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domenica 19 maggio 2013

La diabolica farsa. Borgman di van Warmerdam

di Roberto Silvestri
Cannes
Un capellone vagabondo e altri due compari che vivono in un bosco, letteralmente sotto terra, vengono stanati da una ronda di cittadini indemoniati capitanata da un sacerdote cattolico che imbraccia un fucile. Il trio fugge, e uno di loro, superato un casello autostradale, si aggira in un ricco quartiere residenziale chiedendo villa dopo villa se, per favore, gli consentono di farsi una doccia. “Puzzo troppo”.
Jan Bijvoet
Infiltratosi, con mille astuzie e travestimenti, dentro la più elegante delle magioni moderniste, tutta finestre, grazie alla generosità della signora di casa, pittrice astrattista, pur dopo essere stato malmenato dal marito, un producer tv dal vacillante avvenire, diffidente e geloso, si prenderà una bella rivincita. Prima trasformandosi nel giardiniere folle del podere (e getta nel lago, testa nel cemento, il giardiniere titolare). Poi compiendo strani riti satanico-onirici nella notte e seducendo i tre figli della coppia e la giovane nurse danese. Infine, chiamati a raccolta i suoi compari e, col cellulare, altre due spietatissime complici (dell'est europa?), compiendo la distruzione del luogo, l'uccisione della coppia, il rapimento dei superstiti. Una specie di diavolo anti-Casta che fa pifferaio magico...
Non siamo più nell'era dei Provos. Altro che controcultura. Altro che film “aperti” e d'esplorazione di altri mondi possibili e transculturali, nell'Olanda che scivola senza freni sempre più a destra, tra xenofobie e razzismi. Altro che materialismo festivo alla Herbert Curiel o Pim de la Parra... La crisi non sembra più ciclica e altalenante, sembra traumatica, irreversibile, non solo sistemica ma cosmica. E c'è chi ci specula spettacolarmente.
Come nel caso di questo film, che si compiace della propria immoralità formale (sciacallaggio del telefilm d'azione). In concorso, monito, predica, accorato avvertimento, questa fiaba nera, un cupo apologo olandese, ma ambientato oggi, negli assolati giorni di mezza estate. E' l'indigesto Borgman (è proprio il nome dell'hobo malefico o anche un sarcastico omaggio a Bergman?), scritto, diretto, musicato in stile minimalista e autoprodotto da Alex van Warmerdam, 61 anni e 7 film alle spalle, spesso a Cannes e Venezia. Il regista è un beniamino Fipresci. Atmosfera da Haneke prima maniera, alla 'Funny Games'. Si entra in casa e se ne cacciano gli occupanti. Allegoria della paura che si sta diffondendo in Occidente, terrore vero, tangibile, dilagante, e le sue conseguenze cruente e irrazionali, senza molto preoccuparsi delle origini più razionali e spirituali.
Le 'due società' una contro l'altra all'ultimo sangue. Ma la prima società non è più soggetto politico, è inerme, sparsa, underground. Chi vive nei sotterranei, e ormai non può che essere mafioso o terrorista per resistere, contro gli agiati borghesi delle ville nei suburbi disegnati dai nipotini di Mies van den Rohe.
Sembra una metafora del vivere male alla Savonarola, in chiave teologica, rappresentabile solo come il demone contro il bene, la bestia travestita da umano che si insinua dentro di noi 'normali', nei momenti qualunque, e quando ce ne accorgiamo sarà troppo tardi, per noi e per la proprietà. Con in più quel tocco biblico da 'catechismo' protestante che invita alla lotta armata senza quartiere, alternativa la perdita dell'anima, fino a schiacciare la grande Bestia. Perché l'apocalisse sta per rovesciare l'ordine divino e fino alla fine sembrerà che le truppe del Male abbiano il sopravvento, quand'ecco che in zona Cesarini....
Qui il rovesciamento di fronte finale non è dato. Un ultimo tocco di pessimismo laico e disperato. Sembra la versione tragica di un assolo di Beppe Grillo (e di altri leader carismatici nordici, emanazione dal sesto potere tv): se non approfittate delle nostre ronde disarmate, quelle armate avranno il sopravvento. Abbiamo detto “allegoria”, parlare e mostrare 'altro' per fare sì che un intero componimento si trasporta dal significato proprio in un altro significato con il quale abbia una relazione di somiglianza. Insomma una metafora più lunga e continuata. Senza umorismo, al massimo con qualche risataccia nervosa, a sottolineare l'orrore delle esecuzioni. Non una 'divina commedia', insomma ma una 'diabolica farsa', spazialmente dettagliata, fiamminga.