Sul sito di Pagina99 l'elogio di Mariuccia Ciotta all'attrice ingelse Angela Lansbury, 'la signora in giallo' e non solo, premio Oscar 2014 alla carriera. L'elogio funebre di Alain Resnais, le recensioni di Tir e Snowpiercer....Su Pagina99 di domani in edicola il commento sui premi Oscar.
Questa la recensione del film di Paolo Sorrentino La Grande Bellezza pubblicata su questo blog in occasione della prima a Cannes. Forse sarà bene ricordare che Her e Dallas Buyers club sono state delle azzeccate scelte di Marco Mueller e del festival del cinema di Roma, che Gravity era alla Mostra di Venezia, ma fuori concorso, e che 12 anni schivo è stato in anteprima mondiale a Toronto.
http://ilciottasilvestri.blogspot.it/2013/05/sorrentino-vitalita-del-gossip.html
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lunedì 3 marzo 2014
venerdì 17 gennaio 2014
"La grande bellezza" perduta del cinema italiano
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| "La grande bellezza" di Paolo Sorrentino |
di Mariuccia Ciotta
Febbre italiana lungo l'Hollywood boulevard, La grande bellezza è stato nominato nella cinquina dei candidati all'Oscar per il miglior film straniero, e la festa è già cominciata intorno al Dolby Theatre, aggregato monumentale in stile assiro-babilonese incastonato tra caffé, fast-food, catene di t-shirt, negozi di souvenir.
Frenetica e chiassosa,
aspettando il 2 marzo, la festa, in realtà, è sempre in corso tra
i corpi spintonati di milioni di turisti su e giù per il largo
marciapiede losangelino dove si incontrano uomini-ragno,
frankeinstein, pin-up in calze a rete, batman, marilynmonroe,
maschere iperrealistiche che agganciano il passante e lo schiacciano
tra muscoli tatuati, cosce variopinte, balletti selvaggi e risate per
una foto ricordo... Oh, non saremo a Roma, davanti al Colosseo con i
centurioni dalla corazza d'oro e il pennacchio a scopa? E già
dentro il film di Paolo Sorrentino?
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| Il Dolby Theatre a Los Angeles |
Il set è giusto per
accogliere La grande bellezza,
“metafora del declino italiano”, come ha scritto il New
York Times, o al contrario della mancanza
d'immagine, di un cinema non più metafora ma scatto fotografico da
telefono digitale tra la folla globale del Dolby Theatre. Fotografia
dell'assenza di visione.
Dov'è la forma critica
dell'obiettivo di Fellini che riprendeva il salotto marcio romano con
i suoi intellettuali sgangherati e cinici? La “dolce vita”, al di
là del suo glamour internazionale, non indicava il languore festivo
dello stile romano, ma l'anima corrotta e criminale della borghesia
arricchita nel dopoguerra. La “grande bellezza” invece è solo
segno di sé, aderisce in pieno senza uno scarto, senza un sussulto,
alla sagoma del disincanto.
Sguardo illustrativo del
panorama circostante, nani e ballerine da repertorio, grossi e grassi
preti, prostituti e freaks, l'armamentario dejà
vu sfila nell'orgia della Grande
bellezza, dove non c'è un punto di vista
sulla massa di carne in eccesso, e la macchina da presa ciondola
inerte nei vortici subumani.
Dov'è il barocco, che non
indica un surplus di materia come scritto da alcuni, ma riconfigura
lo spazio, segna vuoti e pieni materici? Niente barocchismi e niente
formalismi. Magari. La dismisura spettacolare del film, “sformato”
nell'accumulo di presenze, è il contrario dell'invenzione di nuovi
percorsi visivi, una baldoria carnevalesca ossessiva, depurata
dall'ossessione. Si zoomma sui fotogrammi, a sbeffeggiare l'arte di
“Pollock” o di Abramovich, negazione dell'informe folle,
evoluzione darwiniana senza lo slancio della vita.
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| Davanti al Dolby Theatre |
Il problema non è che La
grande bellezza registri la brutta Italia di
oggi, affogata nel cinismo, svenduta e cialtronesca, ma l'essere al
di sotto della sua mostruosità, incapace di trasmetterne errori e
orrori, e di spiccare il volo immaginifico oltre il compiacimento del
proprio degrado. Un film fermo in quel “cinema medio” che è
cieco, anti-emozionale, decorativo.
