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lunedì 2 settembre 2013

Il vento soffia. Proviamo a vivere. The Wind Rises di H

The Wind Rises di Hayao Miyazaki

Mariuccia Ciotta

Venezia

The Wind Rises


Le vent se lève, il faut tenter de vivre”, Paul Valéry si insinua nelle pagine di The Wind Rises dello scrittore giapponese Tatsuo Hori e arriva sullo schermo disegnato di Hayao Miyazaki, assente al Lido ma applaudito dai festivalieri per la sua opera d'animazione monumentale che già nel titolo risponde alle polemiche asiatiche (e non solo). “Si alza il vento. Dobbiamo provare a vivere”, il leit motiv di The Wind Rises (concorso) è la risposta al “vento di dio”, il kamikaze che si scagliava sugli obiettivi militari inneggiando alla morte.

Il film è sospettato di certe ambiguità a proposito dell'aereo da combattimento Mitsubishi A6M1, chiamato “Zero”, gioiello del protagonista Jiro Horikoshi, bambino sognatore e poi ingegnere aeronautico, che solcherà i cieli a fianco della Germania nazista.

Miyazaki infiltra i suoi acquerelli rosa-azzurri di un segno “velenoso”, contro la neutralità di arte e scienza, e la sua cattedrale di acciaio, leggera ed elegante come un aeroplanino di carta si frantumerà nell'aria in un incubo ossessivo d'apocalisse. Il cielo solcato da migliaia di “Zero” sfumerà nell'aldilà, addio ai soldatini di Hirorito che salutano i sopravvissuti del Giappone in fiamme, in un'immagine finale da Porco rosso ('92), cartoon sull' aviatore italiano disertore (“Piuttosto che diventare un fascista, meglio essere un maiale”). Già il fondatore dello Studio Ghibli annunciava il suo amore per l'aeronautica e il suo schieramento politico, ma qui siamo in territorio sensibile e Jiro Horikoshi, il nostro eroe, piccolo e occhialuto (miope, non potrà diventare aviatore), arriverà fin dentro i laboratori degli anni '40 a immaginare la curva perfetta di una spina di pesce montata in lega d'acciaio su un cacciabombardiere. Bellezza mortale.

In soccorso arriva il sogno nel sogno, il ragazzo giapponese entra nel mondo immaginario di Giovanni Caproni, genio italiano dell'aviazione, ispiratore dei modellini di Miyazaki che li fa sfilare trionfanti con il tricolore al vento. Anche Caproni fu compresso con il regime fascista (processato, fu assolto), ma a Jiro appare svettante sulle ali dei suoi bimotori, disegnati minuziosamente, bullone dopo bullone, indifferente all'utilizzatore finale dei suoi giocattoli rombanti in volo dalla prima alla seconda guerra mondiale.

Centoventisei i minuti di un'epopea che lascia senza fiato nei paesaggi terrestri e celesti, con le leggiadre figurine danzanti e cangianti, senza metamorfosi né magie. Miyazaki racconta nel film (sarà l'ultimo, dice lui, ma speriamo di no) la storia di suo padre, progettista di componenti per aerei civili e militari, così accecato dalle ali dispiegate nell'aria di cobalto da non vedere intorno a sé il Giappone imperiale, e nemmeno la bambina salvata dal terremoto del 1923, e poi incontrata dopo anno, desiderio invisibile.

Il poeta pensa ad altro e si lascia sfuggire, trascinate dal vento, le sue stesse lacrime per la malattia e la morte dell'amata, trascurata per la grande “missione”, far decollare l'impossibile. E il risveglio sarà dentro le nuvole nere della guerra che il cineasta lascia fuori dallo schermo, disseminato però di segnali inquieti. Paesaggi incantati, locomotive sbuffanti, siparietti romantici tra innamorati, la febbrile modernità metropolitana e il lento carro dei buoi su cui troneggia la snella sagoma dello “Zero”. Ma ecco le facce truci dei tedeschi, alleati alla vigilia del conflitto mondiale, sprezzanti davanti alla “piccolo e povero paese” che viene a prender lezioni dalla superpotenza, la spia dalla parte della resistenza, il dialogo con l'amico e collega sul “nostro aereo per la pace” destinato a Pearl Harbor.

Accostarsi alla bellezza può richiedere un prezzo da pagare”, Miyazaki attraversa la storia del Novecento giapponese e sembra indicare l'innalzarsi del vessillo dal cerchio rosso e la sua caduta nell'arco dell'infanzia e giovinezza di Jiro, quel padre che non vide al di là del foglio da disegno, e che per sempre resterà nella memoria del figlio come quel kamikaze adolescente di Gus Van Sant (Restless, 2011) eternamente malinconico, afflitto al ricordo di una lettera d'amore mai inviata alla sua ragazza, e che forse lo avrebbe salvato dal “vento di dio”.

Dolceamaro inchino al suo Paese, senza happy end, senza pubblico infantile giubilante e davanti a un Giappone dominato da un governo che si appresta a cambiare la costituzione (ritorno alla vocazione bellica) e a insediare nuove centrali atomiche. The Wind Rises non gli verrà in soccorso, se non si è ciechi e al contrario di Jiro si getta uno sguardo al di là dei sogni.