Si è verificato un errore nel gadget

sabato 25 maggio 2013

W Jerry, abbasso la critica americana di Cannes!

di Roberto Silvestri

“Le piacerebbe fare un film senza gag?
No

(Jerry Lewis a Robert Benayou e André Labarthe, Cahier du Cinema aprile 1967/gennaio 1968)


Bel finale, comunque. Only lovers left alive, di  Jim Jarmush che trova l’inferno del sogno americano nella Detroit che, da capitale dell’auto e terra di Jerry Lewis e Roger Corman, è diventata, degradandosi, la reginetta dei subprime. L’anima bella Roman Polanski (che è un ‘americano’ di spirito, costretto all’esilio dal fanatismo calvinista) che in Venere in pelliccia sembra rifare Venere in visone, il peggior film di Liz Taylor, un elogio della troia che certo imbarazzerebbe il nostro presidente della camera e perfino chi crede che il pappa in fondo sia a lei di gran lunga superiore, anzi un ‘politico coi fiocchi’. Figuriamoci i clienti. Fiaba sadomaso di raffinata profondità. Dedicata a Battiato.
James Gray in The immigrant  sorta di ‘Le due orfanelle nel Bower East Side’, a proposito di questo incontro sado maso tra ruffiano e mignotta, pardon tra regista e sua attrice, fa ancora il commuovente, veteromaschilista elogio del pappa, in un mèlo old fashion, pende a destra la storia di un amore impossibile, e infastidito da un mago, tra Joaquin Phoenix (un po’ imbolsito rispetto a The Master) e Marion Cotillard (che ha qualcosa di Gollum, un po’ come Lea Seydoux in Adéle,  la risposta francese anti truffauttina alle fantasmagorie digitali dei blockbuster in 3d di Hollywood?). Ellis Island non è ben centrata (forse perfino Crialese ha fatto di meglio). Il vaudeville miserabile della Bowery 1921 scolora rispetto sia a Walsh che a Straub di America. Anche il Central Park sembra posticcio. E il tutto non rende l’orrore eugenetico e nazistoide dell’America massacrata dai Vanderbilt e dai Carnagie, dai Morgan e dagli altri criminali della finanza, che si inebriano e si ingrassano sempre (anche questa volta) di devastanti crisi economica. Il ribelle dell’Anatolia di Elia Kazan ce lo aveva già messo a fuoco.  Sarà stato Weinstein a guastare il ritmo di un montaggio pretendendo che il film fosse pronto per Cannes invece che per Venezia…. 
E, soprattutto, bel finale di Cannes grazie a Jerry Lewis ‘in persona’, il comico, il cineasta, l’autore più rivoluzionario d’America (l’attore più sexy, lo aveva definito Marilyn) che considera Burt Reynolds e Cary Grant le migliori commedianti femminili di tutti i tempi. E come dargli torto? Gemma radiosa della comicità transmaschile e transfemminile, al di là e al di qua dei generi sessuali, cosa che mette in estremo imbarazzo i tanti reazionari e khomeinisti dell’immaginario, dentro e fuori gli schermi, che siano contrari o favorevoli al ‘matrimonio per tutti’: è il non matrimonio a destabilizzarli, il danzare indeciso tra i sessi e oltre…E poi l'artista non ha sesso, può interpetarli tutti. 
La cosa infastidisce il Los Angeles Times che in pezzo rovente firmato da John Horn (ed è una specie di Little Big Horn) contro di lui e contro i francesi che lo hanno sempre adorato (acutamente), ricorda che Jerry non fa davvero più ridere nessuno da quando Eisenhower fu eletto presidente. Il che può essere anche vero. C’è poco da ridere di un’America che inizia a fare guerre ingiuste, rinnegando Roosevelt. Corea e Vietnam, Iraq e Afghanistan sono una escalation di orrori da far smettere di girare film qualunque cineasta dotato di coscienza, cosa che Jerry Lewis ha fatto. C’è qualcosa di ‘oltre la risata’ che Jerry tocca, uno spazio artaudiano di crudeltà subumana mai scoperto prima, che Jerry scardina sovrumanamente. E’ una risata egemonica che David Rooney e gli altri critici americani non hanno il coraggio di provare. Andrebbero in mille pezzi. Esploderebbe la loro coscienza. In fondo quando fu eletto presidente Eisenhower ci fu un’altra cosa strana e indefinita che nacque assieme alla risata negli ultrasuoni di Jerry. Il rock. Vi dice niente? Che sia il migliore comico maschile e il migliore comico femminile e il migliore comico ibrido di tutti i tempi, Jerry, non c’è dubbio.  Astronauta dello sconosciuto, Lewis è il feddayn dell’autoanalisi americana. Yiddish e arabo nello stesso tempo. Mai ortodosso. Troppo coraggioso per tutti, dunque. Lo scopriranno i nostri cirtici Usa per ora troppo lenti. Speriamo diventino rock..  E a David Rooney, l'aussie che scrive (su Variety) di meravigliarsi di trovare un film simile in competizione ufficiale a Cannes, aggiungendo: “ a staggeringly artless geriatric soap that sinks its dentures into every trite platitude about aging, mortality, regret and surrender, only to regurgitate them again and again. Starring as a jazz pianist, Lewis says of one particular gig, 'I was playing simplistically and way too melodramatic.' Sadly, he could be talking about any aspect of this sub-Hallmark Channel schmaltz”. Cosa rispondere, a parte che molti altri film adorati da Rooney non erano degni della selezione ufficiale di un grande festival, e se non che ‘semplicità’ e ‘melodramma estremo’ sono gli ingredienti alchemici di un grande cinema non consolatorio e non adagiato sul sì, non alla vita, ma allo stato di cose criminali vigente? Sono gli ingredienti bastardi e avulsi  di L’Idolo delle donne, giustamente riproposto sulla Croisette, e di Le folli notti del dottor Jerryl di cui Max Rose è la versione  soft, da classe differenziata per critici. Strano che un collega australiano, ma per anni in Italia ed esposto alla scienza della farsa, come Rooney, non li apprezzi. Complessità e melodramma borghese sono l’estasi per Rooney?

