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mercoledì 4 settembre 2013

Un Amelio in grande forma. L'intrepido con Albanese

Roberto Silvestri


Bisogna essere flessibili, se no non si va avanti, nonostante il sindaco Pisapia e l'Expo. Se no si è senza contenuti (come Bersani) si è spompi (come Renzi). Non bisogna fermarsi mai. Milano freme. L'identità deve essere multipla, ora che Mazzarri è all'Inter. E, vista la crisi di posti di lavoro, l'escamotage congeniato dal protagonista di questo film, il comico, commediante tragico Antonio Albanese, è quello di entrare in molte identità lavorative differenti. In pratica in tutte. L'ozio è anche il padre di tutti i lavori, ammesso che si sappia lavorare danzando, come piaceva a Joao Cesar Monteiro. E Gianni Amelio ha seguito questo filo d'azione e d'ozio in questa bellissima, stranissima avventura. Una fiaba, un fumetto, un divertimento molto istruttivo. Solo i lavativi fischiano in sala (e qui alla mostra ce ne devono essere un po', addetti ai fischi mirati). Perché si sentono scoperti. E non sono certo i bamboccioni, né i fannulloni di Brunetta, un politico che non sa dove è di casa la danza.
Gianni Amelio (sinistra) e Antonio Albanese
 
Antonio Albanese (non a caso anche ballerino al sax tenore) e Gianni Amelio costituiscono una coppia perfetta, a giudicare dalla riuscita di questo gagliardo Intrepido. Speriamo che duri come quella Risi-Gassman o Monicelli-Sordi. L'idea è quella del rimpiazzo. Se si rimpiazza si lavora sempre. Grazie all'ozio, il padre della crescita e dello sviluppo.

Albanese, così, è stato un ottimo 'rimpiazzo' di Amelio. Come se gli avesse chiesto di girare lui il film al suo posto e Albanese avesse detto ok. Infatti Albanese sa fare proprio di tutto in questo film. L'attore comico, l'attore serio, la spalla, il generico, la comparsa, il regista in campo e fuori, l'attore albanese perfino, scusate il gioco di parole, ma va proprio a Tirana a fare il minatore nei paraggi e a chiedere scusa, per chi avesse equivocato, per Lamerica, con un pellegrinagggio capovolto....E siccome siamo per lo più a Milano nel resto del film (che il direttore della fotografia Bigazzi, che milano la sa catturare meglio di Roma, fa piangere e fa ridere con la stessa abilità di Amelio e Albanese), ci sono un sacco di cose da fare. Nell'edilizia, (l'expo), nel commercio, allo stadio Meazza, che bisogna pulire. Come cuoco. Come meccanico. Come tenutario di palestra di boxe... 

Albanese minatore in Albania
Prende il posto di chi si assenta, per svariati motivi, perché sta male o perché ha un problema familiare o perché è troppo stanco e poi per la paga che danno... E si fa sostituire. Otto, nove lavori al giorno. E di notte, ad attaccare i manifesti due volte di fila, perché non si può dimenticare Ladri di biciclette quando si fa un film sul problema Italia, su un paese da ricostruire da capo (ammesso che il geniale Violante non ce lo riporti indietro, allo sfascio in cui stava)

Un tempo i film italiani erano pieni di lavoratori e di disoccupati, di padroni orridi e di sfruttati in lotta, e non solo nel neorealismo. Adesso hanno chiamato, perché costano meno, le controfigure, i rimpiazzi... Sono quasi tutti extracom, ma Albanese è con loro. E se sono tanti i lavori manuali ancora da coprire, sono tantissimi i lavori affettivi lasciati a badanti e estranei. Ma Albanese copre anche quegli spazi. 

