano protestante. L’Isis apprenderà da Mosca e Washington, come si fa a distruggere le opere d’arte senza provare alcun pentimento. Da una parte, negli Stati Uniti il maccartismo ricopre e distrugge i murales “comunisti” di Rivera, Siqueiros & Co., commissionati da Eleonor Roosevelt, e si cacciano le streghe dagli uffici pubblici, dalle scuole, dalla radio e dal cinema, Andy Warhol elabora grazie alla sua ricezione dada del figuratismo realista la Pop Art. W il consumismo che, eccitato troppo, distruggerà il consumismo (sta per esplodere Berkeley…).
Una scultura della moglie di Strzeminski, Katarzyna Kobro
Intanto, per ordine di Mosca le democrazie popolari, da Praga a Bucarest, da Budapest a Varsavia, sono obbligate a imporre ai propri artisti i dogmi non più aggirabili del “realismo socialista”, lasciando increduli e sbigottiti di fronte all’incompetente catechismo di Zdanov pittori, scrittori, scultori, cineasti… Le giustificazioni di Zdanov? L’Arte deve essere comprensibile e non elitaria. Dunque. L’Arte deve fare colore, colorizzare, riempire di caldi cromatismi gli slogan politici (neanche rivoluzionari, anzi proprio inneggianti alla schiavitù salariale, stakanovisti) per coprire, si scoprirà a Berlino 1953 e a Budapest 1956, lo sfruttamento intensivo degli operai e dei contadini (L’uomo di marmo) ad opera del partito-stato, aberrazione teorica che avrebbe fatto vomitare Marx, Engels e Lenin e i proletari tutti, scippati da sempre del loro diritto alla dittatura festiva.
Ma Andrzej Wajda, che in gioventù voleva diventare pittore, e aveva frequentato l’Accademia d’arte di Cracovia, incrociando poi fatalmente  Luis Bunuel sulla sua strada e trovando un’altra via di espressione e comunicazione con le immagini, più spirituale ancora, perché capace di vivisezionare meglio importanti elementi della vita, purtroppo è morto qualche giorno fa, lucido e attivo fino agli ultimi minuti, come Dario Fo.
      
Katarzyna Kobro
1949-1952, prima della morte di Stalin e della caduta in disgrazia di Bierut, segretario generale del Partito Unificato Operaio di Polonia. Parte la persecuzione - durerà quattro anni, fino alla morte del più prestigioso artista polacco - contro Wladislaw Strzeminski, in prima fila tra gli artisti sovietici nel dopo rivoluzione d’Ottobre, collaboratore della rivista Blok. Membro progressista degli a.r. (“artisti rivoluzionari”), professore alla scuola nazionale d’arte di Lodz, che ha co-fondato, iscritto al sindacato pittori, maestro adorato di un gruppo di studenti che lo considerano una leggenda vivente dell’arte moderna, Strzeminski osa contraddire platealmente, durante una di quelle manifestazioni ufficiali dove solo l’ipocrisia regna, il ministro della cultura in persona e ha già irritato il partito perché ha squarciato un gigantesco ritratto di Stalin su fondo rosso che aveva coperto la finestra del suo appartamento, disturbandolo mentre era al lavoro. Non obbedirà mai all’ordine di allinearsi al dogma del “realismo socialista”, visto che ha già combattuto le illusioni del dinamismo spaziale e affermato l’autonomia del piano del quadro, ma non certo per santificare spalmandoglielo sopra, un leader baffuto di serie b come Bierut.



Katarzyna Kobro
Non si è mai allineato neppure alle sue più cubo-futuriste e dadaiste tendenze, anzi lo troviamo a disegnare nei primi anni 50 amebe astratte, forme biomorfe in stile quasi liciniano, figuriamoci se vorrà trasformare le icone sacre della tradizione cristiana-russo-ortodossa in slogan a fumetti apologetici, privi di ogni profondità emozionale, imposti da Mosca che trasformano in santini i membri del Partito e gli eroici edificatori del socialismo. Il realismo poi non appartiene alla tradizione culturale visiva sovietica, perché il Rinascimento non è mai passato per San Pietroburgo. E senza studi prospettici seri, niente realismo, sarebbe una contraddizione: è lì che nasce l’individualismo, il cosmopolismo, la metamorfosi della forma merce, no?... Come scriverà in quegli anni sul Contemporaneo di Togliatti, e non senza timori, un comunista eccentrico come John Berger.
Wladislaw Strzeminski, ultimo periodo

Per chi, come Strzeminski, ha partecipato ai movimenti cubisti, suprematisti e costruttivisti della prima ora Vitebsk e Smolensk, indicando nella non oggettività, nelle superfici concrete, a tonalità bicolori, e a geometria posteuclidea, una più accurata riproduzione dei processi fisiologici della visione e, nei primi anni trenta, ha fondato l’unismo (unità organica di trama, colori e composizione), anticipando di trent’anni l’optical art e l’arte cinetica, accompagnando la sua ricerca con scritti teorici di sulfurea potenza, allinearsi vuol dire smentire la sua vita, le sue opere e i suoi insegnamenti. Che obbligano alla libertà della ricerca individuale. E i suoi allievi a metterlo in discussione continuamente, mai a imitarlo (tranne quando improvvisa degli happening rotolandosi dalla vetta delle colline giù per il declivio). Sarebbe stato come se Richard Meier  avesse distrutto la sua Ara Pacis dopo aver ascoltato le critiche del sindaco Alemanno (quello che aveva davvero rotto - il patto di fiducia coi cittadini - ma quel bradipo di Pd se n’è accorto in ritardo e se l’è presa con un altro). Al fianco di Strzeminski, per molti anni, la moglie scultrice, un’altra leggenda vivente dell’arte polacca, Katarzyna Kobro che divide con lui la sala neoplastica del museo Sztuki di Łódź, che ha fondato nel 1934, allestita nel 1948 dallo stesso Strzeminski e che non a caso viene chiusa d’autorità nel 1952 (e poi sarà riaperta dai comunisti nel 1969, dopo le prime lotte di Gdansk e Stettino). Divorziato da Kobro, che mai vedremo nel film, tranne nella cassa da morto il giorno del suo  funerale, seguita solo dalla figlia teenager con il cappottino rosso, l’unico che ha, assistiamo alla caduta solitaria di Wladislaw, descritta alla Umberto D.
Wladislaw Strzeminski
Cacciato dall’Accademia e dal sindacato perde tutti i  lavoro perché gli viene stracciata la tessera professionale, tranne quando chi lo assume non sa neanche chi sia. Assistito solo dalla giovane figlia, che viene anche cacciata di casa, viene lasciato morire di fame, gli è proibito perfino acquistare i colori, vengono assaltate da teppisti “rossi” le mostre dei suoi allievi, cancellati i murales anticoloniali dai luoghi pubblici (un bellissimo bar tropicalista), non gli rinnovano la tessera per acquistare la carne contingentata nei negozi (e qui vediamo che le lunghe file della propaganda occidentale erano davvero lunghe file disperate), la badante che lo aiutava lo abbandona, nonostante sia un mutilato di guerra, un ex ufficiale patriota che aveva perduto una gamba e un braccio sul fronte 15-18, mentre a poco a poco anche i suoi studenti scappano perché vengono terrorizzati dalla polizia segreta che vorrebbero impedire la pubblicazione del libro teorico più importante di Strzeminski,  Teoria della visione, scritto solo grazie al furto di una macchina da scrivere (eseguito dall’allieva più innamorata, irresponsabile e senza speranza) perché, come oggi Internet, la dittatura del Poup controllava e schedava tutte le macchine da scrivere, pericolosissimo oggetto sovversivo.    


