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lunedì 9 settembre 2013

La Critica della Settimana. White Shadow, cosa c'è che non va


Roberto Silvestri

Essere ebreo tra i nazisti, israeliano tra gli arabi, palestinese tra chassidici, nero tra afrikaans, cristiano tra i sunniti islamisti, gay o lesbica nella Mosca di Putin, donna in Arabia Saudita, albino-mzungu in Africa... Fuggire, scappare, volare... Dopo alcuni casi efferati che hanno sconvolto l'opinione pubblica sono stati realizzati documentari sulla questione albina: In my genes di Lupita Nyong e Spell of The Albino girato da Claudio von Planta. E prima ancora un vero classico girato attorno a una super star mandinga albina. 

Salif Keita, il grande musicista maliano, la golden voice of Africa,  è proprio un'eccezione. Anche perché, pur essendo albino, è un nobile, diretto discendente di Sundjata Keïta, fondatore dell'Impero del Mali nel 1240. 

Nel bellissimo film a lui dedicato alla fine degli anni 80, raccontava la diffidenza, l'emarginazione e le discriminazioni (soprattutto sul lavoro) che gli africani con poca melanina subiscono ovunque in Africa, anche lì dove sono considerati dotati di poteri soprannaturali. Altrove, considerati portatori di sfortuna o di sventure, o peggio, vengono isolati, scacciati, esiliati, mutilati e addirittura 'sacrificati'. Sarebbero uno ogni 17 mila africani.

Nel 2008 i media di tutto il mondo diffusero l'atroce notizia: 200 albini sono stati massacrati in Tanzania e i loro corpi, sezionati, sono utilizzati in riti sacri da medici-guaritori che hanno pagato alte cifre agli assassini per utilizzare i loro cuori e i loro genitali. 

Salif Keita dedicherà a questi albini un album, La Différence, uscito alla fine del 2009 per appoggiare le lotte degli albini e affermare la loro diversità, che non significa malvagità:
"I am black/ my skin is white/ so I am white and my blood is black [albino]/...I love that because it is a difference that's beautiful...", "some of us are beautiful some are not/some are black some are white/all that difference was on purpose...for us to complete each other/let everyone get his love and dignity/the world will be beautiful."


Già Maya Deren aveva capito, ad Haiti, praticando il voodoo, e rifiutandosi di montare il film Divine Horseman per non distorcerne il senso, che è una profonda e sofisticata filosofia religiosa e non una danza macabra per morti viventi adepti di magia nera, che non si può, se si vuole essere eticamente seri, generalizzare sulle religioni africani e isolare alcune pratiche di complicata confessione per criminalizzarle. Neanche per realizzare film più sensazionalistichi possibili perché animati da buonissime intenzioni.

Hamis Bazili in White shadow
Questo film, che a Venezia è stato un grande successo, lo fa.  Toglie conoscenza. Si compiace di diffondere ignoranza. Ma.
White shadow (da non confondere con The white shadow, il doc sul basket Usa) è stato premiato alla Mostra di Venezia n.70 come migliore opera prima. Ha vinto i 100.000 dollari assegnati da una giuria presieduta da Haifaa al Mansour (la prima regista donna dell'Arabia Saudita), Amat Escalante (regista messicano premiato a Cannes 2013 per la regia), Alexej German jr. (regista russo), Geofrey Gilmore (direttore del Sundance e poi del Tribeca Film, Ariane Labed (attrice francese) e Maria Sole Tognazzi (regista italiana). Ottima la giuria, oltretutto.

Iory Mbayuwayu e Hamis Bazili in White Shadow
E  racconta, in forma di poema (almeno all'inizio, tra voci fuori campo e sovrimpressioni svolazzanti) la storia di uno di loro, un ragazzo fantasioso, umorista e dandy di nome Alias (l'attore Hamis Bazili di 14 anni) che vive nella savana e ha visto il padre massacrato da bande armate di mercenari. Viene perciò spedito dalla madre, per proteggerlo, in città, dallo zio Kosmos, camionista che se la fa con le gang pericolose della metropoli. 

