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mercoledì 4 settembre 2013

"The Unknown known". Errol Morris sopraffatto da Donald Rumsfeld


Errol Morris
Mariuccia Ciotta


Venezia

L'attore principale ha attraversato mezzo secolo di storia americana e si è allenato in conferenze stampa da screwball comedy mentre in un continente più in là recitava in un film dell'orrore. Donald Rumsfeld The Unknown Known, il noto ignoto, membro del Congresso, consigliere di quattro presidenti e due volte segretario alla Difesa, entra nel mirino di Errol Morris, il grande documentarista di The Thin Blue Line in concorso alla Mostra (al posto di Philip Glass, alla partitura musicale c'è Danny Elfman).


Perché ha accettato questa intervista? Chiede il regista. "Non lo so". Rumsfeld è tutta una doppia e tripla negazione, virtuoso nello slalom tra verità e il suo contrario, giocoliere di parole in tutte le sfumature della menzogna. Quello che credi di sapere, quello che sai di non sapere e quello che non sai di (non) sapere, e via così in una gara a rimpiattino con le domande di Morris.


Scivoloso “uomo di mondo” inquadrato dalla videocamera su uno sfondo scuro, compiaciuto di essere là, ancora protagonista e mai in difficoltà perché il “fatto non costituisce reato” . Torture a Guantanamo e ad Abu Ghraib? Eccessi e libere interpretazioni di un protocollo (ha collezionato migliaia di documenti “riservati”, i suoi “fiocchi di neve”) che permetteva una pressione con le mani sul corpo del detenuto e l'urlo in faccia per farlo confessare, tutto il resto è iniziativa di singoli, teatrino di guerra, ammucchiate di uomini nudi e lascivi, incappucciati e crocifissi... e poi che sarà mai. L'amico Cheney lo dichiarò a nome di entrambi, la tortura è legittima se serve a prevenire attacchi all'America. La nostra mancanza di immaginazione, sostiene Rumsfeld gongolante per l'ardito paragone, permise ai giapponesi l'attacco a Pearl Harbor.


Ma le armi di distruzione di massa? Non c'erano prove per scatenare l'aggressione all'Iraq dopo l'11 settembre. Risposta: l'assoluta mancanza di prove non significa assenza di prove. La carneficina segue al nonsense, divertente nelle pagine di Lewis Carrol, orribile sulla bocca  obliqua del criminale di guerra, complice di George W. Bush e del suo compare Tony Blair. A tratti Rumsfeld sfodera un bagliore di dentini aguzzi, un ghigno furbo, forse studiato allo specchio per sedurre la platea (e i consigli d'amministrazione della sua multinazionale farmaceuica).



Morris lo insegue nel tentativo di sorprenderlo, di arrivare a quel punto misterioso in cui l'uomo si imbatte in se stesso. A quella piccola incrinatura mentale o morale che Adolf Eichmann rivelò all'improvviso nel processo documentato dal film di Sivan. O che riempì di lacrime gli occhi di McNamara in The Fog of War, missione compiuta di Errol Morris, quando si giustificò con la teoria sulla “riduzione del danno”. Anche Rumsfeld sogna “fontane zampillare sangue” come l'impiegato nazista ligio al suo dovere, ma resta incolume, non soffre di insonnia.


La politica targata Nixon-Ford-Bush esperta nel creare dittatori di comodo come Saddam Hussein, per poi farli fuori quando non servono più insieme a migliaia di civili, deve essere stata per Rumsfeld un gioco di ruolo, una coazione a ripetere lungo cinquant'anni di potere e di spettacolo offerto ai giornalisti, battute e allusioni, paradossi e metafore replicate adesso per Morris.


La lunga intervista, intervallata da filmati e fotografie dell'epoca, dove Rumsfled giovane dice tutto e il suo contrario, lascia di ghiaccio e non per mancanza di rivelazioni, verità nascoste, scoop. Ma perché il regista resta annichilito dalla leggerezza del disumano (piaceva tanto l'ironia di Andreotti ai notisti politici). E non basta l'effetto finale del criminale inconsapevole, il suo “essere sconosciuto a se stesso” (Morris) per decretare la sua immensa colpa storica. Non c'è dialogo con i Rumsfeld, non c'è diplomazia, non c'è intervista che tenga, e se lui è la legge non si può che esserne fuori.