La candidatura all'Oscar,
si dice, dovrebbe comunque inorgoglire e rendere più indulgente la
stampa italiana che lo ha maltrattato alla prima di Cannes. A
preoccupare, però, non è il consenso americano, gli elogi delle
istituzioni, l'euforia dell'ambiente produttivo, ma la censura del
pensiero critico verso il cinema e verso l'Italia. Nessuno dei due,
cinema e vita, assomigliano al film di Sorrentino.
Il non-cinema e la
decadenza putrescente del mondo occidentale devono affascinare la
Hollywood Foreign Press, che l'ha premiato con il Golden Globe, e
anche i colleghi dell'Academy, inebriati dall'istantanea di un paese
che non sa più “vedere”.
martedì 21 maggio 2013
Sorrentino. Vitalità del gossip
Roberto Silvestri
Cannes
I cineasti extraromani che penetrano
nella esiziale bellezza della città eterna e delle sue 'gran dame',
rischiano la paralisi operativa creativa. Possono lasciarci le penne.
Troppa crudeltà in questi spazi Borgiani e controriformati. Alcuni
devono scappare. O trasfigurare, immaginare altro. Per questo ci
vogliono subito antidoti, camere di decompressione. Magari pregando
Luca Bigazzi di superare Woody Allen nel travestire Roma con un
mantello di luce così rossodorata da trasformare in una bomboniera
rococò perfino il bar di San Callisto, centro trasteverino odierno
della laboriosa comunità cinematografara e degli ultimi frikkettoni.
O schiaffandosi nelle orecchie simil-Bruckner o gregoriana a manetta
via ipod come se fosse acqua santa.
I migliori abitanti di Roma, dice il
luogo comune, sono sempre i turisti, vittime di un caos maligno
millenario. Uno, giapponese, all'inizio de “La grande bellezza”
(concorso) stramazza al suolo di fronte al panorama del Gianicolo,
magari pensando al conto dell'ultimo ristorante. Sorrentino, invece,
fa fronte. Un bel coraggio.
Ci vorrebbero miracoli, una bomba N per
liberare l'Urbe dal traffico e dai suoi esseri umani imprigionati e
ipnotizzati nell'inautenticità, restituendola al mondo, almeno a
quello digitale del 3d, ripopolata di fenicotteri e giraffe che
svaniscono nel nulla. Ovvio che i migliori sguardi, punti di
osservazione di tutto questo sfacelo debbano essere misantropi,
cinici, violenti, appassionati. O nazi-chic come quello di un Céline
che non trovi più, al giorno d'oggi, per i suoi viaggi al termine
della notte, pappe e baldracche pulciose e vitali come si deve (c'è
solo il mesto coatto del night club che è passato all'eroina, ma i
tre puntini di sospensione non ha lo swing per metterli). Di sensi
che sentano se stessi sentire, insomma, neanche l'ombra.
Da Céline riparte Paolo Sorrentino. Il
regista del Divo, già fuggito oltremare per rigenerare le pile,
con il suo alter ego campano Toni Servillo - che qui sembra uscito
dall'uomo in frac di Domenico Modugno - dopo la Roma imperiale e
molto maleodorante di Andreotti, rientrato nelle catacombe
paleocristiane e tra i templi barocchi, che per primi elessero la
vibrazione (tra spazialità interna e spazialità esterna) a
categoria estetica, a terremoto dello spirito (sognando i Beach
Boys), ora abbassa il tiro divistico. La Roma è meno magica di un
tempo, nonostante appaia Venditti.
La grande bellezza plana così
tra i magnifici orrendi quartieri alti, negli attici e sulle terrazze
molto frequentate dai cineasti alla moda (fin dall'era Ettore Scola),
dai condoni amministrativi compiacenti e da un esercito di figuranti
dell'intellettualità artistica più o meno all'altezza o
dell'aristocrazia più o meno sedicente di sangue. O di partito (il
mitico ras Scajola) o di gang. E gioca al teremin con tutti loro. Li
fa vibrare. Come negli show tv di oggi.
