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venerdì 17 maggio 2013

"The bling ring" di Sofia Coppola, e il Grande Gatsby

di Mariuccia Ciotta
Cannes
Effetto speciale climatico sulla monte d'escalier per The Great Gatsby, film d'apettura (fuori concorso) di Cannes 66, un torrente d'acqua si è rovesciato su una folla in smoking e lustrini, rifugiata sotto un tappeto di ombrelli, per la prima alla sala Lumière. Baz Luhrmann, regista australiano, ha avuto l'ardire di ricostruire la New York del primo Novecento e il profilo acquatico di Long Island negli studi di posa di Sydney in perfetta coerenza con il suo stile di “modernizzatore” dei classici, prima Shakespeare (Romeo + Giulietta) ora Francis Scott Fitzgerald, il dandy dalla prosa danzante, il complice della flapper, lo scrittore che inventò gli anni Venti, le sue speranze, il swing, le feste da ballo “di qua dal paradiso” , l'intossicazione da “sogno americano” e la caduta di un sé infiltrato alla corte dei ricchi... Non è tenera la notte nel film di Luhrmann ma un frastornante circo a tre piste e in 3D, un match tra il sognatore Jay Gatsby e l'ex campione di polo Tom Buchanan che mette ko il testo di Fitzgerald nel tentativo di aggiornare l'era del jazz.
Per sottrarsi alla pellicola d'epoca, il regista disintegra l'angoscia che preme sulla fine delle illusioni seguita alla grande guerra, e il ritorno all'ordine di classe e alla politica del “laissez faire” che condurrà gli anni dell'euforia alla catastrofe del '29. Questo era Jay Gatsby alias Francis Scott, innamorato del passato, Daisy, che una volta portava le lunghe trecce di Berenice e che adesso veste Miuccia Prada, nella versione della bionda sbiadita Carey Mulligan (Shame, Wall Street 2).
Daisy aveva la sensibilità straniata di Mia Farrow, femme fatale inconsapevole, amore adolescenziale di Robert Redford, nell'adattamento dell'inglese Jack Clayton. Film patinato senza l'eccentrico e l' humour originali ma registrato sulle vibrazioni dei due attori pronti a catturare la malinconia del tempo perduto mentre qui si va sullo spettacolo orgiastico, carneficina di prospettive e panoramiche a colpi di skycam. Un Hollywood Party fuori sede. Non è l'eccesso di visivo il problema ma la mancanza di immagini nell'accozzaglia pop che shakera la macchina da presa in svisate stonate e si aggroviglia nello spazio chiuso dello studio dove domina una piscina rotonda, cornice delle baldorie chez Gatsby.
Quentin Tarantino ha diretto Leo DiCaprio verso l'Oscar in Django, se non fosse per un'Academy che ce l'ha con l'attore fin dai tempi del Titanic, Luhrmann invece lo spinge fuori quadro, ed è una fortuna. Il suo misterioso miliardario nato povero e pieno di dollari tossici da proibizionismo, è una presenza avulsa, galleggiante nell'aria, trascinato da un desiderio indicibile per qualcosa che non c'è, in scena. DiCaprio ha tatuato il romanzo sulla pelle, e se ne va radioso fuoricampo. A raccontarne la parabola è Nick Carraway, ammiratore e vicino di casa, interpretato dall'uomo-ragno Tobey Maguire, curioso di scovarne la segreta passione per sua cugina Daisy, che sposò il poderoso Tom Buchanan, e tradì il giuramento d'amore con il soldato Gatsby, partito per il fronte e tornato cinque anni dopo grondante dollari per riprendersi il suo angelo. Storia che non riguarda Luhrmann concentrato nella potenza dei fuochi d'artificio, nella velocità rumorosa della fuoriserie gialla di Gatsby che travolgerà l'unica passione dell'aristocratico Tom, Myrtle Wilson(Isla Fisher) , moglie pittoresca del benzinaio. Il raccordo con la contemporaneità dei subprime si perde in questo gioco dell'attrazione tra diversi, quando è il cinismo dei Tom e delle Daisy, difensori del proprio ceto sociale, il mood del capolavoro di Fitzgerald, quello sì premonitore di altre stagioni finanziarie. Il congegno rutilante di Luhrmann mette in uno strano rilievo il corpo degli attori, figurette dematerializzate e ritagliate nella pellicola digitale, un po' burattini mosse da scariche di hip-hop, e
catapultati in avanti dal 3D che fanno di questo Grande Gatsby un'attrazione da parco a tema.


The Bling Ring di Sofia Coppola, con Israel Broussard, Katie Chang, Taissa Farmiga, Emma Watson. Usa 2013
Inaugura la sezione Un certain regard Sofia Coppola con The Bling Ring, ispirato a fatti realmente accaduti là dove le alte palme di Beverly Hills scuotono le loro piccole teste coronate, Anzi, siamo più in alto, sulle colline di Hollywood tra le ville dei divi in bilico sulla cresta delle rocce, e dove vive gente come Paris Hilton, che ha prestato la sua casa per le riprese del film. Una banda di ragazzine di “buona famiglia” si diletta a svaligiare le ville dei loro miti, a bivaccare nei salotti delle star, provare gli abiti Chanel, i gioielli, i Rolex, a infilarsi scarpe leopardate tacco smisurato, a rubare mazzette di dollari e a sniffare coca. Hanno sedici anni e l'idea che non ci sia niente di male a divertirsi così, visto che i genitori, più che assenti, sono troppo presenti con i loro modelli di riferimento, soldi, new age, preghiere del mattino e totale indifferenza per il mondo. Sofia Coppola, dopo il Leone d'oro Somewhere, torna ai personaggi anestetizzati, quelli che non sentono niente e vivono “fuori da sé” nel riflesso dei reality, banalmente disumani, come le teen-ager losangeline portate alle cronache da Vanity Fair. Delinquenti delicate, felici di finire in tv anche se in veste di imputate, accanto ai volti delle loro eccellenti vittime. Generazione Facebook e Twitter, usati per localizzare gli appartamenti di star in vacanza, e fare baldoria. “Un film in forma di avvertimento”, dice Coppola, che mostrerà l'unico maschio del gruppo, amante anche lui di calzature chic, in tuta arancione, stile Guantanamo, e incatenato a rudi ergastolani. Il minorenne americano se tocca la roba non sua finisce così. Quattro anni di carcere ai capibanda, e risarcimento di migliaia di dollari.
Emma Watson
La regista dai tempi estatici questa volta preme sul ritmo sincopato e rincorre Springbreakers di Harmony Korine in un rutilante “documentario” pop, dove si susseguono rapine in villa e corse in macchina sotto il ronzio degli elicotteri vigilantes di Los Angeles. Tutte attrici esordienti, tranne la maghetta di Harry Potter, Emma Watson, che avrebbe meritato, almeno lei, un personaggio prismatico, perché tutte sono “nature”, lontane dallo sguardo di Sofia, che non vuol giudicare, sostiene, ma nemmeno amare le sue piccole furie.