Festa di Roma. Lo Strzeminski di Wajda, vitalità del negativo. After Image, al di là della religione, della scienza e dell'arte gli ultimi 4 anni di lavoro di un artista comunista massacrato dai comunisti


Boguslav Linda in After Image di Andrzej Wajda
Roberto Silvestri

Come si guarda un quadro, per esempio di Van Gogh? Come funziona il nostro occhio? E la visione cos’è? Sono i colori che ci fanno muovere lo sguardo? Quali colori attraggono di più, i caldi come il rosso o i freddi come il blu, e quali sono gli altri punti di attrazione dello sguardo? Che gioco mnemonico si mette in moto quando entrano in campo i neuroni specchio?
Prendere la parola e attaccare il ministro
Risponderà a queste domande che la civiltà dell’immagine impone con sempre maggiore forza (anche perché, come diceva Virginia Woolf è così difficile dire qualunque cosa di fronte a un quadro) un bellissimo film su Wladislaw Strzeminski, insigne artista polacco più che comunista (fu attivo nell’Urss bolscevica fino al 1931, quando si trasferì a Lodz) che ebbe non pochi problemi con i comunisti polacchi al potere. Un’opera bellissima, emozionale e concettuale, diventata, contro voglia, un film-testamento. Anche perché è non poco autobiografica questo meditare sulla responsabilità morale dell'artista, ed era un progetto che Wajda covava da moltissimi anni…
Doveva essere qui alla Festa di Roma (13-23 ottobre) Andrzej Wajda, e non è arrivato alla conferenza stampa annunciata di questo suo nuovo film, AfterImage, ultima e ormai postuma lezione di controstoria e di estetica, presentata in anteprima europea dopo Toronto e in concomitanza con Busan/Pusan, in sud Corea, candidato da Varsavia all'Oscar per il migliore film straniero.   
C’erano però Pawel Edelman, il direttore della fotografia del Pianista di Polanski e di Katyn e l’attore protagonista Boguslaw Linda (vagamente somigliante ad Antonio Catania), che con Wajda ha già lavorato in L’uomo di ferro e Danton e, come José Ferrer quando faceva Toulouse-Lautrec, è costretto a far acrobazie con la gamba e con il braccio perché di trucchetti digitali neanche a parlarne. Cinema serio quello polacco.


gli studenti
After Image è la traduzione inglese di Powidoki, cioé “dopo l’immagine”. Il titolo del film dedicato alla vita e alle opere di questo grande artista d’avanguardia del secolo scorso (e, dietro di lui, agli artisti rivoluzionari sovietici della prima ora, fatti a pezzi via via dalla controrivoluzione staliniana dell’immaginario) è stranamente lo stesso di una sofisticata rivista teorica d’arte visuale newyorchese,  arrivata al numero 44 (è anche on line).
Una rivista di combattimento, dalla parte di chi fa della ricerca di nuove forme e concetti spazio-temporali, una missione che non permette compromessi e opportunismi. Uno strumento morale dell’avanguardia.

Wajda e Pawel Edelman (a destra)
Dopo l’immagine
, nella teoria della ricezione, ha un senso buono, positivo. Quello di considerare l’immagine forma vitale e non forma vuota, un accumulatore d’eccitazione, un modo “per politicizzare l’arte e non per abbellire la politica o imbellettar contenuti”, il movimento che confina, deturpa e disturba lo stato di cose vigente. “L’arte non è qualcosa di utile, è semplicemente qualcosa di superiore”, sintetizzava Strzeminski, artista suprematista del cenacolo Malevic, nato a Minsk, in Bielorussia, ma polacco - come Malevic era nato a Kiev ma da un fattore di origine polacca - non per proteggere la sua casta, ma perché la funzione estetica fa esplodere di potenza metamorfica tutte le nostre facoltà, comunicative e emozionali, portandoti all’estasi, al di là dell’umano, nella non-oggettività, che è una forma di conoscenza, non utilitaristica, né scientifica né religiosa, ma oltre, del mondo.  Arte automa, e non subordinata alla politica, ma nel senso che le sue implicazioni con la vita sociale e con l’attività umana sono molto più estese. Non a caso Stzeminski si è occupato contemporaneamente di poesia visiva, tipografia, scultura, filosofia, scienza della percezione, architettura…  

Wladislaw Strzeminski, i quadri dell'ultimo periodo
Dunque l’arte “è collegata non allo spirito, all’irrazionalità creativa, ma alla fisiologia”. Alla scienza del guardare, del vedere, dell’osservare ben dietro e dopo le apparenze. Alla crescita dell’occhio, quella continua evoluzione biologica della lacrima (proprio come sosteneva Alberto Grifi). Rischando anche di perderla la vista perché nella fase finale della sua ricerca, ha creato una serie di dipinti chiamati "Solaristic" che si basavano sulle "immagini residue", ricordi di forme e colori che sono simili a quelle (pericolose) bloccate sulla retina se si fissa il sole. Un modo per aggirare i dettami del realismo, attraverso la creazione di nuove regole di rappresentazione diversamente astratte.   



Wladislaw Strzeminski, primo periodo suprematista
Tutte cose pericolose che il Potere (e anche il potere) cerca di oscurare e perfino accecare davvero, come vediamo nel film. Chi blocca gli artisti, vuole devitalizzare i cittadini. Lo sappiamo bene visto che abbiamo assistito al caso Dario Fo. Punta all’irrealismo, socialista o capitalista che sia. I formalisti russi e la scuola di Praga, fase suprema di conoscenza spessa e consapevole del linguaggio, dei suoi procedimenti, della sua storia materica e delle sue forme concrete, di sperimentazione libera, surrealista, iperrealista, post-realista e antirealista, se necessario, cercarono inutilmente di sostenere e proteggere negli anni trenta tutti coloro che si opposero al mainstream dell’arte asservita, come Vertov, Eisenstein, Malevic, Majakovski, Chlebnicov… E i loro allievi, sopravvissuti alle stragi naziste della “menti attive degenerate”.         
Wajda e la figlia di Strzeminski
E proprio di un altro furibondo scontro sull’arte, avvenuto però dopo, durante la guerra fredda, non teorico, non tra riviste contrapposte, ma esistenzialmente devastante, tratta il film.