In Max Rose Jerry è un pianista di jazz che prima di essere schiaffato in una costosissima e orribile casa di riposto di vecchie glorie della performance (compreso un coriaceo sindacalista di sinistra) e di morire a sua volta, scopre che la moglie defunta, amata senza tradimenti per 65 anni, ha avuto una storia obliqua con un divo del cinema (che poi si scoprirà, essere Dean Stockwell in persona, come darle torto?) con il quale Jerry fa un duetto che trasforma quelli tra Max von Sydow e Gunner Bjornstrand in un confronto tra Ferilli e Servillo. Il cattivo umore, l’antipatia, la durezza di atteggiamento rispetto alla vita (non solo americana) il voler mettere tutto a soqqaudro, la voglia di rivoluzione totale che Jerry ha trasmesso a tutti i ragazzi del mondo, equivalenza cinematografica del grande affondo involontario di Elvis, delle spalle date al pubblico da Miles, del ghigno di Cybulsky e Brando nei Selvaggi, si stemperà appunto in un nietzschiano Yes, I hope. Come ai tempi di Buddy Love. Cannes 66 è poco degno di te.
Un festival che è purtroppo infarcito di fantasticar e pensar debole (si vedano le stelline, le palline e le sciocchezze sui film favoriti per la palma d’oro, gioco al quale comunque Liberation non si presta).
Un festival di mediocre impalcatura concettuale, sempre più interessato a promuovere il griffato esagonale visto che è Parigi che paga (l’eccezione e la differenza ‘culturale’ rischiano di scivolare facilmente nella norma, indifferente al furore dei popoli, militarmente sottosviluppati, e alle loro belle forme, qui censurate), sintetizzato nei film più pompati e adorati, così compiaciuti di sé e della propria frivolezza d’alta professionalità, da Kechiche a Refn, da Farhadi a Sorrentino… A parte la selezione americana che Spielberg sarà costretto a premiare anche a rischio di mancare di tatto, perché è un uomo degno di rispetto estetico, e due 'americani non riconciliati', honoris causa, come Jia Zhang Ke e Haroun. L’unico blocco artigianale che ha ben chiara la separazione tra sfera dell’immaginario (da una parte) e stato e chiesa. Ognuno per conto proprio. Luoghi separati.
Un’edizione inoltre organizzativamente e meteorologicamente disastrosa, con i suoi 4000 ospiti della stampa – troppi e pochi (dov’è Cappabianca? Dov’è Trafic? Dov’è Andrea Pastor (auguri di pronta guarigione)? Dov’è Adriano Aprà, dov’è Bill Krohn? Jonathan Rosenbaum?) anche sulla Croisette c’è una carenza di spazi adeguati, sembra il Lido: l’unica proiezione di Max Rose, il nuovo film interpretato da Jerry Lewis e diretto da Daniel Noha, si è svolta nella Sala del Sessantesimo anniversario, un megatendone squassato dal vento, e sempre sul punto di volar via. Certo che Jerry era di cattivo umore…E poi invitati e tesserati sempre stipati, sotto la pioggia, in lunghe file goebbelsiane di oltre un’ora e mezzo... Si sente la mancanza di occhi delicati e penetranti, tanti i critici scomparsi quest’anno (non solo quelli di Rober Ebert), e i film non possono farne a meno, per . Troppi apologeti fanno un brutto servizio a un festival che può morire di adulazione. Tanti quelli che Cannes neanche invita.