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mercoledì 22 maggio 2013

Il grande Grigris


Mariuccia Ciotta
Cannes

Viene dal Ciad il regista che, insieme a Soderbegh e a pochi altri, fa lievitare il concorso di questo 66mo festival, in attesa di Jim Jarmusch e Roman Polanski. Mahmat-Saleh Haroun, classe 1960, invitato a Venezia col suo film d'esordio, Bye Bye Africa (1999) e poi a Cannes con Abouna (2002) e Daratt, a Dry Season (2006), torna sulla Croisette con Grigris, il danzatore 25enne dalla gamba paralizzata che entusiasma il pubblico di una boite di N'Djamena. Le sue performance acrobatiche, inquadrate nella luce obliqua di un palcoscenico surreale, costruiscono lo spazio di un balletto tra rap dance e Pina Bausch in uno scontro di immagini con la povertà desolante della periferia. Grigris (Souleymane Deme) è a caccia di lavoretti di ogni tipo, il patrigno è ricoverato all'ospedale e non ha i soldi per pagare le cure, ma la gamba che lo fa volare sulla pista da ballo gli nega ogni chance, così si farà irretire da una banda di ladri di benzina. Ma prima arriverà un angelo a cambiargli la vita, Mimi (Anais Monory) vent'anni su un corpo affusolato di bronzo, lineamenti da miss universo e la voglia di diventare modella. L'incontro fatale è davanti l'obiettivo di una Nikon, Grigris è anche fotografo, sullo sfondo posticcio di mare e di palme, paradiso giusto per lei che si mette in posa in bikini e sorride sotto un casco di riccioli neri.

Le stoffe colorate a Batik, le strade sconnesse, l'aria assolata, la boite piena di humour e di joie de vivre rimandano ad altri arredi africani, quelli di Ouagadougo, per esempio... Grigris è un immigrato del Burkina Faso, non più la “terra degli uomini liberi e degni di rispetto” da quando, 25 anni fa, Thomas Sankara fu assassinato dal suo vice Campaoré, e adesso, ballerino sbilenco, è l'attrazione esotica per neri e turisti bianchi, gli stessi che agguantano Mimi, la magnifica mulatta “fidanzata di tutti”.

Haroun elegge la Bella e la Bestia a metafore di una rivincita possibile, il “sogno africano”, che si dispiega nella trasparenza di tende rosa trasparenti, porte di catapecchie buie che diventano sipari di un teatro immaginario. Qualcosa di magico allontana dal film-documentario sulla condizione di un paese ricco spiritualmente e materialmente come il Ciad ma sovraccaricato di miseria. Il regista astrae il reale in una poema d'amore tra due “scarti”, la prostituta e l'handicappato, istintivamente complici contro i poteri del boss di quartiere, che prima ingaggia Grigris nel furto di benzina e poi lo minaccia di morte se non restituirà un carico scomparso. Disertore della preghiera del mattino, Grigris, che non è un buon musulmano al contrario dei mafiosi trafficanti di taniche, giura sul Corano la sua innocenza. Ma il laico Haroun cerca altri al di là, e li trova negli sguardi della strana coppia, nelle carezze di lui quando Mimi, magnifica sorpresa, si toglie la parrucca di ricci neri, che eccita i clienti europei, e libera una pioggia di capelli lisci e dorati. E' proprio un angelo.

Detour nel thriller, il film si fa dark, grondante di ombre, inseguimenti, pistole, Grigris, che ha inondato il malato di banconote profumate di petrolio rubato, e Mimi sono spacciati, il killer sguinzagliato nella notte di N'Djamena prima o poi li troverà. Ma Haroun li porta via dal genere e chiede la sospensione della credibilità. Se il boss del Ciad parla un perfetto francese da quartieri alti parigini (l'attore Cyril Guei) perché la coppia non può approdare a bordo di una motocicletta scassata in un villaggio incantato? Capanne nel bush arido, popolate da delicate amazzoni dai vestiti multicolori, dai transistor scassati che Grisgris riparerà, e armate di bastoni, un luogo dell'accoglienza tribale, la comunità forte dell'Africa che ha tenuto testa alla corruzione metropolitana e offre 'radici ricche' ai loro uomini immigrati. Tradizione o cultura? Poco importa, Harun cambia il finale di Romeo e Giulietta e di Bonnie and Clyde e libera i due amanti, già caduti presumibilmente nel loro sangue- il killer li ha scovati - in un happy end che solo il grande cinema sa confezionare, perché “niente resti come prima”.