“Dopo l’immagine” può avere anche un altro significato, più negativo. Cosa c’è dopo l’immagine, dopo il suo essere senso-non senso, strumento scientifico (post quantista) che ne critica ogni strumentalità tecnologica e di classe? C’è il segno. A decifrazione obbligatoria. Come nella segnaletica stradale. C’è la parola d’ordine. C’è il polisenso umiliato e degradato a senso unico e obbligatorio.  C’è l’arte asservita all’utile, o peggio, alla poetica imperante, o alla linea di un partito… C’è il visivo e non l’immagine, direbbe Jean-Luc Godard.
Quel frangente della nostra storia, attorno agli anni 50 del secolo scorso, fu il vero momento magico del nichilismo capitalista, privato e di stato (si era pronti, consensualmente, giocondamente alla deflagrazione nucleare, non fosse stato per un possente movimento di contestazione dal basso, all’est e all’ovest), altro che anime belle anarchiche e sovversive, e come appendice culturale quel movimento nichilista fu pure iconoclasta, sia nell’est europeo cristiano ortodosso, sia nel mondo angloamericano protestante. L’Isis apprenderà da Mosca e Washington, come si fa a distruggere le opere d’arte senza provare alcun pentimento. Da una parte, negli Stati Uniti il maccartismo ricopre e distrugge i murales “comunisti” di Rivera, Siqueiros & Co., commissionati da Eleonor Roosevelt, e si cacciano le streghe dagli uffici pubblici, dalle scuole, dalla radio e dal cinema, Andy Warhol elabora grazie alla sua ricezione dada del figuratismo realista la Pop Art. W il consumismo che, eccitato troppo, distruggerà il consumismo (sta per esplodere Berkeley…).
Una scultura della moglie di Strzeminski, Katarzyna Kobro
Intanto, per ordine di Mosca le democrazie popolari, da Praga a Bucarest, da Budapest a Varsavia, sono obbligate a imporre ai propri artisti i dogmi non più aggirabili del “realismo socialista”, lasciando increduli e sbigottiti di fronte all’incompetente catechismo di Zdanov pittori, scrittori, scultori, cineasti… Le giustificazioni di Zdanov? L’Arte deve essere comprensibile e non elitaria. Dunque. L’Arte deve fare colore, colorizzare, riempire di caldi cromatismi gli slogan politici (neanche rivoluzionari, anzi proprio inneggianti alla schiavitù salariale, stakanovisti) per coprire, si scoprirà a Berlino 1953 e a Budapest 1956, lo sfruttamento intensivo degli operai e dei contadini (L’uomo di marmo) ad opera del partito-stato, aberrazione teorica che avrebbe fatto vomitare Marx, Engels e Lenin e i proletari tutti, scippati da sempre del loro diritto alla dittatura festiva.
Ma Andrzej Wajda, che in gioventù voleva diventare pittore, e aveva frequentato l’Accademia d’arte di Cracovia, incrociando poi fatalmente  Luis Bunuel sulla sua strada e trovando un’altra via di espressione e comunicazione con le immagini, più spirituale ancora, perché capace di vivisezionare meglio importanti elementi della vita, purtroppo è morto qualche giorno fa, lucido e attivo fino agli ultimi minuti, come Dario Fo.
      
Katarzyna Kobro
1949-1952, prima della morte di Stalin e della caduta in disgrazia di Bierut, segretario generale del Partito Unificato Operaio di Polonia. Parte la persecuzione - durerà quattro anni, fino alla morte del più prestigioso artista polacco - contro Wladislaw Strzeminski, in prima fila tra gli artisti sovietici nel dopo rivoluzione d’Ottobre, collaboratore della rivista Blok. Membro progressista degli a.r. (“artisti rivoluzionari”), professore alla scuola nazionale d’arte di Lodz, che ha co-fondato, iscritto al sindacato pittori, maestro adorato di un gruppo di studenti che lo considerano una leggenda vivente dell’arte moderna, Strzeminski osa contraddire platealmente, durante una di quelle manifestazioni ufficiali dove solo l’ipocrisia regna, il ministro della cultura in persona e ha già irritato il partito perché ha squarciato un gigantesco ritratto di Stalin su fondo rosso che aveva coperto la finestra del suo appartamento, disturbandolo mentre era al lavoro. Non obbedirà mai all’ordine di allinearsi al dogma del “realismo socialista”, visto che ha già combattuto le illusioni del dinamismo spaziale e affermato l’autonomia del piano del quadro, ma non certo per santificare spalmandoglielo sopra, un leader baffuto di serie b come Bierut.



Katarzyna Kobro
Non si è mai allineato neppure alle sue più cubo-futuriste e dadaiste tendenze, anzi lo troviamo a disegnare nei primi anni 50 amebe astratte, forme biomorfe in stile quasi liciniano, figuriamoci se vorrà trasformare le icone sacre della tradizione cristiana-russo-ortodossa in slogan a fumetti apologetici, privi di ogni profondità emozionale, imposti da Mosca che trasformano in santini i membri del Partito e gli eroici edificatori del socialismo. Il realismo poi non appartiene alla tradizione culturale visiva sovietica, perché il Rinascimento non è mai passato per San Pietroburgo. E senza studi prospettici seri, niente realismo, sarebbe una contraddizione: è lì che nasce l’individualismo, il cosmopolismo, la metamorfosi della forma merce, no?... Come scriverà in quegli anni sul Contemporaneo di Togliatti, e non senza timori, un comunista eccentrico come John Berger.
Wladislaw Strzeminski, ultimo periodo

Per chi, come Strzeminski, ha partecipato ai movimenti cubisti, suprematisti e costruttivisti della prima ora Vitebsk e Smolensk, indicando nella non oggettività, nelle superfici concrete, a tonalità bicolori, e a geometria posteuclidea, una più accurata riproduzione dei processi fisiologici della visione e, nei primi anni trenta, ha fondato l’unismo (unità organica di trama, colori e composizione), anticipando di trent’anni l’optical art e l’arte cinetica, accompagnando la sua ricerca con scritti teorici di sulfurea potenza, allinearsi vuol dire smentire la sua vita, le sue opere e i suoi insegnamenti. Che obbligano alla libertà della ricerca individuale. E i suoi allievi a metterlo in discussione continuamente, mai a imitarlo (tranne quando improvvisa degli happening rotolandosi dalla vetta delle colline giù per il declivio). Sarebbe stato come se Richard Meier  avesse distrutto la sua Ara Pacis dopo aver ascoltato le critiche del sindaco Alemanno (quello che aveva davvero rotto - il patto di fiducia coi cittadini - ma quel bradipo di Pd se n’è accorto in ritardo e se l’è presa con un altro). Al fianco di Strzeminski, per molti anni, la moglie scultrice, un’altra leggenda vivente dell’arte polacca, Katarzyna Kobro che divide con lui la sala neoplastica del museo Sztuki di Łódź, che ha fondato nel 1934, allestita nel 1948 dallo stesso Strzeminski e che non a caso viene chiusa d’autorità nel 1952 (e poi sarà riaperta dai comunisti nel 1969, dopo le prime lotte di Gdansk e Stettino). Divorziato da Kobro, che mai vedremo nel film, tranne nella cassa da morto il giorno del suo  funerale, seguita solo dalla figlia teenager con il cappottino rosso, l’unico che ha, assistiamo alla caduta solitaria di Wladislaw, descritta alla Umberto D.
Wladislaw Strzeminski
Cacciato dall’Accademia e dal sindacato perde tutti i  lavoro perché gli viene stracciata la tessera professionale, tranne quando chi lo assume non sa neanche chi sia. Assistito solo dalla giovane figlia, che viene anche cacciata di casa, viene lasciato morire di fame, gli è proibito perfino acquistare i colori, vengono assaltate da teppisti “rossi” le mostre dei suoi allievi, cancellati i murales anticoloniali dai luoghi pubblici (un bellissimo bar tropicalista), non gli rinnovano la tessera per acquistare la carne contingentata nei negozi (e qui vediamo che le lunghe file della propaganda occidentale erano davvero lunghe file disperate), la badante che lo aiutava lo abbandona, nonostante sia un mutilato di guerra, un ex ufficiale patriota che aveva perduto una gamba e un braccio sul fronte 15-18, mentre a poco a poco anche i suoi studenti scappano perché vengono terrorizzati dalla polizia segreta che vorrebbero impedire la pubblicazione del libro teorico più importante di Strzeminski,  Teoria della visione, scritto solo grazie al furto di una macchina da scrivere (eseguito dall’allieva più innamorata, irresponsabile e senza speranza) perché, come oggi Internet, la dittatura del Poup controllava e schedava tutte le macchine da scrivere, pericolosissimo oggetto sovversivo.    


