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venerdì 6 settembre 2013

Il sacro Gra e la profana Taipei. Rosi e Tsai Ming Liang

Roberto Silvestri

La conformazione del nostro cervello è simile a quella delle palme. In due film le palme sono le super star. Ma mentre a Taipei le palme vivono, a Roma, anche attorno al Gra, muoiono, vengono divorate da mostri famelici...

Jiaoyou (Cani randagi) di Tsai ming Liang
Intanto si va ai premi. Mi piacerebbe che in un modo o in un altro venisero riconosciute le qualità artistiche e civili delle opere di Rosi, Reichardt, Gitai, Miyazaki, Morris, Gilliam, Amelio, Allouache, Dante, dei loro attori e dei loro compagni creativi perché sono quelle che alla descrizione dello stato di incarognimento crescente dei rapporti personali e sociali, delle guerre 'fratello contro fratello' per rivendicare il potere sulla stessa identica terra e la legittimità radicale di possederla, rivendicano una critica delle forme mentali vigenti più coraggiosa, aprono scenari inediti di superamento dell'impasse.  Metà concorso di livello fa un buon festival. E questo ha anche operato coraggiosamente aprendo al cartoon e al doc. Adesso tocca alla giuria. 5 su quattro uomini e 4 su 5 extra europei.    Che la fiction e la non fiction abbiano ormai smesso di trattarsi da nemici, da diversi, è cosa nota. Basterebbe vedere (anche questo film in concorso) un doc al 100% come The unkwon known di Errol Morris per capire che Rumsfield che si confessa (o che continua a mentire perché questa è la migliore qualità del politico reazionario) è un attore consumato degno di insegnare all'Actor's Studio, e probabile vincitore, se ci fosse questo premio, della coppetta Volpi per il miglior attore non protagonista. Anche il cartoon di Miyazaki è un doc sulla storia dell'aviazione da guerra giapponese. Lasciando sbilanciati e perplessi tutti i fan del cartoonist della super fantasy nipponica. E tutti noi che l'ingegnere Caproni neppure sapevamo che esistesse. Eppure siamo nel genere del doc di animazione più a la page del momento. Anche se la grandezza dell'autore di Porco rosso è proprio quella anti nazionalista. In un festival che è ossessionato dalla proprietà della terra che fa identità, o se no la cattiveria più estrema scatta, da Emma Dante a James Franco, proprio dal Giappone isolano ci viene il più aperto poema sulla apolidicità della creazione, dell'invenzione, del salto in avanti scientfiico che è sempre un fatto di collaborazione e di mix senza frontiere.

Tsai Ming Liang e i suoi attori a Venezia
Sono lontani i tempi della direzione Gianluigi Rondi, dunque, quando il doc era bandito dal Lido assieme al suo compare 'short' perché in qualche modo sono formati o generi difficili da gestire, se liberi, o troppo propagandistici o di scuola per essere degni di una sfilata di prototipi festivaliera. 

Adesso, invece, per esempio, Tsai Ming Liang (che da sempre documenta la 'teoria per un cinema altro' nei tempi, nei raccordi, nelle identità dei soggetti in campo, etc...insomma è un Godard dell'estremo oriente) va interpretato, proprio come il collega svizzero-francese, come creatore di saggi-cinema, impossibili da comprendere senza il contributo del politologo e dello scienziato politica - ben stipati dentro il critico - molto esperto in storia e antropologia di Taiwan (che magari ci spieghi la scena della psicotica mangiata di cavolo dopo l'uxoricidio fallito). Vivere per morire a Taipei è consequenziale per chi a fatica riesce a far sopravvivere i propri figli facendo l'uomo sandwich e nutrendoli con i campioni gratuiti nei mall, abitando in stanze-scantinati improbabili, e sfuggendo alla morte sul fiume neanche fossimo nei paraggi di Robert Mitchum 'Hate-love' di Il terrore corre sul fiume. dopo essere stato abbandonato dalla moglie. Ma questa generazione di registi (penso anche a Pedro Costa) non si beano dell'estetica della miseria, ma trovano o creano proprio nello squallore della seconda società, il mondo degli invisibili che ormai è la facciata b di ogni paese in crescita, dal radioso avvenire economico della zona Brics, veri regni magici di oggetti e situazioni che il Pil non può comprare né concepire. Lo stupore che è stampato negli occhi dei suoi attori, e anche il restare spesso basiti e senza parole per svariate decine di minuti, fermi, incantati ipnotizzati (proprio come gli spettatori) di questi detriti umani delle periferie fatiscenti e decrepite di Taipei, sembrano infatti erede dello schock dalla vittoria di Mao del 1949, dalla loro stessa fuga con Chang Kai sheck in quell'isola strana e polinesiana (che manco cinese è) e dalle giravolte barocche della storia. Tanto che anche tutti  i rapporti interpersonali a Formosa sembrano confusi, mischiati, cruenti, in Jaoyou, Cani randagi (in concorso) che Tsai Ming Liang non ha scritto da solo (ma con Song Peng Fei e Tung Cheng-yu) come se tre film differenti entrassero nello stesso spazio emozionale e facessero la lotta per sopraffare gli altri e impedire una cronologia ordinata degli avvenimenti. Senza una guida per la comprensione del film, un libretto che necessariamente dovrebbe accompagnare la visione nelle sale (come succede nei dvd) no, non si capisce davvero un accidenti. Chi sono quei politici ritratti con tanto di cornice che il protagonista a un tratto calpesta? Cos'è quel murales pieno di sassi che diventa l'attrazione magnetica del lungo finale? Per fortuna la nuova generazione dei critici on line sembra piuttosto esperta di Kuomintang e della sua degenerazione successiva. E gli applausi fioccano alla fine del film e tutti trovano quel rompicapo con slittamenti temporali diversamente estasiante. 
Jiaoyou (Cani randagi) di Tsai Ming Liang