Alias sopravvive vendendo occhiali da sole, dvd e cellulari, fianco a fianco con Antoinette la sua simpatica e smitizzante cuginetta, pur subendo l'emarginazione dei compagni di scuola per la sua 'schifosa' pelle bianca. Ma scacciato definitivamente dallo zio ubriacone, che lo scopre a letto a far giochini erotici con la figlia coetanea (nella scena più romantica e decente del film, nera su albino), di sua 'esclusiva' proprietà, anche sessuale, come gli urla dietro, Alias troverà provvisorio rifugio in una sorta di casa rifugio per bambini albini.
il regista Noaz Deshe


Di notte l'orrenda strage, continuata nel bosco, ovviamente nella notte buioa e tempestosa, descritta con ogni dovizia di particolari, e tecnica da 'splatter movie': di 'documentarismo magico' via via si perde ogni traccia. E' più Peter Jackson del Signore degli anelli e anche di Bad Taste a ritmare l'attacco dark e la fuga tra e sugli alberi. 

La maschera tribale in White Shadow
Non c'è una particolare truculenza nel ritrarre le albine, che anzi nel film sono assenti, sono quasi in fuori campo. Perché non le si può strappare il cuore, perché non sono mai vivisezionabili, perché sono impure per i riti e inutilizzabili per far pozioni di ogni tipo. L'unica cosa consentita è violentarle: perché si dice che un rapporto sessuale con una albina faccia guarire dall'aids (magari Larry Clark ci potrebbe fare un filmettino sopra, Kids a Dar es Salam)... 

L'amico del cuore di Alias
Ovviamente fioccano invece i machete pangas e i bastoni chiodati, che sono, nel nostro immaginario, il simbolo efferato del massacro dei 500 mila tutsi (o forse un milione) del genocidio in Ruanda. Alias fugge (mentre lo zio verrà smembrato pure lui che è nero e basta dal racket, che gli rimprovera un camion svanito nel nulla e che lo ha già lungamente torturato selvaggiamente). Anche perché le riprese degli assassini sono degne di un documentario alla Jacopetti adeguato alla tv selvaggia che ci circonda. Primissimi piani in fish-eye, quelle riprese dove i brufoli sembrano crateri e i volti dei neri assassini (e dunque guerci e butterati) crateri maligni. Spike Lee (e non solo lui) sarebbe schifato dalla costruzione di questo mondo d'incubo, maniacalmente interessato a dare, dell'Africa, la solita scontata visione da inferno su questa terro caro ai mass media mzungu di tutto il mondo occidentale. Trash ovunque, corpi orripilanti, sporcizia come religione, sangue, violenza efferata, incesto, tortura, stregoneria, medicina crudele... 
     
Vi ricordate La Ciociara? Da quando quel film è diventato un classico post-neo-realista, e il pianto della Loren una icona anti femminicidi, non credo che ci sia più nessuno che non associ la parola marocchino alla connotazione stupratore (e congolese a cannibale, ricordate Kivu e i nostri tredici caschi blu massacrati?).

Eh, sì, il cinema e la tv erano le armi più potenti di tutte. Gli italiani sono diventati razzisti leader magari solo per colpa di una sequenza addolorata del 1960 e dei temini in classe che ci obbligarono a fare (senza spiegare niente di Lumumba) sui martiri del Congo. Ma. Chi non si fidava di Vittorio De Sica e del Telegiornale unico? 