Tutto dentro un bagno di armonie
polifoniche, frasi celebri di scrittori illustri incorniciate e pezzi
d'arte antica collezionati sui muri di questo film, quasi a
purificarsi con la gloria passata, con la bellezza vera autenticata,
e a esorcizzare (c'è tanta voglia di esorcismo, di messa nera nel
film) l'orrore odierno, la bruttezza morale elevata a chic, che
Sorrentino dimostra comunque di maneggiare come il papa, tuffandovisi
dentro come lo storico tuffatore nel Tevere: si veda la satira
appositamente puerile della Abramovich, quella clamorosamente
infantile della bimba scarabocchiante informale (non dico Brandi,
forse Sgarbi?), la parodia di Rosa Fumetto magistralmente fabbricata
da Sabrina Ferilli. Già. La chiacchiera, la curiosità, l'equivoco,
il gossip finalmente sono presi sul serio, e a dosi da pusher. E Jep
Gambardella (Toni Servillo), il gagà da paese che ci nuota dentro
come un pesce nell'acqua, ne fa un tragitto di crescita spirituale da
niente, svolazzando proustianamente all'indietro, verso la dolcezza
del primo amore. Lui, che sa come burlarsi anche del burlesque. Gli
altri ci cascano, come fosse un lavoro. Lui sa come irridere i
radical chic senza disincanto (lo ha letto sul 'Foglio') e nello
stesso tempo affezionarsi all'unico personaggio klossowskiano
disponibile (proprio lei, l'ipocrita super, una stupenda, superba,
settantasettina, 'impegnata', anche coi titoli d'azione, Galatea
Ranzi) che lo ha costretto già a un monologo pateticamente corretto
e di misoginia d'altro secolo (applaudito solo dal pubblico Fn di
Cannes).
Un puzzle di siparietti, alcuni buffi, altri pensosi, di evidenziato stampo abusato felliniano (i parties quasi carnascialeschi, le cene chic con prelato, la Santa pluricentenaria dei poveri, i fantasmi autobiografici, la donna gigante e la donna in miniatura, anche se, come notava Preminger, mai fidarsi di figuranti non credibili, questi non sembrano sotto paga da Canale 5), altri di celata volgarità Mediaset (il mago esoso del filler di acido iarulonico, il trenino che viaggia verso il nulla cocainico, le parodie dell'intellettualità frivola, che neanche Sordi, l'autocitazione del funanbolo del pallone...) per raccontarci la Roma alemanniana di oggi in un'estate di notte, molto preoccupata per lo stato di salute di Totti, vista dai colli o dai piani alti. Una geografia di palazzi inaccessibili violati, di corpi mutanti e chirugicamente corretti che, ahimé, invece di inebriarci con le armi del cinema verso i mille colori del nulla, la distrazione, il vedere erratico, la curiosità dell'innovazione, dei sensi affilati e prensili, si ripiega nel nostalgico (si veda il personaggio di Carlo Verdone che torna al paesello, credendo che non sia un rientrare nella 'stessa Roma') o nel raccoglimento, nella chiacchiera come vacuità non come dilatazione delle nostre capacità percettive. “La chiacchiera è alla portata di tutti, è l'estrema pigrizia che esime da una comprensione autentica, ma diffonde una comprensione indifferente, per la quale non esiste più nulla di incerto”. Da Cèline a Heidegger. Invece il 'non lavoro' di cui Jeb è maestro (un po' come mezza Italia) esibisce i suoi caratteri affermativi attraverso le figure della vita inautentica, nell'equivoca sostituibilità di tutti i significati.
Un puzzle di siparietti, alcuni buffi, altri pensosi, di evidenziato stampo abusato felliniano (i parties quasi carnascialeschi, le cene chic con prelato, la Santa pluricentenaria dei poveri, i fantasmi autobiografici, la donna gigante e la donna in miniatura, anche se, come notava Preminger, mai fidarsi di figuranti non credibili, questi non sembrano sotto paga da Canale 5), altri di celata volgarità Mediaset (il mago esoso del filler di acido iarulonico, il trenino che viaggia verso il nulla cocainico, le parodie dell'intellettualità frivola, che neanche Sordi, l'autocitazione del funanbolo del pallone...) per raccontarci la Roma alemanniana di oggi in un'estate di notte, molto preoccupata per lo stato di salute di Totti, vista dai colli o dai piani alti. Una geografia di palazzi inaccessibili violati, di corpi mutanti e chirugicamente corretti che, ahimé, invece di inebriarci con le armi del cinema verso i mille colori del nulla, la distrazione, il vedere erratico, la curiosità dell'innovazione, dei sensi affilati e prensili, si ripiega nel nostalgico (si veda il personaggio di Carlo Verdone che torna al paesello, credendo che non sia un rientrare nella 'stessa Roma') o nel raccoglimento, nella chiacchiera come vacuità non come dilatazione delle nostre capacità percettive. “La chiacchiera è alla portata di tutti, è l'estrema pigrizia che esime da una comprensione autentica, ma diffonde una comprensione indifferente, per la quale non esiste più nulla di incerto”. Da Cèline a Heidegger. Invece il 'non lavoro' di cui Jeb è maestro (un po' come mezza Italia) esibisce i suoi caratteri affermativi attraverso le figure della vita inautentica, nell'equivoca sostituibilità di tutti i significati.
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