lunedì 10 ottobre 2016

L'amore e la rivolta. Andrzej Wajda, morto ieri a 90 anni, da Kanal a Afterimage ha raccontato cos'è il Potere Operaio e come ha sconvolto il mondo borghese



Roberto Silvestri

I dannati di Varsavia, Senza anestesia, Paesaggio dopo la battaglia, Le nozze, Il bosco di betulle… L'amore e la rivolta. Riuscire a non dissociare mai queste forze primordiali....raccontando tra i soggetti più importanti della storia polacca, la lotta disperata per la conquista della libertà interiore (negata perfino a chi dai campi di sterminio fu liberato). E chi meglio di un polacco poteva aiutarci a interpretare questi capolavori del cinema provenienti da un paese quasi svanito e smarrito, anche cinematograficamente, dopo la seconda guerra mondiale? 
Abbiamo amato il cinema di Wajda, il suo particolare stile fiammeggiante (perché brucia ogni interferenza di moda e di influenza, è unico, come quello di Jancso e di Bergman) e quello spirito caustico cracoviano, grazie a un grande fan del cinema classico americano come il suo connazionale K.S.Karol… Forse perché, come scrisse Moullet, "Wajda ha la rude, sana semplicità di Sam Fuller, usa bene il cinemascope, e possiede un po' della forza shockante fordiana di Un uomo tranquillo". Sa spogliare il dramma dall'aneddoto, dagli effetti giornalistici e spettacolari. Perché sa politicizzare l'arte.

L'uomo di marmo
Il fatto è che il cinema polacco, muto e sonoro, era senza memoria, quando Wajda entrò nella scuola di Lodz, poiché era stato distrutto per il 90% durante il conflitto che ha portato via un polacco su sei, soprattutto se ebreo, omosessuale o comunista. 

Russi e tedeschi devono aver pensato inoltre che distruggendo il cinema si distruggeva la memoria e l’essenza di un popolo che nel corso dei secoli aveva dato non poco fastidio alle rispettive mire espansioniste… Un po’ come avevano fatto i giapponesi con i coreani, sradicando per sempre da quella terra gli alberi secolari, il genius loci…
Wajda, Munk e Kawalerowicz ricostruiscono a Lodz nel dopoguerra (a cominciare dall'opera seconda di Wajda,
Kanal, 1956) la narrazione visuale di un popolo che ha subito dei terremoti emozionali straordinari, inauditi. Città cancellate, città dello sterminio inaugurate. Ovvio che la base stilistica di questo cinema sarà la sorpresa, lo shock, le immagini più che dinamiche, le emozioni e le sensazioni che si prolungano l’una nell’altra, la capacità di costruire il movimento interno all’inquadratura, il ritmo che tra punti di appoggio e punti di fuga, incalzi lo spettatore e appassioni la sua immaginazione almeno quanto il protagonista dell’azione.  Certo, gli insegnanit della vecchia gurdia, Alexander Ford, Wanda Jakubowska e Jerzy Toeplitz (che porta a casa l’esperienza italiana di un cinema stanco di calligrafismo, star e Studio), fanno finta di addestrare i ragazzi al “realismo socialista” ma in effetti formano unità di produzione leggere a caccia di vita e storie, nelle quali sceneggiatori e registi insieme dominano il materiale artistico, e non i produttori, i censori o le spie del partito. Wajda è poco più anziano, Polanski più giovane, ma i due legano: "Mi piacciono le sue idee plastiche - affermerà il regista del Coltello nell'acqua - quei morti ripresi in modo ridicolo, buffo, e il suo romantisimo. Cenere e diamanti piuttosto che Samson, in cui prevale il coté sofisticato, Antonioni, che non è la sua cifra".
Daniel Olbrychski e Andrzej Wajda
Alle scaturigini della nouvelle vague polacca degli anni 60 c’è questa libertà di fraseggio e di genere che porta la produzione annuale a 20 film, al successo internazionale, all’esplosione di una anti star come Zbignew Cybulski la cui vita terminerà tragicamente troppo presto come quella del suo omologo americano James Dean.
Film popolari, di chiara lettura. Ma anche cifrati, a una seconda e più attenta lettura, e oscuri solo per il burocrate di turno incaricato di spiare. Infatti allusioni crudeli, sottintesi satirici,  citazioni colte usate come sberle, umorismo feroce e inafferrabile impreziosiscono un corpus cinematografico per altro verso così letterario (Czeszko, Andrzejewski, Borowski, Wyspianski, Zeromski, Iwaszkiewicz, Bulgakov…), classico e comprensibile a tutti, ma deformato da complicazioni visive e sonore radicali e dunque pluristratificato, complesso, affascinante e doppiamente contundente per chi quella lingua e quella cultura le conosce bene…. 
Cenere e diamanti
Non era giovane come Polanski o Skolimowski (che Ingenui perversi  scrisse per Wajda), ormai uccel di bosco e liberati dall’obbligo dell’esperanto da fronda. Il suo disincantato e derisorio combattimento dell’uomo contro la Storia, esibiva ferite morali nate durante la seconda guerra mondiale e ancora non cicatrizzate. Come capire, ignorando Wispyanski, per esempio, che la scena della danza infernale e delirante di Cenere e diamanti, è ispirata a Wesele? E che chi danza è destinato all’estinzione proprio come l’eroe del film, il mitico combattente della resistenza anticomunista Zbignew Cybulski? 
L'uomo di marmo
A tenere dunque i contatti “politici” e culturali con il cineasta dissidente Andrzej Witold Wajda per il manifesto era il giornalista K.S. Karol, ex ufficiale dell’Armata rossa nella guerra anti nazista, comunista di Lodz mai pentito, che aveva partecipato alla resistenza (proprio come Wajda, il cui padre era stato giustiziato però dai sovietici), ormai esule tra Parigi e Roma, animatore di un profetico convegno sulle società dell’est in putrefazione.
Peggio che schiavizzati da macchinari burocratici ottusi e mal funzionanti, quei paesi erano sotto nuda dittatura di classe, devitalizzati e sfruttati da un capitalismo che, come Praga ci aveva insegnato, era altrettanto violento e inguardabile del nostro, anche se grigio, multinazionale, di stato e grondante le migliori buone intenzioni anticonsumiste (nel senso che anche a voler saccheggiare i negozi…).

