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lunedì 2 settembre 2013

James Franco, qui, lì, dovunque. Mi illumino di trash

Roberto Silvestri

James Franco
Mi piace Child of God, che James Franco porta in concorso a Venezia 70, tratto dalla storia vera di un serial killer, Lester Ballard, lo sfrattato incazzato, che influenzò Hitchcock di Psycho e operò criminalmentenella contea di Sever, Tennesseee, negli anni 50, perché è molto originale e serissimo il 'concept'. E ci libera da cliché e dai luoghi comuni sulla storia Usa e sulla storia dei generi. Diciamo che è la versione a ghigno unico psicopatico dell'epopea western, la versione non umoristica di Wolf Creek 2 e la versione 'maschile' di Via Castellana Bandiera.  
Scott Haze


Si prende un territorio, si decide chi ne è il proprietario. Si intuisce che il proprietario originale ne è stato espropriato. Con i metodi dei grossi capitalisti che stanno operando proprio in questi giorni approfittando della crisi e divorando i medi e i piccoli tycoons. E, l'ingannato, il turlupinato, dà di matto. Sbrocca. Fuoriesce da lui la sua vera natura. Ha un fucile in mano perché la costituzione americana permette agli psicopatici di armarsi. Obama non riesce a convincere il paese che non va bene. E dunque l'assassino seriale è una delle fenomenologie della 'felicità garantita' dalla legge. Anche nelle sue connotazioni poco viste in giro. Quella Feticista. Quella Necrofila. Se hai la polizia che ti protegge tutte queste perversioni/distorsioni si nascondono, ti vengono perdonate. Se ne potrebbe perfino fare una 'liberatoria costituzionale' ad personam. Se no, sei fritto. Ti riempiono di fango. Ti linciano vivo. Ti fanno a pezzetti, come tu hai fatto a pezzetti le tue vittime. Le ragazze. Quelle che riempiono il deserto di Ciudad de Juarez, per esempio. Chi lo scopre il colpevole laggiù? La polizia messicana? La polizia americana? La mafia messicana? La mafia americana? Non sono tutti uniti nel coprire tutto?  Che cos'è un proprietario se non un cavernicolo 'single'? Corman McCarthy, autore del romanzo da cui è tratto il film preapocalittico, risale da Ed Gain a questo Ballard delle zone incappucciate del 'cerchio magico' e si sprofonda nelle caverne di Mojica Marins e della profezia sadiana....

Scott Haze in "Child of God"
Si assiste così nel film allo scontro tra espropriato e espropriatore. Lo sconfitto nel match capitalistico, il debole, il loser, lo psicopatico perdente, ha modo di esibile tutte le qualità del 'proprietario privato' non vincente. Per non parlare poi del vero proprietario collettivo di quelle terre, il nativo d'America, che, con noi, si gode lo spettacolo della avidità capitalistica che dà di matto. E del loser che la fa franca nonostante una grotta piena di donne nude e congelate. Anche la fabbrica degli orrori dà profitti.

Il film horror ha un sistema di codificazione e di musicalità ritmica  forte e costante, infatti, che è pericoloso toccare, figuriamoci capovolgere. Figuriamoci aprire la finestra della storia e far uscire un po' di fatti veri. Si può rompere tutto. E qui si rompe tutto. Lasciando insoddisfatti i fans e chi detesta il genere perché non vi sa scovare poesie leggiadrie incanti. Ma questa volta tutto viene capovolto. Perfino la geografia soffitto/sotterraneo, terrazza/grotta, che nel codice indica la sede del sogno contrapposto al ribollire inquietante della zona dark. Lo psicopatico armato gode di sopra come di sotto e si aggira nelle montagne di Sever come fosse il protagonista del film-metafora sul fondamentalismo di Skolimowski o il Guevara braccato in Bolivia di Soderbergh (ma purtroppo lì perdente, perché svincolato dal mercato). Ci rimanda ai terrificanti paesaggi di un tranquillo weekend di paura di Boorman anni 60, perché viene concepito da James Franco come una operazione che si avvale di ogni pezzo d'immaginario indigesto, e ne purifica e ripetite gli elementi, ossessivo come un musicista minimalista. Non tanto per la recitazione di Scott Haze da maschera di Bali, fissata per sempre nel delirio. Ma per i detriti le macerie del vecchio cinema hollywoodiano che appaiono uno a uno nell'immondezzaio dell'immaginario.  E dopo aver reso omaggio allo spit screen di Robert Aldrich, qui è soprattutto il vestito e la parrucca di pelle umana del Silenzio degli innocenti di Jonathan Demme a riemergere. E altre cose sacrileghe da incastrare. Lì era un cannibale l'eroe del film. Non si fa. Qui si incastrano le colline hanno gli occhi o il super slatter dentro una segnaletica anni 50 fatta di baby boom alla "scandalo al sole" .