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lunedì 2 settembre 2013

A Fuller Life. Come diventare sostanzialmente democratico, progressista e antirazzista vedendo un solo doc di 80 minuti

Roberto Silvestri

C'è stata una strana polemica sulla 'retrospettiva perduta' a Venezia. La Biennale dovrebbe avere un respiro annuale, e non soltanto festivaliero. Dunque dovrebbe organizzare magnifiche retrospettive da far circolare nelle sedi cinetecarie, almeno (Roma, Bologna, Torino e Milano) in altri periodi dell'anno. 

Era il sogno di Micciché, ex presidente (al quale il figlio ha dedicato un bellissimo ritratto) che non voleva fossilizzarle solo in monografie d'autore. Ricordo una bella rassegna dei' film del 1936', per esempio. Un anno cruciale, e non solo per lo scontro a Berlino tra Hitler e Jesse Owens O quella dedicata al cinema americano e sovietico pre-code, talmente ricca e sconvolgente da essere stata oggetto perfino di un corso di aggiornamento per magistrati ignoranti...

Ottima l'idea di Cannes (e dunque del 'replicante' Barbera, che in fondo vuole fare la Cannes n.2, quella d'estate) di concentrarsi nel periodo della Mostra sui ritrovamenti, restauri, ripescaggi da rilanciare in dvd. Che male c'è? Soprattutto per un direttore di Venezia che è anche direttore del Museo del cinema di Torino è ovvio giocare a tutto campo con il vecchio cinema. 

Inoltre. Durante la mostra è sempre molto difficile seguire una retrospettiva. Dunque meglio scegliere, tra i circa trenti film restaurati (non perdete Ray e Peries) questa volta, quello che è davvero introvabile o mai visto o da rivedere assolutamente. Oppure scegliere, per le giovani generazioni, quei film di genere 'monografico' che sono ritratti d'autore davvero capaci di spingere alla conoscenza totale di un cineasta (Jerry Lewis sarà oggetto di un omaggio completo alla prossima Viennale) o di un movimento (penso al film di Lizzani sul neorealismo, particolamente interessante perché raccontato da uno dei pochi protagonisti di quella stagione ancora vivo, vegeto ed esperto) ai giovani appassionati che non hanno mai sentito parlare di James Benning o Daniel Schmidt, che conoscono vagamente Robert Mitchum o Tinto Brass, il Pasolini africano e perfino Ingmar Bergman...Come il cinema di finzione ha l'ambizione di comprimere in due ore centinaia di ore di non fiction e il cartoon centinaia di ore di fiction, così i doc sui cineasti a volte sono l'equivalente di una retrospettiva completa, inediti inclusi. 

A Fuller life. Lo studio del regista
E' il caso del film A Fuller Life che la figlia di Sam Fuller, Samantha, che lo presenta nel breve prologo combattivo, fucile in spalla, ha dedicato al padre, regista, sceneggiatore e prima ancora grande giornalista di nera, e grande fumatore di sigari, utilizzando l'immenso archivio di fotografie, documentari, home movie e film in 16mm mai visti o montati che ha ritrovato dopo la morte del regista di The big red one,  nel 1997. 

E in occasione della prossima uscita della autobiografia di Sam Fuller, A Third Face, Samantha (che ci parla dallo studio di papà), ha chiesto a una quindicina di cineasti che in qualche modo furono coinvolti dal padre nei suoi film o che ne sono stati sempre entusiasti ammiratori (da Robert Carradine a Monte Hellman, da Wim Wenders a Jennifer Beals, che Fuller diresse nel 1992 in La Madone et le Dragon, da James Toback a Joe Dante, da William Friedkin a Tim Roth, da Buck Henry a Constance Towers) di leggere una dozzina di sezioni di questo librone, in senso cronologico, utilizzando in primo piano o come sfondo le celebri foto del Fuller cronista di Manhattan e San Francisco o davanti alla sua mitica macchina da scrivere Royal, o a Venezia o con la moglie, circondato da una biblioteca organizzata per aree geografiche (era un viaggiatore infaticabile), e soprattutto gli spezzoni dei suoi film hollywoodiani, noir soprattutto, pieni di movimento, emozione, violenza e sangue, perché di questo è intessuta la vita, e proprio parte del girato 'indie' del padre (che è così ricco che potrebbe bastare per un'altra decina di documentari) o materiali di repertorio che ripercorrono la storia americana e planetaria, dall'inizio alla fine del secolo scorso, passando per la grande depressione, Roosevelt, il Ku Klux Klan, la grande guerra contro il fascismo e la reazione, il maccartismo, la nouvelle vague, la lotta alla segregazione razziale, il sessantotto, le guerre 'ingiuste' anzi sbagliate (Vietnam, ex Jugoslavia...). 

William Friedkin in "A Fuller Life"
La storia del secolo cista, in prima fila quasi sempre, da un 'cronista indipendente' e coraggioso, cioé antifascista, da un 'cane sciolto' che tenne testa a Hoover a caccia di rossi da sgozzare, ma indocile a ogni semplificazione tranne a quella, jeffersoniana, che pone l'uguaglianza sostanziale e non formale degli esseri umani come valore fondamentale, da perseguire a ogni costo. Anche rischiando la pelle come Fuller, sceneggiatore coccolato da Hollywood nel 1941, che lascia piscine e contratti d'oro e da soldato semplice raggiunge il Big Red One e si fa in prima film la campagna d'Africa, d'Italia (dove conosce a ammira Salvatore Giuliano, adorerà Sciuscià, ma questo non si dice), Omaha e 'il giorno più lungo' dello sbarco in Normandia (Zanuck, ci svela, resta il suo produttore preferito l'unico che, senza badare ai soldi veniva affascinato solo dalla storia da raccontare) fino a riprendere gli orrori dei campi di sterminio nazisti, forni creamatori compresi. Un inno all'indipendenza, alla originalità e alla resistenza e anche alla grande importanza che ha la musica per noi. E che per lui fu una terapia indispensabile per tenere testa agli incubi e alle angoscie che 5 anni al fronte gli avevano provocato. Me lo ricordo inebriato come un bimbo dalle musiche di Ennio Morricone, a Roma, alla International Recording, mentre assisteva con il producers discografico De Melis alla registazione, con orchestra, della colonna sonora di uno dei suoi ultimi magnifici film.  

Joe Dante in "A Fuller Life"
Sono di particolare bellezza in A Fuller Life i testi letti da Hellman (il maccartismo), Joe Dante (sul fronte siciliano) e da Wenders, che ci racconta il suo incontro al fronte in Germania con Marlene Dietrich, quando lei, nel camerino, dopo aver detto che non potrà mai trasmettere il suo messaggio, perché sono milioni le richieste dei soldati americani, scopre di avere in comune lo stesso agente hollywoodiano e che gli dovrà solo dire: sigari! e lui capirà. E soprattutto quelli più politici e rivoluzionari, paradossalmente letti da William Friedkin che certo sulla pena non aveva le stesse idee di zio Sam.
Jennifer Beals



Un film che non vedremo mai in prima serata tv perché perfino Bianca Berlinguer o i veltroniani di Raitre ne sarebbero terrorizzati. E' difficile essere 'americanisti' conseguenti. Si rischia di essere molto peggio che comunisti drastici.