Karol, che sosteneva tutti gli oppositori anti fascisti e di sinistra, a Cuba come a Mosca, aiutò e intervistò più volte Wajda con la competenza e il devastante umorismo centroeuropeo che caratterizzava quel grande giornalista europeo (che dividevamo con il Nouvelle Observateur), negli anni di maggiore scontro - e non più implicito, sotterraneo, tra le righe, “ermetico” - tra il regista e gli altri artisti (pittori, musicisti, scrittori…) non riconciliati da una parte, il Partito Operaio Unificato Polacco, Jaruzelski e il socialismo reale tutto, dall’altra.
sul set di Cenere e diamanti
In particolare il manifesto di Rossanda e Pintor (e allora di Piero Anchisi, il cineasta che partecipò con grinta militante alla distribuzione dell’ Uomo di marmo) fu vicino a Wajda e ai suoi affreschi più barocchi (Fellini non gli era estraneo) e affilati, perché barocco era il momento, nel senso di movimentato, pronto a esplodere, esplicitamente dinamitardo, dedicati a Solidarnosc, quando gli operai polacchi, dopo le sollevazioni spontanee di Gdansk e Stettino, represse duramente con le armi, trovarono uno strumento organizzativo di classe e dal basso più acuminato e maneggevole per disintegrare la dittatura obliqua del partito unico. 


L’uomo di marmo 1977 e L’uomo di ferro, 1981, raccontarono in profondità l’involuzione del socialismo da Bierut a Gierek, passando per Gomoulka, fino al suo crollo, e la nascita della moltitudine con la sua soggettività molteplice e dai mille occhi,  tra l’incredulità e lo stupore mondiale e  la benedizione di un Papa, miracolosamente polacco,  perché l’autore di  Cenere e diamanti e Ingenui perversi, svezzato a neorealismo della decadenza e a Bunuel, e geniale nel catturare il male e disarmarlo con una sola occhiata, era diventato una intoccabile leggenda vivente del cinema polacco, e non poteva più essere fermato. Intoccabile proprio no, perché anche Wajda fu costretto all’esilio artistico parigino, tra il 1983 (e Danton da coproduzione si traformò in film francese) e il 1990, quando rientrò in patria per realizzare lo sconvolgente dramma sui campi di sterminio in bianco e nero, Dottor Korczak

Un ritorno da vincitore, proprio come Lech Walesa, a cui Wajda dedicò il suo penultimo film, certo troppo celebrativo, nel 2013. Così come fuori tempo massimo cioè troppo dalla parte dei vincitori, era stato l’autobiografico e toccante  Katyn, che nel 2007 raccontava del padre ufficiale ucciso nelle fosse staliniane durante la spartizione russo-tedesca della patria, considerando che la verità sugli autori di quelle criminali esecuzioni erano già stati smascherati, in pieno socialismo reale, da un giovane e battagliero cineasta jugoslavo di Belgrado, Dusan Makavejev, che come capofila dell’odiato da Tito “cinema nero”, era stato poi costretto a un esilio assai più lungo (Verginità indifesa, 1968).   Doveva diventare pittore Wajda, e ha studiato pittura a Cracova, utilizzando poi i suoi studi sulla tridimensionalità da rendere in una immagine bidimensionale (la magia del cinema) anche sulla scena teatrale, che invece tridimensionale è. 




Wajda con la seconda delle quattro mogli, la pittrice astratta Zofia Zuchawska
E' stato sposato dal 1959 al 1967 con Zofia Zuchowska, pittrice astratta (una delle quattro mogli). E a un pittore astrattista dell’avanguardia, fondatore dell'unismo, odiatissimo dal regime e dal suo miserabile gusto realista-socialista, Wladyslaw Strzeminski, espulso dall'Accademia e dall'Unione degli Artisti perché si rifiuta di osservare la dottrina neorealistas imposta dal partito e morto in povertà e in malattia, privo di un braccio e di una gamba, ha dedicato il film testamento che vedremo alla Festa di Roma il 14 ottobre in anteprima europea, Powidoki, in inglese Afterimage, candidato al premio Oscar dalla Polonia, interpretato dalla super star Boguslaw Linda e da Aleksandra Justa nel ruolo della grandissima artista, e compagna russa di Strzeminsky, Katarzina Kobro, ovvero la scultrice russa suprematista che regalà il 3D a Malevic e al mondo. "Come sapete, in Polonia, tutto è più o meno astratto" (Wajda, intervista a Marcel Martin, 1961). Il film è prodotto dall'Akson Studio, una delle maggiori case di produzione polacche per le quali lavorano Polanski, Skolimowski e l'ungherese Marta Meszaros.


sabato 1 ottobre 2016

Sognando Hollywood sul Tevere. La Festa del Cinema Roma anno XI dal 13 al 23 ottobre



