giovedì 1 settembre 2016

VENEZIA 73. "La Rete" Di Kim Ki-duk. Iniziamo dalla Sala Giardino

Kim Ki Duk, quattro edizioni fa
Roberto Silvestri
VENEZIA

E' cominciata l'edizione 73, madrina Sonia Bergamasco, marmorea divinità (ma cinefila) che scoprì Carmelo Bene. Accolto simpaticamente da tutti il cartellone, ora si tratta di valutare i film. Risolti i nostri problemi di wifi Tim, che ci hanno bloccato ieri. I magnifici sette film nordamericani in concorso, bell'atto di spavalderia di Barbera e soci, sgomineranno gli avversari euroasiatici? Anche se i cognomi dei cineasti di questi americani sono proprio alieni: Villeneuve, Chazelle, Kusturica, Larrain, Amirpour... Non ci fossero Tom Ford e Terrence Malick...Ma l'America è uno stato dello spirito, no?
Non sono mancate le prime critiche al presidente Baratta. Accolte con un plateale “vergogna!” (urlato da un giornalista straniero) gli immancabili imprevisti di una sala nuovissima - il bel parallelepipedo rosso Dior - non perfettamente pronta per accogliere l'anteprima stampa di Rete, di Kim Ki-duk, scelta sudcoreana della sezione “Cinema nel Giardino”, che bonifica l'area contaminata dall'amianto della Mostra, dopo troppi anni, e la riporterà allo stato antico (speriamo) di pineta. Piccoli alberi, intanto, crescono.
Kim Ki-duk che ogni film che fa sembra l'esordio, e questa volta quel che puzza di scuola del cinema è addirittura il copione, che incastra tutte le caselle troppo al posto giusto, come se certe cose non le potesse dire, è arrivato in sala con i suoi giovani e magnifici attori mentre gli operai cercavano di fissare con alcune rumorose pistole elettriche una decine di fila di sedie che vacillavano pericolosamente. Mal bullonate. Quasi fossero stati i servizi segreti di Corea del Nord e di Corea del sud insieme a boicottare nottetempo lo screening di una storia che li riguarda, li inchioda e li accomuna. “Stessa faccia, stessa razza”, anche se la cadenza di coreano che parlano a nord e a sud è dissimile, come cercano di provare in una scena.

Geumul (La rete) non c'entra con il web, ma con la pesca. Un pescatore del nord (Ryo seung-bum), sposato e con figlia piccola (un omone robusto che quando era nell'esercito veniva soprannominato “pugno di pietra” per la sua maestria nella lotta, e dunque un po' sospetto è) vive e pesca pericolosamente vicino al confine e un bel giorno di nebbia sconfina con la sua barchetta in panne e viene catturato da Seul. Il pescatore pescato. Brutali interrogatori all'innocente, perché i capitalisti drastici lo vorrebbero sbandierare sui media come pericolosa spia rossa scoperta, o glorificare come disertore strappato all'inferno del lavoro senza gloria in banca (e per questo lo abbandonano in pieno centro di Seul a godersi lo splendore delle merci). Lui resiste alle lusinghe e alle botte, e anche al più fascista e anticomunista dei torturatori, aiutato da un carceriere che Clint Eastwood soprannominerebbe “fighetta” (è Lee Won-gun, l'idolo delle ragazzine coreane). La particolare cattiveria del cattivone che sbriciola un posacenere di cristallo in faccia al prigioniero viene giustificata dal fatto che la stampa (libera?) ha scoperto bugie, corruzione e crimini nei servizi segreti di Seul (che mal si adattano a uno stato di diritto), dietro la caccia alle spie comuniste, soprattutto dopo lo “scandalo Lee Sang Taek”. Bisogna trovarne di fresche subito, anche a costo di acquistare al mercato nero cinese (“quelli si vendono tutto”) falsi documenti da sbandierare. Nella scena, improvvisa, più kimkidukiana del film, un prigioniero sospetto, incastrato con la frode, si taglia la lingua, e muore dissanguato non prima di aver escogitato un piano per mettere il salvo i colleghi. Ma il pescatore patriota non molla e viene così a malincuore rispedito indietro, nudo come era arrivato. O quasi. Brutali interrogatori anche al nord (dietro la facciata propagandistica). Lo vorrebbero utilizzare come arma di propaganda contro il capitalismo corrotto. In realtà di corrotti e di stupidi avidissimi è pieno perfino il nord... Finirà stecchito, il pescatore, colpito da una pallottola burocraticamente corretta. Chissà perché al nostro lavoratore fedele è stata infatti ritirata la licenza di pesca. Per qualche dollaro nascosto malamente? Per un orsacchiotto di peluche capitalista a cui la figlia preferirà sempre quello, tutto rattoppato, made in repubblica democratica? Morale della favola, come direbbe il detto popolare: “troppa luce? molte ombre”. Luci al neon dei mega centri commerciali che il pescatore non immaginava esistessero. Troppa luce e dunque troppe ombre anche quella dell'ideologia, sciovinista più che marxista-leninista, della genia di Kim Il Sung. Che però di una cosa è davvero innocente, anche se i media occidentali continuano a diffondere na notizia falsa che per fortuna solo i cinefili hanno smascherato. Se qualcuno vi racconta che il "principe dei registi coreani" Shin Sang-ok  sarebbestato rapito sulla fine degli anni 70 dagli agenti di Kim Jong-il, futuro leader supremo, indottrinato e vittima del lavaggio di cervello assieme alla ex moglie e megastar del cinema di Seul, Choin Euu-hee, non credegli. Non perché ve lo dico io. Ma perché un amico di Shin Sang-ok, Edgar G. Ulmer, ha raccontato bene la sua storia inchiodando alle sue responsabilità liberticide non la dittatura feroce rossa di Pyongyang, ma quella capitalista e altrettanto feroce di  Park Chung-hee.

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