Gianfranco Rosi, altro documetarista di fama internazionale, dopo India, Stati Uniti e Messico, gira il suo primo film italiano, anzi romano in un non luogo piuttosto squallido, soprattutto per le orecchie costrette al ronzio continuo e ipnotico, capace pero' di sprigionare effetti magici o nuove consonaze. 
Il sacro Gra


Pensiamo al dialogo padre nobile intellettuale /figlia 'zitella', con il barbuto eccentrico che cita Lawrence Durrell e ci riporta, sul tappeto volante, in Egitto, ai militari che ci salvano dagli inetti che pregano sempre, ai servizi segreti britannici che tramano da sempre, alla guerra civile...  

Un lungo lavoro di ricerca sul campo - due anni - e poi un elaborato montaggio 'a levare', e degli strani geroclifici che partono da quel 'cerchio magico' e vanno altrove, ma senza compiacimenti esotici, e così porta il terzo ottimo film italiano in competizione, Il sacro Gra. Renato Nicolini aveva spiegato gia' tutto del Gra e del suo ingegnere ideatore, mister Gra, riuscendo in quel doc postumo a farci ridere a crepapelle e, alla fine, e non senza l'aiuto dei nipotini,  a calcolare anche la circonferenza dell'anello che circonda Roma, il tutto in un prologo-anticipo che fu proiettato alla festa-festival di Roma lo scorso anno. 
Gianfranco Rosi

Jacopo Quadri, il montatore, non ha utilizzato neanche un fotogramma del lungo intervento storico antropologico demenziale e architettonico di quel monologo di impressionante fascino. Qui i personaggi sono altri e vari. Il raccordo è un po' una città calvinianamente invisibile, e non nel senso di invivibile. E' che la città proprio non si vede. Ci si va, ci si torna, ma non c'è mai. Prostitute nei guai con la legge, nobili piemontesi chissà perché finiti lì (merito dei Savoia e dei loro intrallazzi con il Vaticano?), un principe che affitta il suo neocastello per i fotiromanzi, un barelliere in servizio di pronto intervento, che tratta tutti affettuosamente come se fossero la sua mamma malata, un pescatore di anguille che prende per il culo R2, La repubblica 2, la parte culturale quotidiana del giornale per un servizio disinformatissimo sul mercato delle anguille (mai che chiamano chi ne capisce quando scrivono le loro cazzate), un biologo che 'sussurra alle palme morenti' registrandone gli strazianti lamenti provocati dai letali morsi di insetto che le dilaniano irreversibilmente; alcuni abitanti ripresi fuori dalle finestre dei loro appartamenti (l'intellettuale durrelliano, per esempio) che si affacciano sull'anello autostradale e sull'immensa periferia di Roma, ricca ancora di pecore e capre perché sempre di più al cinema siamo di fronte a 'caprolavori', immensa povera e magnetica come l'india. Ma  cosa rende 'sacro' il gra, il cerchio autostradale che circonda Roma ma ne è anche la linfa vitale, l'arteria chiave, il sangue, forse la reliquia di un corpo che forse è scomparso per sempre? 

il biologo che ascolta le palme
Anche qui siamo davanti a un enigma che lo spettatore sarà felice di risolvere. Ognuno come vorrà. Per l'eccentricità britannica dei personaggi del film, nononstante un umorismo che è assai poco freddo e nero. Siamo anche qui fuori metropoli, nei suburbi sperduti, tra i rifiuti dove vagava un tempo l'occhio del missionario o dell'etnologo o di un Pasolini sempre più pessimista sulle sorti dell'umanità. Ma questo campo di osservazione è imprendibile. Non è omogeneo. Non ha tessuto connettivo unico. Gli stati mentali si susseguono, scontrano, accavallano. E' come se Rosi prendesse tutto il cinema indy e mainstream, di ricerca e di certezze, potente e in cerca di aiuto, e lo rivoltasse come un pedalino. Si riparte, nuovamente da Rosi. R2.
il sacro Gra