Roberto Silvestri

Poco prima dell'On the Road Film Festival del Detour, sempre a Roma, City of Cinema secondo la designazione (forse perfida) dell'Unesco 2015, arriva la Festa del Cinema. Che promette  discontinuità rispetto ai dieci anni passati. Si aprirà per l'occasione addirittura un drive in temporaneo, per 100 automobili, con hamburger e cocacole di fronte al Palazzo dei Congressi all'Eur. E si allestirà la mega arena più glamour del mondo a Trinità dei Monti (sarà per soli Vip?). Parole guida del direttore: "qualità e varietà. Eleganza. Internazionalità".
Speriamo che ci sia anche la quinta parolina, discontinuità, perché bisogna sempre sorprendere, e poi perché ai romani, almeno a metà dei romani, la Festa continua a stare antipatica. Forse perché l'Auditorium è fuori mano ed è stato visto, fin dall'inizio, come un giocattolo privato, dal carattere introverso, per gli amici melomani di Veltroni. Qualche settimana fa, però, un indimenticabile concerto horror e semiclandestino di John Carpenter e della sua band avrebbe restituito gli spazi metafanstascientifici di Renzo Piano alla Roma civile, se Roma, ancora in vacanza, se ne fosse accorta. 
Il prezzo dei biglietti di ingresso alla Festa è contenuto, varia dai 6 ai 25 euro (per l'inagurazione). Si promettono decentramento e rapporti fecondi con le scuole, autobus veloci e efficienti che collegano il centro della città al palazzetto dello sport. Si mangia, speriamo bene, a Foodopolis (pugliese) e alla Caffetteria Corsini. Saranno presenti per la prima volta i critici del New York Times e del Los Angeles Times, impegnati perfino in un incontro con Sesti e Crespi sul destino della vecchia critica cartacea dopo la rivoluzione copernicana della critica on line. 
E all'evento (13-23 ottobre) si arriverà attraverso ben 5 tappe di avvicinamente. Al cinema Barberini il 3 ottobre American Pastoral, di e con Ewan McGregor. Il 9 ottobre La guerra dei cafoni, commedia salentina di Davide Barletti e Lorenzo Conte, alla Casa del Cinema che ospiterà anche, il 10 ottobre, il musical cult Singin' in the Rain, di Stanley Donen, con Gene Kelly, che è il simbolo danzante di questa edizione. L'11 ottobre al Madza Cinema Hall Inferno di Ron Howard con Tom Hanks (il premio alla carriera di questa edizione) e il 12 all'Auditorium Parco della Musica In guerra per amore di Pif.
Ma. La Festa non sfonda, finora, anche perché Roma è la città del ministero. E il ministero continua a sfornare leggi cinema inadeguate (anche la prossima, by Franceschini, se l'iter è quello annunciato, e nonostante qualche soldo in più, sembra punti a confermare per i cineasti indipendenti lo status di dipendenti famelici). Inoltre. Il cinema è "un'invenzione senza futuro" là dove la serie tv regna. Ma qui è il destino di tutti  i festival che potrebbe essere segnato. Se funzionano solo i blockbuster nelle sale che bisogno c'è dei festival? Un festival può trasformare un film d'arte se non in un blockbuster in un oggetto d'affezione popolare? In Francia ci riescono, in Italia per niente.
E poi. Non siamo stati forse diffidenti della Camera di Commercio come producer principale (e privato) di un avvenimento culturale? L'esperimento comunque è fallito, e adesso chi co-finanzia di più è di nuovo il ministero, oltre agli anti locali. Ma i "poteri forti" tipo Rai, Cinecittà e Luce non riescono a lanciare neppure il Mercato, che fiancheggia le proiezioni e serve anche a promuovere anche la film commission locale. L'affare cinema in Italia, trent'anni fa all'avanguardia, è crollato, di pari passo con il decrescere degli investimenti su istruzione e ricerca e con la bassa qualità delle sale, della burocrazia e dei servizi rispetto agli altri paesi europei. E se i fari sono rivolti proprio a Roma lo spettacolo non è proprio edificante. Anche se Franceschini assicura che " l'XI edizione della Festa del Cinema arriva in un momento di forte dinamismo per il panorama cinematografico nazionale" e promette risorse per 400 milioni l'anno, forti incentivi per giovani autori e un aumento dei finanziamenti del 60% per sostenere il cinema (e la televisione, e il web). ma io vedo ancora i talenti scappare dal nostro paese, Minervini e non solo lo dimostrano. La loro energia sprecata o umiliata. 
E poi. L'Estate romana nicoliniana era davvero un grande Party popolare e sexy, mentre la Festa non seduce, non è virale, forse perché non sa ottimizzare le risorse creative di chi il cinema inebriante (vecchio e nuovo) lo sa scoprire, dal basso e per tutto l'anno - certi magazine on line radicali o il cineclub Detour oggi, come l'Occhio l'Orecchi e la bocca allora - rischiando di persona (*). 
Il mix annunciato da Detasise/Monda tra red carpet e documentari impegnati, tra sperimentalismo e film di ogni genere (attenzione all'horror-zombies ecologico Busanhaeng, di Yeon Sang-ho, Corea del sud, 453 km in treno per scappare, da Seul a Pusan, inseguiti dai morti viventi), tra master class e divismo, tipico ormai di quasi tutti i festival (comprese le 24 opere sbandierate "in prima mondiale assoluta) non garantiscono la riuscita di una Festa. 
Nella conferenza stampa di ieri, venerdì 30 settembre, il presidente Piera Detassis ha voluto definire l'evento una "Festa Mobile", operativa 365 giorni all'anno. Questo anche grazie al collegamento con centri permanenti culturali come il Maxxi e la Casa del Cinema e ad una programmazione annuale di proiezioni, incontri ed eventi che dovrebbero interessare l'intera regione Lazio. Bene, ma le star le grandi manifestazioni mondiali le costruiscono, non solo le ereditano. Ed ecco riaffiorare costantemente la soddisfazione di aver lanciato ne 2015 Lo chiamavano Jeeg Robot. Gabriele Mainetti.  E la promessa: "ci saranno futuri premi Oscar in cartellone, quest'anno".