Poi invece per caso leggi le memorie di un altro grande filmaker ad alto tasso di affidabilità, John Huston, allora ufficiale alleato in marcia verso Roma, e scopri che erano state invece le truppe inglesi a commettere la maggior parte di violenze sessuali impunite sulle donne della Ciociaria (forse in una sorta di gara virtuale, di seconda guerra mondiale parallela, a chi violentava più donne, se gli inglesi in Italia o i sovietici in Germania?), perché più dotati di mezzi 'mediatici' o di altri mezzi di persuasione per scaricare ogni colpa sulle truppe arabe, prive evidentemente di un Lucherini della situazione. Parola di testimone dotato di occhio e cuore profondo. I libri di storia, però, cancellano gli orrori di qualcuno per far gigantografie 'tattiche' degli orrori altrui. I ricchi fanno il diavolo a quattro per uscirne puliti, perfino causa a tutti, arrivano perfino a Strasburgo...  i poveri sono inermi e condannati sempre, prima ancora di arrivare al primo grado.

Dunque bisogna stare attenti ai film o ai video 'a programma', soprattutto quando sono occidentali (peggio se finanziati da organismi umanitari) che lanciano campagne politiche e mobilitazioni contro gli stati africani che hanno molto a che fare con l'odiata Cina (nel 2005 una operazione simile, L'incubo di Darwin, di Hubert Sauper, che aizzava sempre odio contro la Tanzania, invece che contro le multinazionali alimentari e delle armi, vere responsabili del 'caso pesce persico') o contro gli stati carogna o contro i popoli 'infidi' dei tre mondi o contro le pratiche tribali più efferate, descritte non con la serietà che merita una inchiesta giornalistica, ma con gli effettacci orientalisti e esotisti che devono ribadire superbamente una superiorità culturale irriducibile. 

Mi ricordo ancora con addolorata ilarità, a proposito di malcelata sindrome neocoloniale, gli articoli di alcuni giornalisti italiani, strapagati da Pretoria, soprattuto uno, diventato poi Cavalere di gran croce al merito della Repubblica italiana, che gettavano quotidianamente fango sul movimento anti-apartheid in Sudafrica, trattandolo come selvaggeria tribale intenta alle pratiche più crudeli e extraumane

Attenzione dunque a chi fa propaganda utilizzando falsità cucinate per i bassi istinti, solo per la pancia, suscitando reazioni viscerali programmate e non anche umoristico-razionali (come fa quel comico sublime di Michael Moore che apre tutti i sensi e tutti i nervi, non ne paralizza alcuno, a parte il buon senso dei cinefili-'io non sono ideologico', quelli del pensiero dominante). Jacopetti e Prosperi oggi sono adorati come pionieri di un modo di fare del giornalismo speculativo sensazionalistico in puro, razzistico stile british. Mica erano dei politicamente corretti. Ma sublimemente volgari, si compiacevano della propria degradazione umana, e facevano bene. Piace molto questa maleducazione estetica..E' indispensabile, dice lo stregone del cult movie per costruirne di abusivi, perfetto, fedele ricalco del più banale e ignorante conformismo bigotto.

E oggi bisogna analizzare con cautela ancora maggiore le immagini digitali, del tutto manipolabili, della tv e della rete, che per farsi largo negli ascolti utilizzano parole d'orine camuffate da immagini suggestive, bugie, inganni, spettacolarismo bieco e orrore artefatto per svelare crimini inauditi e spezzare lance a favore di..... Vedi la questione siriana delle armi chimiche di Assad, che se non è una favola, cosa bisognerebbe fare prima ancora a Bush jr. per le armi al fosforo utilizzate dagli Usa in Irak? E poi chiedersi se non siano stati anche i ribelli sunniti a copiare la geniale idea di Mussolini in Etiopia. O se non siano stati i servizi segreti, magari del Qatar, o Al Qaeda, o della Cina o della Russia a utilizzarli, per scatenare la guerra più devastante o per inventare una ripresa di accordi diplomatici. Cautela. Che certamente Obama avrà. 

Non dimentichiamo inoltre, a proposito di campagne umanitarie, di business delle campagne umanitarie. 4500 giovani donne, almeno, che sono scomparse a Ciudad de Juarez (Messico) negli ultimi anni senza che polizia messicana, polizia statunitense, Dia, politici del Texas e del Messico facciano nulla per fermare gli eccidi.

