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venerdì 23 settembre 2016

"La vita possibile", e anche il cinema, italiano



Mariuccia Ciotta

Ai confini geografici ed emozionali, La vita possibile di Ivano De Matteo ha quel profumo assente in molto cinema italiano, qualcosa che mette in circolo pensieri e immagini transnazionali, senza frufru gergali, tutto nella storia di Anna (Margherita Buy) colpita al cuore, non metaforico, di un marito visto solo di spalle, anonima presenza da cronaca nera.
A Torino con vista sulla Francia (produzione italo-francese, distribuzione Teodora) il regista di Gli equilibristi e I nostri ragazzi (invitato alle Giornate degli autori di Venezia 2014) tesse una trama sospesa nel tempo di un tredicenne, Valerio (Andrea Pittorino), perduto sotto i portici della città fredda - i due fuggitivi vengono da Roma – in cerca di un rifugio per un alieno, un ragazzo invisibile che neppure la squadretta di quartiere invita a giocare. Valerio, bello e biondo, se ne va in bicicletta come Le gamin au vélo dei fratelli Dardenne in cerca di un padre che potrebbe assomigliare al ristoratore francese Matthieu (Bruno Tedeschi) un tipo fascinoso e dal passato oscuro, ex campione di calcio nel Toro.
A consolarlo della perdita c'è poi Valeria Golino, Carla, attrice di teatro, sprizzante gioia di vivere, battute allegre e perforanti, permissiva con il tredicenne quanto la madre è angosciata a ogni suo ritardo. Carla ha accolto l'amica nella casetta torinese dove non c'è la televisione (“scusate, ma la odio”), si sa, è un'artista... così non si possono vedere le partite. Allora Valerio scende al bar del francese barbuto per il derby e mangia trash-food, beve CoCola e un po' si confida.

Il suo vagare per le strade di Torino, lungo il parco del Valentino segna il ripetersi dell'allucinazione, la scena di uno shock, suo padre è un mostro e sua madre una vittima colpevole che gli nasconde la lettera di pentimento del genitore recidivo.
Margherita Buy è una nebulosa nel “pieno” del razionale, presenza angelica e confusa di fronte ai sentimenti distorti degli umani, i suoi occhioni celesti attireranno sempre molestatori violenti. Per vivere, andrà a lucidare le vetrate postindustriali di uffici enormi e sontuosi, Cenerentola notturna che, finito il lavoro all'alba, porterà un croissant caldo al figlio prima della scuola, come la protagonista di Anche per te di Lucio Battisti, “per te che è ancora notte e già prepari il tuo caffè... per te che metti i soldi accanto a lui che dorme e aggiungi un po' d'amore a chi non sa che farne”. Valerio non sa che farne né della madre né del suo dolce preferito, è pieno di rabbia, odia la calma apparente di quei giorni torinesi. I neuroni-specchio si attivano e riflettono il lutto inconsolabile del ragazzino sulla bicicletta che De Matteo guida verso un nulla carico di misteri, dentro la città magica. Ma, succede nelle favole, Valerio incontra la faccia affusolata e ringhiosa di Caterina Shulha (magnifica), la piccola bielorussa che si prostituisce nelle ombre del parco. Ogni volta che la ragazza bruscamente lo caccia - non è posto quello per un bambino -Valerio si consola. Si sente uguale a lei, con un buco dentro. E finiranno per innamorarsi, per andare al Luna park e a fare shopping, una maglia della Juventus per il figlio lontano di Caterina, una del Toro per Valerio. Passeggiate quasi parigine nei boulevard degli anni sessanta. L'uscita dai canoni sentimentali, lo scandalo di una relazione inconcepibile, il rovesciamento dell'aberrazione pedofila. Il tredicenne e la signora.

La vita possibile è un film raro per l'Italia della commedia e dello stereotipo, un “miracolo possibile” che alla fine convince anche i supponenti monelli torinesi, finalmente pronti a chiamarlo in squadra. E sgela perfino i principi dell'attrice off-off, comprerà la tv.

L'imprevisto motore del cambiamento, fuori campo, fuori famiglia, nello sguardo della sconosciuta dove si intravvedono prospettive altre.