Bene. Chi vede dietro le star delle macchine attoriali o pensanti di devastante potere destabilizzante, ha sempre apprezzato lo sforzo della Festa romana, dall'epoca Di Caprio/Kidman in poi, passando per Hunger Games, Spike Jonze, i Coen... E osservare frotte di ragazzini delle scuole gioronzolare incantati tra la sala Petrassi e la Santa Cecilia a caccia di autografi è stato sempre gratificante. Qualcosa si muoveva. L'energia fa un festival. Marco Muller, poi, ha cercato di innalzare la Cosa e ha portato un po' di cinema vivo e indigesto, non solo carino e spettacolare, dalle parti del villaggio olimpico (muovendosi però, politicamente, come un elefante tra i cristalli. Chi frequenta il diavolo si guasta, è un problema di neuroni specchio). Però le cifre sbandierate allora parlarono chiaro (ammesso fossero vere): da 600 mila si passò a 80 mila spettatori. Antonio Monda, al secondo dei tre anni di mandato, ora che è "nel mezzo del cammino" cerca di posizionarsi a metà tra il solo glamour e grazie ai magnifici sette selezionatori (tra i quali anche Alberto Crespi, Mario Sesti, Giovanna Fulvi) traghettare da Manhattan, il che è educativo, un po' del coraggioso mondo intellettuale new yorker (ci si deve fidare del braccio destro Richard Pena, ex festival di Chicago, ex festival di New York, ex responsabile del Lincol Center, un curriculum da far girare la testa ai 5 Stelle), capace di tenere testa ai continui attacchi dinamitardi, tipici delle presidenze democratiche fastidiose. Secondo anno su tre. Monda ci promette una edizione politicamente impegnata (non solo a sinistra, come insegnano Renzi e Raggi), aperta alle differenze, simboleggiata dalle retrospettive dedicata a Valerio Zurlini e a Tom Hanks ospite d'onore (vedremo 16 dei 20 film che lo stesso attore-regista ha scelto) e dai tanti omaggi: al rinascimento western e relativi punti di riferimento; a Michael Cimino, all'Armata Brancaleone, a Sordi, a Fritz Lang, a Dino Risi e a Citto Maselli (non perdete il suo mediometraggio L'avventura di un fotografo, 1983, uno dei rari brani di cinematografia ispirato a Italo Calvino), a Luigi Comencini fotografo, a Pontecorvo terzomondista, a Gian Luigi Rondi, ovviamente. E dal focus sui film nordamericani che trattano direttamente di politica, di elezioni presidenziali, di scontro tra repubblicani e democratici che non è tra destra e sinistra, come banalizziamo in Europa. Anche se lo è nel caso Hillay-Trump. 16 film e tra questi, oltre ai classici amati di Capra, Spielberg, Ford, Griffith (eh sì, la sua Nascita di una Nazione sarà razzista, ma ha avuto il merito di trattare senza scrupoli l'argomento tabù della "reconstruction era", il terrore che ha spinto i bianchi verso il KKK e verso l'invenzione del montaggio parallelo...), Rossen, Preminger, Stone, Altman, Preston Sturges (The Great McGinty, 1940), consiglio soprattutto i documentari The War room di D.A. Pennebaker e Chris Hagedus (1993) e Primary di Robert Drew (1960), oltre al manifesto grondante ideologia anti-F. D. Roosevelt Young Mr. Lincoln (1940) di John Ford, repubblicano sfegatato come Clint. Prenotarsi, da subito, dunque, anche per gli incontri con le super star, oltre Tom Hanks: Meryl Streep, Dom De Lillo lo scrittore innamorato di Antonioni; Oliver Stone, Daniel Libeskind, l'architetto che ci ha restituito "le torri", David Mamet, Viggo Mortensen (ma il suo film revisionista, e involontariamente comico, sulla cultura hippies Captain Fantastic, in programma, è piuttosto irritante), Ralph Fiennes, Bernardo Bertolucci, Gilbert & George, a cui è dedicata la giornata più interessante, da punto di vista filosofico-concettuale, e radicale, dal punto di vista cinematografico (assieme a Seven men from now di Budd Boetticher e Kubo) sia per la proiezione del magnifico documentario che si sono dedicati The World of Gilbert& George, a 35 anni dalla prima romana del Capranichetta) sia del loro film preferito, Shaolin Martian Arts  di Chen Chang; e ancora Renzo Arbore, Andrzej Wajda, Jovanotti, Paolo Conte e Roberto Benigni....    
Siamo così all'undecesima edizione della Festa. Ci vuole pazienza e tempo. Cannes ha impiegato 20 anni per il decollo. Ma adesso in Francia guida le classifiche di incasso non un blockbuster Usa ma il nuovo Xavier Dolan, enfant prodige canadese francofono (Proprio la fine del mondo) e sarebbe ridicola una polemica parigina sul Leone d'oro a Lav Diaz, o sulla candidatura agli Oscar di Fuocammare, visto che Lino Brocka, e Gianfranco Rosi e perfino Michelangelo Frammartino e Ciprì&Maresco,  e l'intera onda rumena passa in prima serata tv da anni e si mastica tanto cinema quanto calcio. Tokyo, che tra i festival metropolitani, tipo New York o Londra, è la più ambiziosa, ancora non c'è riuscita a compiere il grande balzo in avanti e sfiora le trenta edizioni... Quando a Roma si discuterà nei bar di Toni Endmann almeno quanto di Totti, se ne riparla. Se pensiamo che in tutto il cartellone romano 2016, alla faccia della tanto sbandierata "differenza" e della tensione e pulsione "internazionalista", però non c'è quest'anno un solo film africano e medio-orientale (a parte un palestinese) ed è modesta la presenza asiatica, e perfino di rumeni, citati assieme ai messicani come i più interessanti cineasti del momento, non c'è traccia nel programma, qualche diffidenza resta. Il desiderio malcelato sembra riaprire la stagione di Hollywood sul Tevere. I set di 007 e di Ben Hur (purtroppo è andato male al botteghino) sono stati così salutarmente shockanti che questa sembra la strada imprenditoriale da percorrere. Così metà programma è romano (antico: Sordi, Maselli, Zurlini, Comencini.....), perfino qualche affondo storico indigesto (come il doc su Freddi). Metà nordamericano o comunque di lingua Brexit.
Però ci saranno, e sono imperdibili, The Birth of a Nation, dalla autobiografia di Nat Turner, leader di una ribellione degli schiavi d'America domata  a fatica negli anni trenta del XIX secolo, la risposta african-american e "pugno nello stomaco" a Griffith e alla sua versione Kkk della reconstruction era. Immancabile, soprattutto pensando alla campagna stampa reazionaria e suprematista contro il regista, Nate Parker, che si potrebbe paragonare a quella contro Hillary, "corrotta" e moglie di uno stupratore". Se si ha il potere nei media ogni bugia e calunnia oggi diventa verità. Un Fritz Lang di Gordian Maugg (Germania) dove si vuole far passare il grande regista espressionista per un egocentrico maniaco sadico e uxoricida, insomma Goebbels non era che un dilettante. Into the Inferno di Werner Herzog, viaggio tra i vulcani più arrabbiati del mondo, che sarà adorato da chi ogni tanto tifa per l'Etna in azione. Qualche film addirittura negazionista sullo sterminio degli ebrei, degli zingari e dei comunisti (ma non erano proibiti per legge film simili?). Il documentario di Vanni Gandolfo L'arma più forte, l'uomo che inventò Cinecittà, nella sezione Riflessi, sull'ex gerarca nazi-fascista Luigi Freddi, imprigionato dopo la liberazione e poi graziato, e tornato a far cinema, è interessante perché bisogna fare i conti con un teorico del cinema che non solo fu l'inventore di Cinecittà, ma lo stratega, sconfitto, di un cinema completamente statalizzato, sul modello di Goebbels. E per colpa sua Elsa Morante fu costretta a dimettersi da critica della Radio Rai perché nei primi anni 50 si rifiutò di recensire un documentario da lui prodotto.  