Solo nel 2005 negli Stati Uniti 109.531 persone sono scomparse, secondo dati del Dipartimento di giustizia, di cui 58.081 minorenni. Non è una sciocchezza che meriterebbe più di una indagine sugli stregoni del mercato degli organi e del racket della droga e della prostituzione?

In Italia, dal 1974 ad oggi, risultano scomparse 25.229 persone di cui 10.000 minori e 15.000 stranieri. Le regioni più colpite sono il Lazio, Lombardia, Campania e Sicilia. 
Però è meglio pensare che l'Africa sia non solo il bengodi da depredare di tutte le sue ricchezze (cosa che si fa da oltre 4 secoli basta guardare come sono fatte Londra e Ouagadougou). Ma anche il luogo mentale per sfogare e trasferire tutte le nostre paure e ossessioni. E rifiutarsi di guardare vicino a noi. Povertà, disoccupazione, fame sono nel bel mezzo dell'Impero. E qualche celebrità più che filantropica se n'è accorta: Mark Ruffalo, Yoko Ono e Sean Lennon lottano contro il fracking attraverso Artists Against Fracking (perché le trivellazioni selvagge a caccia di gas naturale, senza controllo pubblico, avvelenano le falde acquifere del middle Usa); moltisssime cantanti e attrici (da Selma Hayak a Madonna a Laura Pasini) hano partecipato al grande concertone contro la violenza alle donne; Leonardo Di Caprio si occupa seriamente di ambiente attraverso la Live Earth and Wildlife Conservation Society; Ziggy Marley, Lady Gaga, Linkin’ Park, BBKing e altri si sbattono per garantire a tutti i ragazzi, soprattutto poveri, una educazione musicale di base con Little Kids Rock. 
Ma George Clooney che è un 'messaggero di pace' dell'Onu e assieme a Brad Pitt, Matt Damon, Don Cheadle e altri ha fondato Not On Our Watch per scoprire le violazioni dei diritti umani in Darfur, Birmania e Zimbabwe (ma...negli Usa?); Angelina Jolie è inviata speciale Onu. Solo Joaquin Phoenix lascia un po' a desiderare perché aiuta sia Amnesty International che i fondamentalisti animalisti del Peta... 

Sponsorizzato alla grande dalla star in vena di filantropia Ryan Goslin, che del film è anche produttore esecutivo, White shadow ha così vinto il premio della migliore opera prima di Venezia 70 forse per la sua caratteristica di 'no watch movie' (quell'opera che contiene immagini che non posso vedere tanto sono veritiere e insostenibili). 

White Shadow, Ombra bianca, è stato selezionato dalla Settimana della Critica che, per il terzo anno consecutivo, batte i concorrenti delle Giornate degli Autori (Gosetti) e della selezione ufficiale (Barbera).  E' vero, è loro (di Nicola Falcinella, Anna Maria Pasetti, Giuseppe Gariazzo, Luca Pellegrini e Francesco Di Pace) la scoperta dell'anno. Ma ci sarà stato un errore. E' Zoran di Matteo Oleotto in realtà la migliore opera prima vista al Lido. Ed è una coproduzione (culturalmente) giuliano-slovena, tanto per non fare gli sciovinisti.

Gli è stato preferito questo poema heavy metal profondamente indignato, ma così sconvolto dai fatti efferati da esserne rapito, incorporandovisi. Un'opera dall'alto contenuto umanitario, diretto dal'artista-totale, l'israeliano apolide Noaz Deshe (pittore, cineasta, musicista, autore di graphic novel...che ha collaborato alla colonna sonora del film Frontier Blues dell'iraniano Babak Jalali e che vive tra Berlino e Los Angeles), 38 anni. 

E gli italiani, che di cinema africano non vogliono sapere nulla, nè vederlo né finanziarlo mai, ecco che questa volta, miracolo degli stregoni, si muovono. Lo ha prodotto l'Asmara Films di Ginevra Elkann che quanto a cause umanitarie se ne intende. 