Gabriele Rendina, il figlio di Albanese in" L'intrepido"
Il figlio in crisi di panico, che non riesce a suonare in pubblico anche se ha una professionalità da conservatorio e da Charlie Parker invidiabile. E la ex moglie, che proprio deve aver preso una sbandata da ubriacatura leghista-mafiosa. E una probabile amante, vacillante, sull'orlo del suicidio e poi nel tunnel della depressione.... e gli amici di sempre, sempre pronti a lasciarli, però, se diventano dei 'mostri' (e per i super profitti organizzano incontri pedofili....) perché il mondo cambia e non tutti sanno stargli dietro. Albanese si fa seguire dal mondo, non precedere.

Albanese al concorso, rimpiazza anche una concorrente, Livia Rossi
Gianni Amelio da piccolo leggeva, come tutti quella della sua generazione, l'Intrepido, un inebrainte fumetto per ragazzi più serio, ponderoso e avventuroso del Monello, che ne era la versione light, cazzona e stracult. Il modello di maschio che trasmetteva l'Intrepido, attraverso storie esotiche, di mare e di terra o melodrammi familiari strappalacrime, era quello del super eroe tutto d'un pezzo, virile, capace di ogni impresa, viaggiatore alla Garibaldi, eticamente impeccabile, dalla parte dei poveri e degli sfruttati, e anche romantico, ma anche strafatto di valori astratti, tipici di una cultura ancora comunitarista e contadina, come l'istinto patriarcale un po' misogino, un eurocentrismo incapace di autocriticare la storia d'Italia e i suoi crimini, e malato di triade 'Dio, patria e famiglia' (anzi Miss Violenza, come l'ha rinominata il greco Alexandros Avranas, quella macchina incestuosa di immensa potenza).

Per fortuna Gianni Amelio ha poi via via affinato la sua griglia di valori modernizzandosi con il cinema americano classico, quello dei tre decenni 30-50, di cui è uno dei maggiori cultori e collezionista di dvd, vhs e laser disc, a forza di iniettarsi nelle vene 'individualismo democratico', antirazzismo, jeffersonismo e 'femminismo come programma minimo'. E noi con lui. 

E credo che una delle ispirazioni per il suo nuovo film in gara a Venezia (e tra i suoi migliori in assoluto, degno dell'epoca La città del sole o Il piccolo Archimede) provenga proprio dalle saghe rooseveltiane e della resistenza anti-Truman. Pensiamo ai tre film dedicati a Mister Elia Belvedere, il personaggio interpretato negli anni 50 da Clifton Webb (un geniale attore gay, che pagò molto cara l'esibizione sfrontata e 'anacronistica' della sua identità sessuale differente da quella di Alain Delon) che, nato più o meno in parallelo con le svisare contorsioni del contro-eroe Jerry Lewis - incapace di fare alcunché, di lavorare, divertirsi, amare, comportarsi secondo l'american ways of life, perché la civiltà americana si era ammalata e conformarvisi significava tradire i valori più alti della dignità e della solidarietà umana - affermava la stessa cosa, solo ipotizzando, in stile pop art, che invece questo elegante, impeccabile, gentleman, il colto Mister Belvedere sapeva fare proprio tutto tutto tutto quel che si doveva e meglio del galateo conformista e di chiunque: dal baby sitter al campione di salto con l'asta, dal casalingo all'operaio, dal professore di yoga alla soluzione dei test attitudinali più complessi, dalla progettazione di missili a lunga gittata alla telefonata dall'apparecchio pubblico (e senza pagare un cent) al Presidente degli Stati Uniti. C'è un modo di fare arte critica urlando, alla action painting, alla howl di Ginsberg, alla rock'n'roll (Jerry Lewis) e c'è modo di fare arte critica alla pop art, con l'ironia, con il sarcasmo camp, con la satira sottile, con il dichiarare un altro tipo di grande sì alla vita (Warhol, che si faceva sempre rimpiazzare da chiunque, alla macchina da presa e nelle conferenze stampa, e Amelio-Albanese). Amelio qui la smette anche di credersi un Albert Camus, anzi meglio, come nel precedente film. Una lezione di umiltà che abbiamo gradito e cercheremo di copiare.