Rules don't Apply, il film di Warren Beatty su Howard Hughes, invece, non ci sarà. E' il grande cruccio di Antonio Monda e dei suoi partner. Sarà infatti proiettato in anteprima mondiale e sarà la vedette del festival organizzato nel prossimo novembre dall'American Film Institute di Los Angeles. Roma non ne è ancora una valida alternativa. E patische anche handicap tecnologici. L'atteso film di Jonathan Demme su Justin Timberlake infatti non si potrebbe nemmeno proiettare a Roma.  Per carenze tecnologiche sul versante digitale. ?!!? 
Però le novità, a parte l'apertura di un Drive in e la serata magica per festeggiare i 100 anni di Gregory Pek con la proiezione di Vacanze Romane in piazza di Spagna, nell'arena più bella del mondo e alla presenza dei due figli del grande attore, l'annuncia Raggi, con toni paternalistico-pariolini: "dobbiamo riportare la cultura nelle perfierie" (chi l'ha mai portata via?), farla scorrere nelle vene della città come capillari che irrorino tutto il territorio". E speriamo non sia una irrorazione tossica.   
 Insomma non solo l'Auditorium Parco della Musica, ma anche The Space di piazza Esedra e il Farnese, Rebibbia inteso come carcere (e questa è una grande iniziativa, speriamo che facciano vedere i film giusti) e la scuola Di Donato, il Broadway e Cineland. Un giorno in più rispetto al 2015, ma identitco il budget dichiarato: 3,4 milioni di euro (10 milioni di euro se si considerano tutte le manifestazioni cinematografiche dell'anno a cura dell'Auditorium Parco della Musica), sponsor compresi.
Il tappeto rosso ci sarà, e sarà grandissimo, solcato da "almeno 32 celebrità di primo livello (forse 33). Avrà perfino una appendice in via Condotti. La madrina no, non c'è, e non ci sarà neanche la cerimonia di inaugurazione e finale.  Stoccata a Barbera.
In conferenza stampa Piera Detassis che adesso è presidente della Festa (o Festival, ancora ci si confonde), ci tiene a dirlo. Nessun orpello. La politica della Festa è "nicoliniana", ma declinata alla Rondi: "tutti i (tipi di) cinema per tutti i pubblici", insomma nicoliniana, ma alla rovescia. Invece di portare le periferie al centro, creando uno scandaloso movimento imprevisto e antagonista, interferenze promiscue, succhiando vampirescamente la ricchezza della strada, la "cultura invisibile delle masse" si sarebbe detto in quegli anni, la Festa vuole espandersi nelle periferie, e in tutta la regione, irradiando cultura e insegnando cos'è il cinema e quali sono i suoi capolavori nelle scuole. Però la diretta televisiva di un grande avvenimento cinematografico (Golden Globes, Oscar, Cannes, Donatello, Nastri d'argento....), appetibile ormai quasi quanto una diretta sportiva, i Giochi Olimpici o un duello presidenziale, è insomma una macchina per fare cassa molto prelibata. Bisognerà pensarci. Rondi l'avrebbe fatto. Magari facendo coincidere Festa e galà del Donatello.... Solo la sezione autonoma ma fiancheggiatrice Alice nella città, equivalente di Generation 14 a Berlino, ha la sua giuria, con Matt Dillon presidente illustre (e ormai romano, visto il suo fidanzamento con Roberta Mastromichele) e si godrà in prima mondiale l'atteso cartoon del rampollo di Mister Nike, Kubo
Il bel poster con Gene Kelly e Cyd Charisse in una foto di scena in bianco e nero sul set del sogno di Un Americano a Parigi riassume bene la strategia nostalgico-imprenditoriale di Monda. Mettere insieme quel che Cannes, concorso e Certain Regard, e a Venezia, concorso e Orizzonti, separano. Sperare di azzeccare, più di Toronto, Telluraide e Venezia il futuro film Oscar. Tra i 45 film della selezione ufficiale solo 4 sono italian: Maria per Roma di Karen Di Porto, una piccola grande commedia ci dicono alla Nanni Moretti primo periodo, prodotta da Galliano Iuso. Il documentario di Francesco Patierno Naples '44 tratto dall'autobiografia di un ex ufficilae inglese (John Huston, testimone anche lui dell'orrore insostenibile di Napoli 1944, come Curzio Malaparte, ci metteva però in guardia dai ricordi degli ufficiali inglesi, usi a mentire soprattutto quando si dovevano coprire gli stupri dei loro soldati e incolpare i marocchini). Sole cuore amore di Daniele Vicari con Isabella Ragonese, sull'amicizia tra una coreografa-danzatrice e una mamma casalinga. E il ritrono di Michele Palcido al cinema di combattimento con 7 minuti, che non è il tempo impiegato statisticamente per arrivare all'orgasmo (Russ Meyer docet). Ma quello impiegato da una multinazionale per licenziare tutti gli operai di una fabbrica tessile considerata obsoleta senza che, costituzione italiana alla mano (quella protetta dal No), lo stato fermi il crimine.  Il pubblico darà l'unico premio, e si risparmia sugli invitati. O meglio li si usa davvero: Meryl Streep, interrompendo la campagna elettorale al fianco della cara amica Hillary, ha accettato di venire anche per ricordare il caro amico e complice Donad Renvaud. 
In studio, a via Asiago, Roma, prima dell'inizio di Hollywood Party, arriva un sms di congratulazioni. Alberto Barbera si complimenta con il direttore artistico Antonio Monda per il programma. E' la fine della guerra tra la Mostra e la Festa. Meno male. Ma di "Festival del cinema" in Italia, dopo la cacciata di Turigliatto/D'Agnolo Vallan da Torino, ne è rimasto almeno uno?
Tra le cose sparse da consigliare: Snowden di Oliver Stone che Venezia non è riuscita a ottenere; Afterimage di Wajda, perché si risarcisce il lavoro di un importante pittore dell'avanguardia pittorica polacca, Wladislaw Strzeminski, fondatore della corrente dell'unionismo, molto combattuta dalla corrente body art del partito operaio unificato polacco durante l'epoca stalinista di Bierut (sarcastico); La mujer de l'animal del colombiano Victor Gaviria; The Roling Stones olè olè olè sul tour in America Latina e a Cuba della band di Paul Dugdale; il ritratto del regista di Drugstore Cowboy, Cowgirls e BoyhoodRichard Linklater Dream is Destiny di Louis Blake. Utile infine al ministro Franceschini per rifinire la sua nuova legge introducendo articoli da "adfermative action" a favore degli italiani di orgine extracomunitaria Blaxploitalian 100 anni di afrostorie nel cinema italiano di Fred Kuwornu. E, se non è un errore del catalogo della Festa, la produzione, emblematicamente, non è italiana. Ma è Usa. Extra sezione ufficile anche il montaggio di Cimino delle sequezne di ballo più belle della storia (ma dove l'ho già vista...a Cannes?), Lascia stare i santi di Gianfranco Pannone, sulla devozione religiosa popolare; Le scandalose di Gianfranco Giagni, un documentario sulle donne che uccidono i mariti o i loro uomini, le vendicatrici; il doc di Giovanni Trillo su William Kentridge, l'artista sudafricano che ha cercato inutilmente di rendere preziose le sponde del Tevere; Cinque mondi di Giancarlo Soldi sui nostri premi Oscar recenti. C'è anche Roberto Benigni che ha accettato di tenere una attesissima lezione di cinema.
(*)
Una indifferenza che l'ecumenico Bettini prima di essere emarginato affermava di voler ridurre, ma che adesso in epoca di populismi (quando si enfatizzano le virtù sacre e salvifiche del popolo affinché lo si manovri meglio, e dall'alto) torna sovrana, anche perché la politica da ultrà del pop di Veltroni (ancora operativa in epoca Renzi/Raggi) rischia di enfatizzare e congelare solo l'esistente consacrato dal reference system che si scambia per meritocrazia (è molto divertente, in questo senso, assistere allo scodellamento da ragioniere delle percentuali di biglietti venduti in tutti i festival italiani di cinema, che sono sempre, da Rito, il 7-8% in più dell'edizione precedente, fidarsi sula parola). 
Il crollario è sterminare i piccoli festival creativi e fecondi, perennemente in rosso,  fare come se I mille cchi di Trieste non esistesse, e strangolare i piccoli, lenggendari cineclub (il Filmstudio è stato di nuovo assassinato, come Marino), pericolosi perché rappresentare l'aborrita Antitesi d'immaginario, e imporre il gusto unico della manifestazione celebrativa a budget degno delle celebrieties da pagare profumatamente (proprio come nelle feste paesane o al Giffoni). "Ma chi so sti Maori?" disse un adepto del veltronismo anni fa alla Mostra di Venezia, visto che per la Rai doveva intervistare un regista neozelandese... e da allora "boiate pazzesche" sono diventate tutte le esperienze schermiche più lisergiche e aliene, da de Oliveira a Weerasetakul, da Hou Hsiao Hsien e Lav Diaz, da Chahine a Gitai, se le gestisca Ghezzi, mai approdino a Sky Cult. E' questo il politicamente scorretto, la dittatura delle minorante, che inebria chiunque ha un briciolo di potere, perfino Pagina99 (con quel titolo!). Tradotto in italiano vuol dire inebriarsi di ignoranza, maleducazione e volgarità. L'1% che si compiace della proprio degradazione e diventa il modello per il 99% restante.