Deshe conosce bene Dar es Salam, perché insegnava lì nei giorni dell'orrido massacro ed è stato travolto dall'orrore di quei crimini (che rendevano all'assassino-sventratore dai 75 mila ai 400 mila dollari). E' stato duro trovare il produttore? No, il cinema africano è una palla, ma il suspense movie mai. 

Un 'innocente con una taglia sulla testa in fuga' è plot proprio hitchockiano. Ne ricordo uno simile. Biko, l'avvocato bianco che fugge braccato da un intero paese trasformato in Auschwitz, il Sudafrica adorato da Madame Thatcher e da Mister Galliani. 

Ma non ricordo che i neri o i bianchi, perfino i più efferati criminali di Pretoria, venissero lì descritti come bestie feroci, già vivisezionati dal regista attraverso una camera a mano tagliente e delle sciabolate di luce e suoni e rumori in faccia che brucerebbero qualunque cosa da un altro mondo (nella leggenda gli albini sono anche fantasmi viventi...). Qui lo sono tutti. E' lo stesso regista a spiegare: 
"in certe circostanze di fronte a eventi che possono porre fine alla vita puoi diventare testimone di cosa si prova a essere una bestia, a reagire, all'essere all'erta al massimo delle tue capacità. Devi accettare la solitudine dei tuoi sogni, come fosse un'amica o come forma di sopravvivenza" 

Un film bestiale che nonostante il nobile intento di nobilitare l'opinione pubblica, attraverso una 'forma sensoriale' contro aberranti pratiche tribali (ma ricordiamo sempre, c'è tribale e tribale: ci sono tribù alla Churchill, molto selvagge, e tribù anche non alla Churchill, per nulla selvagge) in uso nell'Africa orientale non a caso ex britannica (in particolare in Tanzania, dove si svolge il film, ma anche in Kenya, Burundi, Zimbabwe) non si tira mai indietro quando si tratta di utilizzare effettacci spettacolari da tribù del primo tipo e ad alzare la temperatura emotiva delle immagini fino all'incandescenza. 

Ma viene un dubblio. Perché manca al film la seconda articolazione, diversamente sensoriale? Vedendo questo incubo a aria neppure condizianata a nessuno verrebbe per esempio in mente che il presidente tanzaniano Jakaya Kikwete da anni è in lotta contro stregoni e capi tribù reazionari, e trafficanti d'organi, o che ha nominato anche la prima parlamentare albina della storia della Tanzania, Al Shaymaa Kwegyir. E poi sappiamo che l'industria farmaceutica occidentale (ce lo ha spiegato recentemente anche Inarritu in The Constant Gardener 2005) è dispiegata in Africa con forze armate e bancarie non indifferenti. E che molti altri corpi (perfino non albini) spariscono per ancor più umanitarie ragioni di massimizzazione dei profitti. Che certe parti della polizia e del potere politico (gli uomini primitivi chiamavano questi individui la destra del paese, i fascisti, parole usurate a forza di abusarne, ora si usa dire i seducenti furbetti) sono complici ben pagati di questa rete criminale. Non una parola nel film su tutto questo. 

Certo c'è il berretto, c'è il lenzuolo nero in testo, ci sono i guanti per coprire mani e braccia. In Africa il sole per queste pelli troppo delicate uccide più dello stregone pazzo. Ma nessun accenno alla lotta che da decenni gli albini organizzati fanno per abbassare il prezzo delle creme protettive (così come dei farmaci...le industrie sono talmente incazzate con la Tanzania che qualunque battaglia umanitaria verrà lautamente finanziata.  Nel film, assecondando l'ignoranza dei villaggi (guidati da capi reazionari) si pensa ancora che questi corpi così eccentrici siano di esseri che scompaiano con la pioggia, volino con il vento, e siano immuni all’aids...Proprio quel che vorrebbe Alias....