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martedì 21 maggio 2013

L'amore ai tempi di Soderbergh


Mariuccia Ciotta
Cannes

Michael Douglas e Matt Damon
Raggi di sole in un turbine di vento hanno restituito Cannes alla Costa azzurra e ai festivalieri una tregua dopo il torrente di acqua dei giorni scorsi, senza rimedio, però, per il giro d'affari di bar e ristoranti che in questi giorni, come gli hotel, triplicano i prezzi e invadono con tavolini e trespoli i marciapiedi della Croisette. Ma nonostante il maltempo, la presenza dei visitatori-fans assiepati intorno al Palais è impressionante, ombrelli o no, e rende difficile la circolazione degli addetti ai lavori, numerosissimi, e spesso respinti all'ingresso delle sale per overbooking. Anche l'esercito di poliziotti che sbarra le strade al passaggio delle auto di servizio con a bordo divi e divetti non facilita la vita. Insomma, Cannes esplode e rischia di andare in tilt senza regole né pianificazione “democratica” in una città dominata da decenni dalla destra. Rischia perfino la perdita del suo storico glamour, e della fama di appuntamento clou per registi, attori e produttori come denuncia il docu-film di James Toback, Seduced and abandoned.
Inoltre, le major di Hollywwod, sì, sono tornate, ma il livello dei film vira verso le due stellette, a cominciare dal flop critico del titolo di apertura, The Great Gatsby. Fa eccezione Behind the Candelabra (concorso) prodotto dalla Hbo, canale tv Usa a pagamento, l'ultima spiaggia per talenti respinti dagli executives, e spia della trasformazione produttiva in corso, l'abbandono del grande schermo a favore delle serie televisive, più avanzate formalmente e più spregiudicate nei contenuti. Così Steven Soderbergh, Palma d'oro 1989 con Sex, Lies and Videotape, Oscar 2000 con Traffic, si è rivolto all'Hbo per il biopic eccentrico e “scandaloso” su Wladziu Valentino Liberace, in arte Lee, pianista “pop con un tocco classico” della scena anni '50 fine anni '80, e della sua relazione omosessuale con il giovane aspirante veterinario Scott Thorson.
Las Vegas, 1977, Lee Liberace nasconde la vocazione queer con mantelli d'ermellino e abiti lastricati d'oro, tenuta da soirée per le fiammeggianti esibizioni sui palcoscenici di Las Vegas, e i suoi amori gay tra lo stuolo di valletti, autisti, maggiordomi e body-guard. Lee ha la faccia in continua metamorfosi di Michael Douglas, al top della bravura, magnifico come il giovane boy-friend interpretato da Matt Damon, anche lui quasi irriconoscibile, prima con il viso paffuto e i capelli biondi e poi rifatto da Rob Lowe nella parte di un chirurgo senza scrupoli che gli allunga il naso e gli ridisegna il volto a immagine del suo protettore. Nel continuo morphing non proprio digitale fatto di parrucche, protesi e della fossetta sul mento riconquistata da Damon, i due invecchiano e ringiovaniscono insieme, violentati dallo showbiz e scorticati dal bisturi che in primo piano fa sanguinare lo schermo.
Un film dall'involucro soft, tutto luce e kitch regale, specchi e superfici dorate, pellicce, iacuzzi, vestaglie di seta, swarosky, piscine, rolls royce d'argento, anelli come sbadigli, che passeranno provvisoriamente in dote al provinciale amante dei cani, senza famiglia, infanzia passata di casa in casa, due genitori fittizi e un'adozione promessa dal grande Lee, che ogni sera fa il pieno di pubblico con le sue mani indiavolate sulla tastiera.
Il vero Liberace, madre polacca e padre italiano, era un artista riconosciuto, esordiente a vent'anni con la Chicago Symphony Orchestra, interprete di Liszt, acclamato alla Hollywood Bowl, protagonista in tv del The Liberace Show... e ora 54enne idolo delle folle di Las Vegas si concede la caccia a giovani allievi del suo letto faraonico. La superficie dolce da Ocean Eleven s'incrina nelle mani di Soderbergh, nonostante la presenza di due star del cinema “classico”, Dan Aykroyd, avvocato-manager, e Debbie Reynolds, bambola dai capelli bianchi, madre di Lee. E si “sfigura” come i lineamenti dei due amanti, sorpresi nelle performance sessuali, ed è shock vedere il supermacho Douglas cavalcato da Damon, vertiginosamente ammiccante sotto un parucchino di onde corvine, padre-padrone-amante del ragazzo che si proclama bisex, interdetto a ogni altra relazione, prigioniero nella gabbia-reggia , privato del suo stesso volto.
Una storia vera che Soderbergh accarezza e accoltella, spietato nel mostrare la dipendenza da sesso, droga e dollari, eppure difensore della coppia atipica, anche quando Scott sarà rimpiazzato da un più giovane virgulto, anche quando Lee muore di Aids, per la stampa di anemia, a difesa della sua pubblica eterosessualità... ci vorrà ancora del tempo prima che i marine e le star di basket possano proclamarsi gay.
Soderbergh ci regala questo corpo a corpo con il potere e l'amore in una stagione che vede il cinema paralizzato dall'indecifrabilità dei tempi, osservatore muto e distaccato di fronte al cambio di paradigma morale dove non è il “punto di vista dell'elettricista” a dominare, ma una macchina da presa ravvicinata fin dentro il cuore del film.