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giovedì 23 maggio 2013

Palestina, mon amour

Roberto Silvestri
Cannes

La notizia e l'immagine shock del commando di 'macellai' islamisti londinesi, alla caccia di 'infedeli' colpevoli, da decapitare con l'arma bianca, pericolosa sovrimpressione blasfema tra metodi del nemico imperialista e guerra santa, Guantanamo in dissolvenza incrociata su Bin Laden, ci permette di mettere a fuoco, collegandolo a un fatto di cronaca così sconvolgente, il coraggio e le contraddizioni di questa “fiction di popolo” ambientata però non in Afghanistan ma a West Bank:
Omar, diretto dal palestinese Hany Abu-Assad che già si era distinto nel 2005 con Paradise now, storia di due ragazzi indocili, dopo un momento di incertezza, al grande gioco sacro della martiriologia.
Il nuovo film, presentato nella sezione Un Certain Regard (che poi vincerà, presidente della giuria Vintenberg) è la storia di tre amici per la pelle, ventenni palestinesi, che, usciti dalla disperata strategia suicida del corpo-bomba, vogliono contribuire alla causa della liberazione nazionale formando una cellula isolata di soldati della libertà che si conquisti sul campo la possibilità di far parte del giro adulto della resistenza. Come? Nel modo più istintivo e meno politico che esista. Preparando un agguato e uccidendo, con un colpo da cecchino scelto, un soldato israeliano di frontiera (oltretutto disarmato). 
Omar (Adam Bakri) fa il panettiere e, come l'uomo-gatto hitchcockiano, attraversa spesso e disinvoltamente l'alto muro che separa il suo villaggio dalle case degli amici Tarek e Amjad e soprattutto dalla fabbrica della sua piccola amata bruna studentessa-lavoratrice, che però dimostra già un certo feeling anche per Amjad, capace di imitare Marlon Brando nel 'Padrino' come neanche il boss Genovese, scatenado un corto circuito emotivo che sarà fatale a Omar... 
Infatti non sempre le cose vanno liscie. Scoperto sul muro del salto, e ferito, poi umiliato da una ronda, alla fine viene catturato, denudato e torturato dagli israeliani in cerca di una confessione del delitto.
Intermezzo. Queste sequenze violente e sconvolgenti procureranno guai al film, in Italia. Chi avrà il coraggio di distribuire scene così anti-israeliane se non torturandole con le forbici? Mica siamo nell'America della Bigelow!
Omar, nel frattempo, resiste. Non so niente. Sigaretta bollente sui genitali. Non so niente. Coltello roteante ovunque. Non so niente. Al culmine del trattamento gli scappa un fatale: “Non confesserò mai”. E' già una ammissione di colpa. Lo minacciano. 90 anni di reclusione. E non basterà neppure una visita di Kerry per essere graziato da una amnistia, come abbiamo visto. 
Però Omar esce dal carcere. Cosa ancora più pericolosa. Gli amici pensano che abbia tradito. L'amata lo lascia senza più scrupoli (tanto è incinta di Amjad, molto meno romantico di Omar che considerava il culmine del piacere erotico scambiare con la ragazza bigliettini segreti d'amore). Anche il salto del muro con la corda inizierà ad essere difficile, estenuante. 
I grandi dei nuclei islamisti diffidano sempre più di lui. Che in realtà, dopo una seconda carcerazione, e un collare di sicurezza alla caviglia, ha stipulato un patto infame con il poliziotto capo israeliano, Rami (è Waleed F. Zuaiter, l'unico attore professionista del cast). Gli consegnerà Tarek morto. Ma nell'ultima scena del film...l'onore sarò salvo. Anche in questo film si dimostra che l'onore vale più di qualunque politica. E' un finale di moda. Per un Lincoln palestinese bisognerà aspettare ancora un po'.