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giovedì 1 settembre 2016

Venezia 73. Il film di Wenders girato con la chitarra. Les Beaux Jours d'Aranjuez


Roberto Silvestri
Venezia

Un dialogo estivo, il dramma teatrale senza azione, scritto a colori, e in francese, la lingua prediletta dai sentimenti d'amore, da Peter Handke, Les Beaux Jours d'Aranjuez, è il nuovo lavoro in 3D di Wim Wenders (in concorso). Opera che ci sorprende per la sua apparente semplicità (proprio come quel classico concerto alla chitarra di Segovia, che ci fece scoprire Aranjuez), anch
e se il legame con la scrittura di Handke è antico, conflittuale e profondo. Perché qui è come se il regista tedesco rendesse anche un omaggio alla Francia, e alla sua cultura e lingua. Al cinema straparlato di Rohmer e di quel francofono folle di de Oliveira (c'è Paulo Branco produttore) e perfino alle conversazioni in giardino ai margini della foresta di Michel Lonsdale e dei suoi radicalissimi amici in Detruire dit-elle di Marguerite Duras... E ci sorprende il “divertimento” anche perché a che serve il 3D quando la prospettiva spaziale è così chiara (stanza che da sul giardino, sotto il gazebo di fronte due persone parlano, un cane sotto il tavolo, sullo sfondo un paesaggio che fa intravedere in lontananza Parigi mentre uccelli e insetti attraversano il cielo e la foresta), da non esserci bisogno di marcare la tridimensionalità dello schermo, che è ahimé sempre e solo piatto? Però la tecnologia 3D è così avanzata che ormai l'occhialetto non dà più fastidio e questo gioco che trasforma un esterno in “palcoscenico naturale” a poco a poco avvince. Anche se non siamo nell'Empedocle di Straub-Huillet, è chiaro che il modello inimitabile da imitare è quello. Rigidità di un testo, libertà dei corpi, tragicità della natura. E tutti e tre implicati in un gioco panteista.
Un duetto d'attori, dunque, scandaloso perché intimo, e inquietante perché va in profondità, a scoperchiare “strati geologi profondi” non della femminilità e della mascolinità in generale, ma certamente di questi due personaggi specifici, curiosi e complici in un gioco che li disancora dalle loro corazze simbolico-sessuali. Un gioco tecnicamente arduo, perché bisogna afferrare e non mollare lo sguardo e il tono di voce giusto, con Reda Kateb e Sophie Semin che devono interpretare se stessi ed essere il loro doppio, conversando in un giardino assolato tra la dolce brezza, di viaggi in Spagna e di esperienze sessuali di gioventù, di maschile e di femminile, dell'essenza dell'estate, di vento, uccelli e boschi, mentre lo scrittore crea i dialoghi che ascoltiamo, più sesso lei, più turismo colto lui, ed entrambi alle prese con “racconti immorali". E veste i due personaggi che dialogano, diversificandoli o combaciandoli, a seconda della loro distanza o vicinanza emotiva, sullo sfondo di una villa che si apre su una terrazza, davanti alla scrivania, alla macchina da scrivere (ma con l'ipad al fianco e un juke boxe in corridoio che funziona senza pagare e dove Nick Cave la fa da padrone). Ma l'estate sta finendo......